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INTERNAZIONALE

I rom sono il capro espiatorio perfetto

Internazionale
09 04 2015

Tra tutte le ricorrenze internazionali, quella di oggi è forse la meno conosciuta. Da 44 anni, l’8 aprile viene celebrato come la giornata del popolo rom e sinti, in ricordo del primo congresso, che si era svolto a Londra nel 1971, in cui venne fondata l’International Romani Union; poi, nel 1979, anche l’Onu riconobbe ufficialmente questa data.

Dunque, se è vero che i rom sono tra i gruppi più discriminati nel nostro paese (forse il più discriminato), ogni occasione può essere utile per provare a smontare quella macchina di pregiudizio e di stigmatizzazione, di stereotipi e di luoghi comuni che ha consentito la diffusione di una così aggressiva ostilità.

No, i rom non rubano i bambini e no, nel nostro paese (dove una percentuale elevata è di cittadinanza italiana), non ha quasi più senso etichettarli come nomadi. D’altra parte, non tutti vivono in campi attrezzati o abusivi ai margini delle nostre città e chi invece ci vive, spesso lo fa perché costretto dall’assenza di alternative. Ed è proprio l’assenza di alternative che finisce con l’alimentare ciò che, agli occhi di tanti, sarebbe “la natura” – addirittura il dna – di quel popolo e la sua fatale “vocazione” al furto, all’accattonaggio e alla sopraffazione.

Guardiamo ai dati. Si stima che in Italia la popolazione rom e sinti ammonti a 180mila persone. Di queste, circa 70mila hanno la cittadinanza italiana mentre gli altri si dividono tra apolidi, ex jugoslavi e romeni. Oltre il 60 per cento di loro vive all’interno di abitazioni stabili e solo la restante parte si trova in campi attrezzati o abusivi.

Questo mostra quanto sia eccessivo – rivelandone allo stesso tempo la finalità tutta emotivo-propagandistica – il messaggio che li vorrebbe rappresentare come un’emergenza e come un fenomeno di invasione, tale da richiedere la dichiarazione dello stato d’eccezione e misure straordinarie. È ciò che, in realtà, si è cominciato a fare tra il 2008 e il 2011, quando, con un decreto governativo, si è istituita l‘“emergenza nomadi”, in relazione agli insediamenti abusivi in cinque regioni italiane (Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto). Quel decreto, successivamente, è stato dichiarato illegittimo dalla corte di cassazione. Ma, a distanza di anni da quel pronunciamento, il lavoro da fare resta ancora enorme.

Ne discende un altro equivoco che ha prodotto un singolare paradosso: sembra che sia in atto in Italia un conflitto tra coloro (i cattivi) che vogliono chiudere i campi nomadi e coloro (i buoni) che li vorrebbero tenere aperti, magari attrezzandoli meglio. Si tratta davvero di una colossale truffa ideologica. I campi nomadi, presenti in Italia da decenni, sono allo stesso tempo causa ed effetto della discriminazione ai danni di rom e sinti: producono, infatti, due processi strettamente correlati che si alimentano vicendevolmente e perversamente.

I rom presenti nei campi tendono inevitabilmente ad autoghettizzarsi dentro quella dimensione circoscritta e coatta di marginalità sociale e autogoverno, dove si riproducono circuiti illegali e relazioni di potere. Per contro, chi abita vicino a quei campi si convince del fatto che rappresentino una costante minaccia e, dunque, oscilla tra volontà di chiuderli in maniera definitiva e tentazione di “spazzarli via” con ogni mezzo.

Di conseguenza, premessa a qualsiasi ragionevole strategia di inclusione e integrazione è il superamento degli stessi campi nomadi. Oltretutto, dopo che alcune inchieste giudiziarie hanno cominciato a fare luce sul fenomeno – insieme ad alcune ricerche ben documentate, come quella dell’Associazione 21 luglio – lo si può dire apertamente: sulla pelle dei rom, e sul loro presunto nomadismo, hanno lucrato in molti. Appalti plurimilionari, container come scatole di latta al costo di villette con piscina, edifici fatiscenti con locali privi di finestre al prezzo di un affitto al centro di Roma. E tutto per dire, per poter continuare a dire, che i rom costituiscono un’emergenza.

Per fortuna l’Europa ogni tanto ci viene in soccorso, ed è solo grazie alle pressioni dell’Unione che nel 2012 è stata recepita nel nostro paese la Strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti. Un programma ancora agli inizi e tutto da realizzare concretamente, ma che – se non altro – rappresenta una prospettiva dotata di razionalità e lungimiranza.

Infine. Recentemente ho sentito citare più volte la poesia, attribuita a Bertolt Brecht, dove si immagina una successione di atti di discriminazione che colpiscono, via via, i diversi gruppi sociali e le diverse minoranze. Chi non reagisce perché, dice, “non è affar mio” verrà a sua volta discriminato, ostracizzato, messo al bando: fino a che l’ultima vittima, sopravvissuta a tutte le precedenti persecuzioni, si scoprirà totalmente sola. Non è solo una tragica parabola e un inesorabile monito morale sulla indivisibilità dei diritti.

C’è, in quei versi, l’anticipazione di una sorta di cupa gerarchia sociale dell’odio, che mostra come lo zingaro, comunque lo si chiami, concentri su di sé il massimo dell’ostilità collettiva. L’autore dei versi è, in realtà, il pastore protestante Martin Niemöller, ma è stato Brecht ad aggiungere, successivamente, quel riferimento agli zingari che ne sottolineava il ruolo di ultimi tra gli ultimi. Ecco, a distanza di settant’anni gli ultimi tra gli ultimi non hanno cambiato nome. E diventa più che mai urgente schierarsi dalla loro parte.

Luigi Manconi

Internazionale
08 04 2015

Un campo rom sotto il ponte della Magliana a Roma, il 10 ottobre 2013. Stefano Montesi, Demotix/Corbis/Contrasto
Secondo il Pew research centre, l’Italia è il paese europeo dove l’intolleranza verso i rom e i sinti è più diffusa. L’istituto di ricerca statunitense ha esaminato l’ostilità nei confronti dei rom in sette paesi d’Europa nel 2014, e in Italia l’85 per cento degli intervistati ha espresso sentimenti negativi verso questa popolazione. Nel 2014 l’Osservatorio 21 luglio ha registrato 443 episodi di violenza verbale contro i rom, di cui 204 ritenuti di particolare gravità, e l’87 per cento di questi episodi è riconducibile a esponenti politici.

L’Italia è uno dei paesi europei dove abitano meno rom e sinti, al contrario di quanto percepito dalla popolazione, anche perché i responsabili politici e i mezzi d’informazione adottano un atteggiamento discriminatorio e suggeriscono che ci si trovi in una continua emergenza.

In Italia abitano 180mila rom, lo 0,25 per cento della popolazione totale, una delle percentuali più basse d’Europa. Metà dei rom che abitano nel paese è di nazionalità italiana, solo il 3 per cento è nomade, mentre la maggior parte della popolazione rom è stanziale. Le regioni d’Italia dove la presenza rom è più significativa sono il Lazio, la Campania, la Lombardia e la Calabria. Nel Lazio un quarto dei rom abita nei campi. È quanto emerge dal rapporto 2014 pubblicato dall’Associazione 21 luglio in occasione della giornata internazionale dei rom e dei sinti, l’8 aprile.

Il paese dei campi. Dal 2000 l’Italia è stata definita “il paese dei campi”, spiega il rapporto. Le politiche di segregazione su base etnica dei rom messe in pratica attraverso un sistema abitativo al di sotto degli standard di sicurezza internazionali sono state condannate da numerose istituzioni europee e internazionali.

“Nel 2014 la costruzione e la gestione dei campi rom continua a essere un’eccezione italiana nel quadro europeo. Tali politiche hanno comportato voci di spesa elevatissime senza far registrare alcun miglioramento nelle condizioni di vita di rom e sinti, ma ne hanno sistematicamente violato i diritti umani”, afferma il rapporto. A Roma nel 2013 sono stati spesi più di 22 milioni di euro per mantenere in piedi il sistema dei campi e dei centri di accoglienza per soli rom.

Il sistema dei campi comporta una sistematica violazione dei diritti delle persone che ci abitano e non favorisce alcuna forma di integrazione. I campi, infatti, si trovano spesso al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, in aree dove spesso sono assenti o carenti i trasporti e i collegamenti. Questo isolamento comporta anche la difficoltà di frequentare le scuole per i bambini e di raggiungere il posto di lavoro per gli adulti. Inoltre, le condizioni igienico-sanitarie nei campi sono critiche, a causa di infrastrutture precarie e della scarsa manutenzione. Anche se il sistema dei campi è stato definito più volte dispendioso e inefficace, nel 2012 sono stati costruiti nuovi insediamenti nei comuni di Roma, Giugliano, Carpi, Milano. Queste operazioni hanno interessato 1.600 rom e sinti e hanno comportato una spesa totale di 13 milioni di euro (escluse le spese di gestione).

Gli sgomberi forzati. Rispetto al 2013, nel 2014 il numero di sgomberi forzati in Italia è aumentato. A Roma ne sono stati documentati 34, che hanno coinvolto circa 1.135 persone per una spesa di 1,3 milioni di euro. A Milano, da gennaio a settembre del 2014, sono stati eseguiti 191 sgomberi che hanno coinvolto 2.276 persone. In molti casi gli sgomberi sono stati ordinati per l’apertura di cantieri legati all’Expo. Secondo il diritto internazionale, le persone sgomberate dovrebbero ricevere un’alternativa valida e lo sgombero dovrebbe essere notificato in maniera scritta, ma queste garanzie non state quasi mai fornite a Roma e Milano. Inoltre le comunità vittime di sgombero forzato spesso si riorganizzano in nuovi insediamenti informali.

I minori rom in Italia. Il rapporto dell’Associazione 21 luglio evidenzia che i bambini rom in Italia non hanno nessuna probabilità di accedere a un percorso universitario, hanno solo l’1 per cento di probabilità di frequentare la scuola superiore, mentre hanno il 20 per cento di probabilità di non cominciare affatto un percorso scolastico regolare. Nell’anno scolastico 2013-2014 nel sistema scolastico italiano sono stati registrati 11.657 minori rom che vivono in emergenza abitativa. Il tasso di abbandono scolastico nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria è del 50 per cento e di circa il 95 per cento nel passaggio dalla scuola media alla scuola superiore. L’aspettativa di vita dei minori rom è inferiore di dieci anni rispetto a quella del resto della popolazione italiana.

Internazionale
02 04 2015

Questa mattina alle 5.30 (ora locale) un gruppo di uomini armati ha attaccato l’università di Garissa, in Kenya, che si trova al confine con la Somalia, a 380 chilometri da Nairobi. Il campus è stato aperto nel 2011 e si tratta dell’unica università pubblica della regione. Nel 2013 erano più 480 gli studenti immatricolati.

L’attacco è avvenuto mentre la maggior parte degli studenti si trovava nella moschea per la preghiera del mattino.

Il bilancio delle vittime è salito a quattro morti, di cui due sono le guardie del campus. Gli studenti feriti da colpi di arma da fuoco sono almeno quaranta.

Gli uomini sono entrati nel campus e hanno cominciato a sparare indiscriminatamente contro gli studenti. Si trovano ancora all’interno dell’edificio.

Secondo la Croce rossa diversi studenti sono stati presi in ostaggio.

Tre dormitori sono stati evacuati, gli scontri con la polizia continuano in un quarto dormitorio.

Secondo l’ambasciata degli Stati Uniti l’attacco è stato rivendicato dai miliziani di Al Shabaab, gruppo terroristico che ha ripetutamente attaccato il Kenya dopo che Nairobi ha inviato l’esercito in Somalia per combattere contro i gruppi legati ad Al Qaeda come parte di una coalizione dell’Unione africana.

Studenti e cittadini di Garissa denunciano che una settimana fa il dipartimento della sicurezza keniana aveva inviato un messaggio per avvertire di possibili attacchi terroristici, ma non sono state prese misure di sicurezza sufficienti per proteggere l’università.

Tutti pazzi per il gender

Chiara Lalli, Internazionale
1 aprile 2015

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’ "ideologia del gender”.

Il bar iracheno dove le ragazze non hanno paura

Internazionale
26 03 2015

Il Bab al Har Café ha qualcosa di strano. Ma non è la tappezzeria leopardata, né le teste di leone in finto oro, di aquila, di tigre o di lupo, sparse tra i divani. Né la spremuta di arance pericolosamente viola. Sono le ragazze. Lo capisci all’improvviso: c’è qualcosa di strano in questi giorni nella città irachena di Kirkuk. Per strada, nei negozi. Le donne. Non si vedono donne.

A Kirkuk sono tutti uomini.

In realtà sono tutti rigorosamente uomini anche qui, in questo caffè che da un paio d’anni è il più frequentato della città. Tutti, tranne le cameriere che sfilano tra i tavoli rigorosamente in tacco dieci, minigonna e svariati centimetri di scollatura. Non sempre sono propriamente slanciate. “L’importante è che siano femmine”, riassume uno dei clienti, Maan, 28 anni, ingegnere, mentre cerca di concentrarsi sulle banconote, invece che su un fondoschiena, prima di pagare il conto. “La società qui è estremamente conservatrice. L’idea dominante è che le donne devono stare in casa. Devono essere mogli e madri, nient’altro, anche perché in famiglia un solo stipendio è sufficiente. Non abbiamo classi miste a scuola e le ragazze non escono da sole. Né è ammesso il sesso prima del matrimonio. E quindi siamo tutti a caccia. Siamo tutti affamati. Non importa che siano belle. L’importante è che siano femmine”.

Poi si scusa e si allontana un momento. Sono le sei. Va a pregare.

Eppure siamo tra i curdi. Di là della frontiera, in Siria, a pochi chilometri da qui – una frontiera che esiste solo sulla carta – le ragazze sono al fronte in kalashnikov a difendere Kobane. E sono il biglietto da visita del Rojava, il Kurdistan siriano: la nuova icona della sinistra europea.

Mentre l’intero Medio Oriente è stretto tra estremisti islamici e generali, tra regimi vecchi e nuovi ma sempre ugualmente autoritari, nel nord della Siria, nei cantoni di Afrin, Kobane e Qamishli, i curdi sperimentano una democrazia dal basso che sembra uscita da un manuale di scienze politiche di Harvard. Si prova a superare lo stato-nazione attraverso l’autogoverno, attraverso istituzioni il più possibile decentrate: una società in cui tutti siano minoranza e nessuno possa imporsi.

Democrazia diretta, decisioni assembleari. Fortissimo impegno per i diritti sociali. E fortissimo impegno per la parità di genere. Le quote femminili sono al 40 per cento, ogni carica è sdoppiata: un uomo e una donna. “Anche il fronte, in realtà, è sdoppiato in combattenti affiliati ai due principali partiti. Che si spartiscono tutto, fino all’ultimo appalto. Fino all’ultimo dollaro. Ma nel disastro generale, siamo diventati gli eroi del momento”, dice Younis, che fa il fotografo e spesso lavora per i giornalisti stranieri. “La maggioranza di voi sta qui tre giorni, usa come interpreti gli attivisti, per risparmiare, e torna a casa entusiasta, convinto che i curdi salveranno il Medio Oriente. E invece le ragazze di Kobane sono un’immagine del Kurdistan del tutto fuorviante”, dice. “Non sono una fotografia, sono una cartolina. La battaglia per l’emancipazione qui è ancora lunga”.

Sul fronte di Kirkuk non c’è nessuna donna. Non c’è nessuna donna in nessuno dei mille fronti dell’Iraq.

Le considerazioni di Younis le condivide anche Azad, il gestore del Bab al Har. Ha aperto nel 2007, ha assunto le prime ragazze nel 2011 e con il suo caffè mira a contribuire alla modernizzazione dell’Iraq. Perché fino agli anni sessanta, dice, l’Iraq era normale, “era come l’Europa, e locali come questo non erano niente di straordinario”. Ma poi con Saddam si è avuto il tentativo di arabizzare il paese, soprattutto nel nord, con il trasferimento forzato di decine di migliaia di curdi, e il ritorno in voga dell’islam come cultura, non solo come religione.

Anche la nazionalizzazione del petrolio ha avuto un ruolo, dice, perché ha reciso i legami con gli occidentali. In Iraq abitavano moltissimi tecnici inglesi. “Via via, siamo diventati sempre più chiusi. Sotto Saddam, le donne non potevano neppure fumare una sigaretta”.

Ora, invece, possono lavorare in un caffè. Oltre che nelle professioni tradizionalmente aperte alle donne, come la medicina e l’insegnamento, quelle in cui è possibile evitare che entrino in contatto con uomini sconosciuti. “Spero che il Bab al Har sia di esempio”, dice Azad. Al momento, è l’unico locale di Kirkuk, negozi inclusi, ad avere dipendenti donne. “Ed è un locale perbene”, precisa. “Niente alcool”.

Sarah ha 27 anni e l’aria malinconica. È vestita di nero, stivali con lacci un po’ bondage, la spalla scoperta, il trucco marcato, tra i capelli ammicca un fiocco di seta in stile Moulin Rouge. Parla poco, e controvoglia. È di Baghdad. Studiava fisica a Beirut, ma era indietro con gli esami, e alla fine è venuta qui. Non si è mai laureata. Nessuna delle ragazze è di Kirkuk. Sarebbe inconcepibile, dice Azad.”Tutte hanno problemi in famiglia. Niente di drammatico, ma diciamo che per loro questa è un po’ una fuga: questo caffè è un rifugio”, ammette con distacco.

Sarah, con altrettanto distacco, si limita laconica a spiegare che aveva problemi con la seconda moglie del padre. E quindi non aveva voglia di tornare a Baghdad. “Certo, a Baghdad fare la cameriera non è niente di strano, non sei al centro dell’attenzione. Ma qui, a differenza di Baghdad, o di qualsiasi altra grande città, il proprietario ti protegge. Non ti senti a rischio”. E comunque preferisce Kirkuk, dice. A Baghdad ci sono milizie ovunque, la città è fuori controllo. “Kirkuk è sicura. A Kirkuk hai non più di un’autobomba alla settimana”.

Il Bab al Har è affollato a tutte le ore. Uomini di ogni età, studenti e avvocati, medici, ingegneri, impiegati e imprenditori passano qui ore sui divani leopardati a fumare il narghilè e a chiacchierare con aria fintamente sfaccendata: in realtà sono tutti impegnati a guardare le ragazze. Che incedono instancabili tra i tavoli con passo da sfilata: i clienti le chiamano con il minimo pretesto, chiedono loro di avvicinarsi, di piegarsi per svuotare il posacenere, spolverare il tavolo. Un altro caffè. Altre noccioline. “Certo”, dice Azad, “c’è molta ipocrisia. Io gestisco questo caffè, e sono convinto che sia importante per lo sviluppo di Kirkuk, della nostra società. Però non consentirei mai a mia moglie o a mia sorella di lavorare qui”.

“So bene che tanti non sanno cosa pensare di me”, dice Sarah. “Sono una ragazza come le altre o una mezza prostituta? Io sono solo orgogliosa del mio lavoro. Non guadagno moltissimo, ma mi mantengo da sola, sono autonoma. Non dipendo da un uomo, non sono agli ordini di nessuno. Il lavoro, anche il più umile, è sempre lavoro. Posso camminare a testa alta”.

Ma per camminare, deve prima cambiarsi. Perché arriva qui con altri vestiti. E si cambia e si strucca prima di andare via. Prima di tornare a casa. In un quartiere dall’altra parte della città, in cui nessuno sa che mestiere fa.

Francesca Borri

Lo Yemen e l’ascesa sciita

Internazionale
25.03.2015

A sud dell’Arabia Saudita, affacciato sul corno d’Africa e sullo stretto di Bab el Mandeb (uno dei principali corridoi marittimi del mondo in quanto conduce al mar Rosso e al canale di Suez) lo Yemen è sprofondato in una guerra civile che oppone indirettamente l’Iran e l’Arabia Saudita.

Il conflitto affonda le sue radici nella primavera araba del 2011, nella caduta di un dittatore al potere da 37 anni, nella sua sostituzione con il sunnita Abd Rabbih Mansur Hadi (uomo vicino agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita) e nell’offensiva lanciata contro di lui dagli houthi, minoranza sciita del paese.
Dopo aver cacciato Hadi dalla capitale Sanaa, gli houthi e le loro milizie marciano verso Aden, rifugio del presidente. Al momento sembrano sul punto di assumere il controllo del paese con l’appoggio dell’Iran, e salvo un compromesso dell’ultima ora è probabile che l’Arabia Saudita, potenza tutelare dei sunniti, possa intervenire nel conflitto cedendo alle richieste delle autorità yemenite.

Questo significa che le due potenze di riferimento di sunniti e sciiti potrebbero ritrovarsi per la prima volta faccia a faccia, e quest’eventualità è sufficiente a far capire la portata del caos mediorientale. Ovunque nella regione (e soprattutto in Iraq e Siria) assistiamo infatti a uno scontro tra le due grandi correnti dell’islam, guidate rispettivamente dall’Arabia Saudita sunnita e dall’Iran sciita.

In Medio Oriente i sunniti sono largamente in maggioranza, ma questo rapporto di forze non dice tutto. Oltre al fatto che gli sciiti sono in maggioranza in Iraq e gli alauiti al potere in Siria fanno parte dello sciismo, attualmente gli sciiti sono la forza in ascesa della regione, per tre motivi.

Il primo è che sono sostenuti ovunque dallo stato più moderno della regione, quell’Iran che ha il livello culturale più elevato del Medio Oriente insieme alla Turchia e a Israele, che ha le forze armate più potenti e dove le donne esercitano un’influenza sempre maggiore sotto il velo imposto dalla teocrazia al potere.

La seconda ragione dell’ascesa degli sciiti è che aspettano da un millennio la loro rivincita nei confronti dei sunniti, mentre la terza è che il mondo sunnita è ormai in declino, diviso tra i jihadisti dello Stato islamico, i Fratelli musulmani (islamici ma non jihadisti) e una serie di regimi fragili, guidati da una monarchia costretta a trattare continuamente con religiosi reazionari ma fondamentali per la conservazione del suo potere.

Indispensabile da tempo in Libano, l’Iran lo è ora anche in Siria, in Iraq e nello Yemen. Se questo mese Teheran riuscirà a raggiungere un compromesso sul nucleare, le sanzioni che strangolano la sua economia saranno cancellate e la sua potenza ne uscirà decuplicata. È per questo che gli Stati Uniti scommettono sull’Iran per stabilizzare il Medio Oriente, ed è per lo stesso motivo che la Francia, il Regno Unito, Israele e i paesi sunniti osservano con timore la sua ascesa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale
24.03.2015

Se non saremo noi a imporre la pace, israeliani e palestinesi andranno a braccetto incontro alla catastrofe. La coalizione di destra eletta in Israele, infatti, si oppone alla nascita di uno stato dei palestinesi, che privi di questa prospettiva non potranno fare altro che ripiombare in un’inutile violenza che a sua volta spingerà Israele verso una logica di repressione altrettanto vana e pericolosa.

Sul fronte israeliano, l’estrema destra non intende in alcun modo permettere la nascita dello stato palestinese, che ai suoi occhi diventerebbe automaticamente una base per i razzi come è diventata Gaza dopo il ritiro degli israeliani. Benjamin Netanyahu ha mantenuto un atteggiamento più ambiguo in proposito. Il primo ministro ha accettato in un discorso (uno solo) l’idea di uno stato palestinese, ma non ha mai fatto niente per favorirne la nascita, rifiutando categoricamente questa prospettiva pur di accaparrarsi i voti dell’estrema destra nazionalista e religiosa alla vigilia delle legislative per poi smentirsi nuovamente all’indomani della vittoria.

In sostanza Netanyahu accetta la soluzione dei due stati (solo a parole e di tanto in tanto) unicamente per evitare l’isolamento internazionale di Israele. Rinviandola alle calende greche, comunque, rompe con quello che era diventato l’orizzonte dei due popoli dopo la firma degli accordi di Oslo, più di vent’anni fa.

Oggi quell’orizzonte è più che mai lontano e incerto, anche perché minaccerebbe lo sviluppo delle colonie nei territori occupati e la divisione dei palestinesi tra gli islamisti di Hamas, padroni di Gaza, e i laici di Fatah, che controllano la Cisgiordania e vorrebbero un compromesso territoriale. Da tempo l’idea di una pace attraverso la coesistenza di due stati è diventata un miraggio, ma almeno finora dava una ragione di esistere all’Autorità palestinese, embrione di uno stato in divenire che ha continuato, nonostante tutto, a incarnare una speranza per il suo popolo.

Sotto la presidenza di Abu Mazen l’Autorità palestinese ha saputo assicurare lo sviluppo economico della Cisgiordania e lottare contro Hamas, ma ora che l’orizzonte a cui si appoggiava sembra svanito entrerà inevitabilmente in una dinamica di scontro con Israele. Abu Mazen minaccia di trascinare Israele davanti al Tribunale penale internazionale e intanto fatica sempre di più a opporre la volontà di un compromesso all’intransigenza di Hamas, che in un circolo vizioso nutre quella della destra israeliana.

Di questo passo la cooperazione per la sicurezza tra Israele e l’Autorità palestinese avrà vita breve, e potrebbe lasciare spazio a un braccio di ferro i cui unici vincitori sarebbero l’estrema destra israeliana e gli estremisti islamici palestinesi.

La destra spingerà per l’annessione dei Territori occupati (totale o parziale) invocando imperativi legati alla sicurezza diventati reali, mentre gli estremisti islamici faranno di tutto per arrivare al punto di rottura per giustificare e moltiplicare gli attentati. In questo modo Israele sprofonderebbe rapidamente verso l’apartheid, perderebbe ogni appoggio internazionale e si risveglierebbe un giorno con una popolazione a maggioranza palestinese di fronte a cui non potrebbe più rivendicare la sua identità di stato ebraico.

Sui due popoli incombe insomma una guerra totale e non più solo episodica. È per questo che sottrarsi al dovere di imporre la pace equivarrebbe al rifiuto di assistere due popoli in pericolo, un errore tanto più irresponsabile e criminale se pensiamo che statunitensi ed europei avrebbero tutti i mezzi per evitare di commetterlo.

Israele ha profondamente bisogno del sostengo economico e militare degli Stati Uniti, come dimostra il fatto che Netanyahu ha smentito di aver rinnegato l’idea dei due stati non appena la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di “riconsiderare” l’appoggio accordato a Tel Aviv alle Nazioni Unite. L’Unione europea, dal canto suo, assicura la sopravvivenza dell’Autorità palestinese, che senza l’Europa non avrebbe il denaro per pagare i funzionari.

Insieme l’Unione e gli Stati Uniti hanno tutti i mezzi per fare pressione sui due schieramenti. I dettagli di un accordo sono noti fin dalla stesura del piano di pace proposto da Bill Clinton nel 2001, e se Obama decidesse con il sostegno dell’Europa di intimare a israeliani e palestinesi di accettare un compromesso equo e duraturo avrebbe concrete possibilità di essere ascoltato dalla maggioranza dei due popoli. In ogni caso tentare non nuoce, anche perché il tempo stringe.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

Tunisi, le ragioni di un massacro

Internazionale
19 03 2015

L’obiettivo dell’attentato di ieri non è ancora chiaro: era il parlamento tunisino, dove i deputati stavano discutendo una legge antiterrorismo? Oppure era proprio il museo del Bardo, dove i terroristi hanno colpito e che è situato a fianco del parlamento?

Le indagini daranno un risposta a questi interrogativi, ma ciò che è certo è che questo massacro – 22 morti e 42 feriti, di cui alcuni molto gravi – non è nato da un folle desiderio sanguinario ma da un progetto ben preciso con scopi estremamente chiari.

Se la Tunisia è stata colpita è perché gli esremisti islamici odiano profondamente tutto ciò che rappresenta: non solo è un paese dove le donne sono libere, dove la società rifiuta ogni forma di estremismo e dove la mobilitazione civica ha impedito qualsiasi deriva oscurantista dopo il crollo della dittatura, ma è un paese dove il grande partito islamico, Ennahda, ha voltato le spalle alla violenza, rispetta la democrazia e segue la via del compromesso politico.

Dopo la caduta dell’ex presidente Ben Ali, nel gennaio del 2011, Ennahda aveva vinto le prime elezioni libere. Tuttavia la vittoria del partito islamico non nasceva della volontà dei tunisini di imporre il velo alle donne e inserire la sharia nella costituzione, ma dal fatto che il fronte laico era diviso, mentre gli islamici erano stati i più colpiti dalla dittatura e il loro programma – economicamente liberista, socialmente conservatore e puritano – aveva rassicurato la piccola borghesia dei commercianti e dei dipendenti pubblici.

Ennahda ha perso rapidamente il sostegno della popolazione perché si è rivelata incapace di risanare l’encomia e ha preferito integrare i gruppi jihadisti piuttosto che reprimerli prima che avessero un peso eccessivo. La tensione è pericolosamente aumentata, ma anziché imporsi con la forza Ennahda ha scelto di negoziare con gli altri partiti, di farsi da parte prima delle elezioni anticipate e governare insieme ai laici, ormai in maggioranza.

La Tunisia è un successo democratico, un esempio che i jihadisti disprezzano per paura che possa ispirare il Medio Oriente e il Maghreb così come la rivoluzione tunisina ha ispirato la primavera araba. I terroristi vogliono veder fallire la Tunisia anche perché il governo di Tunisi li combatte alla frontiera libica, e l’obiettivo del massacro di mercoledì è quello di far fuggire investitori e turisti dal paese, colpendo la sua economia già fragile per trascinare la società nel caos.

Per quanto riguarda l’economia, purtroppo, i jihadisti raggiungeranno il loro obiettivo, perché investitori e turisti abbandoneranno il paese. Ma la Tunisia non sprofonderà nel caos, perché le sue forze politiche e la sua società, compresi gli islamici moderati, combatteranno come e più di prima per difendere la democrazia.

Bernard Guetta

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Cosa prevede la legge sul divorzio breve

Internazionale
18.03.2015

Alle 12 di oggi in senato si terrà la votazione finale sul disegno di legge (ddl) sul divorzio breve. Il via libera del senato sembra essere scontato dopo che il Partito democratico e la stessa relatrice della legge, Rosanna Filippin, hanno ritirato il comma 2 dell’articolo 1 del ddl che avrebbe permesso il cosiddetto “divorzio immediato”. L’emendamento prevedeva che nei casi in cui non ci siano figli minorenni, figli maggiorenni con handicap o al di sotto dei 26 anni non economicamente autosufficienti, i coniugi potessero ottenere il divorzio immediatamente, se sono d’accordo. Circa venti senatori del Pd contrari alla norma avevano presentato un emendamento soppressivo. Erano contrari anche i senatori di Area popolare e quelli della Lega nord. Per non affossare la legge il Pd ha ritirato l’emendamento.

Ecco cosa prevede la legge attuale e quali sono i passaggi:

I tempi della separazione saranno accorciati dai tre anni attuali a dodici mesi in caso di giudiziale (quando il divorzio è chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è consensuale.
In caso di separazione, la comunione dei beni tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il tribunale autorizza i due a vivere separati.
Il testo è stato approvato dalla commissione giustizia il 19 novembre 2014, con 15 voti a favore, cinque contrari, un astenuto e due senatori che non hanno partecipato al voto.
Dopo il passaggio in senato, il disegno di legge dovrà tornare alla camera perché il senato ha modificato il testo.

 

Il carcere va abolito

Internazionale
17.03.2015

Mercoledì 11 marzo un internato dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto si è tolto la vita impiccandosi nel bagno. Nello stesso giorno, appena più in là, un detenuto del carcere di Sciacca ha preso la stessa decisione.

Sono solo gli ultimi due componenti della lunga teoria di morti che attraversa le strutture detentive del nostro paese. Terminare la propria esistenza in carcere non costituisce un fatto episodico, bensì rappresenta un vero e proprio parametro e un asse portante dell’attuale sistema della reclusione.

Se non esiste la pena di morte, esiste la morte per pena. Nel corso del 2014, i suicidi sono stati 44, e 88 i decessi per “cause naturali”; nei primi mesi del 2015, nove i suicidi e nove i morti per altre ragioni. Proprio per questo occorre pensare (e finalmente realizzare) il superamento del regime carcere. Anche se nella mentalità collettiva non è immaginabile una pena che prescinda dalla reclusione, non è sempre stato così.

Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà, all’interno di un perimetro chiuso e di una cella serrata, per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tanto meno nella costituzione italiana.

È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate che incrudelivano sui corpi nell’ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui “dolcezza” avrebbe fatto decadere le punizioni più atroci.

La nostra carta, all’articolo 27, dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto di indurre il sospetto che essa sia – in sostanza – una pena inumana. E d’altra parte è incontestabile che la pena detentiva – nella grande maggioranza dei casi – non tende alla “rieducazione” del condannato, ma costituisce una sua degradazione fino a segnarne tragicamente il destino.

Inoltre, la costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averne fatto esperienza direttamente durante il fascismo) e la pena capitale, furono lungimiranti: saggiamente non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali.

E quel legislatore dovrebbe sapere, innanzitutto, come sia inequivocabilmente provato che il carcere non costituisce un efficace strumento di punizione. In primo luogo perché quanti vi sono reclusi si troveranno a commettere nuovi delitti in una percentuale elevatissima, più del 68 per cento. Il sistema penitenziario, pertanto, produce l’effetto opposto a quello a cui dovrebbe mirare – ridurre il tasso generale di criminalità – e finisce con l’affinare le capacità delinquenziali dei detenuti, insediandoli più profondamente nel tessuto della illegalità e negando loro ogni alternativa di vita.

Allo stato attuale, le diverse finalità della carcerazione, inoltre, tendono a ridursi via via a una sola e a concentrarsi, alla prova dei fatti, nell’esclusiva funzione di affliggere il condannato per il reato commesso. Così, la pena si mostra nella sua essenzialità come vera e propria vendetta. In quanto tale, essa risulta priva di qualunque effetto razionale e totalmente estranea – direi: indifferente – a quel fine che la costituzione indica nella “rieducazione del condannato”.

Se la pena, infatti, viene considerata esclusivamente per la sua finalità “retributiva” – ovvero compensare la colpevolezza del reo – saremmo in presenza di una misura che ha il solo obiettivo di arrecare dolore, ovvero affliggere il detenuto. E ciò la renderebbe iniqua e sostanzialmente immorale.

All’opposto, il fondamento di una possibile moralità risiede proprio in quello che consideriamo come il più rigoroso e radicale habeas corpus: cioè l’incondizionata tutela dell’integrità e della incolumità del corpo e della personalità del condannato. In caso contrario non c’è dubbio che è la violenza istituzionale, fino all’esecuzione capitale, la forma di sanzione più equa. Nel caso estremo, solo la pena di morte rappresenta effettivamente la retribuzione più “proporzionata”: morte per morte.

Non c’è il minimo dubbio, infatti, che la pena capitale – sotto il profilo della massima utilità – risulti più incisiva di lunghe e costose carcerazioni, meno capaci di bloccare la diffusione del delitto e la sua perpetuazione.

A conferma della maggiore “ragionevolezza” che avrebbe, in un simile contesto, la pena di morte, si può far riferimento a quanto accaduto nei primi giorni del 2015, quando un ergastolano belga ha chiesto di poter accedere al protocollo per l’eutanasia, ricevendo inizialmente una risposta positiva da parte del ministero della giustizia. L’uomo, Frank Van den Bleeken, avrebbe voluto esser curato in una clinica specializzata per la sua patologia – si definisce uno “stupratore seriale” – ma, nonostante ripetute richieste, non gli è stato concesso. Lo stato, di fatto, avrebbe preferito la sua morte, con l’ipocrisia di un atto giustificato come rispondente alla sua volontà. Così l’ergastolo, la pena senza speranza, ridiventa, anche in senso materiale, pena di morte.

Al di là di questo esito estremo, la contraddizione strutturale dello strumento-carcere manifesta la sua evidenza anche sotto altri aspetti. Il primo. La sua rozzezza: la prigione è uno strumento palesemente non sensibile e non intelligente. Esso può essere applicato solo indistintamente e grossolanamente senza alcuna duttilità e flessibilità. In estrema sintesi: il carcere è lo stesso per chi vi finisce per aver rubato un pacco di wafer e per Bernardo Provenzano.

In altre parole, la qualità della pena comminata per la gran parte delle fattispecie penali del nostro ordinamento è essenzialmente sempre la stessa: la reclusione. Ovvero la misura che, nel nostro codice, è prevista per i delitti e che può avere una durata compresa tra 15 giorni e 30 anni. Se poi si tiene conto che per le contravvenzioni la pena detentiva è denominata arresto ma può comportare le stesse conseguenze di restrizione della libertà, è facile dedurre che la prigione costituisce il cuore stesso dell’idea e della pratica della punizione per come il codice e la prassi giudiziaria l’hanno definita.

D’altra parte, non va dimenticato mai che il carcere è un prodotto umano e come tale va sottoposto a un test di validità. E il criterio fondamentale è quello relativo alla quantità di bene e alla quantità di male che ne derivano. Ovvero: il carcere produce bene se risponde allo scopo per il quale è stato creato. Produce male se non raggiunge il fine al quale è destinato e se determina danni che superino i benefici ottenuti.

Si prenda un anno qualsiasi, il 1998, per esempio: un anno come tanti nella recente storia italiana. Nel corso di quell’anno 5.772 persone già condannate in via definitiva vengono scarcerate dopo aver finito di scontare la propria pena. Sette anni dopo, nel 2005, 3.951 di loro saranno di nuovo in carcere, accusate o condannate per aver commesso nuovi reati. Si tratta esattamente del 68,4 per cento di quanti erano stati scarcerati nel 1998. Una percentuale enorme che costituisce, necessariamente, il punto di partenza di qualunque discorso sul sistema penitenziario. Ripetiamo, a scanso di equivoci: il 1998 fu un anno come tutti gli altri. Parto da lì solo perché è l’unico anno su cui l’amministrazione penitenziaria ci ha fatto conoscere, incidentalmente, questo piccolo e incontrovertibile dato sull’efficacia “rieducativa” della pena detentiva: una bocciatura senza appello.

Certo, sull’altro piatto della bilancia ci sono alcune decine, forse alcune centinaia (non certo alcune migliaia) di detenuti che attraverso un corso di formazione, il lavoro all’interno del carcere, poi quello fuori e, magari, una misura alternativa alla detenzione, in galera non ci sono rientrati, ma il bilancio resta clamorosamente negativo e insistere sulle ammirevoli “buone prassi” rischia di farle apparire come foglie di fico sulla vergogna di un carcere insensato. Possiamo continuare a invocare, minacciare, eseguire pene detentive sempre più dure per qualsiasi violazione della legge: ma se il loro risultato è questo, il realismo e la misura ci impongono di trovare delle alternative.

 

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