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INTERNAZIONALE

La scuola è più o meno buona

Internazionale
13 03 2015

Nel più bel film italiano sulla scuola, Bianca di Nanni Moretti, c’è una scena all’inizio in cui il protagonista Michele Apicella si rivolge a Bianca, dicendole: “Io lo so che tipo è lei: ha il suo macellaio di fiducia, che le tiene i pezzi migliori…”. “Perché, c’è qualcosa di male?”. “E certo che c’è, se ci vado io, poi mi prendo i pezzi peggiori!…”.

Lo spirito della riforma che Matteo Renzi ha ripresentato ieri, per la decima, undicesima volta dal suo insediamento, sta un po’ tutto qui.

In questa ennesima bozza (questa è la volta del disegno di legge), la constatazione amara che ci sono modelli formativi di serie A e modelli formativi di serie B – si tratti di scuole o di università – non è più un problema da risolvere, ma una soluzione.
Il non troppo nuovo progetto – mica poche le somiglianze con il disegno legge Aprea del governo Berlusconi – non ha più il suo cardine nell’assunzione dei precari.

Notare: nelle precedenti conferenze stampa il numero dei futuri assunti era di 150mila, ieri si è detto centomila, e c’è da scommetterci che dall’iter parlamentare (”ah! le opposizioni maramalde che si sono opposte al nostro disegno di legge!”, si griderà per l’unica riforma che non è passata a botte di decreti legge e fiducie) si arriverà, vedrete, a 50mila unità, cioè una cifra praticamente identica alle assunzioni che avvengono ogni anno.

Inoltre non si capisce ancora, dalle parole enfatiche di Renzi e della ministra Stefania Giannini in conferenza stampa, qual è il progetto educativo legato a quest’idea dell’“organico funzionale”, che continua a somigliare, slide alla mano, a una vasta milizia di tappabuchi non formati che dovrebbero a loro volta formare in modo iperqualificato.

Non si capisce perché chi per esempio ha vinto un concorso per insegnare latino e greco debba – o, soprattutto, sappia – formare i suoi colleghi, potenziare le competenze linguistiche, sviluppare le competenze digitali degli studenti, incrementare la scuola-lavoro: queste sono le abilità richieste, per esempio, a questo fantomatico “organico funzionale”.

Sembra una riforma tutta improntata sull’innovazione, sul merito: ogni volta in queste conferenze stampa è tutto un luccichio di concetti fraintesi. Bisognerebbe fare un lungo studio per esempio su come il concetto autocontradditorio, diseducativo di meritocrazia sia diventato un principio educativo cardinale. E vedremo come dopo la distruzione delle università – divise ormai tra poli di reale formazione e parcheggi per prossimi disoccupati e precari – questa riforma sposterà il tema dell’inclusione sociale e della uguaglianza formale ancora più in basso anagraficamente. Ha vinto di fatto il modello delle scuole paritarie, del privato – come si dice – “d’eccellenza”.

Ma l’accento più forte nella conferenza stampa di ieri è stato posto sull’autonomia scolastica. Mentre – come testimoniato dal suo addetto stampa Filippo Sensi – Renzi teneva sul tavolo questa vignetta di Charlie Brown, le sue parole scorrevano in senso tutto opposto.

E in nome di quest’altro plastismo che è ormai diventata l’espressione “autonomia scolastica”, si sdoganava la possibilità dei dirigenti scolastici di assumere i docenti per chiamata diretta, di “formarsi una loro squadra” confrontando curriculum e andandosi evidentemente a capare i pezzi migliori, come nel film di Moretti.

Alla faccia dell’uguaglianza, dell’inclusione sociale, delle enormi divaricazioni tra le scuole a seconda della regione o della città o del quartiere. A chi già in queste ore faceva notare questo rischio, la deputata Malpezzi (tra gli autori del disegno di legge) rispondeva con ingenuità al limite della malafede.

Le agenzie hanno parlato di presidi che potranno scegliersi le loro squadre di prof. Un passo verso la chiamata diretta?
Non si tratta assolutamente di chiamata diretta: i docenti, che saranno inseriti in albi territoriali, avranno tutti un posto di lavoro ma dall’esame dei curricula i dirigenti potranno assumere quelli con le competenze più adatte alle realtà scolastiche e territoriali di arrivo.

I curricula dei docenti saranno, però, anche a disposizione delle famiglie. Non pensa che questo potrà dare adito a inferenze sbagliate sulla loro professionalità? Verosimilmente, le prime cose che saranno messe sotto la lente di ingrandimento saranno i voti di laurea o di abilitazione.
Mi auguro proprio di no! L’abilità di un docente non si valuta sulle sue conoscenze, che sono già ampiamente certificate, ma sul processo complessivo di crescita che egli attua nel corso della sua carriera. Si deve, cioè, caso mai guardare a quanto e come si aggiorna. Sarebbe un bel guaio se un genitore si fermasse al voto di diploma o di laurea! Bisogna valutare il profilo complessivo, insisto.

In questo mondo orwelliano, in cui le parole significano il loro opposto, la distorsione dell’idea di autonomia scolastica in una specie di franchising è veramente un triste paradosso.

Perché se è vero che ogni scuola ha una sua storia, legata al territorio eccetera, l’esito della riforma Renzi (se si mettono in conto anche gli sgravi fiscali per le paritarie, il 5 per mille che si può destinare alla scuola) sembra quello di assecondare qualche cattiva tendenza della scuola italiana: di pensare una scuola competitiva nel senso peggiore del termine, e soprattutto di creare una scuola customizzata, a misura dei genitori, cioè di coloro che giustamente pensano che tutti i figli sono uguali ma i loro figli sono un po’ più uguali degli altri.

Cosa finirà per succedere al sistema scolastico italiano? Le scuole migliori potranno valersi dei docenti più preparati, con curriculum migliori eccetera, le scuole più svantaggiate dovranno accontentarsi degli scarti. Senza calcolare, nell’ovvia discrezionalità di queste scelte, i pericoli di affiliazione, clientelismo, raccomandazioni eccetera.

Ossia: se io dirigente scolastico posso scegliere tra Caio (amico mio) e Sempronio (chi mai l’ha visto e conosciuto), chi chiamerò?

Be’, magari finirò per trovarne uno tipo questo professore di storia: “Un ottimo elemento”.

Christian Raimo

Internazionale
12 03 2015

Quattrocentoquarantuno voti favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti: così è finito il voto al parlamento europeo sulla Relazione sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea, cioè la cosiddetta risoluzione Tarabella dal nome del suo relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella.

Nei giorni passati la risoluzione aveva sollevato in Italia proteste e petizioni. Perché? Per aver nominato l’aborto ai punti 44 e 45, dove il documento osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014); insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva.

È incredibile come tutto il resto fosse scomparso davanti a due occorrenze della parola “aborto”: le questioni di genere, la parità, la differenza di retribuzione, la povertà e l’esclusione sociale, l’uguaglianza in senso pieno, le mutilazioni genitali, l’accesso alle cure, gli stereotipi di genere.

Ed è incredibile come quello che c’è scritto sull’aborto sia stato deformato e presentato come una specie di incitazione all’interruzione di gravidanza, mentre è, da un lato, la constatazione quasi scontata della inefficacia e della pericolosità delle restrizioni, e dall’altro un invito a garantire a tutte l’accesso alle scelte riproduttive (aborto compreso). Non dimentichiamo nemmeno che in genere la garanzia dei servizi e dei diritti è direttamente proporzionale ai mezzi che si hanno, perciò le persone più escluse tendono a essere quelle più fragili e meno informate.

La lettura della relazione Tarabella fatta dai suoi detrattori lascia emergere per l’ennesima volta l’incapacità di analizzare un testo o la volontà di alterarne il senso: come spesso accade, si discute e ci si indigna senza nemmeno capire bene le premesse della discussione e della propria indignazione.

In molti si sono ostinati addirittura a sostenere che sarebbe contraria alla legge. Ma in che modo, visto che la legge italiana – pur con alcune contraddizioni – garantisce il servizio di interruzione volontaria di gravidanza?

La deputata dell’Udc Paola Binetti l’8 marzo ha scritto su Twitter.

Nella petizione “Diritto all’aborto” promosso dall’Europa si pregava “di respingere i paragrafi che mirano a promuovere il ‘diritto all’aborto’ in Europa”. Anche i cattolici del Partito democratico non hanno digerito il riferimento all’aborto.

Era successo qualcosa del genere due anni fa con una relazione simile che però era stata bocciata: Sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi di Edite Estrela.

L’eurodeputato del Pd David Sassoli l’11 dicembre 2013 chiedeva (non avendo evidentemente letto la legge italiana 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, in particolare l’articolo 12).

Sassoli, attualmente vicepresidente del parlamento europeo, si era astenuto insieme agli altri parlamentari del Pd, Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi e Patrizia Toia. Il 10 marzo invece ha scritto.

Cosa ci fosse di estremo nella relazione di Estrela non è chiarissimo. Forse le 56 occorrenze della parola “aborto”, anche se la maggior parte era nelle premesse, e poi nel paragrafo “Gravidanze non programmate e indesiderate: accesso alla contraccezione e a servizi per un aborto sicuro” (in particolare dal punto 28 al 39).

Ancora più sfuggente l’eurodeputata del Pd Silvia Costa, che pochi minuti dopo l’approvazione di Tarabella ha sentito il bisogno di commentare.

L’emendamento del Partito popolare europeo è il seguente:

43 bis. Osserva che l’elaborazione e l’applicazione delle politiche in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi nonché in materia di educazione sessuale sono di competenza degli stati membri; ribadisce, nondimeno, che l’Ue può̀ contribuire alla promozione delle migliori pratiche tra gli stati membri.

Ridondante giuridicamente, sembra voler mettere le mani avanti di fronte a un fantasma. Il diritto dei singoli stati membri è infatti preminente rispetto a quello europeo.

In questo continuare a sottolineare l’ovvio – nessuno dopo Tarabella verrà in Italia o andrà altrove a controllare che l’interruzione volontaria di gravidanza sia davvero garantita, è più una dichiarazione d’intenti, magari un pretesto per discutere e capire – c’è tutta la manzoniana arte del sopire e troncare, il non voler scontentare nessuno per scontentare tutti: i cattolici allergici alle scelte riproduttive e i sostenitori della libertà di scelta (pro choice) insofferenti al moralismo e stufi della insoddisfacente garanzia delle scelte riproduttive

Che poi in tale stucchevole ovvietà una cosa da ricordare ci sarebbe: in Italia la legge 194 stabilisce che le interruzioni di gravidanza devono essere assicurate, che è più forte la garanzia del servizio di qualsiasi obiezione di coscienza. Questo significa anche non permettere l’obiezione “di struttura”, ma solo quella personale che però dovrebbe arretrare davanti alla richiesta della donna di abortire (si legga l’articolo 9: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure”). Ma ognuno sembra votare e leggere solo quello che fa comodo capire.

Anche se stavolta il parlamento europeo ha approvato la risoluzione, la vittoria è poco più che simbolica (con o senza l’emendamento). Certo è sempre meglio vincere simbolicamente che perdere e, soprattutto, visto che sono nominate anche le questioni di genere possiamo aspettarci commenti scandalizzati e fuori tema per le prossime settimane.

Chiara Lalli

Con i fascisti non si discute

Internazionale
09.03.2015

Sarà stato un decennio fa quando, un pomeriggio di un giorno di maggio, ricevo una telefonata di Tullia Zevi, la più autorevole esponente dell’ebraismo italiano. È particolarmente turbata e mi spiega il motivo.

Ha appena ricevuto l’invito da parte del notissimo conduttore di una notissima trasmissione a partecipare a un dibattito televisivo. In studio sarà presente lo storico revisionista Robert Faurisson, che ha appena pubblicato un volume sulla Shoah (ovvero sulla falsità della Shoah).

Dopo la presentazione della sua tesi, ci sarebbe stato il confronto tra la Zevi e uno storico italiano piuttosto favorevole invece alla posizione di Faurisson.

Insomma, tema: “I lager non sono mai esistiti”, e poi: “uno a favore, uno contro”.

A Tullia Zevi si chiedeva ovviamente di fare la parte del “contro”.

Di fronte al suo netto rifiuto di interpretare quel ruolo, il conduttore mostrò sincera sorpresa. Non riusciva proprio a comprendere il motivo di quella decisione: per lui, la composizione di quel dibattito rappresentava la realizzazione del pluralismo nella sua forma massima e perfetta.

E poi perché temere il confronto, quando – confermava rassicurante il giornalista – si sta dalla parte della ragione e della verità storica?

Quest’ultimo argomento è certamente il più interessante. Quel conduttore non aveva la minima intenzione di negare l’esistenza delle camere a gas, ma pretendeva di affermare un’interpretazione, per così dire, illimitata e incondizionata del pluralismo. Ovvero una concezione tecnica e neutrale della dialettica democratica e del libero confronto tra opzioni diverse. In altre parole, una manifestazione estrema e pienamente compiuta della lottizzazione delle idee, nella sua rappresentazione plastico-teatrale.

Al centro, il Male Assoluto (Faurisson). E ai lati, sullo stesso piano e livellati da ruoli precisamente speculari, il Bene (Tullia Zevi) e il Dubbio (lo storico italiano moderatamente revisionista). Provvidenzialmente, la cosa non andò in porto e si è evitato, così, uno di quegli innumerevoli strazi quotidianamente perpetrati ai danni dell’intelligenza e del buon gusto.

L’episodio mi è tornato in mente nell’apprendere quanto è accaduto nel corso della trasmissione Piazza pulita lunedì scorso e quanto ha scritto in merito Gad Lerner.

Nel suo blog, Lerner cita l’eurodeputato leghista Gianluca Buonanno, che “ha definito i rom ‘feccia dell’umanità’, con l’effetto spettacolo di averlo detto in faccia a Djana Pavlovic con sottofondo di applauso meccanico dei figuranti in sala”.

Spiegando come quell’episodio corrisponda a una sorta di format televisivo assiduamente reiterato (e oggi concentrato, in particolare, sull’ostilità contro rom e sinti), Lerner ha proposto un antidoto, “rapido efficace, silenzioso: basta dire no grazie. O noi o loro. Non partecipare a quelle oscene rappresentazioni. Lasciare vuote le sedie dei talk show che invitano ogni giorno Salvini, Borghezio, Buonanno”.

Sono incondizionatamente d’accordo. Da molti anni adotto tacitamente quel comportamento, rifiutandomi di prendere parte a confronti con esponenti leghisti o cripto-fascisti. Ma, certo, il dichiararlo e assumerlo come impegno collettivo (da parte di donne e uomini di buona volontà e di buon senso) sarebbe tutt’altra cosa.

Purtroppo è facile prevedere che la proposta di Lerner sarà destinata all’insuccesso: si troverà sempre qualcuno, e intendo dire proprio qualcuno a sinistra, che sciorinerà efficacissimi e callidissimi argomenti per spiegare l’utilità – invece – di affrontare “a pie’ fermo e a viso aperto” le posizioni fascio-leghiste. Io sono convinto che questo sia l’atteggiamento più sbagliato e l’intera storia dei talk show televisivi sta lì a dimostrarlo inequivocabilmente.

C’è poi da aggiungere una sommessa considerazione teorica qualora si volesse porre la questione su un piano generale, di metodo e di sistema. Una scelta, come quella suggerita da Lerner, non ha un effetto discriminatorio, dal momento che non mira a escludere dal circuito del discorso pubblico determinate posizioni (cosa per altro impossibile, oltre che errata).

Quella scelta intende, piuttosto, auto-escludersi da un confronto che risulta privo dei requisiti indispensabili per essere effettivamente tale. Ovvero la condivisione tra gli interlocutori di un minimo di opzioni morali e di regole di linguaggio. Come è possibile discutere con chi ritiene che una determinata minoranza sia “la feccia dell’umanità”?

Quanti sono i senzatetto negli Stati Uniti

Internazionale
02.03.2015

Secondo il dipartimento di polizia di Los Angeles gli agenti che il 1 marzo hanno ucciso un senzatetto hanno sparato dopo che l’uomo aveva cercato di impossessarsi di una loro pistola. Ma l’uccisione rischia di riaprire le tensioni sociali nella città californiana, in cui si trova il maggior numero di senza fissa dimora del paese.

Ecco un’inchiesta condotta dal governo statunitense nel gennaio del 2013.

Negli Stati Uniti sono state registrate 610.042 persone senza fissa dimora: il 65 per cento vive in luoghi di accoglienza, il 35 per cento in ricoveri di fortuna.
Los Angeles ha il numero più alto di senza tetto cronici: 14.480.
Il 23 per cento di queste persone (138.149) ha meno di 18 anni. Di questi minorenni 46.924 non sono accompagnati.
Tra il 2007 e il 2013, il numero dei senzatetto è sceso del 23 per cento.

 

Internazionale
20 02 2015

Uno studente italiano su tre abbandona la scuola statale superiore senza aver completato i cinque anni. È quanto emerge dai dati del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca elaborati nel dossier Dispersione di Tuttoscuola. Un dato che in alcune regioni, come le isole, arriva a quota 35–36 per cento.

Una vera e propria emorragia tra le mura e i banchi delle scuole italiane, che prosegue silenziosa e inosservata. “Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi italiani iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi”, spiegano gli autori del dossier. “Si tratta del 31,9 per cento dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato in questi tre lustri le superiori nella scuola statale”. Facendo i calcoli è come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’abbia fatta.

Un fenomeno nazionale, che unisce nord e sud passando per il centro e le isole. Si passa da regioni più virtuose come l’Umbria e le Marche dove circa l’80 per cento degli studenti termina il quinquennio, a regioni come la Sicilia, la Sardegna e la Campania dove il dato arriva a poco più del 60 per cento. Un problema che colpisce anche le regioni settentrionali, dove la quota più allarmante si registra in Lombardia, con il 29,8 per cento, seguita dalla Toscana con il 28,4 per cento di ragazzi persi per strada prima del quinto anno.

Le cose poi variano molto di provincia in provincia, come se ogni regione d’Italia abbia la sua sacca di dispersione scolastica. Province nella stessa regione presentano tassi di abbandono molto diversi. Per esempio Firenze e Prato, dove rispettivamente il 29 e il 38 per cento degli studenti non completano il quinquennio. La maglia nera va a Caltanissetta, dove quasi la metà degli studenti non termina il ciclo delle scuole superiori (41,7 per cento), seguita da Palermo e Catania (rispettivamente 40,1 per cento e 38,6 per cento). Ciò significa che in queste province quattro studenti su dieci abbandonano i banchi precocemente.

Una distribuzione a macchia di leopardo che ridimensiona il divario tra mezzogiorno e resto d’Italia. Se infatti Caltanissetta spicca in negativo, al meridione appartiene anche la provincia che presenta il tasso di dispersione più basso: Benevento, con il 14 per cento di dispersi prima di finire le superiori. Allo stesso tempo tra le provincie con il più alto tasso di abbandono ne compaiono alcune del centronord come Prato (38,5 per cento) e Asti (36,3 per cento).

Nel tempo le cose sembrano migliorare, ma il fenomeno è duro a morire. Nel 2000 i ragazzi non arrivati al diploma del quinto anno erano stati 216.805, cioè il 36,8 per cento di quelli che erano presenti al primo anno. Nel 2014 si è scesi alle 167mila unità, pari al 27,9 per cento. Di questi, 69mila sono usciti dopo il primo anno, 22mila dopo il secondo, 39mila dopo il terzo e 37mila prima dell’ultimo anno. Concentrandosi sul biennio dell’obbligo a livello nazionale, il 15 per cento dei giovanissimi italiani nell’anno scolastico 2013-14 ha lasciato i banchi senza completare il terzo anno delle scuole superiori.

I numeri cambiano molto tra i vari indirizzi scolastici. Negli istituti professionali quattro studenti su dieci lasciano i banchi prima del quinto anno, a fronte di circa due su dieci dei licei classico e scientifico. Anche gli indirizzi artistici hanno un tasso di abbandono molto alto: il 35 per cento.

Quello della dispersione scolastica è un problema che passa inosservato, ma che porta con sé costi sociali, politici ed economici molto alti. Lo sa bene l’Europa che ha inserito tra i cinque obiettivi principali della Strategia Europa 2020 – il pacchetto decennale per la crescita e il lavoro lanciato dall’Unione europea nel 2010 – quello di ridurre al 10 per cento la quota di early school leavers, ossia dei giovani europei tra i 18 e i 24 anni che smettono di studiare dopo la licenza media (o l’equivalente europeo). I ragazzi che lasciano la scuola, spiega l’Unione europea, “sono più soggetti alla disoccupazione, hanno bisogno di più sussidi sociali e sono ad alto rischio di esclusione sociale, con conseguenze sul benessere e la salute. Inoltre, tendono a partecipare meno ai processi democratici”.

Nel contesto europeo l’Italia appare ai piani bassi della classifica, con il 17 per cento di early school leavers registrati nel 2013. Un dato che posiziona il nostro paese a pari merito con la Romania. Ben al di sotto della media dei ventotto paesi europei, pari al 12 per cento. E lontanissima dalle prime in classifica, come Slovenia e Croazia, entrambe sotto il 5 per cento.

Il quadro è drammatico anche dal punto di vista economico. Il fatto che 167mila ragazzi abbandonano la scuola prima del termine del quinquennio vanifica gli sforzi di 12.800 professori. E quindi è come se facesse sprecare 503 milioni di euro all’anno per la fine di ogni ciclo della scuola superiore.

Molti dispersi finiscono inoltre per rientrare nella categoria dei neet, i giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training). L’Istat nel rapporto Noi Italia 2014 ne ha contati oltre due milioni, circa il 24 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Una quota significativamente superiore a quella media dell’Unione europea (15,9 per cento di inattivi).

Altre stime, come quella del rapporto Social Justice in the EU, parlano del 32 per cento di giovani italiani inattivi di età compresa tra i 20 e 24 anni. E che ha un costo enorme sull’economia: Confindustria stima un costo pari a 32,5 miliardi di euro l’anno. Se i giovani inattivi entrassero nel sistema produttivo, il prodotto interno lordo italiano salirebbe di 2 punti.

Jacopo Ottaviani

Lo stato non insegna niente ai suoi insegnanti

Internazionale
19 02 2015

Come si diventa insegnanti? Serve un’abilitazione, e questa abilitazione è stato possibile ottenerla, in passato, in modi diversi. Due anni fa, per provare a ridurre il numero dei precari impiegati nella scuola, il ministero dell’istruzione ha aperto un Percorso abilitante speciale (Pas) per coloro che avevano già insegnato per tre anni anche non consecutivi nell’arco di tempo compreso tra il 1999 e il 2013. A questo Pas si accedeva senza concorso.

Adesso, in tutta Italia, cominciano a essere pubblicati i risultati dei Pas. Reperirli non è facile, perché non si trovano nel sito del ministero: bisogna cercarli nei siti delle università che hanno organizzato i corsi, e che però non informano sempre con esattezza circa il numero degli iscritti ai corsi e al numero dei respinti in itinere. Ma per quanto ho potuto vedere (e sentire, dai colleghi di altre università), quasi tutti i candidati hanno superato gli esami orali e scritti, e sono quindi abilitati. In alcune sedi, e in alcune classi di concorso, bisogna togliere il quasi: tutti i candidati sono stati promossi. Questo significa che, in alcune sedi, fra tutti coloro che si sono iscritti al Pas per l’abilitazione all’insegnamento (diciamo) dell’inglese alle superiori non c’era neppure una persona che non fosse all’altezza del compito. Tutti all’altezza, tutti idonei.

Il dato dovrebbe sorprendere, e forse preoccupare, anche coloro che sono stati abilitati, e anche coloro che hanno firmato i verbali di queste abilitazioni: se tutti superano un esame, viene infatti il dubbio che l’esame fosse troppo facile o (ed è quasi lo stesso) che gli esaminatori siano stati tanto indulgenti da risultare ingiusti: nei confronti sia dei candidati più meritevoli, sia dei giovani che vorranno insegnare in futuro e avranno minori opportunità di farlo, sia dei cittadini che hanno affidato a quegli esaminatori il compito di distinguere, tra i candidati, i bravi dai mediocri.

Il dato sorprende certamente me, dato che ho fatto parte di più d’una di queste commissioni, e ho potuto verificare che – com’era da aspettarsi – tra i candidati ce n’erano alcuni che meritavano di diventare insegnanti di ruolo e ce n’erano alcuni che non lo meritavano affatto. Rilievo lapalissiano, lo so bene, e che basta l’esperienza di ognuno a confermare: in qualsiasi gruppo X di insegnanti ce ne sono di ottimi ma ce ne sono anche di molto scadenti, che sarebbe meglio facessero un altro lavoro. Ma è appunto questo dato d’esperienza che i risultati del Pas contraddicono in maniera così perentoria: perché dicono che quasi tutti o tutti gli esaminati erano idonei a occupare una cattedra.

E dunque? Dunque bisogna riflettere sulle ragioni che hanno portato a un risultato che è, a lume di logica e di esperienza, un risultato assurdo; e a me pare che le ragioni siano tre.

La prima è l’inerzia. Dopo che il ministero ha deciso di creare questo “percorso abilitante speciale”, si è cominciato a dire che sarebbe stata una ope legis, cioè che i candidati andavano promossi; si è parlato di “pressioni da parte dei sindacati”, pressioni che io personalmente non ho affatto percepito (come si sarebbero manifestate, del resto?). Ma, percezioni a parte, bisogna tenere conto del fatto che i candidati non solo hanno dovuto seguire un anno di lezioni dedicate alle varie discipline d’insegnamento e alla pedagogia, ma hanno dovuto anche pagare questi corsi, una cifra oscillante tra i due e i tremila euro (che sono parecchi, per chi ne riceve mille alla fine del mese, quando va bene). Bocciarli? Alla fine di un anno di fatiche, durante il quale quasi tutti i candidati la mattina insegnavano, al pomeriggio andavano a lezione e la sera studiavano e preparavano – follia nella follia – le “tesine”? La dinamica stessa dell’esame sembrava incoraggiare alla clemenza: i candidati che ricevevano un’insufficienza potevano ripetere la prova dopo qualche giorno.

La seconda ragione è che bocciare, a un esame del genere, è molto penoso. Perché non è un semplice esame universitario, che si può rifare alla sessione successiva, è l’esame che decide se il precario X merita o non merita un posto di ruolo. Per molti è l’ultima occasione: bocciarli significa cambiargli, in peggio, la vita. Non è una decisione né facile né piacevole. Molti degli esaminatori hanno pensato o detto che “Arrivati a questo punto…”, oppure che “Avrebbero dovuto fermarli prima”, cioè non farli laureare, non assumerli mai in organico, nemmeno come supplenti. Ma adesso, dopo tre o più anni d’insegnamento, un anno di lezioni, interrogazioni e compiti, e due-tremila euro spesi, persone anche non più giovani… E allora si è premiato, si è concesso la sufficienza non per la preparazione (a volte, parlo ancora per esperienza, molto scarsa) ma per l’entusiasmo, lo zelo, o anche solo per la presenza alle lezioni, o la menzione, nella “tesina” di pedagogia, dei quattro o cinque pseudoconcetti assorbiti in aula, e ripetuti come una giaculatoria: brainstorming, jigsaw, cooperative learning e simili.

Del resto, alcuni candidati non sono idonei a insegnare per ragioni che hanno a che fare non tanto con la loro preparazione ma con il loro carattere, con il loro modo di essere: li si ascolta parlare, e si capisce che non hanno mai letto un romanzo o un saggio al di fuori di quelli antologizzati nel manuale scolastico, che non leggono un giornale, che non saprebbero sostenere una conversazione su nulla, che hanno ancora, e avranno sempre, le ingenuità che avevano quand’erano studenti. Respingere questi candidati è difficile, perché l’esame verte sulle loro competenze disciplinari (o pedagogiche), non sul loro profilo intellettuale (come definirlo?) o sulla loro attitudine a insegnare (come dimostrare che il candidato X non la possiede?). Si scommette dunque sul fatto che un corso di pedagogia sia sufficiente a trasmettere a tutti questa attitudine. È una scommessa persa in partenza, è ovvio; ma si finge di vincerla, tanto nessuno – a parte gli allievi di questi insegnanti inadeguati – ne pagherà le conseguenze.

Ma né la prima né la seconda ragione sarebbero state sufficienti a generare questo lassismo se non ce ne fosse stata una terza più potente: la paura. Molti dei commissari avevano paura. “Lo bocciamo? Non vorrei che facesse ricorso…”. “E se fa ricorso?”. “Questo vedrai che fa ricorso”. La maggior parte degli insegnanti della scuola e dell’università ha del diritto un’idea vaga, e in questa vaghezza c’è molta più minaccia che consolazione: nessuno vuole “essere portato in tribunale”, nessuno vuole mettersi negli impicci, meglio far passare – con un voto appena un po’ più basso – il candidato litigioso, meglio non impuntarsi. Del resto, i commissari hanno delle buone ragioni. Gli uffici legali di alcuni atenei hanno mandato messaggi preoccupati; alcuni candidati sono stati ammessi alla prova finale con riserva (cioè dopo essere stati respinti a una o più prove intermedie), perché “annunciano ricorso”, per “coprirci le spalle, in caso di ricorso”; alcuni candidati si sono presentati all’esame orale accompagnati da un avvocato.

Per quanto possa sembrare strano (e inquietante), credo che sia stata proprio questa – questa paura non della Giustizia ma della giustizia amministrativa – la ragione principale che ha spinto molti dei commissari d’esame a “tenersi larghi”, o a lasciar correre. Ma sia inerzia, sia clemenza malintesa o sia paura, quello che mi sembra di poter dire, a ragion veduta, è che lo stato non è in grado, oggi, di selezionare i suoi insegnanti.

Lo sarà nel prossimo futuro? Non credo proprio, se il prossimo futuro sarà affidato alla disciplina pedagogica della Buona scuola. Leggo che “circa gli insegnanti in servizio, tutte le ricerche dimostrano che ciò che in loro è carente non è la competenza sulla materia, ma la qualità pedagogica: non sono stati preparati a confrontarsi con le problematiche dell’età adolescenziale e con gli interessi dei giovani d’oggi” (Giunio Luzzatto, Sole 24 Ore, 15 febbraio 2015). Io non conosco tutte queste “ricerche”. Sospetto ormai che ricerche sia soprattutto l’etichetta che appiccichiamo sulle nostre convinzioni o sui nostri interessi, per non doverci pensare più (ma posso dire che diffido degli adulti che pensano di avere la chiave delle “problematiche” e degli “interessi dei giovani d’oggi”, e che pretendono di insegnare a me, o a chiunque altro, ad adoperare questa chiave). Quella che conosco di prima mano è la competenza disciplinare di molti studenti universitari che diventeranno prima o poi insegnanti, e anche quella di molti che insegnanti lo sono già; quello che so è che laureiamo persone che non sanno scrivere in italiano, che non hanno idea di cosa sia la letteratura dopo Svevo, che credono che Tito Livio sia un imperatore romano, che mettono Galileo nel settecento e che pensano che Aldo Moro sia un uomo politico degli anni del fascismo.

C’è però un modo spiccio ed efficace per risolvere questo problema: non considerarlo un problema. E noi faremo così.

Claudio Giunta

Internazionale
29 01 2015

In Germania circa settantamila metalmeccanici, soprattutto dell’industria automobilistica, sono in sciopero, mentre sono in corso i negoziati salariali. Le imprese colpite dalle sciopero sono trecento, secondo quanto riferito dal sindacato Ig metal.

Queste prime azioni sono scioperi “di avvertimento”, in cui lavoratori incrociano le braccia per qualche ora. Se i negoziati dovessero fallire, si passerà alla fase successiva dello sciopero illimitato.

Il sindacato chiede un aumento salariale del 5,5 per cento per quattro milioni di lavoratori. I datori di lavoro hanno risposto con la proposta di un aumento del 2,2 per cento.

Internazionale
22 01 2015

Negli Stati Uniti è stato pubblicato un video che mostra l’uccisione di un nero da parte della polizia a Bridgeton, nel New Jersey. La vittima, Jerame Reid, era stata fermata insieme a un’altra persona e stava cercando di uscire dalla sua macchina con le mani alzate. I due poliziotti sono Braheme Days, afroamericano, e Roger Worley, bianco.

I fatti risalgono al 30 dicembre 2014, ma il video è stato pubblicato solo oggi. Il filmato è stato registrato dalla telecamera installata sull’auto della polizia.

Braheme Days, il poliziotto sulla destra, ordina più volte a Jerame Reid di non muoversi e gli sequestra quella che sembra essere una pistola. A quel punto Jerame Reid scende dall’auto con le mani alzate e gli agenti aprono il fuoco.

Un avvocato di Philadelphia, Conrad Benedetto, ha detto che è stato assunto dalla moglie di Reid per indagare sulla vicenda. Il legale ha dichiarato che il filmato “solleva delle questioni sulla legalità della condotta degli agenti quella notte”, perché Reid è stato ucciso mentre aveva le mani alzate.

Internazionale
13 01 2015

Almeno dieci civili sono morti e tredici sono rimasti feriti dopo che una granata ha colpito un autobus nell’est dell’Ucraina. L’attacco è avvenuto vicino a un posto di blocco a Volnovakha, a sud di Donetsk, in una zona dove da alcuni mesi vanno avanti i combattimenti tra l’esercito ucraino e i separatisti filorussi. Reuters

Non in mio nome

Internazionale
08 01 2015

Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.

Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie.

È così a ogni attentato.

A ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.

Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.

Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo. Certo il continente zoppica, la crisi è dura, ma siamo insieme ed è questo che conta. I killer professionisti e ben addestrati che hanno colpito Charlie Hebdo vogliono il caos. Vogliono un’Europa piena di paura, dove il cittadino sia nemico del suo prossimo. E in questo vanno a braccetto con l’estrema destra xenofoba. Tra nazisti si capiscono. Di fatto vogliono isolare i musulmani dal resto degli europei. Vogliono vederci soli e vulnerabili. Vogliono distruggere la convivenza che stiamo faticosamente costruendo insieme.

Trovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso. Fa male sapere che degli esseri umani siano stati uccisi da una mano vigliacca perché volevano solo far ridere, ma fa male anche capire il disegno che c’è dietro, ovvero una volontà di distruzione totale.

Una distruzione che sapeva chi e cosa colpire.

Niente è stato casuale. Sono stati spesi molti soldi da chi ha organizzato il massacro. Sono stati scelti uomini addestrati. È stato scelto un target, la redazione di un giornale satirico, che era sì un target simbolico, ma anche facile da attaccare. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli. D’altronde una dichiarazione di guerra lo è sempre. Chi ha compiuto questo attentato sa cosa produrrà. Sa il delirio che si sta preparando. Allora se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla. In questi anni la teoria della guerra preventiva, dell’odio preventivo, delle disastrose campagne di Iraq e Afghanistan hanno creato solo più fondamentalismo.

Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cascare in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici. Ha ragione la scrittrice Helena Janeczek quando dice che liberté, égalité, fraternité è ancora il motto migliore per vincere la battaglia. E i musulmani europei ribadendo il “Not in my name” potranno essere l’asso nella manica della partita. L’Europa potrà fermare la barbarie solo se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile.

Igiaba Scego

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