CORRIERE DELLA SERA

Corriere della Sera
08 05 2012


di Giovanna Pezzuoli

In uno struggente flash back del film Maternity Blues, da qualche giorno nelle nostre sale, Clara (Andrea Osvart) entra nell’acqua vestita tenendo in braccio il bimbo più piccolo, mentre il fratellino, scambiando per un gioco quella pulsione di morte, grida “aspettatemi”. Frammenti ricostruiscono le storie di quattro donne colpevoli del delitto più inaccettabile per la società, l’uccisione di un figlio. Sono assassine, rinchiuse in un ospedale psichiatrico giudiziario, ma sono come “morte che camminano”, che si sono condannate da sole e ora rifiutano un’alternativa di vita.

    Il film racconta senza giudicare, fa intravedere i motivi di questo gesto estremo attraverso immagini di solitudine, esasperazione, fragilità, suggerisce un possibile “concorso di colpa”.

Dice il regista Fabrizio Cattani: “E’ un dramma che può succedere a chiunque abbia alle spalle storie tragiche o si trovi in una situazione familiare difficile, di abbandono. Non a caso il 95 per cento degli infanticidi avviene nel Nord Italia, dove non esiste più la famiglia allargata”.

Colpito dall’intensità del soggetto di “From Medea”,spettacolo teatrale e poi libro di Grazia Verasani, Cattani ha parlato a lungo con Antonino Calogero, lo psichiatra dell’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere (unica struttura in Italia a ospitare infanticide, che vi restano in media per un periodo di 8 anni), per poi ritrarre le quattro donne in una convivenza forzata dove tra confessioni spezzate, crisi e timidi tentativi di “normalità”, germogliano amicizie che tuttavia non possono consolare.

    C’è un’infinita tristezza nelle vicende di Caterina (Chiara Martegiani), incinta a 16 anni, che non “sapeva quel che faceva” mentre spingeva sott’acqua la bambina che amava. Sapeva soltanto che non è un istinto naturale la maternità.

Come Clara che alla nascita del secondo figlio, si sente ripetere dalla madre “non preoccuparti, ti verrà naturale” e invece non riesce più a dormire e di notte fissa il muro mentre il bimbo piange. Piange a dirotto come il figlio di Marina (Claudia Pandolfi) nel discusso film “Quando la notte” di Cristina Comencini, che attraverso un gesto di violenza quasi inconsapevole (eppure dalle possibili tragiche conseguenze) ha cercato di incrinare il tabù della maternità, svelandone il lato più “imperfetto”, la zona d’ombra. Perché di fronte alla retorica di un inequivocabile sentimento materno, chi non prova quello che “si deve” provare si sente immediatamente cattiva, un mostro, scrive Barbara Mapelli sul sito zeroviolenzadonne.it.

“Essere madre non era un personaggio che sentivo” dice Vincenza (Marina Pennafina), una delle protagoniste di Maternity Blues, che ha agito come in trance e adesso scrive nel diario “amori miei crescervi è stata la cosa è più bella”. C’è anche Eloisa (Monica Birladeanu), ex cantante, dura, strafottente, che respinge il senso di colpa, ma poi confessa “mi manca il mio bambino”, quel figlio che forse era stato solo il tramite per legare a sé un uomo lontano.

    “Volevo rompere il silenzio attorno alla vergogna inconfessabile di chi non si sente in grado di gestire la maternità”

prosegue Cattani. “Non tutte queste donne sono psicotiche e i medici cercano di avvicinarsi al loro mondo risvegliando la parte sana rimasta. Talvolta il reinserimento è possibile, anche se molte poi preferiscono ritornare dentro, in quella specie di limbo dove si specchiano l’una nell’altra, negli ospedali giudiziari, come quello di Castiglione delle Stiviere, strutture che vergognosamente un progetto di legge del 2013 vorrebbe chiudere”. Così Clara, nel film, non riesce a condividere una speranza di rinascita insieme al marito schiacciato dal dolore ma alla ricerca di strumenti per capire e perdonare. Una figura positiva che compensa l’evanescenza degli altri uomini assenti o irresponsabili.

    “Abbiamo una tempesta dentro che non esce mai: è la frase del film che mi ha colpito”, osserva la psicoterapeuta Luisa Scuratti, che da tempo si occupa della relazione madre-bambino.

“Questa tempesta è una specie di bomba ad orologeria, è il cruccio, la vergogna devastante che non si possono esplicitare: non sono all’altezza, dovrei essere un’altra. Di fronte a questa sensazione di incapacità, di inadeguatezza, vissute come stigma e non come difficoltà transitorie, l’unica soluzione è “eliminare” il problema. Queste donne non riescono a chiedere aiuto perché sarebbe in contraddizione con la sensazione di dover essere una madre perfetta. Nel loro background ci sono una sfiducia, una fragilità, che si riaccendono con la nascita del figlio, creando un terribile corto circuito”. “Come aiutarle? – prosegue la psicoterapeuta -. Il problema è farle parlare di questa fatica, legittimare la frase “non ce la faccio”, quel cruccio che può capitare a chiunque senza banalizzarlo ma anche senza farle sentire in colpa”. “C’è sempre una miscellanea di motivi in questi gesti estremi – conclude Luisa Scuratti -, attraverso il figlio tendo a eliminare qualcosa che non ho imparato emotivamente ad affrontare, e in quell’attimo il bambino non è l’altro riconosciuto nella mia difficoltà, ma è colui che mi mette in difficoltà, il nemico”. Ambivalenza dei sentimenti anche nell’ultimo libro (ne parla Giuseppina Manin, nel post “A proposito di Kevin”) della psicoanalista Lella Ravasi Bellocchio, “L’amore è un’ombra. Perché tutte le mamme possono essere terribili”. Si analizzano tragiche catene madre-figlia, alla cui origine ci sono sempre madri negative, aggressive o depresse. “Perché la madre terribile non è presente solo nei miti e nelle tradizioni, ma è l’ombra inquieta che alberga in tutte le madri, anche le “buone”.

    E con il senso di onnipotenza della creazione e della distruzione inesorabilmente tutte le madri devono confrontarsi”.

Il film non giudica, e voi? C’è una possibilità di ricominciare per queste donne che hanno commesso un gesto così tremendo ma che stanno anche pagando un prezzo altissimo? Come si può prevenire questo tipo di delitti? E quanto la retorica della maternità perfetta può schiacciare persone già fragili e sfiduciate?

 
Corriere della Sera
24 10 2012


In circa un quarto delle gravidanze con Hiv, la scoperta avviene quando la futura madre è già incinta

di Maria Egizia Fiaschetti

Si ispira a una storia vera la prossima campagna della Lila-Lega italiana per la lotta contro l’Aids “Donna – prevenzione al femminile”. La raccolta di fondi tramite sms al numero 45508, attiva dal 28 ottobre al 3 novembre, servirà a finanziare iniziative di sensibilizzazione su scala nazionale. Il pensiero di Alessandra Cerioli, presidente della onlus, va a Sofia (nome di fantasia), la studentessa della Bocconi che due anni fa raccontò al Corriere lo shock di essersi scoperta sieropositiva dopo una relazione stabile, durata quattro anni, con il suo partner di allora. “Le donne non si rendono contro di essere più vulnerabili all’Hiv – ricorda Cerioli – sia sotto il profilo biologico, sia per la mancata parità anche nei rapporti sessuali”. I numeri raccolti dall’associazione parlano chiaro: su 4 mila nuovi contagi l’anno stimati in Italia, un terzo colpisce la popolazione femminile. Non solo: nell’80% dei casi la trasmissione avviene per via sessuale, il 45% delle volte tramite rapporti etero. Il 50% delle diagnosi, per le donne, avviene a uno stadio già avanzato dell’infezione.

    Il dato trova riscontro nelle chiamate ai centralini della Lila: l’80% di quelli che si rivolgono alle help line sono uomini. Altro elemento sul quale riflettere: in circa un quarto delle gravidanze con Hiv, la scoperta avviene quando la futura madre è già incinta.

“Io stessa – racconta Cerioli – l’ho saputo così: volevo un figlio e mi fu consigliato di fare il test. Era il 1986 e stava esplodendo la pandemia: se non si è ancora scardinato questo meccanismo vuol dire che, dopo più di 25 anni, qualcosa non ha funzionato”.
Giusi Giupponi, presidente della Lila di Como e nel coordinamento nazionale dell’associazione, insiste sull’importanza di proteggersi: “Ho scoperto di essere sieropositiva 13 anni fa – rivela – . Non ho mai fatto uso di droghe, ero la classica brava ragazza: il mio errore è stato quello di sottovalutare l’importanza del preservativo”. Imprudenza diffusa, non solo tra le giovanissime: “Molte si fidano del fidanzato o del marito – ricorda Giupponi – ma, come spesso accade, saltano fuori scappatelle e relazioni clandestine, quando è già tardi. Alcune, se chiedono il condom, temono di sembrare troppo disinibite: al contrario, è una forma di rispetto”. “La capacità di contrattare l’uso del profilattico è poco diffusa – concorda Marina Toschi, segretario nazionale di Agite-Associazione ginecologi territoriali – tanto più nelle donne fragili. Chi si sente inadeguata, difficilmente riesce a imporsi. La percezione è ci si può curare: la qualità e l’aspettativa di vita sono migliorate, è vero, ma dall’Hiv non si guarisce”.

    Motivo per cui servirebbe una rivoluzione culturale: maggiore consapevolezza di sé, senza tabù, per assumersi la responsabilità della propria salute senza delegare tutto a lui.

“Uno strumento molto utile potrebbe essere il condom femminile – suggerisce Toschi – ma in Italia non se ne parla. I ginecologi, per primi, lo ignorano. Si può richiedere in farmacia ed è un metodo sicuro, più resistente del profilattico maschile”. “I pregiudizi sono duri a morire – interviene Cerioli – ma dalla Lila di Trento abbiamo avuto riscontri positivi. Un gruppo di ragazze che lavorano su strada ha provato il femidom: erano soddisfatte perché molti uomini, soprattutto anziani, hanno difficoltà con il preservativo, si inibiscono per timidezza o si rifiutano di usarlo”.
E a voi capita, o è capitato di avere rapporti non protetti? Vi siete mai sentite a rischio al punto di decidere di fare il test? Raccontateci le vostre esperienze.

Processo Ruby, atteso Berlusconi

Corriere della Sera
18 10 2012


L'ex premier si presenterà in aula venerdì: forse ha intenzione di rendere dichiarazioni spontanee

Berlusconi in una delle precedenti udienze Berlusconi in una delle precedenti udienze.

MILANO - Silvio Berlusconi si presenterà venerdì mattina al tribunale di Milano per il processo sul caso Ruby, che lo vede imputato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile. Non è ancora chiaro se l'ex premier si presenterà in aula per rendere dichiarazioni spontanee o più semplicemente per partecipare all'udienza nella quale sono previsti testimoni della difesa. L'ex premier aveva già chiarito che non si farà interrogare nel processo, ma che renderà solo dichiarazioni spontanee.
 
Corriere della Sera
04 10 2012


di Pier Luigi Vercesi

Freud finì i suoi giorni tormentato dal rammarico di non essere riuscito ad accertare «cosa vogliono le donne».

    Già, cosa vogliono le donne, e le ragazze prima ancora che lo diventino?

Confesso di prenderla alla lontana perché provo imbarazzo nell’affrontare il tema della copertina di Sette che troverete domani in edicola

    (con un reportage della fotografa Stephanie Sinclair  che per otto anni ha indagato il fenomeno del matrimonio infantile in India, Yemen, Afghanistan, Nepal e in Etiopia. E di cui potete vedere un’anteprima nel video di Jessica Dimmock - cliccando qui)

Ci ripetiamo ogni giorno quanto sia importante rispettare religioni, culture, abitudini di altri popoli. Lo insegniamo ai nostri figli. Ma è assurdo tollerare pratiche aberranti perché  «a loro va bene così».

Storie di ragazzine portate via di notte dalle case dei loro giochi e infilate nel letto di uomini fatti, addirittura anziani. Spose bambine, magari con la tranquillità economica che prima non avevano, ma violate, sulla soglia della vita, in quanto di più sacro vi è nell’esistenza umana.

Qualcuno ha il coraggio di dire: sono matrimoni riusciti, più felici di quelli occidentali. Non scherziamo.

Ho ripreso in mano un saggio scritto quarant’anni fa dall’antropologa Elaine Morgan che Einaudi titolò L’origine della donna. Partendo dall’anello di congiunzione tra noi e la scimmia, spiega come si andava consolidando la convinzione che la femmina è proprietà del maschio:

    «Se si è persuasi che le donne siano mentalmente inferiori, non ci si dà la pena di educarle e, finché non le si educa, rimangono mentalmente inferiori. Andando oltre, e lasciando capire che ogni indizio di non essere mentalmente inferiore è poco femminile, e quindi scostante per i maschi, è probabile che la donna stessa faccia tutto il possibile per nascondere un simile “difetto” in se stessa e per eliminarlo nelle proprie figlie».

Ecco perché le madri possono perpetrare tali tradizioni: non sono felici, sono moralmente schiavizzate. Scrivendo quello che pensiamo e mostrando le immagini che saranno esposte a New York, Sette festeggia la Giornata mondiale delle bambine indetta dall’Onu per l’11 ottobre. È la prima, meglio tardi che mai.

Pensare che Ildegarda di Bingen (domenica sarà proclamata Dottore della Chiesa, a pag. 116), 900 anni fa scriveva: «L’uomo e la donna sono l’uno il compimento dell’altro, senza squilibri di primogenitura».

    E non la consideravano matta, la consideravano santa.

P.S. Elaine Morgan racconta come, migliaia di anni fa, un ominide riuscì finalmente a spiegare, a suo fratello, che un pesce si chiamava pesce. Aveva inventato il linguaggio. Ma per altre migliaia di anni, le parole vennero usate solo di fronte all’esperienza sensoriale dell’oggetto che indicavano. Finché un giorno una bambina emise i primi gorgeggi su una spiaggia e pronunciò, imitando il padre, la parola pesce. I genitori, inteneriti, sorrisero. Allora la piccola ominide, sapendo che quel verso rallegrava i genitori, continuò a ripeterla tutta la sera, anche se, nella grotta dov’erano tornati, non c’erano pesci. Ascoltandola, i genitori riuscirono, per la prima volta, a materializzare nella loro mente il pesce rimasto sulla spiaggia. Eravamo diventati animali intelligenti.

«La piccola ominide– racconta la Morgan – quella sera continuò a cicalare finché il padre grugnì e si allontanò per dormire e finché la madre non le cacciò un capezzolo in bocca per farla tacere. Non era abbastanza affamata per succhiare, ma le piaceva tenerlo tra le labbra. Continuò a canticchiare tra sé e sé, a volte chiudendo le labbra intorno al capezzolo, a volte lasciandolo andare. E così facendo, coniò la parola bisillabica che ha dato nome all’intero ordine biologico dal quale era stata prodotta. Mamma– disse la piccola ominide – Mam-ma». Andò più o meno così. O forse no, ma è bello immaginarlo.
Corriere della Sera
25 05 2012


Una delle testimoni: «Berlusconi faceva sesso a pagamento con più ragazze». In aula anche il compagno di Ruby

MILANO - Dalle vetrate illuminate di villa San Martino «vidi che passavano, all'interno, due ragazze in baby doll rosso». Era la notte del 14 febbraio del 2010 e Luigi Sorrentino, brigadiere capo, per tre anni scorta di Emilio Fede, si ricorda delle due ragazze viste passare seminude «attraverso le vetrate della villa, grazie alla luce soffusa» mentre fuori faceva molto freddo. Sorrentino è uno dei testimoni in aula giovedì per processo sul caso Ruby a carico di Silvio Berlusconi. Ha riferito di aver scortato più volte Fede ad Arcore, sempre la sera tardi, tranne una volta «a Natale, quando accompagnò l'ex direttore del Tg4 al pranzo della famiglia Berlusconi. «Spesso - dichiara il militare - Fede viaggiava con un paio di ragazze. Erano nella sua auto, noi lo seguivamo». Che dentro la villa «c'era del movimento, lo si vedeva». Ma di più, oltre alla visione delle due giovanissime in baby doll, Luigi Sorrentino non ha visto. Poi, nell'aprile del 2010, ha smesso di fare la scorta a Fede in seguito ad una discussione che aveva avuto «perché una sera lo abbiamo atteso in auto mentre lui era al ristorante, perché fuori pioveva e faceva freddo. Lui avrebbe voluto che lo aspettassimo in piedi sotto la pioggia».

SESSO A PAGAMENTO - «So che Silvio Berlusconi aveva rapporti sessuali a pagamento con più ragazze... me lo ha detto Aris». Questo un passaggio della testimonianza di Natasha Teatino, una delle giovani ospiti alle feste di Silvio Berlusconi. La Teatino andò a Villa San Martino in un'unica occasione, il 6 gennaio del 2011. Ai giudici della quarta sezione penale, la ragazza ha raccontato di essere stata portata ad Arcore dall'amica Aris Espinosa, habitué delle feste del Cavaliere («pagava l'affitto di casa non con i suoi soldi ma con quelli di Silvio Berlusconi»), che le aveva raccontato che avrebbe potuto «avere rapporti sessuali con Berlusconi anche davanti ad altre ragazze». Ma per la Teatino la serata terminò diversamente. Dopo l'aperitivo, la cena accompagnata dalle canzoni di Apicella, il padrone di casa invitò tutte le ospiti nella sala del «bunga bunga». Qui le ragazze, seminude, facevano balli erotici e si facevano toccare dal Cavaliere. Nessuna, però rimase completamente nuda. La ragazza guardava, forse «faceva troppe domande», come le disse l'amica Aris Espinosa al termine della serata. Natasha inoltre ha aggiunto che quella sera non si era sentita «a disagio». Dopo la festa, però «sono rimasta male - ha detto in aula - perché non ho ricevuto nulla mentre le altre ragazze avevano avuto delle buste».

IL FIDANZATO - «Ruby è una brava ragazza e lo sta dimostrando. È ansiosa di venire in Tribunale perché arrabbiata in quanto forse è stata manipolata». Lo ha detto Luca Risso, il compagno di Ruby, lasciando il Palazzo di Giustizia di Milano dove era stato convocato come testimone ma non ha risposto alle domande dei giudici. Rizzo ha potuto avvalersi in quanto è stato deciso di sentirlo come imputato di reato connesso per via del procedimento a suo carico a Genova.

L'EMISSARIO - Serena Facchineri, l'ex fidanzata di Luca Risso, ha testimoniato invece in merito all'«emissario» presente all'incontro a Milano la sera del 6 ottobre 2010. A suo dire, era una persona legata a Silvio Berlusconi. All'incontro presero parte Ruby, il suo avvocato di allora Luca Giuliante, Lele Mora, Luca Risso e una persona che verbalizzava. Rispondendo alle domande per chiarire il significato di alcuni sms che quella sera aveva scambiato con Risso, la testimone ha detto di aver collegato il misterioso «emissario di Lui», presente alla riunione, come una persona inviata da Berlusconi. E questo perché in precedenza Ruby le aveva raccontato di essere stata a casa dell'allora Presidente del Consiglio e di avere un avvocato, Luca Giuliante, che «l'aiutava, in generale - ha proseguito la testimone - perché non aveva una famiglia». Simona Facchineri, oltre ad affermare dalla frase in cui Risso le scrisse «siamo alle scene hard con il pr... con la persona» aveva dedotto che tale «persona» fosse Berlusconi, ha aggiunto di aver allontanato la marocchina da uno dei locali notturni di Genova del suo ex, dove si esibiva dalla fine di agosto di due anni fa, quando scoprì che era minorenne.
Corriere della Sera
14 02 2012


La notizia non è ancora ufficiale: la lapidazione è stata definitivamente cancellata dal nuovo codice penale islamico iraniano che ha appena passato l’ultimo vaglio del Consiglio dei Guardiani, la commissione incaricata di verificare che le leggi non contraddicano la legge islamica. Lo riferisce oggi il Daily Telegraph riprendendo le notizie apparse sui media locali. Per l’entrata in vigore mancherebbe solo la firma del presidente Ahmadinejad.  Da diverso tempo le autorità iraniane valutavano la cancellazione di una pena che viene giudicata orribile dal resto nel mondo. Ma l”establishment politico e religioso era combattuto all’interno sul da farsi.  Nel 2009 la riforma del codice penale, scrive il sito di area conservatrice Khabaronline, era stata inviata dal Parlamento al Consiglio dei Guardiani che poi l’ha approvata qualche settimana fa.

Il testo, composto di 200 articoli in più di quello precedente, prevede anche un altro importante passo: l’abolizione della pena di morte per i reati commessi dai minori (pena che finora veniva eseguita, salvo perdono della parte offesa, dopo il compimento dei 18 anni). Ma è presto per gridare alla svolta, mette in guardia Drewery Dyke, esperto iraniano di Amnesty International: “le riforme potrebbero non sembrare quello che sembrano visti i tanti cavilli del sistema legale iraniano. L’esecuzione - dice al Telegraph – è un concetto legale specifico in Iran. La punizione per l’omicidio per la la legge islamica è chiamata retribuzione per l’anima”. Quindi, secondo Dyke, i minorenni potrebbero ancora essere giustiziati se compiono un omicidio. Nel frattempo le esecuzioni di condanne a morte in Iran dall’inizio dell’anno sono salite a oltre 60.

Stessa cosa vale per la lapidazione, prevista per uomini e donne trovati colpevoli di adulterio. “Hanno cancellato la pena – dice Dyke – ma non sappiamo che tipo di punizione è prevista al suo posto nella nuova legge”. Alcune fonti dicono che al suo posto potrebbe esserci l’impiccagione. La lapidazione per adulterio in Iran non viene eseguita da alcuni anni. A tale pena è stata condannata nel 2006 Sakineh Mohammadi Ashtiani, sulla cui sorte vi è stata una grande mobilitazione internazionale, un caso di cui avevamo già parlato in questo blog. La pena per Sakineh era stata sospesa un anno fa e tramutata in impiccagione. Da allora si rincorrono le voci di una probabile esecuzione della donna.

Nel 2002 fu l’allora capo del potere giudiziario a emettere un’ordinanza in cui invitava i magistrati a sospendere le esecuzioni per lapidazione dei colpevoli di adulterio. Non si trattava tuttavia di una disposizione vincolante, e negli anni successivi le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato almeno una decina di casi di persone lapidate, alcuni dei quali ammessi dalla stessa autorità giudiziaria. Ora, però, la morte a colpi di pietre dovrebbe essere un capitolo chiuso.

Turismo sessuale al femminile

La 27esima ora
05 07 2012


Le donne sono così diverse dagli uomini?

C’è Clara, italiana, sulla quarantina, che sul volo di ritorno dall’Havana sorride, convinta di aver trovato l’amore. E c’è Elizabeth, 50 anni, un lavoro come manager in una multinazionale, che accarezza la schiena nera del suo beach boy sulla sabbia bianca di Zanzibar, consapevole di star pagando per fare sesso e divertirsi un po’.

In Giamaica, a Cuba, in Senegal, Kenia, Capo Verde, Santo Domingo. L’elenco delle mete è lungo, basta che il paese sia povero e anche gli uomini si mettono a vendere i loro corpi alle turiste. Fino a una decina di anni fa il turismo sessuale era cosa da uomini. Stigmatizzato, condannato, soprattutto quando si traduce nelle terribili scene di Khao San Road a Bangkok, dove vedi ragazzine (e ragazzini) anche di 10 anni costretti a prostituirsi per non morire di fame. Con le organizzazioni governative che lottano disperatamente contro il propagarsi di Hiv e di malattie sessualmente trasmissibili.

Per anni abbiamo sentito i racconti di uomini che tornavano da Cuba vantandosi di conquiste, dopo essere stati in compagnia di donne, ragazze e ragazzine disposte a tutto pur di fare un pasto decente e avere qualche pesos per comprarsi un paio di scarpe.

Ora il turismo sessuale, piace anche alle donne. Nella maggior parte dei casi non si tratta di giovanissime, ma di signore tra i 45 e i 65 anni di età, in vena di trasgressione, oppure alla ricerca dell’amore che non hanno trovato nel loro paese. Tante – troppe, oserei dire – poi si convincono che nel loro caso non si tratta di prostituzione.

    “Lui si è innamorato di me, mi tratta come una regina, mi chiama mi amor”, mi ha raccontato Clara sospirando sull’aereo di ritorno da Cuba. “Tornerò e ci sposeremo”. E poco importa se a mi amor arriveranno richieste di soldi, vestiti e oggetti che a Cuba non si trovano. Elizabeth, invece, è più pragmatica: “A Zanzibar i ragazzi non hanno denaro e io cerco solo un po’ di sesso facile senza pensieri, senza complicazioni. Li pago e loro mi danno quello che voglio”, racconta.Ma Elizabeth è un’eccezione. Per la maggior parte delle turiste si tratta di regali, di aiuti, perché “quei ragazzi sono così poveri”.

Jacqueline Sanchez Taylor e Julia O’Connell Davidson, due sociologhe inglesi, che hanno analizzato nello specifico il turismo sessuale femminile in Giamaica, intervistando 240 donne in vacanza, hanno scoperto che almeno un terzo di loro, pur ammettendo di aver avuto una relazione con ragazzi del luogo – con regali e cene offerte generosamente – ha categoricamente escluso di aver pagato dei “prostituiti”.

D’altro canto loro, i beach boys, chiamano le turiste  “bottiglie di latte da riempire” per il colore chiaro della loro pelle. O quando vogliono essere gentili le definiscono Sugar Mamas.

Secondo Taylor e Davidson, la ragione per cui le donne riescono a convincersi di non aver pagato è il pregiudizio che gli uomini neri amino fare sesso con chiunque, anche con donne più anziane, e che siano dei grandi amatori. Il fatto che siano interessate a loro per motivi economici non le sfiora nemmeno. In realtà esistono dei veri e propri tariffari. Un’ora di sesso in Giamaica costa tra i 20 e i 30 dollari, una notte intera 150, compreso il sesso orale. Nemmeno  tanto a buon mercato. Con il rischio di trovare pure quello violento che ti allunga due schiaffi, come hanno denunciato molte turiste. E con il rischio di rimanere ferite nell’animo, per quelle che pensavano di trovare il grande amore.

A parlare del turismo sessuale come fenomeno è anche Paradise Love, film presentato quest’anno a Cannes. Un’analisi così spietata non la si era vista nemmeno in Verso Sud, di Laurent Cantet  con Charlotte Rampling. Ma nel lavoro dell’austriaco Ulrich Seidl la protagonista è una cinquantenne piuttosto appassita, partita per il Kenya alla ricerca  di una nuova rivalsa, sul piano sessuale ma anche sentimentale. All’inizio della sua avventura sembra divertirsi, pensa di essere davvero corteggiata. Ma al momento di aprire il portafoglio sembra tutt’altro che felice.

Ha detto qualcuno: se proprio si vuole fare sesso a pagamento bisogna ricordare la regola numero uno: preservativo in borsetta. Regola numero due: cuore in frigorifero.

La dichiarazione mi lascia un po’ perplessa. E non per tanto per moralismi o per pruderie. Non credo che una donna sia tanto diversa da un uomo nel momento in cui paga qualcuno per avere un rapporto. Non credo alla favola che le donne si vogliono innamorare, mentre gli uomini cercano solo sesso. Credo piuttosto che per le donne sia più difficile ammettere con se stesse di voler dominare un’altra persona.

In un interessante articolo comparso su Le Monde Diplomatique, l’antropologo Franck Michel sottolineava come il turismo sessuale abbia trasformato il mondo in un gigantesco luna park per uomini e donne dei paesi sviluppati. “Qui si offrono senzazioni forti e sesso a buon mercato con i poveri del sud del mondo”, spiega ancora Michel. E per quanto riguarda le donne?

“Stanno seguendo le orme maschili, ripercorrendo lo stesso schema di potere, dominazione e sopraffazione di stampo coloniale”.

    E’ difficile credergli: quando vedo un uomo che paga per fare sesso provo fastidio, quando vedo una donna che fa lo stesso provo pena. Ma so che sono esattamente le stessa cosa.

Marta Serafini

Corriere del Mezzogiorno
12 10 2012


Il boss sarebbe un connazionale che era stato a lavorare in Campania. Arrivano in Italia un mese prima del parto

NAPOLI - Giovani donne rom di Veliko Tarnovo (Bulgaria centrale) vendono i loro neonati in Italia per mantenere la famiglia. Secondo fonti del quotidiano «Telegraf», il principale quotidiano diffuso a Sofia, il canale del traffico funziona ormai da oltre un anno e mezzo. Il boss sarebbe un certo Giako, un rom bulgaro che lavorava tempo fa nei pressi di Napoli, dove si era messo in contatto con dei trafficanti italiani di neonati. Tornato in Bulgaria, Giako ha cominciato a reclutare nella zona di Veliko Tarnovo delle giovani rom che acconsentono di partorire per vendere poi il neonato in Italia. Le più belle, scrive Telegraf, diventano gravide dallo stesso Giako. Un mese prima del parto, le donne vengono trasportate nell'Italia del Sud, prevalentemente nella zona di Napoli. Dopo la nascita del bambino tornano in Bulgaria con 3.000 euro in tasca per ogni neonato. Si tratta di uno «stipendio» mensile di circa 300 euro, conclude Telegraf, soldi che utilizzano per mantenere la famiglia nei paesini intorno a Veliko Tarnovo.
23 11 2012 
 
Aumentano i casi di abusi, lo dice una ricerca di Di Napoli e Arcidiacono. Che ricordano il curioso suggerimento

Napoli città violenta, soprattutto per le donne. È quanto emerge dalla ricerca condotta da un'equipe guidata da Caterina Arcidiacono e Immacolata Di Napoli. Il titolo dell'interessante studio, pubblicato da Franco Angeli, è significativo: «Sono caduta dalle scale...». Lo spiega la professoressa Arcidiacono.
Dalla ricerca emerge che la violenza sulle donne a Napoli è in aumento? 
«Sicuramente è in aumento, come tutte le statistiche evidenziano. Comincia tuttavia a delinearsi la parlabilità del fenomeno non più esclusivamente chiuso nel segreto della coppia e della famiglia. Ciò che è evidente dalle statistiche è che il fenomeno riguarda prevalentemente la vita domestica. Per le donne è statisticamente più facile subire violenza in casa da parte di un familiare che per strada da parte di un estraneo. il dato è veramente allarmante».

Quali sono i quartieri o i comuni dove è maggiore? 
«Nonostante le apparenze contrarie, e l'opinione del senso comune, il fenomeno risulta ubiquitario nelle diverse classi sociali e nei diversi quartieri. In alcune zone più aperte ai diritti delle donne e al cambiamento sociale sono più evidenti segni di parola del fenomeno. In questo senso ad esempio Fuorigrotta si differenzia dai quartieri del Centro storico».

La violenza subita viene spesso nascosta dalle donne stesse? 
«L'affetto e il legame con il partner rendono difficile la denuncia; infatti, come si evince dalla analisi delle denunce vengono portate alla pubblica conoscenza le violenze subite da ex partner e ex fidanzati. Fino a che il legame tiene, forse la speranza del superamento della violenza inibisce la denuncia».

Qual è l'atteggiamento dei parroci che avete ascoltato?
«È ben strano, a fin di bene. I parroci si fanno promotori del benessere famigliare e della armonia della coppia, ma non hanno presente che in tal modo ledono i diritti di base delle donne in quanto essere umani. Il loro invito ad affrontare il problema della violenza nel bene della famiglia, significa di fatto promuovere oldrassegnazione e accettazione dei soprusi. Essi dicono di essere i primi psicologi, ma in realtà l'intervento psicologico si caratterizza invece, per una promozione dei diritti delle donne all'interno della coppia e della famiglia promuovendo la negoziazione interfamigliare dei bisogni di tutti i suoi membri. La psicologia non è accettazione dei diritti o della opinione di qualcuno sulla pelle dell'altro. Promuovere la oldrassegnazione e l'accettazione incondizionata significa ledere i diritti di base della persona umana».

E l'atteggiamento dei medici? 
«I medici credono nella importanza della formazione e della informazione, pertanto auspicano corsi ad hoc e iniziative di formazione più diffuse lamentano tuttavia il proprio imbarazzo nel trattare un tema di tale rilevanza emozionale e relazionale». Ma il Sud non era una zona di «matriarcato»? «Sì, ma forse è una definizione antropologicamente impropria; infatti, proprio la volontà delle donne di trovare uno spazio per sé piuttosto che come gestrici sacrificali della intera famiglia induce la vulnerabilità dei maschi non più riconosciuti nel ruolo di padre - autorevole. Il nostro matriarcato è sempre stata una forma di riconoscimento dello spazio femminile a cui faceva eco la totale autorevolezza pubblica del maschio di casa».

Quali aiuti per queste donne? 
«Comincia ad esserci una forte sensibilizzazione dell'Udi e di molte associazioni e gruppi di donne; la manifestazione di domenica prossima a piazza Vittoria alle 9.30 è un segno di tale mobilitazione cittadina. La psicologa napoletana Elvira Reale ha introdotto un modello di refertazione psicologica per il pronto soccorso e l'assessorato alle pari opportunità del Comune di Napoli ha istituito una rete antiviolenza per tutte le inziative collegate a tale tema alla quale io tra l'altro ho partecipato in rappresentanza del Rettore della Federico II, Massimo Marrelli».

Quale ulteriore fenomeno specifico è rilevante nella ricerca? 
«Il fenomeno della violenza psicologica di coppia tra adolescenti e giovani fidanzati è sempre più in aumento come si evince da ricerche effettuate in questi anni. Munoz-Rivas et al. (2007) confermano che la violenza psicologica, definita come aggressione verbale, insieme ad atti di gelosia e di controllo, si presenta come uno standard costante nei rapporti di fidanzamento degli studenti universitari accompagnata dall'idea condivisa delle fidanzate che manifestazioni di gelosia del partner nei loro confronti siano segno di interesse e di amore (Labrador, Fernandez e Rincón,2010). Dallo studio di Fortuna Procentese svolto attraverso interviste a giovani adulti, fidanzati da almeno due anni, emerge che nel tipo di rapporto descritto non prevale né complicità né reciprocità non invadente, manca la capacità di confidarsi e affidarsi all'altro nell'affrontare i problemi che possono emergere a livello individuale. Le relazioni di coppia, così come raccontate dai partecipanti, delineano una tendenza all'asimmetria che ben spiega il riproporsi di un modello di uomo che offre sicurezza alla propria partner in cambio della rinuncia a delle scelte proprie e autonome, in modo da mantenere il controllo della relazione. Le relazioni di coppia, così come raccontate dai partecipanti, delineano una tendenza a essere asimmetriche. La maggior parte degli intervistati, nonostante abbia espresso l'idea che le partner abbiano la possibilità di studiare e lavorare, in realtà, si sentono rispettati e ritengono di non dover assumere il controllo coercitivo delle situazioni, fino a quando, a loro parere l'attività svolta dalle ragazze è ‘‘sotto controllo'' e non consente un reale scambio con l'esterno. Le fidanzate sembrerebbero vivere una condizione di subordinazione, conforme al modello di coppia radicato nel loro contesto socioculturale e familiare. Anzi, i partecipanti hanno sostenuto con forza la naturalezza di tale distinzione e subordinazione della donna, come se l'identità di un genere, e dunque il ruolo di un genere, derivasse da un fatto naturale».

Mirella Armiero
Corriere della Sera
25 04 2012


Dalla cerimonia con il Capo dello Stato all'Altare della Patria, al corteo dell'Anpi che parte alle 9.30 dal Colosseo: tutti gli appuntamenti; letture, dibattiti, film e sport

ROMA - Venticinque aprile a Roma. Dopo le contestazioni, le liti sul mancato invito dei rappresentanti delle istituzioni al corteo dei partigiani e l'intervento pacificatore del Quirinale, mercoledì si celebra la Festa della Liberazione: ricco il calendario degli appuntamenti mentre ancora non si sono attutite le polemiche per l’iniziale rifiuto da parte dell’Anpi e delle altre associazioni combattentistiche di ospitare il sindaco Gianni Alemanno e la presidente della Regione Renata Polverini nella loro manifestazione. Il presidente Giorgio Napolitano dichiara «inammissibili le divisioni» nel giorno in cui si celebra la liberazione del Paese dal nazifascismo.

ARMISTIZIO - Le polemiche vanno comunque attenuandosi: già martedì sembrava pace fatta, o quantomeno un «armistizio» tra Anpi e la presidente del Lazio Renata Polverini, che annunciava di voler partecipare al corteo. Convocato alle 9.30 al Colosseo e diretto a Porta San Paolo, il corteo è promosso dalle associazioni della resistenza e dal coordinamento romano antifascista. L’apertura della giornata avverrà poco prima, alle 9, all’Altare della Patria dove il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano depone come ogni anno la corona in ricordo del 25 aprile. Alla cerimonia partecipa anche il presidente del consiglio Mario Monti e tra le altre autorità invitate saranno presenti anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno e la governatrice del Lazio Polverini.

MONTI A VIA TASSO - Subito dopo il presidente della repubblica raggiungerà Pesaro dove alle 11,30 terrà un discorso in Piazza del Popolo che sarà ripreso dal Tg1. Il presidente Monti si recherà invece al Museo di via Tasso dove alle 9,30 – presente Alemanno – sarà deposta una corona. Alle 10,30 Mario Monti deporrà un’altra corona, presente il ministro della difesa, al mausoleo delle Fosse Ardeatine. Alle 11 al Verano per iniziativa dell’Aned sarà deposta una corona al monumento ai deportati, alla presenza del sindaco. Alla stessa ora nel Museo di via Tasso sarà proiettato il filmato «Roma occupata» (nel pomeriggio, alle 17, lettura della lettera di Dino Terracina).

Le celebrazioni a Porta San Paolo nel 2010Le celebrazioni a Porta San Paolo nel 2010
IL CORTEO DELL'ANPI - Alle 9.30, dall'Arco di Costantino, parte il corteo dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Dopo tre anni di manifestazione statica in piazza Porta San Paolo, quest'anno l'Anpi ha deciso di tornare a sfilare dietro lo striscione «I partigiani», «per ricordare la Resistenza e dire no a fascismi vecchi e nuovi». Promuovono l’iniziativa le associazioni Aned, Anei, Anpc, Anppia, Fiap e Anpi. Al termine del corteo sul palco si alterneranno ai gruppi musicali, gli interventi di partigiani a partire dal presidente dell’Anpi Francesco Polcaro, dei rappresentanti del coordinamento antifascista romano e degli studenti. Previsto anche un intervento di Carlo Cadorna, figlio del generale Raffaele comandante del Corpo Volontari della Libertà.

«RESISTENZA, DIGINITA', LIBERTA'» - Massimo Rendina, per anni presidente dell’Anpi, ha inviato una lettera di saluto. «Impedito fisicamente sarò spiritualmente con voi – scrive Rendina -. La Resistenza va riproposta per il suo carattere propedeutico che coniuga la libertà con la dignità della persona e il diritto all’autorealizzazione». Poco dopo alle 13 l’Anpi dell’Esquilino, sezione don Mario Pappagallo, posizionerà una targa di fronte all’ingresso di via Principe Amedeo 2 dove nel ’44 la Banda Koch perpetrò torture e omicidi nella Pensione Oltremare requisita dal sicario fascista. Il condominio dell’immobile di recente aveva detto no all’apposizione di una targa sulle mura esterne dell’immobile, di qui l’iniziativa dell’Anpi che col sostegno del I Municipio scoprirà la targa sul suolo pubblico.

LA MEMORIA TRA LETTURE, DIBATTITI E FILM - L’iniziativa a via Principe Amedeo si inserisce in un orizzonte di iniziative allargate a tutto il territorio della città. Alle 11 verrà ricordato l’eroico Ugo Forno, il ragazzino dodicenne ultimo ucciso della battaglia di Roma nel giugno del ’44 mentre si opponeva ai sabotatori tedeschi che prima di lasciare Roma cercarono invano di far saltare il ponte ferroviario sull’Aniene che ora Rfi ha intitolato a Ugo Forno. La cerimonia è prevista sotto il ponte. Nella giornata l’Anpi del II municipio guida poi alla riscoperta dei luoghi della memoria antifascista. Nel XX municipio l’Anpi dei Martiri della Storta promuove una staffetta di lettura alle 17 nel Parco Nino Papucci di Grottarossa.

LE DONNE IN GUERRA - Alla stessa ora a San Lorenzo si ricorda Rosario Bentivegna e sarà presentato il libro «Donne in guerra» di Michela Ponziani. A Casalbertone l’Anpi in ricordo del partigiano Zaccaria Verucci ha organizzato una «giornata di Liberazione»: alle 10 si terrà il mercato Terraterra e un'esibizione di giocolieri in piazza Santa Maria Consolatrice, mentre al parco di via Morozzo della Rocca ci sarà un torneo di calcetto. Alle 16 dal Palazzo dei Cervi si muoverà la parata della memoria. Alle 17 ritorno di nuovo in piazza Santa Maria Consolatrice per il dibattito «L'antifascismo al tempo della crisi», con il presidente dell'Anpi, Francesco Polcaro, e rappresentanti dei partirti di sinistra.

CORONA IN VIA BRAVETTA - Infine alle 20.30, tra Porta San Paolo, la Piramide Cestia e piazzale Ostiense, verrà proiettato un film commemorativo della lotta dei partigiani per la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Anche i circoli del Pd festeggiano la Liberazione, come quello Pisana-Bravetta i cui militanti, come ogni anno, poseranno una corona d'alloro presso il monumento dei caduti, all'incrocio tra via di Bravetta e via della Pisana. La giornata di festeggiamenti inizierà alle 16 al liceo Montale in via di Bravetta 545, con il concerto dell'orchestra «Cadenza sospesa», che metterà in musica brani sulla Resistenza e a sfondo sociale. Dopo i discorsi istituzionali, alle 17.45 si terrà l'intervento dell'ospite d'onore della serata: il regista Carlo Lizzani. E dalle 18, la proiezione del film «Roma città aperta».

PODISTI E CICLISTI - Si inizia dalle 9 con due eventi podistici. Il Gran premio della Liberazione, giunto alla 67esima edizione, partirà e si concluderà allo stadio Nando Martellini, alle Terme di Caracalla. Il percorso di 18 chilometri si articola su via Numa Pompilio, via Antoniniana, viale Baccelli, largo Terme di Caracalla, viale Terme di Caracalla, porta Ardeatina, viale di Porta Ardeatina, piazzale Porta San Paolo, viale Giotto, largo Fioritto, viale Baccelli, largo Vittime del Terrorismo e, ultima tappa prima del taglio del traguardo, viale Terme di Caracalla fino allo stadio.
«Resistere, pedalare, resistere. Percorsi di Liberazione», è invece la gita cicloturistica nei luoghi simbolo della resistenza, organizzata dalla Fiab, Federazione italiana amici della bicicletta. Un percorso di 25 chilometri a partire dal luogo in cui è cominciata la Resistenza, porta San Paolo, passando dal ponte di Ferro per dirigersi a Regina Coeli, attaccata dai partigiani in bicicletta, a via Rasella, al museo di via Tasso, fino alle Fosse Ardeatine. L'appuntamento è per le 10 alla Piramide di Porta San Paolo, dove la gara si concluderà, alle 16 circa. E ancora, per le gare podistiche amatoriali, nel VIII Municipio si svolgerà Correre insieme per la pace e la libertà.

Paolo Brogi

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