CORRIERE DELLA SERA

Le persone e la dignità/ Amnesty International e Corriere della Sera
22 07 2012

Tempi duri per le prostitute e i transessuali che lavorano negli Stati Uniti. La polizia di New York, Los Angeles, Washington e San Francisco ha deciso che se una persona viene trovata in possesso di troppi preservativi, quelli sono la prova del reato e come tali vanno confiscati. Va da se che i sex workers delle quattro città americane stanno molto attenti a quanti profilattici hanno in tasca, possibilmente nessuno. Così però va totalmente a ramengo la campagna per ridurre la diffusione dell’Aids e proprio nei posti dove è più diffuso. Lo denuncia Human Rights Watch in un rapporto di 112 pagine dal titolo  “Sex Workers at Risk: Condoms as Evidence of Prostitution in Four US Cities,” (I lavoratori del sesso a rischio, i preservativi usati come prova della prostituzione in quattro città americane).

Domenica prossima, il 22 luglio, comincerà a Washington la 19sima conferenza internazionale sull’Aids cui parteciperanno 20mila delegati da tutto il mondo.  Le quattro città prese in considerazione nel rapporto sono quelle più colpite dalla malattia con 200mila persone contagiate. “Nelle città prese in esame i lavoratori del sesso – ha detto Megan McLemore ricercatrice di Human Rights Watch – non sanno più  con quanti profilattici possono andare in giro. Una donna ci ha addirittura raccontato di aver usato una busta di plastica per proteggersi dall’Hiv”.

Il rapporto è basato su interviste ad almeno trecento persone, tra cui 200 lavoratori del sesso ma anche poliziotti, avvocati, medici, pubblici ministeri.  A New York, Los Angeles, and San Francisco, l’accusa ha introdotto il profilattico come prova nei processi, chiedendo ai giudici di considerarli come indicatori di un’attività criminale. La cosa ironica è che il governo americao spende milioni di dollari nelle stesse città per promuovere una campagna per la prevenzione dell’Aids. Come dire: lo Stato distribuisce preservativi e gli agenti li confiscano. Paradossale.

La polizia e i pubblici ministeri, però, difendono la loro decisione dicendo che è essenziale per combattere la prostituzione e il traffico sessuale in generale. Ma ognuno di noi ha il diritto di proteggere la propria salute. Impedire a una persona di farlo è, questo sì, criminale.

CASTE COPPIE

di Franca Porciani, corriere.it
4 maggio 2011

Glacialità sessuale, intimità anoressica, sessualità immateriale, asessualità. I termini per indicare il fenomeno si sprecano, ma pare di capire che quell'attrazione fatale, destinata una volta a sfociare senza troppe complicazioni nell'amore fisico, oggi incontri qualche difficoltà. E' una castità "privativa", spia di disagio, o qualcosa di più profondo, che vuole, in certi casi, ridisegnare gli orientamenti sessuali?

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Corriere della Sera
31 01 2012


I magistrati ipotizzano il reato di lesioni colpose. Dopo l'intervento la bimba ha perso la capacità di camminare

MILANO - Una bambina di 11 anni che perde la capacità di camminare dopo un intervento imperfetto, fatto senza gli opportuni esami preparatori. È questa l'ipotesi d'accusa ricostruita dal pm che ha iscritto nel registro degli indagati il medico che operò così come il secondo operatore e l'anestesista dell'equipe. Il reato ipotizzato è di lesioni colpose. L'intervento venne eseguito il 19 ottobre del 2010 all'ospedale Città Studi di Milano, l'ex clinica Santa Rita già nota per vicende di malasanità.

I FATTI - Quel giorno una bambina di 11 anni, affetta da scoliosi idiopatica evolutiva dorsale destra, venne sottoposta ad un delicato intervento chirurgico per la correzione della colonna vertebrale. Secondo l'accusa, i medici «cagionavano gravissime lesioni personali consistite nella definitiva perdita della capacità deambulatoria» sia perchè non sarebbero stati svolti «gli opportuni esami clinici preparatori - quali una risonanza magnetica preoperatoria ovvero una semplice radiografia - che potessero approfondire il quadro clinico precedente all'intervento chirurgico». Secondo l'accusa l'intervento, effettuato in modo tecnicamente imperfetto, «si rivelava essere troppo invasivo in relazione alla metodica prescelta», comportando l'insorgenza di una «paraparesi spastica», determinando l'«irreversibile perdita della capacità di camminare» per la bambina. Declina ogni addebito nei confronti del proprio assistito l'avvocato Paolo Vinci, difensore di uno degli indagati.

ABUSI SESSUALI SU UN BIMBO, MAESTRO IN CELLA

Corriere della Sera
18 04 2012


L'uomo incastrato dalle telecamere piazzate all'interno della scuola nella Bassa Bergamasca

Un maestro di scuola elementare è stato arrestato con l'accusa di abusi sessuali su minore. Un bambino di otto anni, alunno della scuola in cui lavorava. Le manette sono scattate ieri mattina, in flagranza di reato, per atti compiuti in un locale appartato del plesso scolastico in cui l'uomo lavorava.
La scuola si trova in un Comune della Bassa Bergamasca, di cui omettiamo il nome esclusivamente per tutelare i bambini e impedire che vengano identificati come presunte vittime di quello che per la Procura di Bergamo è un pedofilo.
A farlo finire in manette sono state le telecamere piazzate all'interno della scuola per riprendere i suoi movimenti e gli atteggiamenti in compagnia dei bambini. Al momento, sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo da parte degli uomini delle forze dell'ordine e della magistratura. Motivi di tutela delle vittime, quei bimbi che - secondo chi indaga - lì dove andavano per imparare e per stare con i compagni, hanno trovato chi ha approfittato sessualmente di loro. L'arresto ha suscitato sgomento e preoccupazione tra i genitori. Nessun commento, per ora, dalle autorità scolastiche.

Pochissime le informazioni che trapelano. Non si conoscono ancora le accuse precise nei confronti dell'uomo, nè tanto meno se gli vengono contestati più episodi e con più minori. L'arresto in flagranza riguarda atti con un solo bambino. Si sa, invece, che l'arresto è solo l'ultimo atto di un'indagine iniziata già da tempo, condotta dai carabinieri e coordinata dal pubblico ministero della Procura di Bergamo, Raffaella Latorraca, uno dei tre magistrati del pool che si occupa degli abusi sessuali.
E, tra gli strumenti utilizzati per accertare dubbi e sospetti circolati in passato sull'arrestato, sono state utilizzate anche le telecamere.
Secondo fonti ben informate, i carabinieri sono entrati in azione proprio mentre vedevano i filmati, bloccando il maestro in flagranza di reato.
L'uomo è stato portato nel carcere di Bergamo, dove nei prossimi giorni verrà interrogato dal giudice per le indagini preliminari.
Avrà così la possibilità di dare la propria versione dei fatti e di difendersi dalla pesante accusa di abusi sessuali su minore. Sarà il giudice a decidere se gli indizi di colpevolezza a suo carico sono così gravi da giustificare la convalida dell'arresto. E sarà sempre il giudice a stabilire se è necessario tenerlo in carcere, oppure se disporre una misura cautelare meno afflittiva.

Redazione Online
Corriere della Sera
15 11 2012


Il giallo di madre e figlia scomparse. L'ipotesi dei pm: arrestato il padre-marito, genero indagato

NAPOLI - Quando Elisabetta Grande e sua figlia Maria Belmonte sono morte ancora nessuno usava quell'orribile neologismo che unisce la parola femmina con la parola omicidio. Le donne venivano uccise ugualmente, ma statistiche e dibattiti sociologici erano meno puntuali di oggi. E comunque difficilmente la storia di Elisabetta e Maria, scomparse nel 2004, sarebbe potuta rientrare in una qualche catalogazione. I loro resti sono stati trovati dalla polizia l'altro giorno in una intercapedine nel garage della villetta di Castelvolturno (sul litorale domizio, in provincia di Caserta) dove era rimasto a vivere da solo Domenico Belmonte, marito e padre delle due donne, medico oggi settantatreenne che fu direttore del centro clinico del carcere napoletano di Poggioreale. Ieri notte Belmonte, dopo un interrogatorio durato molte ore in cui non ha saputo o voluto fornire nessuna spiegazione convincente, è stato arrestato con l'accusa di sequestro di persona, duplice omicidio e occultamento di cadavere. Resta indagato ma libero, invece, Salvatore Di Maiolo, marito separato di Maria Belmonte.

Per il pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere Silvio Marco Guarriello e per la polizia i due uomini avrebbero ucciso le due donne e avrebbero fatto sparire i corpi seppellendoli in casa, e poi avrebbero continuato più o meno regolarmente la loro vita, frequentandosi quasi quotidianamente e condividendo l'inconfessabile segreto uniti da una inedita alleanza. Perché solitamente dove c'è un marito o ex marito omicida, c'è un padre della vittima che chiede giustizia, e dove c'è una donna scomparsa - in questo caso addirittura due - c'è un marito che si batte per ritrovarla, anche se i recenti casi di Roberta Ragusa e di Lucia Manca sfuggono a queste dinamiche. Nella storia di Elisabetta e Maria, invece, nessuno ha fiatato per anni. Non Belmonte, che non ha mai denunciato la sparizione di moglie e figlia e ora dice di non averlo fatto «perché si sono allontanate volontariamente e perché ritengo che ciò sia una cosa vergognosa per un uomo»; non Di Maiolo, che dice: «Dopo la separazione (nel 2001, ndr ) non ho mai avuto la curiosità di incontrare o di parlare con la mia ex suocera o con la mia ex moglie». E non hanno fiatato nemmeno i vicini, pure se da un giorno all'altro non hanno più visto quelle due donne che stavano aprendo in paese un negozio di detersivi e ne avevano parlato in giro per raccogliere un po' di clienti.

È una storia che si è consumata in un silenzio inspiegabile almeno dal 2004 - presumibilmente l'anno della scomparsa, perché dal mese di luglio non ci sono più stati prelievi dal conto corrente cointestato a mamma e figlia, sul quale è stata regolarmente accreditata la pensione della più anziana e che ora ha un saldo attivo di 140 mila euro - fino all'ottobre del 2009, quando Lorenzo Grande, fratello di Elisabetta, ne denuncia la scomparsa ai carabinieri. Tre anni di accertamenti che non hanno portato a niente, fino alla perquisizione di martedì, dopo che della vicenda si era occupata la trasmissione Chi l'ha visto? . E ora, a fatica, la ricomposizione da parte degli investigatori di un mosaico con le tessere consumate dal quale compare la vita dolente di due donne che in tempi diversi hanno tentato entrambe il suicidio (con relativo ricovero in ospedale accertato dagli investigatori), anche se Belmonte dice «lo escludo», e liquida con un «lei si sbaglia» il pm che chiaramente non gli crede.

Non c'è alcun apparente dolore in questi due uomini, e nessuna emozione di fronte ai corpi scheletriti di quelle che furono le loro donne. Si appassionano solo a parlare l'uno dell'altro. «Sono legato a Salvatore perché è bravo figlio, forse un po' taciturno, ma è una brava persona», dice il medico dell'ex genero, al quale trovò un lavoro da infermiere a Poggioreale, come del resto alla figlia, anche se lei poi decise di lasciarlo. E Di Maiolo: «Devo essere grato al dottor Belmonte». Perciò gli faceva da autista quando l'altro era ancora in servizio, e poi lo aiutò a sgomberare dai detersivi il negozio mai aperto di Elisabetta e Maria, e ogni giorno gli portava a casa i giornali perché l'ex suocero non usciva più, ma giura di non essere mai andato oltre il giardino e quindi di non aver mai visto lo stato di abbandono al quale Belmonte si era ridotto.
Figurarsi se da chi parla così può venire una indicazione sul movente dell'omicidio. Sempre che di omicidio si tratti. E non invece di doppio suicidio gestito poi con follia dal medico e, «per gratitudine», magari anche da suo genero.

Fulvio Bufi

Salviamo Intisar dalla lapidazione in Sudan

Corriere della Sera
30 05 2012


di Riccardo Noury

Amnesty International ha lanciato sul proprio sito un appello per salvare dalla lapidazione Intisar Sharif Abdallah, una cittadina sudanese di 20 anni, madre di tre figli, condannata a morte a colpi di pietra per adulterio.

La sentenza è stata emessa il 13 maggio dal tribunale penale di Ombada, nello stato di Khartoum, che ha giudicato Intisar colpevole di “adulterio durante il matrimonio”, in violazione dell’articolo 146 del codice penale del 1991.

Tutta la vicenda rappresenta una grottesca parodia della giustizia, cui speriamo la mobilitazione internazionale che sta partendo in queste ore riesca a porre rimedio, convincendo la corte d’appello ad annullare la condanna.

Inizialmente dichiaratasi innocente, Intisar ha “confessato” la colpa dopo essere stata picchiata dal fratello, la cui testimonianza è stata l’unica ad essere presa in considerazione dal giudice. L’imputata non è stata assistita da un avvocato e neanche da un interprete, sebbene il processo sia stato condotto in arabo, che non è la sua lingua madre.

Intisar ha tre figli: i più grandi sono stati affidati alla famiglia, l’ultimo di quattro mesi è in carcere con lei.

Considerata la più antica e barbara modalità di esecuzione, non prescritta dal Corano ma dagli hadit della tradizione islamica, la lapidazione per adulterio è prevista in alcuni paesi ove vige la shari’a (la legge islamica) tra cui il Sudan, l’Iran e alcuni stati settentrionali della Nigeria. La procedura prevede che la persona condannata venga legata o sepolta fino alla vita (come ricostruito nella foto) o al collo e colpita numerose volte da pietre che, secondo la legge, non dovranno essere né troppo grandi da causare la morte immediata né troppo piccole da non avere alcun effetto.

Spesso, la persona condannata rimane cosciente per quasi tutta la durata dell’esecuzione. Se riesce a liberarsi nel corso della lapidazione, o se comunque sopravvive, la sua vita verrà risparmiata.

Nel 2011 non sono state ufficialmente registrate nel mondo esecuzioni di condanne a morte mediante lapidazione. In Sudan, quest’anno, già un’altra ragazza è stata salvata dalle pietre.

"CONTRO LA CRISI PIU' DONNE AL COMANDO"

Corriere della Sera
19 04 2012


Marina Terragni: dalla politica alle aziende, il valore femminile può cambiare l'Italia

di Alessia Rastelli MILANO - «Esiste in Italia una "questione maschile": troppi uomini sono nei luoghi in cui si decide. E, forse, se le cose vanno male si deve anche al fatto che le donne decidono ancora così poco». A partire da queste premesse Marina Terragni, giornalista e blogger, editorialista di Io Donna-Corriere della Sera, presenta Un gioco da ragazze. Come le donne cambieranno l'Italia, il suo terzo libro sulla differenza femminile dopo Vergine e piena di grazia (Gammalibri, 1981) e La scomparsa delle donne (Mondadori, 2007).
Spiega Terragni: «Ho scelto il titolo Un gioco da ragazze e messo in copertina una bambina che fa l'hula hop, perché non volevo puntare su un elenco di problemi ma sullo spirito e gli strumenti per pervenire a una soluzione».
Tra di essi, la Rete. «Che insegna alle donne a collaborare» dice la giornalista. Una capacità tanto più importante perché - ammette Terragni - «esiste ancora il nemico dell'invidia, retaggio di una situazione di miseria in cui le donne dovevano strapparsi l'una con l'altra quel poco che veniva loro concesso». Quindi, l'invito a cambiare: «Dobbiamo iniziare a pensare che quando l'altra vola, con le sue ali apre lo spazio per tutte».
Collaborare anche per essere più forti nel rivendicare. «Le donne dovranno sostenere un conflitto che può diventare aspro» avverte la giornalista. Invitandole però a mantenere la loro peculiarità femminile una volta arrivate nelle stanze del potere. «Le personalità impegnate nella riforma del lavoro (Elsa Fornero, Emma Marcegaglia, Susanna Camusso, ndr) sembrano disconnesse dal fatto di essere donne. Tanto da non mettere sul tavolo un tema come l'organizzazione del lavoro» esemplifica Terragni. La spiegazione, ipotizza, è che a occupare certi ruoli siano ancora troppo poche. E cita Michelle Bachelet, già presidente del Cile: «La politica cambia una donna che la fa, tante donne cambiano la politica».

A. Ras.
08 10 2012

ROMA - Funziona in modo diverso in ogni Regione. E a rimetterci sono i più fragili. I figli di immigrati irregolari, privi di un diritto fondamentale, la salute. Elimina questa discriminazione un documento di indirizzo sull'assistenza ai cittadini stranieri che verrà approvato la prossima settimana in Conferenza Stato-Regioni, con applicazione immediata. I minori extracomunitari dovranno avere il pediatra di base, come i bambini italiani. «Siamo riusciti finalmente ad arrivare a un provvedimento per migliorare alcuni problemi dell'assistenza sanitaria agli immigrati», ha detto annunciando la novità il ministro della Salute, Renato Balduzzi.

La prossima settimana ne parlerà ai medici della Società italiana medicina dell'immigrazione (Simi). La parte che riguarda i figli di genitori senza permesso di soggiorno è la più qualificante di un documento che ha come radice leggi già esistenti e le chiarisce in modo chiaro per uniformare l'assistenza. Attualmente è poco frequente che un bimbo del Marocco o del Senegal figlio di una famiglia clandestina venga curato da un pediatra di base, dunque entri sotto l'ala assistenziale dello Stato italiano. Solo l'Umbria, e in parte la Puglia, prevedono questo meccanismo. Altrove i figli degli irregolari vengono sballottati tra consultori, ambulatori per adulti e altri servizi. In ogni caso non vengono seguiti da un unico medico. «Il documento era già pronto un anno fa. È un salto culturale perché cancella le diseguaglianze. Non era giusto che ogni Regione si regolasse autonomamente in base alla locale impostazione politica», dice Salvatore Geraci, presidente della Simi e responsabile sanità della Caritas.

Il documento garantisce inoltre un percorso sicuro ai rom «in fragilità sociale», cioè gli anziani. Infine chi ha presentato domanda per la sanatoria in corso entrerà automaticamente sotto la tutela del servizio sanitario italiano. Concetta Mirisola, commissario straordinario dell'Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti, con sede al San Gallicano di Roma, fotografa la realtà: in 4 anni sono stati curati in ambulatorio 50 mila persone e circa 150 mila sono state le visite. Il 70% ha riguardato stranieri irregolari. Tra i problemi dell'assistenza la mancanza di figure necessarie come il mediatore culturale e l'antropologo. Alla Caritas confermano. Sei pazienti su 10 sono clandestini e fra loro il 50% extracomunitari e il 20% comunitari in condizioni di salute molto critiche.

OSSERVATORIO CERVED, 3MILA FALLIMENTI NEL 2012

Corriere della Sera
08 05 2012


In crescita il dato che testimonia la chiusura di imprese a causa della difficile congiuntura economica: +4,2% nei primi tre mesi

In difficoltà soprattutto l'ediliziaIn difficoltà soprattutto l'edilizia
MILANO - Non si arresta la corsa dei fallimenti. Nei primi tre mesi del 2012 sono oltre tre mila nel primo trimestre, +4,2% rispetto all`anno precedente. È quanto emerge dai dati dell'Osservatorio crisi d`impresa Cerved Group. Le difficoltà per il sistema delle imprese italiane, evidenziate da un altro trimestre negativo sul fronte dei fallimenti, spiega il Cerved, «sono ulteriormente inasprite dai lunghi tempi dei tribunali: il 17,3% dei fallimenti chiusi nel 2011 fa riferimento a aziende che hanno portato i libri in tribunale prima del 1996 e il 36,4% a imprese che lo avevano fatto precedentemente al 2001». «La riforma della disciplina fallimentare - commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group - doveva ridurre il carico di lavoro dei tribunali, escludendo le microimprese dall`ambito di applicazione della legge. L`ondata di nuovi fallimenti aperti a seguito della crisi ne ha però neutralizzato gli effetti: in media, i creditori devono aspettare per la ripartizione dell`attivo circa nove anni dalla dichiarazione del fallimento».

LE CIFRE - I dati territoriali tracciano differenze significative: se i creditori delle imprese siciliane devono aspettare almeno dodici anni e le pugliesi 10,8, quelli del Trentino Alto Adige possono ritenersi «più fortunati» con un`attesa media di 5,7 anni. Tempi di attesa così lunghi costituiscono, secondo De Bernardis, «un considerevole costo occulto per il sistema delle pmi, che peraltro si accompagna a percentuali di recupero dei crediti incagliati in imprese fallite molto bassi: solo il 14% del totale del passivo, al lordo delle spese di procedura». Gli ultimi dati dell`Osservatorio Cerved Group sulle procedure aperte nei primi tre mesi del 2012 evidenziano un inizio d`anno molto difficile. Per il sedicesimo trimestre consecutivo infatti, i fallimenti segnano un incremento rispetto allo stesso periodo dell`anno precedente: tra gennaio e marzo 2012 sono state aperte 3 mila procedura fallimentari, +4,2% se paragonato al primo trimestre del 2011. L`unico timido segnale positivo si riscontra nei dati destagionalizzati: tra gli ultimi mesi del 2011 e i primi tre del 2012 il numero dei fallimenti (corretto per i fenomeni di stagionalità e calendario) risulta in calo dell`1,1%, tenendosi comunque a dei livelli più alti rispetto al periodo pre-crisi.

LE SOCIETA' DI CAPITALE - Nell`ambito delle società di capitale, forma giuridica in cui si concentrano quasi i tre quarti dei fallimenti aperti, aumentano i default soprattutto tra le aziende non in grado di depositare un bilancio valido tre anni prima della procedura (+13,2%) e tra le piccole imprese con un attivo compreso tra 2 e10 milioni di euro (+9,9%). Continuano a incrementare, anche se a ritmi inferiori, le procedure tra le microimprese con un attivo inferiore a 2 milioni di euro (+2,5%) e tra le medie aziende con un attivo compreso tra 10 e 50 milioni di euro (+5,6%). Dal punto di vista settoriale, nel primo trimestre del 2012 si rilevano le tendenze osservate nell`anno precedente.

LA CRISI DELL'EDILIZIA - Continua a ritmi intensi l`aumento dei fallimenti nell`edilizia (+8,4% rispetto ai primi tre mesi del 2011), con l`insolvency ratio (che misura il numero di procedure aperte su 10 mila imprese operative nel settore) che si attesta a 8,3 punti. «Pur rimanendo il comparto caratterizzato dalla maggiore diffusione dei fallimenti, l`industria ha registrato un calo dei default del 7,2% rispetto al primo trimestre del 2011. In ambito manifatturiero, i miglioramenti interessano le aziende che operano nel campo della produzione di beni intermedi, nella meccanica, nei mezzi di trasporto e nella produzione dei metalli; viceversa risulta in peggioramento la situazione nel sistema casa e moda», conclude De Bernardis. L`analisi a livello territoriale del primo trimestre 2012 invece conferma le dinamiche osservate nel corso dell`anno precedente: i default continuano a crescere in tutta la Penisola, a eccezione del Nord Est, in cui si registra una diminuzione dell`8,8% rispetto allo stesso periodo del 2011, grazie ai forti cali osservati in Veneto (-12,3%) e in Emilia Romagna (-12,2%). L`aumento dei fallimenti è invece particolarmente intenso nel Centro Italia (+12,7%), maggiore rispetto alla media nazionale nel Mezzogiorno e nelle Isole (+6,5%) e nel Nord Ovest (+4,9%).

Massacri in Siria e (colpevole) indifferenza

03 10 2012

Silenzio, si uccide. La mattanza siriana è uscita dai nostri radar di avidi consumatori di notizie perché troppo ripetitivo è il quotidiano conteggio dei morti, perché troppo vani risultano gli appelli della diplomazia internazionale, perché troppo palese è la spaccatura che paralizza a vicenda americani e russi, europei e cinesi. Una media di cento morti al giorno, secondo i ribelli? Pazienza, prima o poi Assad cadrà. Settecentomila profughi entro la fine dell'anno, secondo l'Onu? Poveretti, manderemo aiuti, e intanto occupiamoci delle nostre urgenze.
Non è la prima volta che l'assuefazione prevale sui fiumi di sangue e sulle sofferenze di massa, accadde persino con il Vietnam, accade oggi con il Congo, con il Mali, con la Somalia, e al netto di qualche ormai raro soprassalto di attenzione anche con l'Iraq e con l'Afghanistan. Perché non dovrebbe succedere anche in Siria, quando abbiamo tante gatte da pelare in casa nostra? La risposta è che esiste una grande differenza tra disattenzione e impotenza: la prima è colpevole, ma la seconda è anche pericolosa.

Lo sanno tutti, al di là delle contrapposizioni e delle accuse, che la Siria è una grande bomba a orologeria. Che la guerra civile siriana può varcare i confini più di quanto abbia già fatto, può far saltare i precari equilibri del Libano e coinvolgere Israele, può minare la stabilità della monarchia giordana, può complicare ulteriormente il dossier iraniano e quello curdo in Turchia, può concedere spazio sempre maggiore alle infiltrazioni dei qaedisti e pesare su quel confronto tra Fratelli musulmani e salafiti che è ormai la prima linea dei sussulti post-primavere. La Siria, insomma, può mettere fuoco all'intero Medio Oriente, soprattutto se continuerà a lungo una guerra che nessuna delle due parti sembra in grado di vincere sul terreno.

Se anche non volessimo disturbare la nostra coscienza, dunque, dovremmo interrogare la nostra ragione. I massacri siriani non ci consentono di guardare dall'altra parte, ci incalzano con il loro potenziale destabilizzatore, ci obbligano, o dovrebbero obbligarci, ad attuare quella atroce distinzione che da sempre divide le carneficine non contagiose da quelle che all'improvviso possono entrarci in casa. Noi vorremmo che questa distinzione non esistesse, e l'Onu ha tentato di cancellarla affermando la «responsabilità di proteggere». Ma se il sangue non basta, guardiamo pure agli interessi.
La Russia ne ha di cospicui, ma teme soprattutto una espansione jihadista nelle regioni islamiche del Caucaso e forse comincia a capire di essersi cacciata in un vicolo cieco con il suo appoggio a Bashar al Assad. L'America teme anch'essa la presenza dei qaedisti, non vuole intervenire (comunque non prima delle elezioni presidenziali), vorrebbe isolare l'Iran ma non a qualsiasi prezzo. L'Egitto di Mohammed Morsi è contro Assad ma è anche contro un intervento esterno che rischierebbe di far vincere i salafiti al Cairo. La Cina gioca le sue carte altrove, e segue la Russia per pura convenienza tattica. La Turchia farebbe volentieri a meno del peso dei rifugiati e dell'insidia ricorrente di un Kurdistan autonomo in caso di frantumazione della Siria. L'Europa, e l'Italia più di altri, si sforzano di unificare le varie anime dei ribelli ma la via è in salita.

Tutti, in definitiva, avrebbero interesse a negoziare un compromesso che faccia almeno finire la «guerra per procura» che si nasconde (male) dietro il conflitto interno siriano. Dopotutto la distanza che separa gli spettatori della carneficina non è incolmabile: americani e alleati (Francia in primissima linea) vogliono che Assad se ne vada subito, russi e cinesi accettano che Assad se ne vada ma al termine di un periodo transitorio. È stupefacente che la diplomazia non riesca a fare il suo mestiere, che non ci sia una reale e ben intenzionata ricerca di intese capaci di creare un fronte unito della comunità internazionale. Uno spazio dovrebbe esistere anche per l'Italia, vista la nostra fermezza verso Assad e in parallelo i nostri buoni rapporti con Mosca. Certo, questo non farebbe automaticamente tacere le armi in Siria. Ma se la Russia premesse davvero su un Assad indebolito, e gli occidentali (oltre al Qatar e all'Arabia Saudita) si facessero sentire con i ribelli, forse il plenipotenziario dell'Onu Brahimi verrebbe ascoltato anziché preso in giro. Forse. Ma per fermare quella atroce e quotidiana conta dei morti che non ci emoziona più, bisognerebbe almeno provarci.

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