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CORRIERE DELLA SERA

Corriere della Sera
22 01 2015

Monteroni D’Arbia (Siena) - Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia.

Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio.

A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati.

Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.

Jacopo Storni

Corriere della Sera
22 01 2015

Almeno tredici persone sono morte e decine sono rimaste ferite in seguito ad una serie di colpi di mortaio che hanno centrato la fermata di un tram nel quartiere Leninski di Donetsk, roccaforte dei separatisti filorussi. Lo riferiscono i media russi e quelli dei ribelli.

Strage alla fermata
Secondo i testimoni oculari citati dall’agenzia dei ribelli «Dan-news Info», la fermata sarebbe stata colpita da cinque presunti colpi di mortaio mentre stava passando un tram e un filobus, che ha preso fuoco, insieme ad un’auto di passaggio. Secondo un rappresentante del ministero della difesa dell’autoproclamata repubblica di Donetesk, Eduard Basurin, ci sono nove morti e nove feriti. La tv Rossia 24 mostra un bus distrutto da un ordigno, cadaveri alla fermata e dentro lo stesso bus.

Si combatte per conquistare l’aeroporto
Intanto, nelle ultime 24 ore, sei militari ucraini sono rimasti uccisi nei combattimenti per l’aeroporto di Donetsk, mentre altri 16 sono stati feriti e fatti prigionieri. Altri 20 - riferisce il ministero della difesa ucraino, citato da Interfax - sono riusciti ad abbandonare il terminal. Il giornalista ucraino Yuri Butusov, direttore del sito web Censor.net, ha confermato il ritiro degli ultimi soldati dall’aeroporto di Donetsk. «Il nuovo e il vecchio terminal, la torre di controllo e tutto quello che poteva servire per la difesa - ha riferito Butusov su Facebook - è stato completamente distrutto. Gli ultimi difensori sopravvissuti hanno abbandonato oggi il nuovo terminal».

Corriere della Sera - Le persone e la dignità
21 01 2015

In Egitto la violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto un livello impressionante, sia tra le mura domestiche che in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. In un rapporto, diffuso il 21 gennaio, Amnesty International accusa il governo di al Sisi di non fare nulla per limitare la violenza: “Recenti riforme di poco conto non hanno posto rimedio alle carenze legislative e un’impunità radicata continua ad alimentare una cultura di ordinaria violenza sessuale e di genere”.

“In ogni aspetto della loro vita, di fronte alle donne e alle ragazze egiziane si presenta, in onnipresente agguato, lo spettro della violenza fisica e sessuale. Tra le mura domestiche, molte sono sottoposte a vergognosi pestaggi, aggressioni e violenze da parte di mariti e parenti. In pubblico subiscono costanti molestie e aggressioni di gruppo, cui si aggiunge la violenza degli agenti statali”– ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno annunciato alcune iniziative specifiche, come l’introduzione di una legge contro le molestie sessuali. Tuttavia, l’impegno assunto pubblicamente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi di contrastare il fenomeno non si è ancora tradotto in una strategia coerente ed efficace. Le autorità continuano a non riconoscerne la dimensione e non assumono le misure necessarie per fermare concretamente la violenza contro le donne e la radicata discriminazione nei loro confronti.

“Nel corso degli anni, i vari governi egiziani hanno da un lato esaltato i diritti delle donne in quello che è risultato un mero esercizio di pubbliche relazioni, dall’altro hanno usato la violenza contro le donne per guadagnare vantaggi politici nei confronti dei loro avversari. Chi era al potere ha accusato l’opposizione di essere responsabile dell’endemica violenza contro le donne e ha promesso riforme, senza mai attuarle” – ha sottolineato Sahraoui.

In un sondaggio di UN Women, compiuto nel 2013, il 99% delle donne e delle ragazze egiziane ha riferito di aver subito una forma o un’altra di molestia sessuale. Da quando nel 2014 è stata introdotta la legge che punisce le molestie sessuali con una pena minima di un anno di carcere, le condanne sono state pochissime e la vasta maggioranza delle donne attende ancora giustizia. Anche quando chiedono aiuto, capita spesso di sentirsi ignorate o trattate con disprezzo dalla polizia o dal sistema giudiziario.

Amnesty International chiede alle autorità di adottare una strategia, tanto promessa quando ritardata, per contrastare la violenza sulle donne.

“Le autorità hanno fatto grandi promesse ma di fatto hanno realizzato una piccolissima parte di quelle riforme complessive di cui c’è disperato bisogno. Le donne sono una parte fondamentale della soluzione ai problemi che l’Egitto sta affrontando. È giunto il momento che le autorità presentino un piano per porre fine ad anni e anni di violenza e discriminazione” – ha commentato Sahraoui.

Negli ultimi anni sono aumentate le aggressioni sessuali e gli stupri in luoghi pubblici, specialmente al Cairo nel corso delle manifestazioni di piazza Tahrir e dintorni ma il rapporto denuncia anche il deplorevole trattamento cui sono sottoposte le donne al momento dell’arresto e durante la custodia. Numerose di esse hanno riferito di essere state sottoposte a maltrattamenti e torture da parte delle forze di sicurezza durante la fase dell’arresto e di aver subito violenza sessuale.

Un capitolo a parte merita la violenza domestica. Secondo un sondaggio del ministero della Salute quasi la metà delle donne ha subito qualche forma di violenza domestica. Le testimonianze raccolte da Amnesty International parlano di brutali violenze fisiche e psicologiche tra cui percosse, frustate, bruciature e reclusione in casa. Il sistema giudiziario non le aiuta.

“Le misure recentemente adottate per proteggere le donne sono ampiamente simboliche. Le autorità devono dimostrare che non si tratta di misure di facciata facendo tutto il necessario per attuare il cambiamento e contrastare le attitudini dominanti nella società egiziana” – ha concluso Sahraoui.

Monica Ricci Sargentini

Corriere del Mezzogiorno
21 01 2015


La famiglia del boss Michele Zagaria controllava gli appalti dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta grazie ai politici, prima Mastella e poi Cosentino.

Sono 24 le persone arrestate nelle scorse ore dalla Dia, tra cui Elvira Zagaria, sorella del capoclan Michele: dieci in carcere e 14 ai domiciliari, nel corso di un’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e abuso d’ufficio, con l’aggravante del metodo mafioso. L’inchiesta è dei pM Antonello Ardituro (oggi al CSM) e Anna Maria Lucchetta. Dalle indagini, e in particolare dalle intercettazioni telefoniche, è emerso che il clan dei casalesi, per ricambiare la copertura fornita da alle sue attività da Nicola Cosentino (la cui posizione è stata stralciata e gli atti inviati a Santa Maria Capua Vetere; non si può procedere nei suoi confronti per concorso esterno in associazione camorristica dal momento che per questo stesso reato Cosentino è già a giudizio), gli garantì appoggio politico in particolare al congresso del Pdl che si svolse a Caserta nell’ottobre del 2012 che sancì la sua leadership.

E spuntano i nomi di Caldoro e Alemanno

Dall’ordinanza spunta anche il nome del presidente della Regione, Stefano Caldoro: da alcune intercettazioni emerge infatti che il clan dei Casalesi avrebbe appoggiato la sua candidatura in una campagna elettorale agli inizi degli anni Duemila.
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno avrebbe avuto invece un ruolo di primo piano nell’assegnazione di alcuni appalti alle ditte vicine a Zagaria.

Le primarie

Francesco Zagaria, il cognato omonimo del capoclan Michele, nel 2007, in occasione delle primarie per l’elezione del segretario regionale del Pd, sponsorizzò Sandro De Franciscis. Anche questa circostanza emerge dall’ordinanza cautelare del gip Giuliana Taglialatela. A rivolgersi a Zagaria per sostenere De Franciscis fu Luigi Annunziata, ex direttore generale dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano, poi defunto.

Il procuratore: governatore non indagato

Il procuratore Colangelo su Caldoro, Alemanno e de Franciscis non indagati ma i cui nomi spuntano nelle intercettazioni dice: «Noi ci occupiamo solo di fatti di rilevanza penale». E gli fa eco il procuratore Borrelli: «Argomento di solo interesse giornalistico».
shadow carouselL’azienda ospedaliera nell’occhio del ciclone.

Camorra e politica, gli uomini di Cosentino

Direttamente impegnati nella “copertura politica” dell’organizzazione mafiosa casalese, secondo gli inquirenti, sono risultati essere due uomini di Cosentino: il consigliere provinciale di Forza Italia, Antonio Magliulo e l’allora consigliere regionale del medesimo partito Angelo Polverino, già arrestato per corruzione in concorso con l’ex sindaco di Caserta nonché ex direttore amministrativo della ASL CE, Giuseppe Gasparin. Tra gli appalti aggiudicati a imprese legate alla famiglia Zagaria, quello per la tinteggiatura dell’ospedale, quello per la manutenzione degli ascensori e quello per la gestione del bar e delle macchinette distributrici di bevande.
Direttore Asl, consiglieri di Forza Italia: tutti i nomi degli arrestati
Ecco i nomi degli arrestati in carcere: Remo D’Amico, Elvira Zagaria, Antonio Magliulo (consigliere provinciale di Forza Italia), Raffaele Donciglio, Bartolomeo Festa (dirigente unità operativa complessa di ingegneria ospedaliera),Vincenzo Cangiano, Orlando Cesarini, Domenico Ferraiuolo, Gabriele D’Antonio, Luigi Iannone.
Questi, invece, i nomi degli indagati agli arresti domiciliari: Francesco Alfonso Bottino (direttore generale azienda ospedaliera S’Anna e San Sebastiano), Salvatore Cioffi, Antonio Della Mura, Roberto Franchini, Nicola Frese (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Giuseppe Gasparin (Direttore asl caserta ed ex sindaco caserta), Antonio Maddaloni (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Paolo Martino (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Mario Palombi, Angelo Polverino ex consigliere regionale Pdl, Giuseppe Porpora, Rocco Ranfone, Giuseppe Raucci (dipendente unità operativa complessa di ingegneria), Umberto Signoriello (dipendente unità operativa complessa di ingegneria).

Mastella: «Mai coperto nessuno»

E Clemente Mastella replica: «In merito a notizie apparse oggi sulla stampa voglio dire con nettezza e con orgoglio che non ho mai coperto nessuno. Tantomeno mi sono mai occupato di vicende, di appalti che riguardano l’ospedale di Caserta. Peraltro, a suo tempo, il direttore generale di quell’ospedale, il dottor Luigi Annunziata, in diretta televisiva, dagli studi di Anno Zero, intervistato da Michele Santoro sulla nomina di primari, ebbe a dire che mai alcuna richiesta gli era giunta da parte mia. ‘Mastella non mi ha mai chiesto nulla’, affermò il manager. Non solo. Da una intercettazione risulta anche che, a precisa domanda rivoltami da Annunziata, in riferimento ad esponenti politici locali, il sottoscritto (come risulta dagli atti processuali), gli rispose: ’Se ti chiede cose illegali caccialo via’ . Come risulta sempre da atti processuali in corso, non mi pare che i rapporti tra il manager dell’Ospedale e la famiglia Mastella fossero idilliaci e comunque tali da poter determinare qualsivoglia forma di condizionamento rispetto alla gestione dell’ospedale. Nessuno può mai rispondere di responsabilità altrui , ancor più in sede locale e penale. Ero, sono e resto una persona pulita che non ha mai favorito aspetti e pratiche illegali».

Corriere della Sera
21 01 2015

di Roberta Scorranese

Con questa testimonianza continuiamo a parlare delle difficoltà per le donne che cercano di intraprendere una professione di natura artistica. Ne abbiamo già parlato a proposito del libro di Linda Nochlin dal titolo Perché non ci sono state grandi artiste? Ospitiamo la storia di Sara Grimaldi, giovane regista italiana che attualmente lavora all’estero.

Ho girato il mio primo cortometraggio 9 anni fa, quindi si può dire che ormai è quasi un decennio che faccio la regista. Ma dacché mi ricordo, sono nata con questo mestiere nella carne. Da bambina mettevo in piedi dei veri e propri spettacoli teatrali, a scuola o con i miei amichetti. Ogni attimo della mia vita può essere raccontato da un film. D’altra parte uno dei primi ricordi è proprio un film “Il paradiso può attendere”, mentre lo trasmettevano alla televisione e lo guardavo sul divano con mia madre.

A 17 anni ho capito che quello, solo quello era il lavoro che avrei voluto fare. Col cuore in mano una sera ho detto ai miei genitori che io avrei fatto la regista. Ricordo ancora a scuola i risolini di alcune compagne e alcuni professori, quando l’hanno saputo.

D’altra parte chi mi credevo di essere? Proprio in quel momento ho iniziato a capire, che è vero noi donne abbiamo raggiunto molti traguardi, ma se proviamo a manifestare il desiderio di un lavoro artistico, subito veniamo prese come delle pazze, da guarire. Poco importa se abbiamo del talento, se quel mestiere è l’aria che respiriamo, quello che ci fa battere il cuore e sentire vive.

Rispetto ai miei colleghi uomini ho dovuto faticare il doppio o il triplo per dimostrare che valevo (e ancora oggi questo lavoro nel lavoro continua). Ho incontrato lungo il mio percorso molte persone che hanno cercato di farmi cambiare idea.

Professori o registi molto noti (ne ricordo uno in particolare durante un masterclass per filmmaker in Russia) che mi hanno detto che le donne sono troppo sensibili per fare le registe, persone che mi hanno dato consigli non richiesti del tipo “Ma perché non provi ad immaginare un altro mestiere?” oppure “Secondo me dovresti fare l’insegnante d’italiano”, senza ovviamente chiedersi se per questo o quel lavoro servissero competenze specifiche e senza tenere conto delle mie aspirazioni.

Ancora oggi, c’è chi mi fa notare che dovrei stirare le camicie di mio marito o che visto che ho ormai compiuto trent’anni dovrei mettere la testa a posto o chi ancora mi fa sottintendere che il giorno che avrò un figlio dovrò cambiare mestiere.

So di avere una vita precaria, di avere orari assurdi e di non essere la casalinga perfetta, ma so anche che il mio lavoro fa parte di me e che il mio cervello non è diverso da quello qualunque altro uomo. Non penso che essere una donna faccia di me una persona meno competente, non penso di avere meno talento o capacità introspettiva di molti colleghi uomini.

Sei anni fa ho scelto di vivere all’estero, perché ho capito che in Italia, il mio paese, non avrei potuto realizzare i miei sogni. Non mi pento della scelta, anche se a volte è dura pensare che sono dovuta scappare per fare quello che voglio. Vivo a Parigi, dove il mondo del cinema resta comunque maschilista (purtroppo), ma dove riesco a trovare anche chi mi ascolta e dove le donne riescono a farsi valere. Perché penso che prima di tutto spetti a noi dimostrare che valiamo.

Ho molte amiche artiste, dei veri geni, che in Italia hanno gettato la spugna, rinunciato e cambiato mestiere, dedicandosi a qualcosa di più appropriato. Non è giusto, credo che buttare via il talento in questo modo sia un’ingiustizia fatta al genere umano. Avrebbero avuto tanto da dire e da raccontare. Chissà forse sarei finita anche io così se non avessi incontrato mio marito, fotografo, che per primo difende il mio diritto a fare la regista.

Però mi rendo anche conto della paura ad esporci che spesso noi donne abbiamo. Se vogliamo essere considerate delle artiste, dobbiamo osare, ma senza cercare di mascolinizzarci (come io ho fatto per anni), o al contrario pensare di non avere le capacità per fare le cose che gli uomini fanno.

La scorsa estate un agente americano, mi ha chiesto se scrivessi sceneggiature di film d’azione. L’ho guardato stupita, che domanda strana da fare ad una donna. Ma un momento, perché una donna non dovrebbe poter scrivere una sceneggiatura per un film d’azione?

Ingenere
20 01 2015

Il 13 gennaio Shukhrat Kudratov, uno dei più noti avvocati del Tagikistan, impegnato nella difesa dei diritti umani, è stato condannato a nove anni di carcere da un tribunale della capitale Dushanbe.

Kudratov, che oltre a esercitare la professione legale è anche vicepresidente del Partito socialdemocratico, all’opposizione, è stato giudicato colpevole di frode e corruzione. Secondo l’accusa, nel 2012 avrebbe cercato di corrompere un giudice e avrebbe organizzato una frode di alcuni milioni di dollari ai danni di un suo ex assistito.

Kudratov ha difeso clienti molto scomodi, come la più diffusa agenzia di stampa indipendente del Tagikistan, “Asia Plus”, più volte denunciata per diffamazione da rappresentanti del governo; e come, soprattutto, Zayd Saidov, un uomo d’affari che si era candidato alle elezioni presidenziali del novembre 2013, condannato a 26 anni di carcere.

Per tutta la durata del processo contro Saidov e anche nelle settimane successive, Kudratov aveva segnalato a Human Rights di aver ricevuto minacce e intimidazioni. Poi, l’arresto, lo scorso luglio, preceduto da una multa di circa 50.000 dollari per aver recato “danni morali” a una persona che aveva denunciato Saidov per stupro.

Una vicenda oscura, dunque. Nei paesi dell’ex Unione sovietica è assai frequente l’uso di imputazioni di natura economica per imbastire processi politici e, secondo molti, anche la condanna di Kudratov rientra in questo schema.

Lo scorso novembre, al termine di una visita in Tagikistan, la Commissione internazionale dei giuristi ha dichiarato che le accuse contro Kudratov erano “collegate alla difesa di un cliente”.

Secondo 18 organizzazioni non governative tagike, la persecuzione di Kudratov si basa su ragioni politiche.

La 27 Ora
19 01 2015

Quando in Italia si parla di famiglie gay un’idea in proposito ce l’hanno tutti e sono tutti disposti a enunciarla a gran voce. Pochi, pochissimi, però, le conoscono davvero. Figli dell’arcobaleno, di Samuele Cafasso, appena uscito per Donzelli, si prende la briga di andarle a guadare da vicino, entrando nelle loro case. Farebbe bene a tutti leggerlo, ma in particolare ai politici, per mettere un freno a quello strano fenomeno per cui, come scrive Cafasso a proposito del dibattito sulle unioni omosessuali, «l’Italia ha smesso di discutere su un problema reale – la tutela delle coppie gay – per avvitarsi in una discussione su un omicidio – quello del Sacro Concetto della Famiglia, scritto tutto maiuscolo – che non c’è mai stato e se c'é mai stato non è certo attribuibile a una legge che cercava di allargare la famiglia, non sopprimerla». ...

Elena Tebano

Ilva, i venditori di fumo

Huffington Post
15 01 2015

Sull'Ilva di Taranto è difficile, e forse anche inutile, fare una classifica delle responsabilità. Ognuno ha le sue colpe - industriali, Governo, media, sindacati, magistratura, associazioni ambientaliste - e nessuno, neanche noi cittadini, può sentirsi del tutto innocente. Però, se devo individuare il soggetto che ha più colpa, almeno da un punto di vista etico, dico il Governo, che prima, ai tempi dell'Italsider pubblico, ha inquinato e ucciso - mi riferisco anche agli incidenti sul lavoro - più di quanto non abbia fatto il privato successivamente, e poi non ha controllato che i Riva rispettassero le regole. Anzi, ha a più riprese scritto delle regole su misura per loro.

A dichiaralo sul mio blog Tipitosti.it è Giuliano Pavone, giornalista, nato a Taranto nel '70, autore del libro Venditori di Fumo, Barney edizioni, che aggiunge: "Gli imprenditori per loro natura ricercano il massimo profitto. Uno Stato dovrebbe fare in modo che i profitti non vengano fatti sulla pelle dei cittadini".

L'espressione "vendere fumo" viene usata da due componenti della famiglia Riva in una conversazione telefonica intercettata. Si allude al fumo vero, cioè all'inquinamento, e a quello metaforico, la disinformazione, la connivenza che ha consentito si propagasse.

Quasi trecento pagine, che sono insieme un romanzo e un saggio, in cui l'autore afferma che l'affaire Ilva è soprattutto una perdurante emergenza sanitaria e ambientale, a cui si deve guardare superando la dicotomia salute o lavoro.

Nel libro il giornalista attacca i tarantini, dicendo:
Dobbiamo farci un severo esame di coscienza per l'indifferenza e la passività con cui per lungo tempo abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse, benché i problemi fossero ben noti da tempo. Il benessere economico, di cui la città ha goduto fino ai primi anni '80, è stato un buon anestetico, e successivamente il ricatto occupazionale ha avuto il suo peso per tenerci buoni. Ma credo una cosa: la morsa che ci ha immobilizzato per lungo tempo non è stata solo economica, ma anche culturale. Abbiamo vissuto a lungo in una mentalità secondo cui oltre l'acciaio non c'era e non poteva esserci nulla per Taranto.

Pavone prospetta una terza strada, ben lontana da quella intrapresa dagli ultimi governi coi vari decreti Salva-Ilva. Qualcosa, comunque, comincia a muoversi. A sentire lo scrittore, la parte più attiva della cittadinanza tarantina si è risvegliata dal sogno-incubo della monocultura industriale e lavora per la diversificazione. Il settore agroalimentare è molto forte già adesso. La logistica ( il porto), la riconversione verso un'industria di minore impatto o addirittura green, la cultura (il museo archeologico, la città vecchia, il patrimonio di archeologia industriale del vecchio Arsenale), il mare e il turismo sono solo alcune delle possibili risorse, che andranno sfruttate in modo combinato.

Cinzia Ficco

In rete con percorsi "guidati"

Corriere della Sera
15 01 2015

Un social network per aiutare i ragazzi autistici - e non solo - a sviluppare la propria autonomia. Con l’aiuto di uno psicologo, i ragazzi sceglieranno amici “virtuali” in base agli interessi comuni, alla curiosità e alla simpatia. Poi arriveranno alla gestione in autonomia del loro profilo e il passo successivo sarà quello di incontrare dal vivo gli amici del web. Dal reale al virtuale e viceversa. Il progetto si chiama “Social Innovation Home e Mindbook” e a realizzarlo è stata la cooperativa sociale Tice di Piacenza, che si occupa di ricerca e innovazione nel campo educativo per bambini e ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di sviluppo, autismo e altre disabilità. A sostenere il progetto, e la campagna di «fundraising» sul territorio per raccogliere i 180 mila euro necessari alla sua realizzazione, è intervenuta anche la fondazione «I bambini delle fate’» da sempre attiva nel campo della disabilità.

Tre livelli di approccio
«L’idea di creare un social network ad hoc è nata quando abbiamo visto che molti ragazzi con disabilità venivano esclusi dall’utilizzo del web perché ritenuto pericoloso – racconta Francesca Cavallini, presidente di Tice – Allora abbiamo iniziato a immaginare un percorso che li aiutasse a capire di cosa si trattava, di come muoversi e come interagire con le altre persone sul web».

Il primo passo è capire gli interessi di ognuno dei ragazzi e poi aprire degli account gestiti da diversi psicologi che li seguono passo dopo passo. «Il percorso è stato immaginato su tre diversi livelli – chiarisce Cavallini – Il primo riguarda ragazzi con gravi disabilità, e in questo caso il social network ha più una funzione di ausilio e scambio di informazioni per le famiglie. I due step successivi riguardano invece i ragazzi che hanno disabilità più lievi e riescono a interagire attraverso il web».

Inizialmente lo psicologo accompagna i ragazzi nella navigazione e nell’interazione con gli amici, lasciando loro la possibilità di scegliere cosa fare e con chi parlare o scambiarsi l’amicizia, ma alla fine del percorso guidato i ragazzi hanno una completa autonomia nella gestione del proprio profilo.

Incentivo alla socializzazione
«Il nostro obiettivo è aiutare chi ha una disabilità a non sentirsi solo – continua Cavallini – incentivandolo alla socializzazione».
Il progetto prevede la creazione di uno spazio in cui i ragazzi potranno incontrarsi di persona . «Nella Social Innovation Home, che realizzeremo a Piacenza – precisa Cavallini – i ragazzi potranno darsi liberamente appuntamento. E questo luogo sarà anche una sorta di doposcuola in cui chi ha bisogno di ripetizioni per alcune materie scolastiche potrà “scambiarle” con il tempo che dedicata a un compagno disabile .

L’attivazione del social network è prevista per settembre mentre la casa sarà pronta a novembre. «Per ora sono circa una quarantina i ragazzi di tutt’Italia che apriranno un loro account – conclude Cavallini – La nostra speranza è che questo progetto prenda piede e si diffonda ovunque e che possa dare un aiuto a chi ne ha davvero bisogno».

Le persone e la dignità
14 01 2015

Dal Cile arriva una buona notizia che – in questo inizio d’anno particolarmente cupo – vale la pena rilanciare.

L’8 gennaio la Corte d’appello di Santiago ha emesso 23 condanne per il sequestro di un oppositore politico avvenuto il 14 settembre 1974, poco più di un anno dopo il colpo di stato di Augusto Pinochet.

Bernardo de Castro López, un disegnatore tecnico di 34 anni, militante del Partito socialista, venne prelevato dalla sua abitazione nella capitale da agenti della Dirección de Inteligencia Nacional (Dina), la polizia segreta della dittatura.

Un mese dopo il sequestro, l’uomo venne visto all’interno di un centro di detenzione. Poi, se ne persero le tracce.

Il suo nome comparve un anno dopo in articoli della stampa dei paesi latinoamericani partecipanti alla cosiddetta Operazione Colombo, una campagna di disinformazione coordinata dalle polizie segrete di Cile, Argentina e Brasile. In quegli articoli, la sparizione di 119 prigionieri politici – tra cui Bernardo de Castro López – veniva camuffata come un regolamento di conti all’interno del Movimento della sinistra rivoluzionaria, un gruppo armato di opposizione.

La Corte d’appello di Santiago ha condannato sei dei 23 imputati a 13 anni di carcere. Tra loro, l’ex generale Manuel Contreras, all’epoca capo della Dina. Contreras ha già sommato oltre 400 anni di carcere al termine di decine di processi per violazioni dei diritti umani.

Altri 15 imputati sono stati condannati a 10 anni e gli ultimi due a quattro anni di carcere.

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