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CORRIERE DELLA SERA

Perché i detenuti non lavorano?

Corriere della Sera
14 01 2015

Anche se un detenuto volesse riverniciare gratis il muro del carcere non può farlo . Se il detenuto lavora la legge impone di pagargli lo stipendio, solo che non ce n’è per tutti. Guarda anche l’inchiesta di Report Il risarcimento

di Milena Gabanelli. Video di Claudia Di Pasquale

Visiti un carcere e misuri il grado di civiltà di un Paese. Rispetto a tutto il mondo occidentale l’Italia, “a parole”, ha maggior sensibilità per il disagio umano, salvo poi infilare 6 detenuti in uno spazio dove ce ne dovrebbero stare 2. Quando la situazione si fa calda, si rimedia velocemente con indulti e decreti svuotacarceri. Il risultato è che il 70% dei condannati, una volta scontata la pena, torna a delinquere. Se la funzione del carcere è quella di restituire alla società un individuo riabilitato, è evidente che qualcosa non va. Eppure, già nel 1975, siamo stati fra i primi ad introdurre le misure alternative al carcere con l’affidamento in prova al servizio sociale. Oggi gli affidati sono circa 12.000, ma è difficile sapere se chi ha evitato il carcere, poi mantenga un comportamento corretto (non spacciare droga, fare il lavoro che gli è stato assegnato...). Questo perché l’assistente sociale, che dovrebbe incontrare l’affidato una volta la settimana, sia a casa che al lavoro, lo vede se va bene 1 volta ogni 2 mesi. Del resto, a Padova, sono in 8 a seguire più di 1000 casi; a Roma in 36 con 3000 casi.

In tutta Europa e negli Stati Uniti, attorno alle misure alternative sono stati organizzati progetti controllati e coordinati. Per esempio a Portland (Usa), i detenuti tengono in vita uno dei parchi urbani più prestigiosi al mondo, quello delle rose, con 600.000 visitatori l’anno. I dati Usa dicono che chi passa da questa “misura” torna a delinquere nel 10% dei casi, rispetto al 25% di chi va in carcere. Poi c’è l’aspetto economico: un detenuto in cella costa 170$ al giorno, ai servizi sociali ne costa 1,43. In Olanda ormai le pene alternative hanno superato quelle detentive, sono in media 40.000 l’anno: vengono mandati a lavorare negli ospedali e nei centri anziani.

Ovunque però il grosso della partita si gioca dentro alle carceri. La nostra legge prevede di occupare i detenuti non pericolosi con i lavori di pubblica utilità su base volontaria a titolo gratuito, ma buona parte dei sindaci nemmeno sa che può farne richiesta per ridipingere i muri dai graffiti o pulire gli argini dei fiumi. È previsto anche l’obbligo per l’amministrazione carceraria di dare un’occupazione al condannato in via definitiva, poiché il lavoro è lo strumento principale per il reinserimento nella società. Il problema è che il detenuto se lavora, per legge, va pagato. Giusto. Solo che i soldi per pagare i 54.000 detenuti non ci sono. Quindi alla fine lavorano in pochi, e a rotazione, e solo l’1% si occupa di manutenzione ordinaria. Intanto 4000 posti nelle carceri sono diventati inagibili e sono in corso appalti per decine di milioni di euro. Se fossero i carcerati a intonacare o riparare i rubinetti, invece di spendere 500 milioni di euro per il piano carceri, spenderemmo meno e lavorerebbero tutti. È sempre una questione di soldi: il sistema penitenziario costa complessivamente 2 miliardi e 800 milioni euro l’anno, che vuol dire circa 4000 euro al mese a detenuto. Si può uscire da questa spirale di inefficienza colpevole guardando anche come fanno gli altri?

Nelle carceri irlandesi praticamente tutti i detenuti fanno qualcosa. Quelli che lavorano a tempo pieno in cucina, in lavanderia e nella manutenzione arrivano a 18 euro la settimana e hanno diritto alla cella singola con doccia in camera e a volte anche col computer. Si chiamano superior deluxe rooms. Ce ne sono 140.
In Austria per ogni ora di lavoro riconoscono dai 7 ai 10 euro, ma il 75% rimane all’amministrazione per le spese di mantenimento. In carcere il detenuto impara a fare il falegname o il panettiere, e spesso succede che, quando ha finito di scontare la pena, viene assunto. Nel carcere americano di Portland lavora il 60% dei detenuti. Lo stipendio viene calcolato, ma l’amministrazione se lo tiene a compensazione del costi di mantenimento e dà al detenuto circa 50 dollari al mese per le piccole spese. Non è obbligatorio lavorare, ma se lo fai, anche qui c’è uno sconto di pena e dei benefits.

Noi, al contrario, tratteniamo dallo stipendio 50 euro per le spese di mantenimento. Così a lavorare sono in pochi, perché i soldi non ci sono. E quei pochi lavorano pure in condizione di disparità. Chi si occupa della mensa per conto dell’amministrazione penitenziaria per esempio prende uno stipendio di 400 euro al mese, se invece lavora per le cooperative prende fino a 1200 euro. Proprio domani scade la convenzione con un decina di cooperative che gestiscono le mense dentro le carceri. Era una sperimentazione, sicuramente conveniente per le coop: la cucina e le derrate le compra il ministero, mentre la coop deve provvedere a pagare lo stipendio a quei 6 0 7 che preparano i pasti. Come vengono scelti quei pochi “fortunati?”. Chi lo sa. Certo è che alle cooperative abbiamo delegato molto in cambio di sgravi fiscali: 16 milioni di euro solo l’anno scorso. Molte fanno attività nobilissime, ma se parliamo di “lavoro”, a parte l’eccellenza di Bollate (che impegna quasi il 50% dei detenuti ), è quasi il nulla. Al femminile di Rebibbia lavorano in 10. Al Regina Coeli invece c’è solo una lavanderia, lavorano in 2, tra i fondatori della coop l’ex brigatista Anna Laura Braghetti, la carceriera di Aldo Moro. A Secondigliano su 1300 detenuti solo una ventina lavorano, fra cui alcuni ergastolani con storie da 41 bis (condannati per mafia, omicidi, traffico di droga). Loro coltivano le zucchine pagati dalla cooperativa di turno, mentre gli altri, quelli che scontano pene meno gravi e certamente usciranno, guardano il soffitto.

L’alternativa è continuare a difendere il principio che il lavoro va remunerato e se non ci sono risorse, pazienza… oppure cambiare strada, organizzarsi in modo da rendere le carceri autosufficienti, far lavorare tutti quelli che lo vogliono, insegnare loro un lavoro, calcolare lo stipendio, ma trattenere le spese di mantenimento, lasciando al detenuto quel che gli serve per le piccole esigenze, concedergli sconti di pena, permessi, celle decenti. È una proposta che evoca “il lavoro forzato” o è una soluzione pragmatica e civile?

Il flop dell’eterologa all’italiana

Corriere della Sera
14 01 2015

di Margherita De Bac

Quando lo scorso giugno è stata pubblicata la sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava l’illegittimità della sua esclusione dal nostro ordinamento, il ritorno dell’eterologa in Italia venne considerato imminente. Sembrava che nel giro di poche settimane la tecnica sarebbe stata disponibile sul campo, in cliniche private e ospedali, per migliaia di coppie italiane fino ad allora obbligate ad andare all’estero nella speranza di concepire un bebè con metà cromosomi “estranei”.

Oggi invece si scopre che questa opportunità è tutt’altro che concreta nella maggior parte del Paese. È successo ciò che diverse cassandre avevano immaginato. Manca la materia prima, cioè i gameti donati da donne (ovociti) e uomini (spermatozoi), da utilizzare nei casi in cui gli aspiranti genitori siano sprovvisti degli uni o degli altri a causa dell’infertilità. Finora sarebbero state ottenute non più di una trentina di gravidanze con gameti ceduti da pazienti già sottoposti a trattamenti di procreazione medicalmente assistita che disponevano di cellule congelate e non intendevano più farne uso per sé.

Il settore pubblico è praticamente rimasto a guardare e anche gli ospedali che avevano annunciato una partenza fulminea (a Firenze, ad esempio) sono in difficoltà, con liste di attesa che non riescono ad accorciarsi.

È fallito il bando della Toscana per l’acquisto all’estero di gameti appartenenti a banche straniere dove le donatrici ricevono un rimborso da 700 a 1000 euro (e allora non si capisce perché in questo caso l’importazione dovrebbe essere lecita visto che da noi è prevista la gratuità). «Nessuno risponderà ai requisiti richiesti dalla Toscana. Noi abbiamo presentato un’offerta ma ci chiedono garanzie che non è possibile fornire per questioni di privacy e anonimato», ha detto Antonio Castilla Alcalà, direttore del centro Masvida a Siviglia, nel recente convegno organizzato all’European Hospital da Ermanno Greco, esperto di fecondazione artificiale. All’European sono state avviate 17 gravidanze con ovociti congelati da coppie donatrici.

Non finisce qui. Si è rivelato inutile il documento approvato dalle Regioni a settembre per sopperire alla mancanza di direttive nazional, un atto amministrativo poco efficace. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin aveva presentato un decreto poi stoppato da Renzi per opportunità politica. E così la situazione si è impantanata.

Conclusione. L’eterologa all’italiana è un flop. Perché ci sia una vera e propria partenza sono necessari nuovi interventi. Dopo il finanziamento da parte del governo di un fondo per la creazione del registro dei donatori, il ministero della Salute ha cominciato a lavorare questa settimana sull’aggiornamento delle linee guida applicative della legge sulla procreazione medicalmente assistita valutata in più parti incostituzionale dalla Consulta. Il documento, fermo al 2004, dovrà essere rifatto da capo. Ci vorrà un anno, se va bene. La discriminazione economica denunciata dai giudici della Corte continua. Chi ha i soldi va all’estero. Gli altri aspettano tempi migliori

Il Corriere della Sera
13 01 2015

I Movimenti per la casa hanno occupato stamani gli uffici dell’Anagrafe centrale di Via Petroselli, a Roma. La protesta è contro il Piano casa e, in particolare, l’articolo 5 che stabilisce come «chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allaccio alla rete dei pubblici servizi». I Movimenti hanno quindi annunciato una conferenza stampa per le 14.

Una legge discriminatoria che lascia i bimbi senza scuola.

Nel volantino distribuito, gli attivisti spiegano che «da mesi i movimenti in tutta Italia stanno portando avanti la battaglia contro una legge volto a sostenere le speculazioni e gli affaristi del mattone, attaccando chi non può garantirsi una casa nel libero mercato e si batte per politiche abitative pubbliche. Ora è arrivato il momento di rilanciare la lotta contro questa legge discriminatoria, e definita dai più una barbarie, e di costringere il governo a cancellare l’articolo 5. Senza la residenza si rischia di non poter iscrivere i bambini a scuola e di avere forti limitazioni ai propri diritti di cittadinanza. Una realtà che mette ai margini decine di migliaia di abitanti senza i mezzi necessari per tirare avanti. Un provvedimento che condanna senza via d’uscita. Riteniamo fondamentale il ritiro dell’ordinanza prefettizia e la cancellazione di questo famigerato articolo 5».

Protesta a oltranza

I movimenti sottolineano quindi che «l’occupazione degli uffici dell’anagrafe di via Petroselli andrà avanti ad oltranza: chi si batte a testa alta con dignità contro le prepotenze di un sistema che sfrutta i piu’ deboli non può più aspettare».

Le persone e la dignità
13 01 2015

Il premier turco Ahmet Davutoglu ha sfilato l’11 gennaio insieme ai Grandi della Terra contro la strage di Charlie Hebdo (nella foto il secondo da sinistra), eppure se Charb, Cabu, Honoré, Tignous e Wolinski,fossero vissuti in Turchia sarebbero sicuramente finiti in prigione. Come è successo a Elifhan Kose, docente universitaria di Pubblica Amministrazione a Istanbul, condannata a 11 mesi e 20 giorni di carcere per aver urlato “Erdogan ladro” all’attuale presidente turco durante una delle manifestazioni di commemorazione di Berkin Elvan, colpito da un lacrimogeno lanciato dalla polizia durante le proteste di Gezi Parki e morto ad appena 15 anni, dopo oltre 200 giorni di agonia lo scorso marzo. Il giudice l’ha condannata il 12 gennaio secondo l’articolo 125 del codice penale turco ma i suoi avvocati hanno già annunciato che si rivolgeranno all’Alta Corte d’Appello. Elifhan non è la prima a finire nei guai per uno slogan, un tweet o un graffiti come potete leggere qui, qui e qui.

Non è una novità che la Turchia sia da tempo in atto una svolta dal sapore autoritario. Secondo il presidente della Associazione dei giornalisti turchi Tgc Nami Bilgin la situazione della libertà di stampa nel Paese è la peggiore degli ultimi 60 anni.

Nel mese di dicembre sono stati arrestati oltre 20 giornalisti, in parte poi rilasciati, con l’accusa di associazione terroristica. Tra questi c’erano i direttori di due importanti testate di opposizione – il quotidiano Zaman e una rete televisiva – vicine al movimento Hizmet dell’imam Fetullah Gulen, ex-alleato ed ora arci-nemico del presidente islamico. Non si contano, poi, il numero di giornalisti licenziati anche per un solo articolo scomodo o le volte che ai media d’apposizione siano stati negati gli accrediti per questo o quell’evento. Secondo le organizzazioni internazionali della stampa, la Turchia è il paese del mondo con il maggior numero di giornalisti in carcere.

Le persone e la dignità
12 01 2015

La Russia ha vietato alle persone affette da un disordine della personalità o dell’identità di genere come transessuali e transgender di guidare, in quanto considerate affette da disturbi mentali che li rendono più a rischio di incidenti stradali. Sulla lista delle categorie che non potranno portare l’aiuto anche esibizionisti, feticisti, voyeur, giocatori compulsivi e cleptomani. Il provvedimento è stato emanato il 29 dicembre dal premier Dmitri Medvedev.

Gli psichiatri e gli avvocati per i diritti umani russi hanno condannato la decisione del governo definendola discriminatoria, convinti che, fra l’altro, le persone potrebbero rinunciare a cercare un aiuto psichiatrico per paura di perdere la propria licenza di guida. Ma l’associazione dei conducenti professionisti sostiene invece la mossa. Il capo del gruppo Alexander Kotov ha detto: «Abbiamo troppe morti sulla strada, e credo che rafforzare i requisiti medici sia pienamente giustificato”.

Dopo l’adozione nel 2013 di una controversa legge federale che vieta la “propaganda” dell’omosessualità tra i minori – di fatto rendendo impossibile qualunque manifestazione in difesa dei diritti dei gay – la Russia di Vladimir Putin sembra insomma aver estratto dal cilindro un ennesimo provvedimento che riflette l’intolleranza delle autorità di Mosca nei confronti delle minoranze sessuali. E persino un membro del Consiglio per i diritti umani del Cremlino, Ielena Masiuk, non nasconde di non vedere nessuna ragione per vietare a “feticisti, cleptomani o transessuali” di guidare l’auto. “Penso – ha precisato – che si tratti di una violazione dei diritti dei cittadini russi”.
Anche l’associazione dei giuristi russi per i diritti dell’uomo si è scagliata contro il decreto definendolo anticostituzionale, e Maria Bast – una legale dell’organizzazione moscovita e lei stessa transessuale – ha denunciato che questo provvedimento “discriminatorio” potrebbe indurre molte persone che si trovano nelle condizioni indicate dal decreto a evitare di ricorrere a un aiuto medico per paura di vedersi ritirare la patente di guida. Dura infine anche la reazione del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che ha bollato il provvedimento come “ridicolo e illegale” chiedendo a Mosca di modificarlo “immediatamente”.

Il Corriere della Sera
07 01 2015

Le chiamano le mamme volanti perché per capire come era devastata la loro terra, la provincia bresciana, hanno voluto guardarla dall’alto. Così hanno approfittato di un loro amico che aveva un piccolo aereo e hanno sorvolato discariche, cave, colline di scorie, cumuli di scarti industriali, laghetti artificiali, scattando foto e girando filmati che mostriamo nella videoinchiesta. Lo hanno fatto perché molti bimbi, anche i figli di alcune di loro, si stanno ammalando, proprio come avviene nella terra dei fuochi campana e sono convinte che l’aumento dell’incidenza di una serie di malattie dipenda dalla devastazione del territorio dal punto di vista ambientale.

Le loro storie somigliano nel dolore a quelle delle mamme di Caivano che si sono strette intorno alla figura di padre Maurizio Patriciello e nella resistenza a quelle delle battagliere mamme vulcaniche. Loro però sono lombarde. Sono del nord, dell’altra terra dei fuochi, quella di cui si parla di meno. “Ho visto un aumento notevole di patologie autoimmunitarie soprattutto alla tiroide anzi, non ho mai visto tante malattie autoimmunitarie come in questi ultimi 10 anni. E poi tumori... e soprattutto la cosa che mi stupisce un forte aumento di tumori nei bambini. Non ne ho mai visti tanti così nei bambini”. Si fa cupo il dottor Tarcisio Prandelli mentre prova a fare un bilancio degli ammalati che frequentano il suo studio e quello degli altri professionisti dell’Isde, associazione medici per l’ambiente di Brescia. “Le patologie che riscontriamo – prosegue Prandelli - e che possono derivare dall’inquinamento sono varie: per esempio è risaputo, e sono stati pubblicati molti studi sull’argomento, che c’è la possibilità di malattie cardiovascolari, compreso l’infarto del miocardio, dovuto ad inquinanti; però le malattie più direttamente legate all’inquinamento oltre al cancro, sono la multi sensibilità chimica, la sindrome da stanchezza cronica e la fibromialgia. Dati scientifici sull’ incidenza di una serie di patologie su bambini e anziani ce ne sono pochi perché la maggior parte degli studi, quelli che poi fanno letteratura scientifica e che sono studi molto costosi, vengono tarati sugli adulti. Tuttavia ormai ci sono una serie di ricerche che mettono in relazione l’inquinamento ambientale con una alcune patologie”.

Tra le mamme volanti c’è Francesca che nonostante la commozione ha voglia di parlare perché “è troppo importante”, dice con il groppo in gola “perché non voglio che ad altri succeda quello che è successo a me”. E allora tira un sospiro e comincia: “Quest’anno si è ammalata prima mia madre di un carcinoma maligno al cranio e poi mio figlio. La malattia del piccolo Francesco che andava all’asilo, è cominciata in un modo subdolo: non sembrava fosse nulla di grave, poi la situazione è improvvisamente precipitata e lo abbiamo dovuto portare in ospedale. Lì ci hanno detto che nostro figlio era in pericolo di vita, che aveva la leucemia e che avrebbe potuto morire in poche ore. Dopo pochi giorni di ospedale aveva già la pelle gialla, le occhiaie, ha cominciato a perdere i capelli dopo la prima chemio ma fortunatamente è sopravvissuto. Le chemioterapie però lo hanno devastato perché gli hanno procurato delle lesioni cerebrali e Francesco è stato messo in coma. Ha fatto fatica ad uscire dal coma ma alla fine ne è venuto fuori. Nel giro di pochi mesi è rinato: da che era cieco, non camminava e non parlava, ora sta per tornare all’asilo”.

Francesca spiega che durante questo percorso ha incontrato tante mamme con problemi simili ai suoi. Che gli ospedali erano pieni di bambini provenienti dal bresciano e anche dal suo stesso paese. Addirittura da strade vicine. “Come è possibile? Deve esserci una relazione e questa relazione non può non riguardare le discariche, gli sversatoi, l’inquinamento provocato dalle scorie industriali.” Anche la figlia di Raffaella si ammalò di un tumore al cervello e anche per lei c’è stato un percorso doloroso che ora si è stabilizzato ma che ha portato una serie di conseguenze: “Cristina ha perso la vista ed è affetta da alcuni deficit motori . Io ho vissuto nei pressi del fiume Mella che è uno dei fiumi più inquinati d’Europa. Lì è stato sversato di tutto e di più e la mia famiglia ha pagato un prezzo altissimo: mia mamma è morta a 65 anni di tumore al fegato, il mio vicino di casa se ne è andato sempre per il tumore al fegato a 50 anni, ho un nipotino che è nato con la palatoschisi, mio padre ha un tumore alla vescica. La vicenda di Cristina mi porta ad entrare ed uscire dagli ospedali e fa veramente male vedere le corsie piene di bambini ammalati. Non può essere un caso. Sicuramente una delle cause è l’ambiente malato in cui viviamo. Abitiamo in una provincia ricca per via delle industrie, abbiamo tanti servizi ma siamo sicuri che questo ci possa rendere felici o sereni? Se ci ammaliamo, se i nostri figli si ammalano, il prezzo diventa troppo alto”.

Delle mamme volanti di Castenedolo fanno parte anche Rosa e Mara: “All’inizio ci siamo trovate a fare fronte comune su una serie di problemi che erano sorti a scuola e che riguardavano i servizi ai disabili, poi abbiamo cominciato ad essere sempre più attive sul territorio affrontando tanti temi, abbiamo cercato di spronare l’amministrazione comunale ad agire su una serie di questioni e abbiamo cercato, attraverso incontri e proiezioni di coinvolgere i cittadini e renderli consapevoli rispetto alla situazione ambientale. Ad un certo punto abbiamo deciso di volare. Così abbiamo capito, guardando il territorio dall’alto, quanto sia bello e quanto sia ferito. Cave, discariche, cumuli di scorie, laghi artificiali. E’ stato importante perché così abbiamo visto quanto veleno c’è. Vogliamo provare a cambiare il sistema a partire anche dalla raccolta porta a porta che ancora non si riesce a fare. Chiediamo bonifiche, che non arrivino più scorie da queste parti e si ripensi all’utilizzo dell’inceneritore”. Le mamme di Castenedolo sono in contatto anche con le mamme vulcaniche e quelle di Taranto con cui si scambiano dati, studi, pareri, idee per iniziative. “Noi abbiamo l’industria che ha inquinato spaventosamente e continua a farlo. - spiega il dottor Prandelli - Manca un’etica che permetta di cambiare questo sistema di gestire il territorio. Questa è una provincia che bada prevalentemente al profitto e che in nome della produttività e dell’industria spesso si gira dall’altra parte, infatti anche la nostra associazione conta pochi iscritti e poche persone che vogliono partecipare apertamente alle nostre iniziative. Parlare di queste cose è un tabù. Intanto qua indirettamente si ammazzano delle persone e si fanno soffrire tante famiglie”.

Le persone e la dignità
07 01 2015

Sconvolgente attacco armato contro la redazione parigina di Charlie Hebdo. Una sventagliata di pallottole contro i giornalisti gridando «Vendicheremo il profeta». Almeno 12 morti. Due dei quali poliziotti. Freddati per strada come mostrano video e foto. Due uomini incappucciati e vestiti di nero sono penetrati nella sede del giornale satirico francese, noto per le prese di posizione dissacranti e provocatorie sul terrorismo di matrice islamica, prima di aprire il fuoco con dei kalashnikov.

Fuga in auto. Agenti uccisi per strada

Quel che è successo sfiora l’inimmaginabile. L’attacco, le raffiche in redazione. Uccisioni, vere e proprie esecuzioni. La fuga, con gli agenti che cercavano di reagire travolti dai proiettili. E ammazzati mentre erano a terra. Posti di blocco in tutta Parigi. Un’ora prima dell’attacco i redattori della rivista avevano postato sull’account ufficiale una vignetta raffigurante al-Baghdadi, il capo dell’Isis. Queste le parole attribuite al terrorista: «Al dunque, i migliori auguri». Gli assalitori sono successivamente fuggiti a bordo di un’auto nera. Facendosi largo con altre raffiche di Ak 47. Scene riprese e fotografate da decine di testimoni con video e foto che stanno rimbalzato su tutti i siti. Allerta massima in tutta la Francia: siamo a livello 3: quello che prevede l’ipotesi di altri attacchi. E che estende immediatamente l’allarme a Europa e Usa. Il presidente Hollande è sul posto. «È terrorismo, attacco contro la libertà». «Dobbiamo reagire con fermezza, ma con uno spirito di unità nazionale. Dobbiamo essere compatti - ha detto ancora il presidente - mostrare che siamo un paese unito. Siamo in un momento difficile: molti attentati erano stati evitati, sapevamo di essere minacciati perché siamo un paese di libertà».

Il grido: «Allah u Akbar»
Secondo alcune testimonianze, dopo l’attacco i due assalitori sarebbero riusciti a fuggire, aggredendo un automobilista e impossessandosi della sua auto. I due durante l’attentato hanno gridato «Allah u Akbar», Dio è grande: lo testimoniano le immagini girate dal giornalista Martin Boudot, trasmesse da France Televisions.

«E’ un vero massacro!». Almeno 12 morti
«È un vero massacro, ci sono dei morti!»: così in una drammatica telefonata uno dei dipendenti del giornale Charlie Hebdo che si trovava nella sede al sito di 20 Minutes ha testimoniato l’assalto al giornale prima che la linea cadesse.

Nel novembre 2011 la sede del settimanale venne distrutta da una bomba molotov e dall’incendio generato dall’esplosione. La redazione aveva annunciato la nomina di Maometto come direttore del numero in uscita, che si sarebbe chiamato «Sharia Hebdo» in relazione alla vittoria del partito islamico di Ennahda alle elezioni in Tunisia e alla decisione del nuovo governo libico di usare la sharia come principale fonte di legge.

Nel 2006 vignette contro Maometto
Nel 2006 il settimanale Charlie Hebdo suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. E appunto: nel 2011 la sede del giornale venne colpita da alcune bombe molotov.

Hollande: «Sventati diversi attentati»
«Non c’è dubbio che si tratti di terrorismo. Diversi attentati sono stati sventati nelle scorse settimane», «siamo minacciati perché siamo un Paese di libertà». Così il presidente francese Francois Hollande, parlando con i giornalisti della carta stampata e delle televisioni a Parigi dopo essersi andato sul luogo dell’attentato. «Esprimo cordoglio per le vittime, sia giornalisti che poliziotti, al servizio della libertà della Francia», ha detto Hollande, che ha poi annunciato: «Alle 14 riunirò all’Eliseo tutti i ministri e responsabili della sicurezza».

Le persone e la dignità
07 01 2015

Dopo una campagna durata tre anni da parte dei residenti di Battir e dell’organizzazione non governativa Amici della Terra Medio Oriente, l’Alta Corte israeliana ha ordinato di fermare la costruzione di mezzo chilometro di barriera di sicurezza (chiamata “muro” dai palestinesi), la struttura difensiva approvata dal governo israeliano nel giugno 2002.

Progettata per regolare gli ingressi in Israele e scongiurare l’infiltrazione di terroristi, la barriera di sicurezza – anziché seguire la Linea verde dell’armistizio del 1949 – penetra per l’85 per cento nei Territori occupati palestinesi.

Dunque il villaggio di Battir, situato nella valle di Nahal Refaim che collega Gerusalemme agli insediamenti di Gush Etzion, per il momento conserva i suoi 750 acri di terrazze (nella foto del Centro per la conservazione dell’eredità culturale), coltivate con le stesse tecniche d’irrigazione degli uliveti usate 4000 anni fa dagli agricoltori di Canaan.

In nome della salvaguardia dell’eredità culturale e ambientale di Battir, il secondo sito palestinese proclamato patrimonio dell’umanità dall’Unesco dopo la Chiesa della Natività di Betlemme, si sono uniti ambientalisti israeliani e palestinesi.

“La Corte suprema ha posto fine agli inganni e all’incompetenza dell’apparato di sicurezza, che voleva costruire la barriera in questo sito unico, che non ha uguali al mondo”.
Così si è espresso Gideon Bromberg, direttore israeliano di Amici della Terra Medio Oriente. Le stesse autorità di Gush Etzion, tra cui il presidente del consiglio regionale David Perl, avevano in passato criticato il progetto. Yaron Rosenthal, dirigente scolastico del blocco di insediamenti, ha commentato che esistono misure di sicurezza alternative per proteggere Israele senza danneggiare le terrazze di Battir.

Il governo israeliano ha reagito alla sentenza dell’Alta corte affermando che il passaggio della barriera di sicurezza per le terrazze di Battir non è una sua priorità e che non erano previsti finanziamenti per il 2015. Ha ribadito comunque il diritto di Israele di costruire la barriera attraverso la valle di Nahal Refaim.

 

Avere un figlio dopo la chemio

Corriere della Sera
06 01 2015

di Margherita De Bac

Diventare mamme dopo esser guarite da un tumore. Diritto ancora negato in Italia. La minoranza delle donne che affrontano la chemioterapia dopo la diagnosi vengono informate della possibilità di chiudere in cassaforte la fertilità per poter un domani cercare di avere un bebè. «C’è ancora parecchio da fare. Troppo spesso la paziente non viene messa al corrente sull’esistenza di trattamenti di protezione», spiega Lucia Dal Mastro, oncologa dell’ospedale San Martino di Genova e consigliera del direttivo Aiom (associazione italiana oncologi). Altrove il livello di consapevolezza è più alto: 3 donne su 10 in Gran Bretagna e 7 su 10 in Germania sanno che la prospettiva della maternità resta aperta anche con la malattia.

Due le strade per conservare la fertilità. Ci sono farmaci che proteggono l’ovaio e evitano il rischio della menopausa precoce e dunque rendono irrealizzabile la gravidanza dopo una cura antitumorale. Un’iniezione ogni 4 mesi. Il problema è che il medicinale, in commercio da anni, ha l’indicazione di «preservazione della funzione ovarica», solo in caso di carcinoma mammario e solo per queste pazienti è gratuito. Per renderlo accessibile a tutte le malate di tumore dovrebbero essere cambiate le regole dalla prescrivibilità. Lo chiedono Aiom e Favo (federazione italiana associazioni volontariato in oncologia).

La seconda via è il congelamento degli ovociti prima della chemioterapia. I gameti femminili vengono prelevati e messi sottozero per essere utilizzati a guarigione avvenuta con tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma). Il problema di fondo è che in Italia, e parliamo di sistema pubblico visto che il cancro si cura in ospedale, manca la collaborazione tra centri di oncologia e centri di Pma. Tra i poli di riferimento organizzati per offrire alle pazienti un percorso scorrevole, oltre al San Martino, Sant’Orsola di Bologna, l’Humanitas a Milano, Sant’Anna di Torino e ospedale Moscati di Avellino. «Oncologi e ginecologi molto spesso non lavorano in squadra – dice Paola Anserini, responsabile del servizio per le cure antinfertilità dell’ospedale genovese – Le donne che hanno già figli una volta informate decidono di avviare subito la chemioterapia e dunque di non proteggersi dai suoi effetti. Fra chi accetta di salvare la fertilità, 8 su 10 scelgono i farmaci, le altre il congelamento degli ovociti la cui percentuale di successo, quando poi si tenta la gravidanza, è del 20 per cento».

C’è poi una terza strada, meno battuta e in fase di rodaggio, il congelamento di una parte dell’ovaio con un intervento chirurgico. Poi l’ovaio viene ritrapiantato. Al mondo un solo bambino nato. Per la ginecologa Anserini l’obiettivo deve essere «la creazione di una rete di centri per l’oncoinfertilità. Pochi e selezionati in modo da garantire risultati migliori. Ci può essere collaborazione anche tra pubblico e privato purché il percorso sia condiviso e la donna venga seguita. Bisogna sapere che oggi il cancro non è la negazione della maternità».

Le persone e la dignità
05 01 2015

Chissà cosa penserà la figlia del presidente turco Erdogan, Sumeyye, dell’ultima sparata sul ruolo delle donne fatta da un rappresentante del governo. Lei, che dal 2010 lavora come consulente per il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, ha di certo ambizioni che vanno al di là della maternità. Laureata in Scienze politiche negli Stati Uniti, trent’anni da compiere quest’anno, la ragazza sembra destinata a seguire le orme paterne. Proprio in questi giorni si è scritto di una sua possibile candidatura nelle fila dell’Akp alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento previste per il 14 giugno.

Eppure, la notte di capodanno, il ministro della Sanità Mehmet Müezzinoglu, visitando un ospedale di Istanbul dove si è registrata la prima nascita del 2015 in Turchia, ha dichiarato senza mezzi termini che le donne devono stare a casa e fare le mamme

“Le madri hanno la carriera della maternità – ha detto - che non può avere nessun altro al mondo. Le madri non devono mettere al centro delle proprie vite nessun altra carriera diversa dalla maternità”.

Forse i dirigenti del partito filoislamico che governa la Turchia dal 2003 dovrebbero chiarirsi le idee. In primis il presidente turco e fondatore dell’Akp Recep Tayyip Erdogan che, alla fine di novembre, aveva fatto infuriare le cittadine del Paese asserendo che “non esiste l’uguaglianza tra uomini e donne” e che “gli uomini e le donne non possono ricoprire le stesse posizioni. Questo è contro natura perché sono diversi per indole e costituzione fisica”.

Già in passato Papa Tayyip si era attirato gli strali delle cittadine quando le aveva invitate a fare almeno tre figli. E il ministro della Salute, in questi giorni, non ha fatto che ribadire quei concetti.

“Ogni anno in Turchia nascono 1.150.00 bambini – ha detto -. Questa è una grande ricchezza per il nostro Paese”.
Il timore che si vogliano intaccare i diritti acquisiti dalle cittadine turche nel Paese fondato da Ataturk è più che fondato. Negli ultimi anni in Turchia le donne, secondo la denuncia di varie associazioni, sono sempre meno tutelate. Per loro scuola e lavoro sono in caduta libera: solo il 28% ha un impiego remunerato (gli uomini sono il 69%) e solo il 27% ha un diploma contro il 36% dei maschi. D’altra parte per il ministro Müezzinoglu l’istruzione delle donne non è così importante.

“Mia nonna – ha detto al quotidiano Zaman – non sapeva né leggere né scrivere. Ma non avrei mai potuto imparare dai professori quello che lei mi ha insegnato. Nessun diploma mi ha dato gli insegnamenti che mi ha dato lei”.
A questo si aggiungano gli attacchi alla contraccezione, considerata uno strumento che limita la crescita demografica del Paese, e persino ai tagli cesari.

“Ogni madre è creata per dare al mondo un figlio in modo naturale – ha detto il ministro -. La medicina va limitata alle situazioni straordinarie. Ci aspettiamo che i dottori facciano del loro meglio in tal senso”.

Una visione sul ruolo della donna nella società che non trova d’accordo molte turche. Tra queste la scrittrice Elif Safak ha criticato duramente le parole del ministro su Twitter: ”La maternità non è una carriera. Le turche devono decidere il proprio percorso di vita (non gli uomini politici dall’alto)”. A questo punto sarebbe lecito aspettarsi una parola dalle donne che militano nelle fila dell’Akp. Sumeyye esci allo scoperto e dicci come la penso.

 

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