CORRIERE DELLA SERA

27 09 2012

Una madre con il figlio in braccio si è gettata dal quarto piano, nella tromba delle scale, in un palazzo di via Carducci nel centro di Genova. La donna è morta e il figlio è gravissimo, dicono i soccorritori. È successo tutto intorno alle 11 di questa mattina: la donna ecuadoriana, si è gettata dal sesto piano con il bambino di circa 4 anni. Il fatto è avvenuto in un edificio del centro città, in via Carducci, dove si trovano quasi esclusivamente uffici. La mamma è morta sul colpo mentre il bambino è stato trasportato in codice rosso all'ospedale pediatrico Gaslini di Genova. Secondo le prime informazioni l'immigrata avrebbe avuto una lite molto accesa con il marito e proprio i dissidi familiari l'avrebbero indotta al folle gesto.

La 27esima ora
05 07 2012


Diciamo la verità: queste pubblicità contro i maltrattamenti sulle donne sono un pugno nello stomaco. Perché un conto è leggere sul giornale «Pestata a sangue dall’ex fidanzato», come nell’inchiesta del Corriere sulla violenza contro le donne o negli articoli di cronaca. Un altro è vedere occhi tumefatti, labbra che sanguinano, guance viola.

     Funzionano? Servono a cambiare le cose?

Beh, prima di tutto bisognerebbe che spot e manifesti arrivassero nei luoghi loro deputati, quindi in tv, sui giornali, e negli spazi per le affissioni delle nostre città. Finora ne abbiamo visti pochi. Ma forse il problema è anche un altro.

     Siamo sicuri che per svoltare basti mostrare lo scempio di un volto violato? Che sia sufficiente ordinare “Donne, basta col silenzio, parlate!” con uno slogan scritto su un cartellone di una strada a quattro corsie perché madri, figlie e fidanzate maltrattate si convincano a rivolgersi a una divisa?

Interessante notare che nell’ampia galleria di pubblicità che segnaliamo qui gli uomini si vedono (o si immaginano) solo nel ruolo del carnefice. Vince la rappresentazione del dramma femminile. La donna crocifissa sul letto. Che rotola lungo le scale. Ripiegata su se stessa in bagno. Presa a calci in cucina. Non sempre lo sforzo di un iperrealismo colpisce nel segno.

Questo anche perché siamo troppo abituati a una rappresentazione delle donne nella pubblicità che è fatta di stereotipi lontani anni luce dalla vita di tutti i giorni. La realtà femminile negli spot ha una dimensione soltanto, quella della bellezza e degli ammiccamenti. E allora trovarsi davanti l’immagine di una donna presa a pugni è talmente spiazzante che il messaggio legato all’immagine diventa poco comprensibile.

Ma questo non è il luogo delle analisi sulla semantica della pubblicità. Le donne non denunciano, dicevamo. E questo perché in certi contesti il rapporto di forza è tutto a loro sfavore. Anche noi che tanto parliamo, e scriviamo, e invitiamo al coraggio, al loro posto non potremmo fare altro che subire. Allora forse potrebbe esserci un’altra strada, anche per la pubblicità. Quella di coinvolgere gli uomini. C’è qualcuno che ha voglia di metterci la faccia? Calciatori e atleti in genere, dirigenti d’azienda, attori, imprenditori e — perché no — anche giornalisti potrebbero spendersi per una causa importante. Perché il punto non è incitare le donne a non prenderle (lo eviterebbero volentieri). Sarebbe più utile convincere gli uomini a non darle.

Un riconoscimento va alla Nazionale di Cesare Prandelli, che il 30 maggio scorso aveva in programma un’amichevole contro il Lussemburgo per ricordare che «la violenza sulle donne è un problema degli uomini», per dirla con le parole del ct. Certo, la partita non si è giocata per il terremoto. Ma almeno l’intenzione c’era. C’è qualcuno — qualche uomo pubblico — disposto a mettersi in gioco su questa strada? I nomi possibili potrebbero essere tanti…

    Che ne dite, ne varrebbe la pena? E chi vedete nei panni dei testimonial?

Rita Querzè
Corriere della Sera
13 11 2012


Con una divisa zavorrata di decorazioni qualunque sessantenne in discreta forma acquisirebbe un certo fascino.

di Rita Querzè

C’è qualcosa che non va nella vicenda Petraeus-Bradwell. L’avete visto il marito dell’intraprendente Paula? Avete osservato da vicino l’indomito Petraeus? Se, come ha sintetizzato Maria Laura Rodotà sul Corriere, Petraeus è il maschio Alfa per cui la Broadwell ha dato fondo a tutte le sue risorse, mettendo sul piatto anche la laurea ad Harward, e il biondo marito radiologo in smoking il maschio Beta, allora impariamo dagli errori dell’ambiziosa signora. E teniamoceli stretti, questi maschi Beta. Che poi Beta fino a un certo punto. Perché di esemplari così c’è chi non li ha visti nemmeno con il binocolo.

Perdonare al direttore della Cia la tinta e il riporto è già impegnativo.  Con una divisa zavorrata di decorazioni come la sua qualunque sessantenne in discreta forma acquisirebbe un certo fascino. Rivelatore, invece, l’esercizio inverso. E cioè immaginare il valoroso Petreus con maglietta della salute, boxer e calzini con il telecomando in mano davanti alla tv. Aiuto!

Ci perdoni il generale. Ma non è forse questo che fa il 99% dei maschi del globo terracqueo? Alla  macchinetta del caffè, di qua e di là dell’oceano, il commento sulla vicenda più diffuso da parte degli uomini è stato il seguente: “Povero Petreus, l’hai vista la moglie? Con una così, cosa doveva fare? E pensare che si è dovuto pure di dimettere!”.  E allora, per una volta, lasciateci vedere la realtà allo stesso modo, giusto o sbagliato che sia. Che poi, quando è l’ora di guardarsi negli occhi e passare ad altro, con le mostrine non ci si fa granché. E il riporto, invece, resta.

Date retta, teniamoceli stretti questi maschi Beta. E anzi, ce ne fossero, e in salute. Magari comanderanno soltanto all’interno di uno sgangherato ufficio o di un reparto d’ospedale. O forse niente del tutto. Ma vuoi mettere? E poi ­- cara Paula – tanto impegno e dedizione per cosa? A conti fatti il ruolo in palio era sempre il solito: quello dell’ancella di lusso. Anche se in questo caso non si trattava di rammendar calzini ma di annotare con diligenza gli appunti per la biografia dell’eroe.

Il maschio Beta ha di buono che non lo devi ricevere sempre in lingerie e con iltrucco perfetto. Che, più semplicemente, se sei un po’ storta e proprio non ti va, per una volta tollererà anche la scusa del mal di testa. Ecco, il maschio Beta non è utile per fare carriera. Ma quella, le donne che proprio ci tengono, al giorno d’oggi possono cercare di farla in proprio. E se non riesci non casca il mondo.

Ultima annotazione. Alla fine, i protagonisti delle storie cambiano ma i copioni si somigliano sempre. Uomini potenti, donne affascinate dal potere. E anche la laurea ad Harvard non protegge le signore dal solito incantesimo, fatto con un intruglio a base di potere che trasforma i rospi in principi. Ma l’abbaglio appare più grave oggi di ieri. Perché le simil-Paula avrebbero i mezzi per stare in piedi e correre con le proprie gambe. Senza contare che prima di giocarsi un maschio Beta è meglio pensarci bene. Di compagni, anche Gamma o Delta, in grado di tollerare le nostre debolezze e prenderci per quello che siamo, in giro ce n’è sempre meno. Meglio tenerseli stretti.
Corriere della Sera
25 04 2012


di Sara Ventroni*

Se fossimo in una puntata dei Simpson, prima di straparlare davanti alle telecamere di Springfield, Daniela Santanché avrebbe come minino millantato la lettura delle Vite Parallele di Plutarco invece che il solito Goebbels, che quando sente parlare di “cultura” mette mano alla pistola, o alla parola…

Purtroppo il genio di Matt Groening (esperto conoscitore della miseria umana) non arriva a tanto, e il capitolo “Nicole Minetti come Nilde Iotti” resta un orrore reale: siamo infatti certe che nel cartone animato Lisa Simpson – femminista bambina, di celluloide, ma pur sempre femminista – andrebbe a tirare le orecchie d’asino alla Santanché, leggendole ad alta voce la biografia di Nilde, prima e dopo l’amore di una vita per Palmiro.

I Simpson sono irriverenti, troppo colti per alcuni adulti italiani. Noi siamo fermi alla pedagogia, perché “l’alunna ha delle gravi lacune da colmare”. Per questo mi permetto di consigliare a Daniela Santanché la lettura di un graphic novel (per ragazze e per ragazzi; ma va benissimo anche per adulti con renitenza all’apprendimento) molto bello e molto istruttivo: Nina e i diritti delle donne di Cecilia D’Elia, da cui prendo – dedicandolo a tutte le bambine che non la conoscono ancora – il discorso d’insediamento alla presidenza della Camera di Nilde Iotti:

    “Onorevoli colleghi, con emozione profonda vi ringrazio per avermi chiamata col vostro voto e con la vostra fiducia a questo compito così ricco di responsabilità e di prestigio […] in particolare comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa non ve lo nascondo vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

 Per chi è a corto di memoria: http://it.wikipedia.org/wiki/Nilde_Iotti

 
Corriere della Sera
27 03 2012

di Riccardo Noury


Afghanistan, Arabia Saudita,  Bangladesh, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Malesia, Siria, Somalia, Striscia di Gaza, Stati Uniti d’America, Sud Sudan, Sudan, Taiwan, Vietnam, Yemen.

Benvenuti al club degli Amici della forca. Ha perso molti iscritti, un centinaio nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Ogni tanto, qualcuno dei vecchi soci torna a far visita ma da tempo non registra più nuove iscrizioni. È destinato a chiudere, prima o poi, per mancanza d’iscritti, e a depositare i suoi arredi e i suoi orridi stucchi nella cantina della storia.

I luoghi del mondo dove l’anno scorso vi sono state esecuzioni capitali, secondo il Rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel 2011, sono 20, oltre un terzo in meno rispetto a 10 anni fa. Visto dall’altra parte, l’anno scorso il 90 per cento degli stati membri delle Nazioni Unite non ha eseguito condanne a morte e, di questi, 141 paesi hanno abolito la pena di morte per legge o perseguono una consolidata prassi abolizionista: il più recente, e primo del 2012, è stato la Lettonia.

Grazie alla determinazione delle attiviste e degli attivisti per i diritti umani, al coraggio di leader politici che prendono decisioni che possono sembrare impopolari, all’onestà di avvocati e giornalisti che raccontano i fatti e, soprattutto, alla forza morale di un sempre maggior numero di familiari la cui vita è stata devastata dalla criminalità e che pretendono giustizia, sì, ma non predicano l’occhio per occhio dente per dente, la pena di morte è in ritirata.

Le politiche secondo cui è necessario uccidere chi ha ucciso per dimostrare che non si deve uccidere si svuotano ovunque di significato, restando patrimonio di una visione della giustizia basata sulla vendetta e sulla ritorsione.

Per non parlare di quei sistemi giuridici che tolgono la vita ad adulteri e omosessuali (Iran), ai blasfemi (Pakistan) o a chi predice il futuro (Arabia Saudita).

In quel 10 per cento di mondo dove si decapita, si fucila, s’avvelena e s’impicca, nel 2011 il boia ha agito 676 volte, 149 in più dell’anno precedente, a causa di un profondo aumento delle esecuzioni in due paesi: Arabia Saudita e Iran. In quest’ultimo paese, sono stati impiccati almeno tre minorenni.

A quel numero, 676, frutto dei dati pubblici monitorati da Amnesty International, potrebbe mancare uno zero alla fine: quello delle svariate decine di esecuzioni segrete avvenute in Iran e, soprattutto, quello delle migliaia di condanne a morte eseguite in Cina.

Amnesty International ha cessato, da alcuni anni, di fornire dati basati su fonti pubbliche cinesi, poiché è probabile che sottostimino enormemente il numero effettivo delle esecuzioni. Anche nel rapporto odierno, l’organizzazione per i diritti umani chiede al governo della Cina di pubblicare i dati relativi alle condanne a morte e alle esecuzioni, per poter accertare se sia proprio vero che una serie di modifiche alle leggi e alle procedure, così come la cancellazione di 13 reati capitali, abbiano ridotto significativamente, negli ultimi quattro anni, l’uso della pena di morte.

Gli errori e gli orrori che caratterizzano i procedimenti giudiziari relativi alla pena capitale (confessioni estorte con la tortura, processi senza avvocato difensore, giurie razziste, familiari non avvisati, impiccagioni e decapitazioni sulla pubblica piazza, comuni cittadini che prendono parte all’esecuzione), sono descritti nel rapporto pubblicato questa mattina da Amnesty International.

Qui, voglio mettere in evidenza altre cose successe nel 2011: in 33 paesi vi sono stati provvedimenti di grazia o commutazioni nei confronti dei condannati a morte; Benin e Mongolia hanno fatto un passo avanti per aggiungersi ai paesi abolizionisti per legge; Sierra Leone e Nigeria hanno rispettivamente dichiarato e confermato la moratoria sulle esecuzioni; non ci sono state esecuzioni a Singapore e in Giappone (in questo paese, è stata la prima volta dopo 19 anni).

Negli Stati Uniti d’America, l’unico paese del continente americano a eseguire sentenze capitali (43 nel 2011, ma erano state 71 nel 2002), l’Illinois è diventato il 16° stato abolizionista della federazione e l’Oregon ha annunciato una moratoria. La sconvolgente vicenda di Troy Davis, l’ennesimo prigioniero messo a morte nonostante vi fossero dubbi sulla sua colpevolezza, ha rilanciato il dibattito e ha seminato ulteriori dubbi nell’opinione pubblica e nei giudici: le nuove condanne a morte emesse l’anno scorso sono state 78, un quarto rispetto agli anni Novanta.

Per chi si batte per l’abolizione della pena di morte, un’esecuzione in più è sempre un’esecuzione di troppo. I movimenti abolizionisti, quelli internazionali così come quelli regionali e locali, sanno che ci sono almeno 18.750 prigionieri in attesa d’esecuzione nel mondo. Il paradosso è che molti di loro non verranno messi a morte, condannati in base a una pena che, nei loro paesi, per prassi non viene ormai più usata.

Intanto, a due passi da qui, le madri di Uladzslau Kavalyou e Dzmitry Kanavalau aspettano i corpi dei loro figli, abbattuti con un colpo di pistola alla nuca a metà marzo, per poter celebrare il funerale. E’ accaduto nel cuore dell’Europa, in Bielorussia.
la 27esima ora
14 12 2011

L'Egitto e l'Occidente visti da Nawwal Al Saadawi, ottantenne femminista, e e Ghada Abdel Aal, blogger velata
di Cecilia Zecchinelli
 Tra Nawwal Al Saadawi e Ghada Abdel Aal corrono cinquant’anni d’età e di storia, idee molto diverse le dividono, ma la più famosa e radicale femminista araba oggi 80enne e la giovane blogger-scrittrice di provincia, soprannominata la Bridget Jones mediorientale, sono concordi quando parlano del velo e della nudità, dell’Occidente e del mondo islamico.
“Il velo – dice Saadawi anni che non lo porta, ed è vestita di sgargianti toni rosa e rosso quando la incontro al Cairo  – per voi è il simbolo della sottomissione delle musulmane, ne siete ossessionati anche se molte lo portano per scelta loro e i veri problemi qui sono altri. Ora con l’avanzata degli estremisti islamici in Egitto anche da noi è per molti un simbolo negativo, ma comunque per me è solo una faccia della medaglia. L’altra è la nudità.
Perché chi vuole imporre lo hijab alle donne punta allo stesso risultato di chi costringe le donne a spogliarsi, o a usare la chirurgia plastica, come avviene da voi. Ovvero ridurci a solo corpo, merce per il libero mercato patriarcale. Gli uomini né si velano né si spogliano”.
Ghada Abdel Aal, incontrata sempre al Cairo , e fresca del successo del suo libro poi diventato una sitcom di successo (in Italia uscito come “Che il velo sia da sposa”, per Epoché) dice di essere choccata dai recenti viaggi in Europa e America per presentare il suo bestseller.
“A Bologna una giornalista mi ha chiesto di togliermi lo hijab perché “voleva finalmente capire se le musulmane hanno i capelli”, un’altra italiana mi ha chiesto se “le musulmane portano i jeans”, moltissimi mi hanno commiserato perché “costretta a coprirmi la testa”.
L’ammirazione per l’Europa e la sua cultura, che ho da sempre, di colpo è svanita. Cosa vi è successo? Vengo forse a chiedervi perché vi mettete una minigonna o vi rifate il seno? Non capite che in molti Paesi come il mio una si vela perché è credente, o perché questo è il codice sociale? Non vi rendete conto che vi fermate alla superficie? I problemi sono altri, e poi ai vostri occhi noi musulmane siamo tutte uguali, dall’Arabia al Marocco, non guardate oltre quel pezzetto di stoffa”.
Nawal Al Saadawi, che non è religiosa, aggiunge che “il velo non è a chi lo porta che va tolto. Va levato al sistema politico, con la rivoluzione. E alle menti, lottando per una nuova società con un’istruzione e con media migliori”.
Ghada Abdel Aal concorda:
“Istruzione, cultura, conoscenza per liberare il pensiero, da noi ma anche da voi”.
E su un’altra cosa la femminista ottantenne che non si arrende (“sono sempre stata una tigre, anche in carcere non hanno mai osato picchiarmi, in esilio in Usa ho continuato a lottare”) e la tenera trentenne che si è ritrovata famosa (“ma non ricca, all’inizio ti fregano sempre”) sono d’accordo.
Il caso della ragazza egiziana che si è mostrata nuda su Facebook, Alia Al Mahdi .
“La conosco, veniva a casa mia quando una volta al mese raduno un gruppo di giovani per discutere di dissidenza e di libertà – dice Al Saadawi – Sempre timida, silenziosa, poi me la sono trovata nuda su Internet. Non sono certo una puritana ma non so perché l’abbia fatto: se fai una cosa del genere devi sapere a cosa punti, essere pronta a reggere chi ti attacca. Altrimento non serve a niente, anzi danneggia la lotta delle donne”.
“Mi è sembrata soprattutto una cosa sciocca – dice Abdel Aal – Che motivo c’era? Nessuno ha capito, ma in centinaia di migliaia sono andati a veder quelle foto e ne hanno parlato. E’ durato poco però, appena è iniziata la nuova battaglia a Tahrir e poi le elezioni se la sono tutti dimenticata.
Le cose importanti – ripete – sono altre”.
Corriere.it
12 11 2012


Il 54enne è risultato positivo all'alcol test. Il livello di alcol nel sangue sarebbe tre volte oltre il limite

MILANO - E' risultato positivo all'alcol test il conducente del fuoristrada che domenica ha travolto e ucciso una 17enne scout in bicicletta, Altea Trini. La tragedia è accaduta durante una gita in bicicletta, tra Vizzolo Predabissi e Casalmaiocco, nel Lodigiano. La ragazza era «in uscita» con un gruppo di scout nel parco dell'Addetta. Secondo alcune indiscrezioni, il livello di alcol nel sangue del conducente sarebbe risultato tre volte oltre il limite consentito. Il conducente del mezzo, infatti, che ha 54 anni ed è incensurato, è tornato a casa dopo essere stato sentito dai carabinieri della Compagnia di Lodi su disposizione dell' autorità giudiziaria. E' stato denunciato in stato di libertà per guida in stato d'ebbrezza, e verrà con tutta probabilità denunciato per omicidio colposo non appena saranno sentiti anche tutti i testimoni. All'uomo, che dopo l'investimento si era fermato, è stata anche ritirata la patente. Il veicolo investitore, un Range Rover Evoque, è stato posto sotto sequestro a Lodi.

A SCUOLA - Lunedì mattina, sui banchi del liceo biologico dell’Itis Volta di Lodi, c’erano mazzi di fiori colorati, striscioni, candele accese, fotografie per ricordare Altea, ma i volti dei suoi compagni erano tetri, gonfi di dolore e di rabbia. Perché la diciassette era davvero quello che si dice una «brava ragazza». Solare, allegra, misurata ma capace di vivere, attenta alle amicizie, piena di sogni e passione. Studiava in una classe di ragazzi seri e per la preside Luciana Tonarelli l’incidente di domenica ha i profili della tragedia.

L'AUTOPSIA - La procura di Lodi, che mantiene sull’indagine il massimo riserbo, ha disposto l’autopsia sul corpo della giovane e sono previsti altri accertamenti, ma il rischio che l’aver bevuto più del permesso abbia offuscato i riflessi dell’automobilista e causato l’incidente sembra davvero forte. Forse è per questo che l’uomo non ha notato la fila di Scout, una quindicina, che attraversava l’incrocio della provinciale in bicicletta. Altea Trini era l’ultima. Gli amici che erano con lei dicono di aver visto l’auto arrivare troppo velocemente e forse anche per Altea quel suv bianco che sfrecciava è stata l’ultima immagine prima dell’impatto e del volo, lungo cinquanta metri almeno. I tentativi di rianimazione del 118 nel campo dove è caduto il suo corpo, poi l’elisoccorso fino a Niguarda ancora trattamenti per strapparla alla morte, fino alla resa dei medici.

LE VEGLIE - Lunedì sera alle 21 nella chiesa dell’Albarola, il quartiere dove la giovane, figlia unica, viveva con i genitori, la veglia funebre con compagni di scuola e Scout. Anche a Melegnano si terrà una piccola veglia funebre. I ciclisti della città si sono uniti a quelli di Lodi e all’associazione Salvaiciclisti per chiedere sicurezza, scrivendo anche una lettera al presidente Napolitano perché chi viaggia sulle due ruote venga davvero protetto. Intanto Pietro Segalini, il sindaco di Casalmaiocco, paese teatro della tragedia, annuncia che si procederà in tempi rapidi a trasformare l’incrocio in una rotonda: un buon progetto, ma tardivo. Mercoledì a Lodi l’ultimo saluto ad Altea.
Corriere della Sera
12 11 2012


Sonia Sotomayor appare alla tv dei ragazzi e spiega: «Una carriera è un lavoro per cui ci si istruisce, ci si prepara»

Cosa vuoi fare da grande? Molte bambine risponderebbero: la principessa. Dopotutto le fiabe nei libri, i film al cinema e i cartoni animati alla tv insegnano che non c'è nulla di meglio di una vita dentro a un castello dorato, magari col principe azzurro. Come dar loro torto? Un sogno che pure le bimbe più grandicelle vorrebbero veder realizzare - in tempi di crisi più che mai. Ma «essere una principessa non è una carriera». Parola di Sonia Sotomayor, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.

TV DEI RAGAZZI - Tre anni fa, Sonia Sotomayor è stata la prima latino-americana ad essere scelta per l'organismo giudiziario più importante degli Usa. La 57enne, laureata in legge a Yale, è apparsa sulla tv dei più piccoli nel popolare programma educativo Sesame Street. Con milioni di telespettatori, nota per la partecipazione dei pupazzi Muppet, è la trasmissione che in assoluto ha ricevuto più Premi Emmy. Ebbene, parlando con il personaggio della piccola apprendista fatina Abby Cadabby - tutta rosa e dotata di enormi occhi azzurri e piccole ali rosa - il giudice ha voluto discutere il significato della parola «carriera».

LE RACCOMANDAZIONI - «Una carriera è un lavoro per cui ci si istruisce, ci si prepara, una cosa che si ha intenzione di fare per molto tempo», ha detto Sotomayor. Che, rivolgendosi al pupazzo, sottolinea: «Far finta di essere una principessa è divertente, ma di sicuro non è una carriera». La giudice esorta Abby a studiare per diventare insegnante, avvocato, medico, ingegnere o magari anche scienziato. «Io sono andata a scuola, ho studiato legge e poi sono diventata un giudice», ha concluso Sonia Sotomayor. «Wow -, risponde Abby -, ora so quale carriera voglio intraprendere». La risposta? Giudice, ovviamente.

Elmar Burchia
Corriere della Sera
15 11 2012


La 27esima ne deve dibattere al Simposio sulla procreazione: e noi giriamo la domanda a voi    

di Maria Luisa Agnese

Perché i giornali parlano poco della fertilità? E’ questo il tema che gli esperti del Simposio Tecnobios sulla procreazione, in scena a Roma da oggi, vogliono che noi delle 27esima andiamo a spiegare in una delle sezioni del convegno. Hanno chiesto che qualcuno di noi andasse a dibatterne e la sorte ha “favorito” me. Così sabato mattina dovrò spiegare, davanti a un esimio consesso di ricercatori internazionali, perché un argomento importante e decisivo per le sorti del pianeta come la procreazione sarebbe negletto dalla grande stampa. Ed è per questo che lancio subito l’argomento sulla 27esima nella speranza che da voi venga qualche suggerimento/illuminazione in più.

Intanto vi dico quello che – per ora – penso dell’argomento. Con una premessa: chiunque viva e si appassioni al mestiere che fa (in questo caso alle ricerche scientifiche che produce) è poi sempre insoddisfatto del trattamento che ne fanno i giornali, ça va san dire.

    Ma in questo caso io credo che una certa ragione la abbiano, i ricercatori e gli esperti, a lamentarsi e a cercare il confronto con la stampa.

C’è sicuramente un tabù sugli argomenti che riguardano la fertilità dell’uomo e della donna, una certa svogliatezza ad affrontarli sino a quando non ti toccano in prima persona, e questo atteggiamento riguarda la società in generale, ancor prima della stampa, che poi di questa società, dei suoi bisogni e delle sue voglie, è lo specchio e l’interprete.

E credo che sia un grande paradosso, perché al contrario chiunque – anche chi non ha problemi di infertilità, ma anche non ha figli e ne vuole avere – dovrebbe appassionarsi ai destini della specie e della sua sopravvivenza (e quindi alle sorti di ogni nuova scoperta scientifica al riguardo) in quanto ne va dei destini del mondo. Tanto più in un periodo come l’attuale dove capita – per ragioni svariate – che gli orologi biologici degli uomini e delle donne del cosiddetto Vecchio mondo stanno rallentando, e le nascite sono in caduta verticale. Mentre non rallentano certo in tutti i Paesi dell’Altro Mondo, sia in quelli più poveri sia in quelli in ascesa.

Ma il tabù resiste, anche se dobbiamo registrare alcune inversioni di tendenza, in quanto proprio nel nostro Blog alcuni Post dedicati all’orologio biologico e alle maternità tardive hanno avuto alti indici di dibattito e di lettura.

Ma adesso la parola è a voi: cosa ne pensate? Avete qualche idea diversa in proposito che possa portare all’esame del Simposio?

 

Bimbo seviziato per anni, genitori in arresto

Corriere della Sera
26 06 2012


Il piccolo, che ha sei anni, costretto anche ad assistere agli amplessi di padre e madre. Comunica solo a parolacce e gesti.

COSENZA – Botte e sevizie di ogni tipo sul corpo del loro bimbo, di appena sei anni. Crudeltà e torture infinite: come bruciature alle gambe e alle braccia dettate da chissà quale logica scellerata di due genitori di 40 e 42 anni, che hanno violentato, anche fisicamente, come fosse un gioco, il loro figlioletto. È accaduto a San Marco Argentano, nell’entroterra cosentino. I due sono stati arrestati dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria per ordine del procuratore della Repubblica Dario Granieri. La storia è andata avanti per anni. Nella più assoluta indifferenza di un ambiente paesano che non ha mai sospettato di nulla.

PAURE -Eppure nessuno ha mai ipotizzato il perché quel bambino, che oggi ha sette anni, è cresciuto pieno di paure e con un velo di tristezza che gli ricopriva gli occhi. Ma anche con caratteristiche «da selvaggio» come ha spiegato il sostituto procuratore Paola Izzo. Saranno stati anni da incubo per Giorgio (nome di fantasia), costretto persino a osservare i propri genitori durante le loro performance sessuali. E poi costretto a ripetere gli stessi atti con la madre, mentre il padre lo violentava con oggetti di ogni tipo, costringendolo anche a rapporti orali.

LEGATO - Sin da piccolo Giorgio era legato mani e piedi al seggiolino. I genitori improvvisavano una sorta di danza aborigena e utilizzando fiammiferi e candele ustionavano il corpo del piccolo. Solo oggi, dopo lunghi anni di penitenze e sopraffazioni subite, gli occhi tristi di Giorgio hanno fatto breccia nella sensibilità di una suora e di un’educatrice di una casa accoglienza, dove Giorgio era stato trasferito perché i suoi genitori, entrambi nullafacenti, non erano in grado di accudirlo.

SEGNI - La coppia ha avuto altri tre figli, tutti dati in adozione. Anche Giorgio era stato dato in adozione a una coppia di extracomunitari che avrebbero a loro volta approfittato del bambino con violenze di ogni tipo. Poi, finalmente, la casa accoglienza di Cosenza dove Giorgio ha trovato un poco di serenità. Agli assistenti sociali, ai medici e al sostituto commissario Maria Rosaria Cappiello che l’hanno visitato e interrogato, il bambino ha manifestato atteggiamenti strani. Giorgio si esprime soprattutto con parole volgari e si fa capire toccandosi le parti intime. Un segno incontrovertibile di una violenza psicologica che l’ha accompagnato in questi primi anni di vita.

DENUNCIA - Le perizie e gli esami hanno confermato le violenze. Nella perquisizione nell’abitazione dei due “orchi” gli inquirenti hanno trovato tracce e materiale che i due genitori hanno utilizzato per seviziare il loro bambino. Le educatrici hanno saputo della sua storia tra accenni e simbologie corporali, metodi che Giorgio usa, ancora oggi, per farsi comprendere. Da qui la denuncia alla magistratura di quello che era sembrato più di un sospetto.

Carlo Macrì

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