CORRIERE DELLA SERA

Corriere della Sera
21 11 2012


di Stefania Carini

Se il generale David Petraeus si fosse affidato alle cure della crisis manager Olivia Pope, beh, probabilmente sarebbe ancora in carica. Ma una cosa è la realtà, un’altra la fiction. O forse non del tutto. Olivia Pope (Kerry Washington) è infatti la protagonista del nuovo telefilm Scandal (FoxLife). Una donna forte, indipendente, potente: a Washinghton tutti la temono e tutti la cercano, insieme al suo staff è la più brava a preservare l’immagine pubblica dei suoi facoltosi clienti, lavorando al limite della legge. I suoi assistiti sono per lo più innocenti, e se hanno sbagliato l’hanno fatto spesso per troppo amore. Come Olivia, del resto.

La donna ha infatti fatto parte dello staff dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Fitzgerald Grant, un ruolo che però ha lasciato poco dopo l’elezione. Perché si è innamorata, ricambiata, del giovane e bel Presidente, infelicemente sposato. Per il bene della Nazione, pensa Olivia, meglio troncare. Ovviamente, il loro amore non è finito. Solo che adesso spunta fuori un’altra amante del Presidente, che reclama pubblica attenzione. Sentendosi tradita, Olivia decide di prendere la ragazza come cliente. E il Presidente decide di fare guerra a Olivia, sentendosi a sua volta tradito. Ovviamente, non tutto è come sembra.

Se questa storia vi ricorda qualcosa, ci avete visto giusto. Pare una sorta di rivisitazione, in salsa romantica, del caso Lewinsky. Olivia Pope è infatti ispirata a Judy Smith, vicecapo ufficio stampa della Casa Bianca durante la presidenza di Bush padre e successivamente potente crisis manager. La celebre stagista fu una delle sue clienti. Naturalmente la fiction non è la realtà: ci si ispira solo vagamente al caso Lewinsky e la Smith non ha avuto alcuna relazione con il presidente Bush. Un elemento questo che però rende Olivia un’eroina molto più retrò, seppur narrativamente più intrigante, della sua controparte reale.

Olivia è donna potente e di potere, è al vertice della politica americana, ma è incapace di gestire il suo cuore. Ama un uomo che lei stessa ha contribuito a mettere sul “trono” ma, invece di raccogliere i frutti del suo lavoro, sceglie il sacrificio. Meglio di lei allora la moglie tradita, più realista nel gestire tresche altrui e personale potere.

L’autrice di Scandal è Shonda Rhimes, già “colpevole” di uno dei melodrammi di maggior successo degli ultimi anni, Grey’s Anatomy. La figura della Pope è quindi del tutto nelle sue corde, Scandal è il tipo di racconto che ci si aspetta da lei. Se lo sguardo si fa più generale, però, il sospetto è che la presa di potere al femminile messa in scena in questo telefilm (e in altri) si solo un pretesto per raccontare la più classica delle storie romantiche.

Una falsa modernità che nasconde vecchi cliché.

In Italia è ancora inedita, ma Political Animals è la miniserie che quest’anno ha raccontato le gesta politiche di Elaine Barrish (Sigourney Weaver). Dopo aver perso le primarie, ha deciso di mettersi al servizio del suo ex avversario, che una volta eletto Presidente l’ha nominata Segretario di Stato. Tutti la vedono come un’opportunista: “l’ambizione appare meglio sugli uomini” dice uno dei personaggi. Invece Elaine è integerrima, capace, idealista. Migliore degli uomini che la circondano. La serie cerca di mostrare quanto il mondo della politica, e quello lavorativo in generale, sia più difficile per le donne. Eppure l’eroina è dipinta anche come una matriarca che cerca l’armonia per la sua scapestrata famiglia. Non solo: è ancora innamorata del suo ex marito, incallito fedifrago, già presidente degli Stati Uniti. Political Animals è così un family drama: d’altra parte il suo autore è Greg Berlanti, già alla guida del melò famigliare Brothers and Sisters.

Se anche la trama di questa miniserie però vi ricorda qualcosa, ci avete di nuovo visto giusto: è liberamente ispirata alla figura di Hillary Clinton. Ancora una volta il gioco è tra realtà e finzione. Eppure forse meglio immaginare una Hillary fredda calcolatrice che vedere la sua controparte fiction piagnucolante di fronte ai tradimenti del marito.

    Saranno le convenzioni di genere (il melodramma, il family drama), ma la rappresentazione delle donne al potere è spesso anche una questione di cuore. Una visione che andrebbe superata.
Il Corriere della Sera
19 07 2012


Storia vera.

 «Mi sposo sì, ma in ufficio nascondo la fede. Anzi, non me la metto proprio. Scado tra sei mesi e spero che mi rinnovino».

Le precarie italiane devono inventarsele tutte per sopravvivere nella giungla degli atipici. La decisione di sposarsi è difficile già quando uno solo dei due ha uno di quei contratti che fanno sorridere le banche («lei davvero ha una partita iva? E con un co-co-pro vorrebbe prestito? I suoi genitori ottuagenari possono farle da garante? »). Ma quando tutti e due sono lontani dal “posto fisso”, e la convivenza può sembrare una scelta avventata, le nozze diventano quasi una follia. Una pazzia che sempre più spesso si è “costretti” a fare… ben felici di farlo ovviamente.

Matrimonio, infatti, nella versione tradizionale vuol dire mutuo, casa e figli. Per i precari italiani (che di tutele e ammortizzatori non vedono nemmeno l’ombra) però, vuol dire fare squadra, «voglia di condividere quel poco che si ha» compresa la nebbia in testa sul futuro professionale. E questo vale sia per chi ha vent’anni che per chi ne ha 40. Il precariato non è più una parentesi (a patto che lo sia mai stato) ma una condizione semi permanente. E questo ha effetti evidenti sulla vita di coppia.

Se n’è accorta anche l’Istat, e lo scrive nero su bianco nel suo Rapporto «Il matrimonio in Italia». Il numero di nozze, nel biennio 2008-2009 è crollato del 6%: ben 30mila coppie in meno che hanno detto sì (nel 2008 erano 246mila, nel 2010 sono scese a 217mila). E questa diminuzione riguarda soprattutto le prime nozze. «La tendenza al rinvio delle nozze è in atto dalla metà degli anni ’70. Attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno, in media, 33 anni e le spose 30, sei anni in più rispetto ai valori osservati nel 1975» scrive l’Istat. Che tra le cause individua il fattore-convivenza, ma soprattutto «la sempre più prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, dovuta all’aumento diffuso della scolarizzazione e all’allungamento dei tempi formativi, alle difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e alla condizione di precarietà del lavoro stesso, alle difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, condizioni queste prese in considerazione nella decisione di formare una famiglia e considerate sempre più vincolanti sia per gli uomini sia per le donne».

L’effetto di questi fattori, dice sempre l’Istat, è stato amplificato dalla crisi che «ha contribuito ad accentuare un diffuso senso di precarietà e di incertezza. La nuzialità, infatti, a differenza di altri fenomeni demografici come ad esempio la fecondità, è particolarmente sensibile a fenomeni congiunturali (sia in positivo che in negativo) ». E così nel 2009, «la propensione a sposarsi prima dei 35 anni è diminuita in un solo anno di circa del 7% sia per i celibi che per le nubili, valore più che triplicato rispetto a quello osservata tra il 2008 e il 2007». E chissà cosa diranno le statistiche più recenti quando saranno disponibili.

    «La gavetta si allunga? E allora mi sposo”.

Così la pensano in tanti, e nonostante tutto. «Conviviamo da anni e quando è arrivata la proposta mi sono quasi messa a ridere pensando che era uno scherzo» dice Chiara, 34enne romana. Precaria, ovviamente. Come suo marito. E già perché a quella proposta coraggiosa, lei ha avuto il coraggio di dire sì. «E’ stato un modo per ribadire la nostra voglia di costruire insieme il nostro futuro. Chissà dove ci porterà la nostra carriera speriamo presto non più precaria. L’importante è stare insieme, continuare a condividere gioie e amarezze come una vera coppia». Un figlio? «Ma se non abbiamo fatto nemmeno il viaggio di nozze…. Progettare il futuro per noi è difficile e sposarci è stata una follia che rifaremo ogni giorno».

«Da precaria niente matrimonio»
Ma c’è anche chi senza un posto fisso non se la sente di regolarizzare l’unione. «Per me matrimonio vuol dire figli… Quindi finché non avrò le condizioni va benissimo la convivenza» dice Sara che lavora (con contrattini) in una multinazionale ed è fidanzata da 5 anni con Andrea, ricercatore precario. Vivono insieme in una casetta a Milano, pochi metri quadrati. A 32 anni la loro carriera non è nemmeno iniziata. Il matrimonio, per ora, può attendere.

    E voi cosa ne pensate, il matrimonio tra precari è davvero una follia?
Corriere della Sera
04 09 2012


Telefonate, appostamenti sotto casa, minacce e insulti ai familiari

MILANO - Telefonate continue, insistenti sms, ingiurie, danneggiamenti all'auto, appostamenti sotto casa, pedinamenti, irruzioni sul luogo di lavoro, inseguimenti, offese ai familiari: tutto usuale nel catalogo di stalking tra ex compagni di una relazione sentimentale. Solo che, di inusuale, qui c'è che è la donna a tartassare l'uomo. Fino a convincere il pm Adriana Blasco che nella 42enne signora dominicana c'è «un rischio eccezionale di pericolosità» tale da far chiedere al giudice Luigi Varanelli, e ottenere a carico dell'indagata, la misura cautelare del divieto di avvicinarsi a meno di 300 metri dalla casa e dal lavoro dell'ex, e a meno di 100 metri da dovunque egli si trovi.

STALKING - L'indagine è stata curata dagli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro diretti dal vice questore aggiunto Francesco Anelli. Riguarda «atti persecutori», «ingiuria continuata e aggravata», «violenza privata continuata e aggravata» e «molestie» e sembra un perfetto manuale dello stalking. La donna, infatti, quando non si oldrassegna all'interruzione della relazione sentimentale con l'uomo, esordisce con insistenti telefonate volte a riannodare il filo del loro rapporto. Poi, di fronte all'ennesimo secco rifiuto, comincia a telefonare alle figlie dell'ex, con la scusa di cercarne l'appoggio. Quindi prende ad appostarsi fuori dal luogo di lavoro dell'ex compagno, che fa il meccanico in una autofficina. Non risparmia nemmeno il bar dove l'uomo suole andare a prendere il caffè la mattina o l'aperitivo il pomeriggio. Passa poi a bivaccare sotto casa sua, dando fastidio a lui e alle sue figlie. Bombarda i telefoni, alluvionando di messaggi la segreteria telefonica domestica e soprattutto costringendo l'uomo a cambiare il proprio numero di cellulare, un danno economico non da poco per il meccanico che quell'unico numero offriva ai clienti dell'autofficina.

LA PERSECUZIONE - Non contenta, la donna inizia a offendere per strada le figlie dell'uomo, che per la rabbia e lo stress peggiora la propria cardiopatia. Lei comincia addirittura a pedinarlo quando esce, lo sfianca aspettandolo fuori dal supermercato quando va a fare la spesa, gli fa passare persino la voglia di uscire il venerdì sera con gli amici. Poi ecco l'ultimo gradino dell'escalation, quello che induce il pm Blasco a chiedere e il gip Varanelli a disporre il cartellino rosso per la donna nel raggio di 100 metri dall'uomo ovunque egli sia: strappa i tergicristalli dell'auto dell'ex in compagnia della sua nuova fidanzata, rompe il parabrezza, insulta gli amici dell'uomo, molesta persino i negozianti che gli vendono qualcosa. È troppo, il giudice Varanelli impone lo stop: se la donna violerà l'invisibile linea rossa del divieto, scatterà automaticamente la custodia cautelare.

Luigi Ferrarella
Corriere della Sera
22 07 2012

Violenti scontri tra forze dell'ordine e manifestanti No Tav sono avvenuti sabato sera in Val di Susa, vicino al cantiere La Maddalena di Chiomonte. Gli attivisti hanno attaccato le recinzioni riuscendo in qualche caso ad abbatterle e hanno lanciato petardi e bombe carta contro le forze dell'ordine che hanno risposto con lacrimogeni e idranti. Nei tafferugli è rimasto anche ferito il capo della Digos, Giuseppe Petronzi: il dirigente, riferiscono fonti della Questura di Torino, è stato colpito da una bomba carta, che lo ha buttato a terra, bruciandogli i vestiti e provocandogli ustioni nella parte inferiore del corpo. Ai margini del cantiere è anche scoppiato un principio di incendio che fonti No-Tav attribuiscono al lancio dei lacrimogeni.

CESOIE - L'attacco alle recinzioni del cantiere Tav è cominciato intorno alle 22.15 . Le recinzioni si estendono complessivamente per oltre 2.700 metri lineari. Gli attivisti si sono attestati dal lato della val Clarea, all'altezza di quello che sarà l'imbocco del futuro tunnel esplorativo dell'opera pubblica. Hanno iniziato violenti tentativi di danneggiamento alle reti con cesoie di grosse dimensioni e di tentativi di rovesciare le pareti di calcestruzzo. È seguito un fitto lancio di grossi petardi, bombe carta e bulloni sulle forze di polizia schierate a protezione del cantiere basso. Contestualmente, all'altezza delle reti che proteggono l'area archeologica situata dietro al Museo, i manifestanti hanno lanciato pietre e bulloni. Le forze dell'ordine hanno risposto con idranti e lacrimogeni. È stata anche danneggiata e sabotata una delle torri faro che illuminano il cantiere, alla quale è stato appiccato il fuoco: sono intervenuti i vigili del fuoco. I danneggiamenti in alcuni punti della recinzione non hanno comunque compromesso la protezione del cantiere Tav di Chiomonte, che continua ad essere assicurata dal dispositivo di sicurezza. E' quanto ha comunicato la Questura di Torino, che ha denunciato di aver subito gravi danni ai mezzi a causa del lancio di pietre, bombe carta e oggetti contundenti.

LA PROTESTA DELLA POLIZIA - Il Siap, Sindacato italiano degli appartenenti alla polizia, protesta: «Occorre subito sgombrare l'area: non è più accettabile subire in silenzio una situazione tanto assurda, in Val Susa non c'è più alcun movimento democratico di protesta», scrive in una nota il segretario generale provinciale Pietro Di Lorenzo. «Lo Stato non può tollerare oltre questa sfida», ha concluso.

AUTOSTRADA CHIUSA - Le troppe pietre lanciate dal centinaio di antagonisti che sabato sera ha attaccato le recinzioni del cantiere della Tav a Chiomonte ha reso necessario proibire la circolazione autostradale nella direzione Bardonecchia- Torino. Lo ha comunicato la Questura di Torino, aggiungendo che i manifestanti si sono attestati nei pressi dell'imbocco della galleria di Giaglione, all'altezza dell'uscita di servizio del viadotto Clarea. Lancio di pietre e oggetti contundenti contro le pattuglie della Polizia stradale poste a protezione del varco di servizio autostradale. Proprio la quantità delle pietre lanciate sull' autostrada ha creato un pericolo tale da compromettere la sicurezza della viabilità. In tarda l'autostrada è stata riaperta e una buona parte degli attivisti che hanno preso parte all'assalto alle reti ha fatto ritorno al campeggio No tav in regione Gravella, da dove era partito il corteo.
Corriere della Sera
15 05 2012


«Non sta succedendo a me». Luisa, 38 anni, toscana, dice di essere andata avanti per mesi con quel pensiero fisso. Mesi durante i quali il fidanzato, da cui attendeva un figlio, alternava momenti di tenerezza a scatti di ira, carezze e botte. Chi lavora con le donne maltrattate spiega che dalla fase «non sta succedendo a me» passano quasi tutte. Quasi tutte le donne vittime di quelle violenze che nascono — e si ripetono — nella coppia.

Sono 59 le donne uccise in Italia dal partner o dall’ex partner nel 2012: nei primi quattro mesi del 2007, cinque anni fa, erano state «solo» 29. Questi numeri raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono solo l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque.

«La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti» è la lettera aperta che verrà consegnata oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dalle «Donne in rete contro la violenza», un’associazione che raggruppa 60 centri dei 130 esistenti nel Paese. Un doppio appello: affinché la lotta alla violenza tra le pareti domestiche diventi una priorità per il governo e affinché non vengano tagliati i fondi ai centri che quelle donne soccorrono. E proteggono.

Vergogna, sensi di colpa, un «silenzio assordante» — come scrive la psicologa Patrizia Romito — circondano questi reati: secondo l’Istat solo il 7% viene denunciato. Quando i lividi non si possono nascondere, è «la donna che sbatteva nelle porte», come racconta lo scrittore inglese Roddy Doyle nel testo portato in scena da Marina Massironi.

    «Mi picchiava e io lo scambiavo per un gesto d’affetto: credevo che lo facesse perché mi amava. Pensavo di meritarlo», racconta Sara, 50 anni, romana, che dopo dieci anni di sevizie e referti in ospedale si è ritirata all’ultimo dal processo per maltrattamenti contro il marito.

Un passato lontano, un’eredità difficile che si pensava alle spalle? O in via di naturale superamento collettivo? E’ vero il contrario. Non è un caso se un omicidio su due avviene nelle tre maggiori regioni del Nord – Piemonte, Lombardia e Veneto – dove il lavoro femminile è più diffuso e più forte è l’aspirazione delle donne all’autonomia. Non è un caso se il momento più a rischio si rivela quello della separazione o della chiusura del rapporto: «L’odio tira fuori il suo muso di assassino quando, per una ragione qualsiasi, lei non sta più dentro il quadro in cui lui l’ha messa e pretende che rimanga: il quadro disegnato da un misto di oscure aspettative e di ovvie comodità», sintetizza la filosofa Luisa Muraro.

La psichiatra francese Marie France Hirigoyen, nel suo libro Molestie morali, dimostra che c’è sempre un momento preciso in cui tutto parte: un evento, anche solo una frase che punta ad abbattere consapevolezza e desideri. Sono le spie di un’ossessione malata, destinata a crescere. Se si avessero le chiavi per decodificare i segnali, imboccare il tunnel che porta a diventare vittime di violenza sarebbe meno semplice. Capire significa salvarsi. Ed è importante che capiscano l’entità del rischio le persone che per prime incontrano le donne: medici di base, vigili, poliziotti. Formazione, protezione, sostegno legale, psicologico e materiale: i centri antiviolenza oggi sono i luoghi dove trovare tutto questo.

    I centri, però, sono a rischio: dei 60 che fanno parte della rete (14 mila donne ogni anno chiedono il loro aiuto), 5 sono già chiusi e 20 soffrono per una costante diminuzione di fondi. Anche le altre realtà che operano sul territorio affrontano le stesse difficoltà. E non esiste una legge nazionale che garantisca la continuità e l’omogeneità degli interventi.

Esiste — per ogni problema che colpisce un gruppo sociale, piccolo o grande che sia — una «fase A» in cui solo chi è coinvolto direttamente, chi ne sente il peso in prima persona, avverte il dovere di parlarne e cercare soluzioni. Ed esiste una «fase B» in cui il dibattito si approfondisce, coinvolgendo parti più estese della comunità. Il tema della violenza sulle donne nel nostro Paese sembra ancora relegato in quella prima fase, la «pre-maturità». Una faccenda di donne per le donne. Oggi la chiamata alla responsabilità da parte degli uomini è sostenuta da poche voci. Ma è tempo che gli alibi e gli steccati cadano, che vengano svuotati gli stereotipi che determinano poi certi comportamenti maschili, perché quello che Lea Melandri chiama «il fattore molesto della civiltà» — quel groviglio fra amore e violenza che inchioda le donne nel ruolo delle perdenti — venga sezionato e dipanato, filo dopo filo. C’è una cultura da cambiare. Intanto, proteggiamo quel poco che abbiamo: i centri antiviolenza.

Dei centri, delle donne, degli uomini, parleremo in un’inchiesta che cercherà di raccontare le storie e le contraddizioni degli equilibri di potere fra i sessi, aprendo uno spazio di riflessione. Alla ricerca di soluzioni possibili.
Corriere.it
02 04 2012
 
Le madri che lavorano, e a maggior ragione le madri single, soffrono meno di depressione di quelle che stanno a casa. Lo dice uno studio dell’Università inglese di Bath, guidato dalla professoressa Susan Harkness, che ha tenuto conto anche di una recente ricerca americana sullo stesso argomento.

Il lavoro sarebbe, dunque, un antidoto particolarmente benefico per le mamme sole per le quali il rischio di cadere nella depressione scenderebbe del quindici per cento rispetto alle disoccupate. Per le mamme sposate che hanno un lavoro la probabilità di ammalarsi di «melanconia» diminuisce, invece, soltanto del sei per cento rispetto alle casalinghe: e la differenza si spiega con l’evidenza che le mamme single sono comunque preda assai più facile della depressione che non quelle munite di marito, compagno o fidanzato.

Con la crisi – sottolinea la ricerca – e conseguente disoccupazione che colpisce più le donne degli uomini, il rischio, per le madri rimaste senza lavoro, di ammalarsi è naturalmente aumentato, per la precisione del venticinque per cento nell’ultima decina di anni. Di qui la necessità – non soltanto per ragioni economiche bensì, forse ancora prima, sanitarie – di sostenere in ogni modo il rientro al lavoro delle mamme, di quelle single in primo luogo.

    Ci voleva una ricerca universitaria per scoprire questa realtà?

Pur senza dotto corollario di numeri e percentuali, si ha l’impressione che i fatti fossero ben noti. Forse che non si sapeva quanto sia vitale, per chi in casa ha soltanto un bambino con cui parlare, davanti al quale deve, peraltro, mostrasi il più possibile serena e spensierata, trovarsi, almeno per mezza giornata, in compagnia di colleghi con i quali scambiare due parole, scordarsi della solitudine condividendo un’occupazione, bella o brutta che sia?

    E forse che non si sapeva quanto sia importante, anche per quelle mamme che un compagno in casa ce l’hanno, sentirsi utili contribuendo al ménage familiare in questi   difficili tempi di crisi?

Con tutto il rispetto per le casalinghe per scelta, fortunatamente per lo più escluse dal contagio del gran male del nostro tempo.
23 10 2012 
 
Guardi le foto delle ragazze che hanno partecipato alla fiaccolata o al funerale per la morte di Carmela Petrucci e sembrano spaventate, sorprese, sbigottite.

Stanno girando tanti slogan tra i quali quello sulla mafia che c’è e ne veniva negata l’esistenza e così la violenza sulle donne, dicono, c’è ma la società assopita, sedata, reagisce solo quando qualcun@ muore. C’è lo stesso livello di indignazione a Palermo. La stessa voglia di attraversare le strade prendendo le distanze da una modalità. Perché a Palermo chi reagisce ha del coraggio e quando lo fa allora si schiera. Proprio per quella cosa che esiste tanta luce, il sole, il clima bello, e le sfumature le vedi molto poco. Allora o ci stai dentro o ci stai contro.

I cortei contro la mafia erano attraversati dagli stessi umori. Dapprincipio passavi per la strada e chiudevano le finestre. Nessuno solidarizzava con la tua posizione. Poi ci fu il tempo dei lenzuoli, la gente stava con le finestre aperte e reagiva a quelle esecuzioni pubbliche, all’intimidazione, con rabbia e coraggio. Non ci faremo intimidire, dicevano, siamo qui in piazza, Ammazzateci tutti/e, chiedevano provocatoriamente. E oggi, per Carmela e Lucia, la reazione è la stessa. Ragazze e ragazzi sono presenti. Non si chiedono neppure, ed è un bene, chi abbia torto e chi ragione. O i tanti se e ma che vengono espressi dai media in queste occasioni. C’è che si può discutere di tutto fino a che si è vivi ma la morte è il chiaro segno che non c’è proprio nulla di cui si può più parlare. Di fronte alla morte violenta di una persona o sei a favore o sei contro. Così la vede Palermo che di sangue per le strade, lungo i marciapiedi, in altri androni esplosi con le bombe, o con mattanze ordite e messe in atto dalla criminalità organizzata, ne ha visto tanto.

Il sangue è sangue e se c’è sangue c’è qualcuno che ha deciso di porre fine alla vita di qualcun altr@. C’è qualcun@ che ha vinto in modo sporco. Che ha segnato il territorio, ha imposto il suo potere, ha intimidito, ha messo a tacere definitivamente una voce che diversamente avrebbe detto cose intollerabili.

Questo è un linguaggio, quello della prevaricazione, che Palermo conosce bene perché lo ha subìto e ad ogni esplosione di violenza ha reagito a spalle dritte, salvo poi consegnare voti a brutta gente (che ha come unico merito quello di scontentare il mondo e così favorire l’elezione di persone migliori) pur di beccare un posto di lavoro. Perché la ricattabilità e la dipendenza sono brutte cose che ti impediscono di reagire anche quando lo vorresti fare.

Rifletto e penso che quando succedono le cose, queste cose, delitti o di mafia o di regolamento di conti tra uomini e donne, in fondo il meccanismo è lo stesso. La gente si divide in squadre e se la famiglia di lui fosse conosciuta probabilmente sarebbe più prudente, verrebbero fuori cose che infangano la memoria della ragazza morta o dicerie, o scuse che ledono le opinioni di disapprovazione. Perché c’è anche questo da dire in queste circostanze: che la differenza di classe fa sostanza, come si direbbe a Palermo. Perché se lui appartenesse alla borghesia palermitana e lei fosse una figlia del popolo le opinioni sarebbero un po’ meno nette.

La capacità di mobilitazione di Palermo io l’ho vista quando sono stati toccati i magistrati, i poliziotti, i cittadini onesti colpiti per caso o per vendetta, e ora questo, con la stessa carica reattiva e lo stesso sbigottimento negli sguardi.

Ed è questa cosa, e scusate la lunghezza, che non mi convince perché la violenza sulle donne non è l’effetto della pianificazione di un gruppo o un intero genere. Perché non è qualcosa che esiste altrove e poi arriva e sconvolge le vite delle persone normali. La mafia ammazza quando lo ritiene opportuno e per le stesse ragioni di opportunità non uccide se questo può rovinare i propri affari o quelli della famiglia. Si segue una burocrazia interna complicata salvo immaginare che vi siano entità sparse e incontrollate che fanno il cazzo che gli pare e che pensano ai propri interessi prima che a quelli della “famigghia“.

Ma qui c’è un uomo che non ha fatto gli interessi di nessuno. Era la risposta ad uno sgarro personale. Lei lo ha lasciato e lui s’è vendicato e nel vendicarsi ha incontrato il corpo della sorella che fosse stato il padre, nuovo compagno, fratello, nonno, sarebbe stato uguale e l’ha ammazzata. E mentre l’ammazzava non ha pensato ai guai che avrebbe portato a se stesso e alla sua famiglia. Non ha pensato al danno di “immagine” restituito al genere di appartenenza e non ha pensato al fatto che ad ogni azione violenta, come sa bene la mafia, lo Stato reagisce con una legge autoritaria e con la repressione che incide nelle relazioni, negli affetti, negli affari, nelle vite di ciascuno.

Ma proprio no, dunque, e Iacona, che parla di esecuzione mafiosa, dovrebbe dirla meglio perché per quanto le dinamiche di oppressione possano sembrare simili evocare questi scenari non solo terrorizza e definisce una mostruosità del “maschio cattivo” che funge ulteriormente da sedativo sociale, perché ti dice che il violento sia lontano dagli affetti, uno di fuori, il mostro che è fuori da te e dalle tue normali modalità, ma impone poi che lo Stato per davvero restituisca una risposta autoritaria. E immaginate con che possibilità.

Intercettazioni e arresti preventivi, lesione della privacy e ingerenza nelle modalità di relazione, normatività e restrizioni personali per chi sta fuori e chi sta dentro. Pensate alle donne trattate da pentite, testimoni protette e a reati in concorso o associazione per gli uomini che la pensano allo stesso modo sui rapporti e via di questo passo si realizza una dimensione liberticida che provocherebbe altre esplosioni, stavolta organizzate, e gruppi di uomini che si sentono perseguitati che svolgono trattative per addolcire il 41bis e via via che si andrebbe avanti si assisterebbe a questo scontro testosteronico in cui le donne rimarrebbero schiacciate, tra gli uni e gli altri, nell’unico ruolo di vittime e di nemiche delle vittime. O con lo Stato o con i nemici dello Stato.

Quando si parla di mafia le donne infatti non hanno grande voce in capitolo. Le donne dell’antimafia sono donne dell’antimafia e le mogli dei mafiosi le chiamano donne di mafia perché proteggono i mariti e i figli e quindi realizzano forme di collusione che vengono perdonate solo se queste donne si pentono. Poi ci sono le donne boss, perché esistono anche se se ne parla solo come fosse un fatto di costume, ma è un altro capitolo. Le donne pentite vengono uccise o portate in luoghi nascosti dove qualche volta si suicidano e qualche volta realizzano progetti anche interessanti dopo che i loro parenti sono stati sterminati tutti. Ma sto divagando.

Voglio dire che questa richiesta formulata da Iacona e mediata dalla Borromeo, ha tanto il sapore travagliesco della giustizia forte e dura che arriva in modo paternalistico e si sostituisce alla volontà e alla reattività e alla maniera di risolvere delle donne.

Lo dichiara lì e poi appoggia i centri antiviolenza, Iacona, e dunque sto solo parlando dell’articolo che non mi è piaciuto. Perché se hai studiato il problema come dici e hai fatto su e giù per l’Italia e hai anche pubblicato un libro, che non ho ancora letto, allora mi pare veramente riduttivo che te ne vieni fuori con la richiesta alla ministra di “fermare la strage” con questo piglio emergenziale che evoca soluzioni autoritarie, leggi speciali, pugni di ferro e cose del genere.

Di task force antiterrorismo o antimafia in queste circostanze direi che possiamo farne a meno. Non fosse altro per il fatto che l’assassino di Carmela è, come dice Laura Eduati, una persona normale, un “bravo ragazzo” come tanti e che la questione va risolta in termini di cultura, educazione, prevenzione, tutela. In tutto ciò propongono una petizione, un’altra, questa volta con due obiettivi chiari, che li condividiate o no, che parlano della convenzione di istanbul e del piano antiviolenza con un finanziamento per i centri che restano sempre più all’asciutto a fronte del bisogno che c’è nei territori.

Poi c’è la convenzione antiviolenza No More stipulata tra varie ssociazioni e gruppi di persone, e anche quella, devo dire, non la capisco perfettamente perché non capisco quale sia l’origine, per esempio, di una opposizione ad ogni forma di mediazione familiare giacché sarebbe utile a prevenire situazioni di grave conflitto che degenerano in violenza o in strappi traumatici per i minori in fase di affido.

C’è la campagna NoiNo.org che è fatta di uomini che dicono di no alla violenza e poi c’è la richiesta di contributo alla realizzazione di uno spot contro la violenza fatto dalle Arrabbiate che vorrebbero produrre qualcosa in cui si smette di mostrare la donna con i soliti cliché della vittima pestata.

Perché la violenza sulle donne è molto più di questo e passa inevitabilmente attraverso forme di autoresponsabilizzazioni che costituiscono il principale metodo di autodifesa. Se noi stesse ci rendiamo veicoli di machismi e cultura patriarcale come si fa poi a immaginare che per estirparla servano i marines?

Il Corriere della Sera
21 08 2012

L’ha massacrata di botte la sera dei Grammy Awards, gli Oscar della musica, impedendole di partecipare alla manifestazione. La sua foto con le labbra gonfie e gli occhi lividi ha fatto il giro del mondo. Da allora sono passati tre anni, lui ha patteggiato una pena di 6 mesi di lavori socialmente utili, lei dice di amarlo ancora.

La popstar Rihanna ha rilasciato in questi giorni un’intervista a Oprah Winfrey che sta facendo molto discutere.

Soprattutto per le dichiarazioni a proposito di Chris Brown, il rapper ed ex fidanzato che nel 2009, dopo l’ennesima lite di gelosia, l’aggredì selvaggiamente lasciandole sul volto i segni di una violenza che non aveva niente a che fare con l’amore.

«Ero in collera, arrabbiata, ferita e mi sentivo tradita – ha detto la cantante delle Barbados alla Winfrey – ma poi ho pensato che in realtà Chris aveva bisogno di aiuto e che al suo fianco non c’era nessuno. Tutti lo additavano come un mostro ed ero preoccupata per lui». Poi la popstar ha aggiunto: «Lo amo ancora, credo che lui sia stato l’amore della mia vita».
Dichiarazioni choc che hanno indignato tutte le associazioni che lottano ogni giorno contro la violenza sulle donne. «È un messaggio molto pericoloso – ha detto Erin Pizzey, l’attivista che ha aperto in Gran Bretagna, il primo rifugio per le donne vittime di violenza – è come se dicesse alle adolescenti che i rapporti con le persone violente sono eccitanti. Queste relazioni sono tossiche e malsane, entrambi hanno bisogno di un aiuto, è questa la verità».

«Il caso di Rihanna – ha aggiunto Vivienne Hayes, direttore del Women’s Resource Centre di Londra – racconta quali e quante siano le complessità emotive per le donne incastrate in queste relazioni violente. È comune tra le vittime dare la colpa a se stesse per la violenza subita dal partner. Ovviamente non è così e bisognerebbe fermare l’abitudine, da parte della società, di considerare normali certi atteggiamenti».

Mai scontato, evidentemente, ripetere una frase che ai più potrà sembrare banale: se un uomo ti picchia non ti ama.
Eppure sono innumerevoli i casi, noti e meno noti, in cui le donne hanno giustificato la violenza del partner. Tina Turner ci ha impiegato 16 anni a lasciare il marito violento, idem per la povera Whitney Houston, succube di Bobby Brown che la introdusse anche nel tunnel della droga.

Rihanna ora è single ma ammette di amare ancora l’ex che l’ha pestata e umiliata in mondovisione. Com’é accaduto in alcune delle storie raccontate nell’inchiesta del Corriere sulla violenza sulle donne.

Ma qual é il meccanismo perverso che spinge alcune vittime a diventare complici dei loro stessi carnefici?

 

 

 

 

corriere.it
27 02 2012


Per il pm non c'è l'aggravante, la protesta dei familiari

ROMA - Fu un delitto di 'ndrangheta, ma non secondo la legge. L'omicidio di Lea Garofalo, la «pentita» di origini calabresi sequestrata e uccisa a Milano e poi sciolta nell'acido nel 2009, viene giudicato come un delitto comune. La 'ndrangheta è rimasta sullo sfondo: nella morte della pentita, sul piano giuridico, non c'entra. Con la conseguenza che ieri Lea e oggi sua figlia Denise - parte civile contro il padre e gli zii imputati, che è andata ad accusare in aula - non rientrano nella categoria delle vittime di mafia. Anche se tutti le considerano tali.

È la curiosa contraddizione di un processo giunto alle battute finali. Nel dibattimento milanese a carico di Carlo Cosco (convivente di Lea Garofalo e padre di Denise), due suoi fratelli e altri tre imputati, presto toccherà al pubblico ministero Marcello Tatangelo chiedere le condanne per un delitto che al momento ha la sola aggravante della premeditazione. Non quella di aver agevolato il clan di 'ndrangheta delle cui attività aveva parlato coi magistrati Lea Garofalo, che per questo sarebbe stata rapita e assassinata. E ora, sul filo di lana, è il legale di altre due parti civili costituite contro i Cosco, la madre e la sorella di Lea Garofalo, a chiedere al pm e alla corte d'assise di inserire l'aggravante della finalità mafiosa.

Secondo l'avvocato Roberto D'Ippolito, che rappresenta Santina e Marisa Garofalo, fin dalle indagini preliminari è emerso che «tutti i reati addebitati agli odierni imputati sono stati commessi con modalità d'azione di stampo mafioso e con il preciso scopo di agevolare l'attività di un'associazione di tipo mafioso, segnatamente della cosca di 'ndrangheta di Petilia Policastro», in provincia di Crotone. Di quel clan avrebbero fatto parte i Cosco, in un contesto criminale che il legale ricostruisce anche tramite un altro cadavere: quello di Floriano Garofalo, fratello di Lea ucciso nel 2005, considerato un capoclan locale che «aveva dato spazio ai fratelli Cosco proprio in virtù della relazione che intercorreva tra Carlo e la sorella».

In realtà, al momento degli arresti degli attuali imputati la pubblica accusa aveva contestato l'aggravante mafiosa. Ma il giudice la respinse con questa motivazione: «Non vi è alcun dubbio che i Cosco e la stessa famiglia Garofalo appartengano, storicamente, a contesti delittuosi di stampo 'ndranghetista. Il problema è che questo "sfondo" è tratteggiato in modo troppo generico e coloristico per potere individuare una cosiddetta cosca di Petilia Policastro... Oggi l'unico dato certo è che i Cosco ammazzano per favorire se stessi». Dunque la contestazione cadde in attesa di ulteriori sviluppi dalle indagini, e il pm ha finora rinunciato a riproporla.
Ora l'avvocato D'Ippolito ci prova davanti ai giudici della corte d'assise, insistendo sul fatto che dopo il sequestro Lea Garofalo fu interrogata per sapere quel che aveva rivelato agli inquirenti; un obiettivo che Carlo Cosco perseguiva da tempo, anche attraverso la figlia Denise. La quale ha raccontato che suo padre le domandava se conoscesse le dichiarazioni rese dalla madre ai magistrati, e come poteva fare per entrarne in possesso: «Mi chiese se c'erano delle carte, se poteva leggere ciò che aveva detto».

Secondo la testimonianza di un altro pentito, l'intenzione di uccidere e far sparire il cadavere di Lea era stata manifestata da Cosco davanti «ad altri due "reggenti" della 'ndrangheta calabrese». L'idea, ha dichiarato il collaboratore di giustizia, era far passare l'esecuzione come un delitto passionale, e adesso il rischio adombrato dal legale di parte civile è proprio questo: ridurre tutto a «una logica meramente d'onore, che rappresenta un'abile e suggestiva copertura di una matrice più complessa». Con un ulteriore paradosso. Un giudice di Campobasso ha già condannato uno degli imputati per il tentato sequestro della stessa Lea Garofalo avvenuto sei mesi prima di quello riuscito, con l'aggravante della finalità mafiosa. Lì la pentita uccisa è stata riconosciuta vittima di 'ndrangheta anche secondo la legge, a Milano ancora no.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera
17 10 2012


Spiegare ai ragazzi perché esistono i confini, a cosa servono e che valicarli non significa essere migliori. I limiti e i confini esistono perché se si va oltre ci si può fare male o farlo ad altri    

di Anna Costanza Baldry

Sexting è la combinazione dei termini agnlosassoni “text” e “sex.” Il termine non è utilizzato dai ragazzi ma dal mondo adulto per spiegare quelle situazioni dove giovani, soprattutto ragazze inviano online testi o immagini auto-create di loro nude o seminude spesso con atteggiamenti provocanti. L’uso di immagini è maggiormente preoccupante per la loro possibile diffusione su tutta la rete via email o mms.

In Italia non si parla ancora molto di “sexting“ ma il problema va conosciuto e affrontato per evitare che i nostri figli possano sollecitare le cattive intenzioni di altre persone minorenni o adulte ed esporsi a un rischio di minacce, ritorsioni, violenze.

Una recente ricerca realizzata dal Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli e da Chiamamilano su un campione di 5058 ragazzi e ragazze delle medie e delle superiori ha evidenziato come il 98% di loro ha un profilo su almeno un social network, e che dei circa 400 amici di media che hanno, ne conoscono veramente non più del 20%. Un rischio quindi di chi si nasconde dall’altra parte del computer. La rete, una trappola. Il 10.2% dei ragazzi e delle ragazze ha detto che qualcuno ha condiviso online almeno una volta negli ultimi sei mesi i suoi segreti o immagini personali senza il suo consenso, e il 6.2% ha ammesso che nello stesso lasso di tempo ha condiviso online i segreti o le immagini personali di qualcuno anche di natura sessuale senza il suo permesso. Il problema quindi esiste.

Ci sono varie trappole online che riguardano tutte le forme del così detto cyber bullismo, compreso il sexting. Le trappole online causano cattive scelte nel cyberspazio.

Trappola: I ragazzi pensano di non essere visti: l’anonimato elimina la preoccupazione legata all’essere scoperti e quindi di subire disapprovazione e/o punizione per quello che si fa e i ragazzi non vedono la persona a cui mandano messaggi, immagini. La mancanza di un feedback tangibile circa le conseguenze delle proprie azioni online sugli altri interferisce con le capacità empatiche e con il riconoscimento che tali azioni causano sofferenza alle vittime, o li espongono a rischi, non sapendo veramente chi c’è dall’altra parte.

Come gestirlo e affrontarlo: Parlare con i propri figli, non temere di sembrare invasivi o i ‘soliti’ adulti curiosi e impiccioni. I ragazzi hanno bisogno di regole e di essere informati.

Trappola: I ragazzi esplorano la propria identità online: sempre più spesso gli adolescenti si servono dei loro profili sui social network quale mezzo per esplorare la loro emergente identità. Questo puo’ condurre alla pubblicazione online di materiali non appropriati.

Come gestirlo e affrontarlo: Avere un profilo condiviso con i propri figli, leggere quello che scrivono, i loro profili e spiegare loro che non è un modo per controllarli o perché non si ha fiducia in loro, ma solo standogli vicino, con regole chiare e semplici evitano di correre dei rischi di cui loro inevitabilmente non sono consapevoli. Meglio risultare antipatici e insistenti, che rimproverarsi dopo di non essere stati presenti e attenti.

Trappola: i ragazzi pensano che se possono fare qualcosa, allora è ok, e tutti lo fanno. Spesso si ritiene che la facilità di un’azione la legittimi. Gli adolescenti di frequente mettono in atto comportamenti a rischio al fine di imparare quali sono i limiti delle loro azioni. Impegnarsi in comportamenti a rischio online potrebbe rappresentare un modo più sano di correre rischi rispetto all’impegnarsi in comportamenti a rischio nel mondo reale.

Spiegare ai ragazzi perché esistono i confini, a cosa servono e che valicarli non significa essere migliori. I limiti e i confini esistono perché se si va oltre ci si può fare male o farlo ad altri.

Come gestirlo e affrontarlo: Il fatto che online si possa fare tutto o quasi, non significa che sia giusto. Si corrono anche dei rischi da un punto di vista penale e amministrativo.

Trappola: I ragazzi ma soprattutto le ragazze si domandano se sono sexy: gli adolescenti sempre più spesso esplorano la loro sessualità online, in una cultura che promuove una sessualità provocante. Questo potrebbe portarli ad imitare le immagini provocanti, che sempre più sovente caratterizzano la pubblicità, i media la rete. Così anche loro per affermare la propria identità mettono sulla rete o inviano messaggi con immagini legate alla propria sessualità, per affermarsi, per avere approvazione, per imitare compagni e pari.

Come gestirlo e affrontarlo: Parlare apertamente senza pudore di quelli che sono i rischi della rete anche se i ragazzi e le ragazze ritengono che quelle cose a loro non accadono ma succedono solo ai deboli e agli stupidi. Insistere nell’informare quali sono i rischi e le conseguenze. Essere presenti, Senza essere aggressivi o punitivi, affrontare il problema con i propri figli, spesso loro si sentono “onnipotenti” e privi di rischio. Qualche semplice accorgimento può essere sufficiente.

Trappola: I giovani sono alla ricerca dell’amore. Gli adolescenti che “cercano l’amore”, sempre più spesso lo fanno online, così da comportarsi in modi da attirare pericolose attenzioni spesso anche di persone che non si conoscono o che si pensa di conoscere ma che hanno un’altra identità. Non conoscendo l’altra persona, o conoscendola solo superficialmente aumenta il rischio che voglia vendicarsi, o minacciare il ragazzino o la ragazzina che se non accetta attenzioni o relazioni diffonderà le immagini sulla rete, spesso poi facendolo.

Come gestirlo e affrontarlo: Fare attenzione a cambiamenti di comportamenti da parte dei figli, se non si fanno guardare mentre usano internet, se hanno comportamenti strani e ambigui, non temere di offendere la loro privacy, esplicitare la propria preoccupazione, e dire che a volte le cose che accadono nella rete, se non vengono vissute dalle persone anche direttamente sono solo la conseguenza dei nostri desideri e dei nostri bisogni ma non sono reali.

Quindi, quando si parla di relazioni che si creano o che si sviluppano online, Internet e i cellulari possono essere di aiuto o fare del male.

E i ragazzi questo lo sanno. Sanno che in rete si conoscono persone, si coltivano amicizie, si rompono anche relazioni, si dicono cose che nella vita reale non diremmo con altrettanta semplicità e superficialità. Il mondo cibernetico accorcia i tempi, rende tutto più immediato e meno ragionato e riflesso. Questo se da una parte è un vantaggio per tutti noi, un solo ‘click’ può anche creare molti danni.

Ragazzi anche molto giovani e ragazzine vivono ‘amori di fantasia’ perché con la rete si possono scrivere tante cose anche che non pensiamo veramente ma che il solo scriverle o leggerle li fa sentire bene

Dire ai propri figli che se interagiscono con persone che fanno richieste strane, non accontentarle, avere sempre una persona, un amico meglio un adulto a cui poter confidare questa cose che accadono senza paura del suo giudizio.

Dire ai propri figli di non creare messaggi o mandare immagini di loro nudi; non sentirsi in imbarazzo parlare loro di queste cose. Spiegare ai propri figli quello che forse vi diranno che sanno già: quando un’immagine parte dal computer o dal cellulare, si corre sempre il rischio che questa immagine diventi pubblica perché non si ha più il controllo di chi la può avere e cosa può farne. Chiedere loro come si sentirebbero se una loro immagine intima fosse vista da altre persone.

Dire comunque ai propri figli che se hanno mandato una loro immagine intima a qualcuno che adesso li sta minacciando, dire che, sì, loro hanno commesso uno sbaglio e sono stati superficiali, ma che non va bene che siano minacciati, e che questo è grave e deve essere un adulto a gestire questa cosa.

Per aiutare i propri figli, e per sapere se sono a rischio di cyberbullismo andare su questo sito  e andare alla sezione ‘compila il questionario online’ che è completamente anonimo. Suggerire al proprio figlio o figlia di compilare il questionario che alla fine rilascia un ‘profilo’ di rischio, utile per capire se il suo comportamento nella rete è a rischio di cyber bullismo. Sul sito si trova anche materiale informativo e dei video per aumentare la consapevolezza delle minacce on-line. Consultare anche quest’altro link.

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