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INTERNAZIONALE

Internazionale
05 01 2015

La nuova sindaca di Raigarh, nello stato di Chhattisgarh, nel centro dell’India, è destinata a fare la storia. L’indipendente Madhu Kinnar è infatti una transgender. Il suo nome alla nascita è Naresh Chauhan, ha 35 anni e nelle elezioni del 4 gennaio ha battuto il candidato del Bharatiya Janata party (Pjp), Mahaveer Guruji.

Madhu appartiene alla casta dei dalit, gli intoccabili, e prima di candidarsi aveva lavorato come cantante. Il principale partito d’opposizione indiano, il Congress, ha commentato la sua elezione affermando che la sua vittoria è frutto principalmente della stanchezza degli elettori verao il Bjp, il partito al governo nello stato, spesso accusato di corruzione e incapacità. First Post

Internazionale
16 12 2014

Circa diecimila persone hanno partecipato a un corteo contro “L’islamizzazione dell’occidente” a Dresda, in Germania. L’organizzazione è stata organizzata dal movimento Pegida (Europei nazionalisti contro l’islamizzazione dell’occidente). Nella città tedesca si è svolta anche una contromanifestazione a cui hanno partecipato cinquemila persone. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha condannato ogni estremismo. “C’è libertà di pensiero in Germania, ma non c’è spazio per l’odio contro le persone che arrivano da altri paesi nel nostro”, ha detto. Bbc

Roma dovrebbe perdonare meno, soprattutto se stessa

Internazionale
11 12 2014

Forse sarebbe meglio aspettare, forse c’è ancora qualcosa da scoperchiare, forse altre immagini e altre parole ci aiuteranno a capire meglio, ma per chi c’è nato e ci vive da sempre, per chi ha visto questa città cambiare, perdere le antiche identità e smarrire poi le nuove, la domanda fatale si impone già in queste ore: cosa è diventata Roma?

Quando e come è diventata una città avvelenata al centro e disperata in periferia? Perché sembra una città irreparabilmente divisa, segnata da privilegi e diseguaglianze mai così vistose ma, allo stesso tempo, un luogo in cui tutti i limiti, le separazioni e i confini sono abbattuti?

Una città in cui il linguaggio della criminalità non rispetta più la politica, magari per servirla o per servirsene, come è sempre accaduto, ma mantenendo la distanza necessaria, almeno. In cui la pervasività della corruzione non trova ostacoli né in alto né in basso, penetra nelle alte sfere istituzionali ma insieme scende nelle strade e si impadronisce, con gli stessi nomi, metodi e linguaggio, dei luoghi della vita quotidiana, come dimostra la lista di ristoranti, bar, benzinai e società legati ai clan.

Naturalmente andrebbe evitata ogni generalizzazione e ogni semplificazione, che siano frutto di un volgare calcolo politico o di un più comprensibile riflesso emotivo: Roma non è una città mafiosa, ammesso che a un’intera comunità possa mai applicarsi una definizione così risolutiva.

Ma anche da questo punto di vista Roma è sempre stata un mondo di mezzo, non lo è certo diventata quando è finita in mano a un gruppo di malfattori pseudotolkieniani: la delinquenza, assai ramificata in basso, ha sempre trovato sponde, riferimenti, protezioni in alto; senza che questo assumesse necessariamente le forme strutturate e pesanti della criminalità organizzata.

Prima ancora dell’epica della banda della Magliana bisognerebbe pensare a quanto siano stati inquinati gli anni che nella memoria cittadina vengono rappresentati come i più felici della nostra storia: gli anni sessanta delle Olimpiadi e della modernità apparentemente solare erano gli anni delle nostre “mani sulla città”, nei quali la criminalità edilizia si è sfogata senza limiti, creando le ricchezze che ancora schiacciano la città e le invivibili periferie che la stringono.

Mondo di mezzo anche perché non è mai stata una capitale nel senso più generale e inequivocabile del termine ma qualcosa a metà: metà metropoli e metà provincia, città sterminata e internazionale ma mai davvero cosmopolita e sempre lontana dai grandi flussi globali, produttivi e creativi.

Per continuare a tentare qualche risposta bisogna però già rettificare le poche righe appena scritte: Roma non ha mai avuto una identità. Altre città possono, con orgoglio spesso immotivato, vantarne una, ma Roma no. Roma di identità ne ha assorbite e ne ha consumate parecchie, ma non se ne è mai lasciata definire. E non parliamo dei secoli a cui si riferisce sempre la lagnosa retorica cittadina.

Anche in questi pochi decenni, perfino negli anni apparentemente omogenei delle giunte di sinistra, le identità politiche, sociali, produttive, culturali sono state molte e nessuna. Così come assai labili sono stati i confini interni: è vero, esistevano le periferie, enormi crateri aperti a ogni nuovo arrivo, a ogni migrazione interna, esterna, internazionale, ma salvo alcuni mitici centri di riservatezza tutto è sempre apparso attraversabile e penetrabile. Magari era una impressione o un’illusione ma questa è stata Roma: con il suo magnifico centro invaso ogni sera dalle periferie e la sua politica segnata fino al grottesco dalla considerazione per la complessità sociale.

Non è detto che questa natura molle (ossia gelatinosa, poco impegnata e poco impegnativa, impertinente, informale e poco strutturata) sia mai stata un pregio. Ma con questa natura la caduta di tutti i limiti, le frontiere, le demarcazioni lascia senza difesa ogni valore minimamente morale.

Si tratta di un fenomeno ben più che cittadino ma a Roma ha assunto tratti ormai trasparenti fino all’esibizione, che forse possono mostrare qualcosa a tutti, anche a chi da Roma è lontano o se ne allontanerà. Per esempio sulla subalternità della politica all’economia e alla tecnica: l’impero che voleva dominare la città si è costruito su una progressiva accumulazione di denaro che gli ha consentito di comprare ogni cosa in ogni dove ma anche su alcune (supposte) competenze in zone della società in cui la politica non osa più mettere mano, per incompetenza, per noncuranza o per viltà e che anche l’informazione, per convenienza o per indifferenza, ha frequentato pochissimo: dai campi nomadi al ciclo dei rifiuti, con la malvagia analogia che si lascia intravedere.

Per esempio sulle qualità personali che non solo la politica ma ogni sfera sociale privilegiata (gli affari, lo spettacolo, lo sport) lascia oggi emergere: in quella sorta di involontaria ma illuminante autobiografia che sono le intercettazioni finora pubblicate, poche figure prepotenti dominano un coro di miserabili potenti, diciamo così, persone con nomi e mezzi rilevanti, con qualche potere materiale e simbolico, con qualche ruolo istituzionale o spettacolare. Non degli anonimi senza prestigio, insomma; eppure privi di ogni dignità e responsabilità (e anche nella più degradata postmodernità, questo è il ceto che oggi dovrebbe fare la società: e in questi anni ha fatto Roma, appunto).

Una politica impoverita e non riconosciuta, progressivamente privata di potere reale e credibilità sostanziale, ha prima delegato e si è poi assoggettata (in parte, ma in una parte troppo rilevante). Una società civile tradizionalmente impudente e spensierata ha glissato. Ed evidentemente molta magistratura deve avere in questi anni, come dire, sorvolato.

Cosa resta? È la domanda più difficile.

Qualcuno in questi giorni ha citato i romanzi-verità di Walter Siti, dal Contagio a Resistere non serve a niente, perché fin dai titoli sembrano mirabilmente esemplificare le dimensioni della corruzione e l’impossibilità della reazione. È vero, il contagio c’è stato e poche zone della città ne sono state immuni. Ma qualcuno ha resistito e la catastrofe non è totale. Ora però la questione è un’altra e non si capisce nemmeno più a cosa resistere, resistere, resistere.

C’è una città da azzerare, semmai, non solo con i suoi peggiori figuri ma con i suoi diffusi e tollerati costumi. Qui si vedrà se quel senso di irreparabile che si respira in queste ore, quella sfumatura di vergogna che finalmente affiora in una città sfacciata lasceranno il segno o evaporeranno presto, con la disinvoltura dei suoi trenta secoli di storia. La città dell’eterno perdono dovrebbe cominciare a perdonare meno, soprattutto a se stessa.

Marino Sinibaldi

Peggiora la libertà della rete nel mondo

Internazionale
04 12 2014

L’organizzazione non governativa statunitense Freedom House ha pubblicato il Freedom of the net 2014, classificando 65 paesi come “liberi” (0-30 punti), parzialmente liberi (31-60) e non liberi (61-100) in base alla libertà di usare la rete.

I punteggi sono stati calcolati prendendo in considerazione tre parametri: ostacoli economici e infrastrutturali di accesso a internet; limiti alla libertà di espressione, come la presenza di blocchi e filtri per censurare contenuti sensibili; violazioni dei diritti dell’utente, attacchi fisici, arresti o abusi.

Dal rapporto emerge che la libertà degli utenti sul web è peggiorata in tutto il mondo. In un anno 41 paesi hanno proposto o approvato leggi per penalizzare la libertà di espressione online, aumentando le possibilità di controllo dei contenuti. In 19 paesi i governi hanno approvato leggi per implementare la sorveglianza sugli utenti o restringere la possibilità di usare la navigazione anonima.

I peggioramenti più significativi riguardano la Russia, la Turchia e l’Ucraina. Il governo russo ha preso diverse misure per aumentare il controllo della rete durante le olimpiadi invernali di Soči, e la crisi in Ucraina. A peggiorare la situazione in Turchia sono stati i blocchi all’uso dei social media, gli attacchi contro i siti dei giornali dell’opposizione e le minacce ai giornalisti online. In Ucraina durante le manifestazioni di Euromaidan diversi giornalisti e utenti dei social media hanno ricevuto dirette minacce dal governo per le loro attività di protesta.

Pochi paesi hanno conquistato posizioni verso una maggiore libertà su internet, e i miglioramenti riguardano soprattutto un’applicazione poco vigorosa di leggi esistenti sul controllo del web, come in India, dove è stata allentata l’applicazione di una legge restrittiva approvata nel 2013.

Questa la classifica dei primi 10 paesi identificati come “liberi” dalla Freedom House:

Islanda
Estonia
Canada
Australia
Germania
Stati Uniti
Francia
Italia
Giappone
Ungheria

Christian Raimo, Internazionale
28 novembre 2014

Insegno in un liceo a Roma, e alle volte, quando sono a scuola, nelle prime ore che magari passo in una classe nuova all'inizio dell'anno, svolgo una lezione come una specie di a parte: per presentarmi un minimo parlo del mio metodo d'insegnamento, e tra le altre cose banali che dico, ce n'è però una che purtroppo è e soprattutto risulta meno ovvia. Dichiaro di essere un professore antifascista.

La violenza sulle donne non è un’eccezione

Internazionale
26 11 2014

Lea Melandri

Questo è un brano tratto da Amore e violenza (Bollati Boringhieri 2011), di Lea Melandri, saggista, scrittrice e giornalista italiana, una delle protagoniste del movimento delle donne.

Il dominio dell’uomo sulla donna si distingue da tutti gli altri rapporti storici di potere per le sue implicazioni profonde e contraddittorie. Innanzi tutto, la confusione tra amore e violenza: siamo di fronte a un dominio che nasce e si impone all’interno di relazioni intime, come la sessualità e la maternità. Ci sono parentele insospettabili che molti non riconoscono o che preferiscono ignorare. La più antica e la più duratura è quella che lega l’amore all’odio, la tenerezza alla rabbia, la vita alla morte. Si distrugge per conservare, si uccide per troppo amore, si idealizza l’appartenenza a un gruppo, una nazione, una cultura, per differenziarsi da chi ne è fuori, visto come nemico.

In uno dei suoi saggi più famosi – Il disagio della civiltà (1929) – Freud, dopo aver descritto Eros e Tanatos, amore e morte, come due pulsioni originarie, è costretto a riconoscere che sono meno polarizzate di quanto sembri. E dove l’intreccio è più sorprendente è proprio nel rapporto con l’oggetto d’amore.

…l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace, al massimo di difendersi se viene attaccata; ma occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturalo e a ucciderlo.

Anziché limitarsi a deprecare la violenza, invocando pene più severe per gli aggressori, più tutela per le vittime, forse sarebbe più sensato gettare uno sguardo là dove non vorremmo vederla comparire, in quelle zone della vita personale che hanno a che fare con gli affetti più intimi, con tutto ciò che ci è più famigliare, ma non per questo più conosciuto. Gli omicidi, gli stupri, i maltrattamenti fisici e psicologici che hanno come oggetto le donne, sono oggi ampiamente documentati da allarmanti Rapporti internazionali, riferiti dalle cronache dei quotidiani, gridati in prima pagina quando sono particolarmente crudeli o spettacolari. A uccidere, violentare, sottomettere, sono prevalentemente mariti, figli, padri, amanti incapaci di tollerare pareti domestiche troppo o troppo poco protettive, abbracci assillanti o abbandoni che lasciano scoperte fragilità maschili insospettate.

Nessuno sembra trovare inquietante che il corpo su cui l’uomo si accanisce sia quello che gli ha dato la vita, le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che l’uomo ritrova nella vita amorosa adulta e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere.

Ma è anche il corpo che lo ha tenuto in sua balìa nel momento della maggiore dipendenza e inermità, che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa, dell’infanzia, della sessualità, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare eterno bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata.

La fuga dal femminile, da cui si può pensare abbia tratto la sua spinta più profonda la comunità storica degli uomini, è anche fuga dai bisogni infantili, che restano così fermi in una immobilità senza tempo.

La famiglia prolunga l’infanzia ben oltre il bisogno del singolo individuo, costruisce legami di indispensabilità reciproca e arma silenziosamente la mano che tenterà di strapparli. Il luogo che tutti vorremmo al riparo di una società sempre più conflittuale conserva il più lungo e il più enigmatico dei domini che la storia ha conosciuto: la guerra mai dichiarata che porta l’uomo, mosso da desideri e paure antiche, a celebrare i suoi trionfi sul corpo femminile con cui è stato tutt’uno e con cui torna a confondersi nell’abbraccio amoroso. Se l’uomo fosse solo il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di umiliare e uccidere. Confinando la donna nel ruolo di madre, è come se le avesse permesso di protrarre ben oltre l’infanzia quel potere materiale e psicologico che ha esercitato su di lui bambino. Il potere che viene dal rendersi indispensabile all’altro è tuttora, per la donna, il più forte contrappeso alla sua mancata realizzazione come individuo, cittadina a tutti gli effetti.

L’altra contraddizione, strettamente legata alla prima, è il fatto che a prendere il sopravvento, a porsi come padrone, è il sesso che si trova all’origine –e per certi aspetti essenziali alla sua sopravvivenza anche nella vita adulta- nella posizione di maggiore debolezza. Prima che marito, padre possessivo, autoritario e violento, l’uomo è nato di donna, tenero figlio. La tentazione di attribuire alla società il passaggio del maschio dall’amore alla violenza – e cioè l’addestramento all’esercizio del potere da parte di una comunità di simili – è sicuramente più rassicurante che pensare a una ambivalenza di sentimenti già presente nelle relazioni più intime.

(…)

Una prima grande rivoluzione nell’analisi del sessismo è stata quella del movimento delle donne degli anni settanta. L’attenzione si spostava dalla sfera pubblica alla vita personale, dalla “questione femminile” – svantaggio sociale, minorità giuridica e politica delle donne, trattate alla stregua di qualsiasi minoranza – al “rapporto tra i sessi”. La svolta, rispetto all’emancipazionismo della prima metà del novecento, è stata nel pensare che il problema non era dare alle donne una cittadinanza compiuta, in termini di parità, eguaglianza con l’uomo, o la valorizzazione delle loro “doti domestiche” ( le “virtù del cuore”, per usare un’espressione di Maria Montessori), ma mettere in discussione il dominio maschile, a partire dalla espropriazione di esistenza che le donne hanno subito: identificazione col corpo, riduzione a oggetto, merce di scambio, confusione tra sessualità e maternità, cancellazione della sessualità femminile trasformata in sessualità di servizio e obbligo riproduttivo.

Pur senza affrontare “l’enigma delle origini” – il processo di differenziazione che ha contrapposto, complementarizzato e disposto secondo un ordine di priorità maschile e femminile, pensiero e corpo, storia e biologia –, al centro delle teorie e pratiche femministe c’era il dualismo sessuale, la definizione storica della femminilità e della maschilità, quella divisione dei ruoli e del lavoro che ha visto l’uomo farsi protagonista della vita pubblica e la donna relegata nella casa, custode degli interessi della famiglia e della conservazione della vita. Nel momento in cui si prendeva coscienza di aver interiorizzato la visione maschile del mondo, era inevitabile che l’attenzione si concentrasse sulla ricerca di autonomia nel modo di pensarsi e di sentirsi: conoscenza del proprio corpo, scoperta e legittimazione di una sessualità propria, separata dalla procreazione, diritto a interrompere gravidanze non desiderate. Furono questi i temi centrali dei gruppi di autocoscienza e di pratica dell’inconscio, che vedevano nella psicanalisi un sapere essenziale per non cadere nell’ideologia.

Su un altro versante, più vicino alla cultura marxista e al movimento operaio, c’erano gruppi come Lotta femminista che analizzavano la maternità, la cura di figli e famigliari come produzione e riproduzione della forza lavoro necessaria al capitale, lavoro gratuito elargito in nome dell’amore e strettamente legato all’economia generale.

In entrambi i casi restava in ombra, non esplorato quanto meritava, l’aspetto più ambiguo, più contraddittorio, del rapporto di potere tra i sessi, e cioè l’amore: amore tra la madre e il figlio, tra la donna e l’uomo. È vero che si parlò molto della relazione della figlia con la madre, della donna con la propria simile, ma sempre sotto il profilo della sessualità, omosessualità, lesbismo.

Il libro di Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, che ha il merito di aver riportato a distanza di vent’anni dal primo femminismo l’attenzione sulla “violenza simbolica” – l’interiorizzazione di modelli, habitus mentali che hanno portato la vittima a parlare la stessa lingua dell’aggressore –, si chiude con un “Postscritto sul dominio e l’amore” e con un dubbio inquietante: l’“universo incantato delle relazioni amorose” è “un’eccezione, la sola, anche se prima grandezza, alle leggi del dominio maschile”, la “tregua miracolosa” in cui sono possibili la reciprocità, il perdersi l’uno nell’altro senza perdersi, uno stato perfetto di fusione, al di là dell’egoismo e dell’altruismo, del soggetto e dell’oggetto, oppure è “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile” della violenza simbolica?

L’amore è sicuramente l’esperienza dove è più difficile tracciare un confine netto tra il destino dell’uomo e della donna, dove il creatore, a “differenza di un Pigmalione egocentrico e dominatore”, si vive come “la creatura della sua creatura”. Nella diade amorosa passano momenti di fusione perfetta, ma anche capovolgimenti continui di posizioni e di ruoli: tra il possedere e l’essere posseduti, il conquistare e l’essere conquistati, il generare e il nascere. Forse non era possibile portare alla coscienza la sessualità cancellata della donna senza svincolarla dalla maternità e dall’amore, per i quali la donna ha rinunciato spesso a un piacere proprio. Occorreva uno strappo, il gesto provocatorio con cui Rivolta Femminile, all’inizio degli anni settanta, affermava perentoriamente:

Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile il pene (…) nell’uomo il meccanismo del piacere è strettamente connesso alla riproduzione, mentre nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono.

Quando Carla Lonzi definisce “colonizzata” la “donna vaginale”, colpisce nel segno di una secolare sottomissione femminile al piacere dell’uomo, ottenuta spesso con la violenza. Ma è costretta a mettere in ombra il fatto che accogliere dentro di sé il genitale maschile, anche senza piacere proprio, va incontro a fantasie , desideri legati alla forma primordiale dell’amore, la singolare, irripetibile unità a due che formano insieme la madre e il figlio, prima della nascita e nel periodo immediatamente successivo. Si può ipotizzare che sia la sovrapposizione immaginaria tra la nascita e il coito a prolungare nella vita adulta, nella relazione di coppia, l’Eros in quella che Freud definisce, nel Disagio della civiltà, la sua “essenza”: “fare di più d’uno uno”. Ma anche a far sì che l’uomo da figlio, creatura inerme, possa venire a occupare la posizione di dominio che ha visto nella madre, e nel medesimo tempo riattraversare da vincitore il trauma della nascita e della sua iniziale fragilità.

Nel coito si può pensare che si intreccino e si confondano il desiderio di perdersi nell’indistinzione col corpo da cui si è stati generati e la fuga dal pericolo di un nuovo assorbimento. Anche senza arrivare allo stupro, c’è un tratto violento della sessualità maschile genitale, penetrativa – limitante anche per l’uomo – che ha a che fare con paure profonde. Il corpo femminile che l’uomo incontra nella vita amorosa adulta non può non riattivare l’esperienza originaria del corpo materno, evocare la tenerezza della fusione e insieme la paura di perdere la propria autonomia: fragilità, impotenza, senso di inglobamento. A mantenere così viva la memoria del corpo ha evidentemente contribuito l’ideologia che ha identificato la donna con la madre e costretto di conseguenza l’uomo a convivere con la sua infanzia.

Il dominio dell’uomo, marito, padre, nasce dunque come costruzione storica volta a mettere riparo alla inermità dell’uomo-figlio, ma anche, come scrive Stefano Ciccone nel suo libro, Essere maschi, alla marginalità maschile rispetto al processo riproduttivo:

Mi riferisco innanzitutto a un’asimmetria tra i due sessi che è percepita come uno scacco del corpo maschile, una sua accessorietà nel processo riproduttivo a cui la storia degli uomini ha risposto con costruzioni simboliche e reti di poteri che ne hanno occultato il fondamento e, facendolo, lo hanno esasperato. Di fronte a due corpi dispari nel generare la risposta maschile non ha cercato nel proprio corpo le potenziali risorse per dare senso al proprio stare al mondo, ma ha costruito ruoli, poteri e narrazioni che quasi surrogassero questa disparità e affermassero una centralità maschile. Penso alla necessità di costruire un controllo sul corpo della donna (…) di svalutare la corporeità (percepita come terreno del primato femminile), riducendola a strumento di un soggetto disincarnato che si affranca dai suoi vincoli.

Che sia intorno alla nascita e al coito – al loro immaginario sovrapporsi e confondersi – che prende forma il dominio maschile, è chiaro sia nella lettura mitologica che ne fa Bachofen, sia in quella romantica di J.Michelet.

Scrive Bachofen:

La donna precede, l’uomo segue; la donna viene prima, l’uomo verso di lei è in rapporto filiale; la donna è, l’uomo nasce da lei come suo primo frutto (…) Nell’ambito dell’esistenza fisica, il principio maschile è al secondo posto, subordinato al principio femminile (…) così il figlio diviene lo sposo, il fecondatore della madre, il padre stesso (…) Da figlio, diviene fecondatore della madre; da generato, generatore, e dinanzi a lui sta sempre la medesima donna, di volta in volta madre e sposa. Il figlio diviene il padre di se stesso.

I protagonisti posti all’inizio, la madre e il figlio, ricompaiono nella fase finale del processo in posizione capovolta. La linea orizzontale del divenire storico si trasforma in un cerchio, una specie di cortocircuito istantaneo che salda insieme inizio e fine, origine e storia, madre e figlio, donna e uomo. In sequenza rapida passano e si sovrappongono la figura del figlio, dell’uomo fecondatore e del padre, che a questo punto ha preso su di sé tutto il potere creativo e l’onnipotenza che aveva creduto essere della madre. Il coito prende forma dalla nascita e a sua volta le da forma. E’solo l’anello di trasmissione da un dominio all’altro, la presa di possesso che segna il chiudersi del cerchio in posizione rovesciata. Nel capovolgimento che vede l’uomo prendere il posto che era della madre, l’esistenza femminile che si consegna a lui e che da lui attende la sua rigenerazione, è vista non a caso come un figlio maschio.

La Natura privilegia l’uomo. Essa la consegna a lui debole, amorosa e dipendente nel suo continuo bisogno di essere amata e protetta. La Natura, per la sua figlia innocente, si rimette alla magnanimità dell’uomo. L’uomo, per di più, facendo leggi si è a sua volta privilegiato, si è talmente armato contro una debole creatura che la sofferenza gli consegna.

Il compito della donna: rifare il cuore dell’uomo. Protetta, sostenuta da lui, lo sostenga d’amore. L’amore è il suo lavoro.

L’uomo, più anziano della donna, sovrasta la sua compagna per esperienza, e l’ama quasi come una figlia (…) quando però il mestiere e la fatica hanno curvato l’uomo, la donna, sobria e seria, vero genio della casa, è amata dal lui come una madre.

La donna entra intera nell’unione, per sempre. Vuol rinascere insieme con lui e per suo tramite. Bisogna prenderla in parola, rifarla, rinnovarla, crearla (…)Intuisce che l’amerai di più, sempre di più, se diventa tua e te stesso. Prendila dunque, in quel modo in cui si da, sopra il tuo cuore e nelle tue braccia, come un piccolo tenero bimbo.

In Michelet l’idealizzazione romantica dell’amore come sogno fusionale rende ancora più difficile sciogliere l’annodamento tra amore e dominio. Lo scambio delle parti tra il debole e il forte, il dominato e il dominatore, produce un effetto di reciprocità ingannevole, dietro cui traspare evidente l’ordine patriarcale che subordina la donna agli interessi e al bene dell’uomo. Se agli occhi dell’uomo-figlio la madre è il corpo potente che lo ha generato, accudito, e che ancora lo accoglie tra le sue braccia, per l’uomo marito, padre che la storia ha visto trionfare e prendere distanza dalle sue radici biologiche, è colei che è chiamata, restando sempre madre, anche quando è diventata moglie, compagna dell’uomo, a “rigenerarlo” fisicamente, moralmente, dalle fatiche del lavoro, sostenerlo e confortarlo nel suo impegno sociale. Anzi di più: a trasferire su di lui tutte le sue energie, la sua vita stessa, fino a “diventare lui”.

Sia in Michelet che in Bachofen la donna è vista unicamente come madre e figlia/figlio, non è previsto il suo sviluppo come individualità femminile. Anche quando le si riconosce un’anima, è un’anima che deve nutrirsi dei pensieri degli uomini, assecondare e prevenire i loro bisogni, compenetrarsi dell’amato fino a essere tutt’uno con lui.

Nella figura duplice della donna che la natura consegnerebbe all’uomo “debole, amorosa, dipendente”, bisognosa di essere amata e protetta, ma anche maternamente incline a prendersi cura di lui, si fondono contraddittoriamente la servitù, l’insignificanza storica delle donne e la loro esaltazione immaginativa. Ma, soprattutto, ciò che è importante rilevare è che, dietro un dominio reso impercettibile dalla favola amorosa, si eclissano la debolezza e la fragilità del maschio.

Il legame tra inermità, dipendenza e dominio nell’esperienza maschile appare invece in modo esplicito nel saggio di Sàndor Ferenczi, Thalassa (1924):

…l’uomo è dominato da una tendenza regressiva che mira a ristabilire la situazione intrauterina (…) Verso la fine dello sviluppo libidico, il bambino ritorna al proprio oggetto primitivo, la madre, questa volta però munito di un’arma offensiva più adeguata. La verga erettile sarebbe perfettamente in grado di trovare la strada della vagina materna e in tutto idonea a raggiungere la propria meta.

La guerra tra i sessi, che vede l’uomo vincitore, si gioca dunque anche per Ferenczi intorno alla nascita e all’accoppiamento, in conformità con la tendenza biologica, “molto più generale, che spinge gli esseri viventi a ritornare nello stato di quiete di cui godevano prima della nascita”.

Non potendo negare che il desiderio di tornare nel ventre materno sia in entrambi i sessi, Ferenczi è costretto ad attribuire alla donna il “piacere passivo” nel subire l’atto sessuale, l’identificazione immaginaria durante il coito con l’uomo vittorioso, detentore del pene, ma soprattutto l’identificazione col bambino.

(…)

Del resto questa è anche la lettura che Freud fa dello scacco che subisce la donna nella sessualità: se l’uomo assume come oggetto sessuale le persone che hanno a che fare con la nutrizione, la cura, la protezione del bambino, “cioè in primo luogo la madre o chi ne fa le veci”, per la donna è bambino stesso che diventa un “oggetto sessuale in piena regola”. E così forte è questo spostamento che anche nella vita adulta, conclude Freud, un matrimonio si può considerare riuscito quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio.

Pur partendo da presupposti diversi – l’idealismo romantico per Michelet, la bioanalisi per Ferenczi – il dominio maschile percorre traiettorie simili: per garantirsi la possibilità del ritorno, sia pure immaginario, alla originaria beatitudine dell’unità a due, la continuità delle cure materne, era necessario che la donna restasse madre, depotenziata di una sessualità e di una esistenza propria, a tal punto da doversi immedesimare totalmente con l’uomo o prendere su di sé la fragilità, l’inermità, che era stata del figlio.

In una delle ultime lettere alla madre, prima del suicidio avvenuto quando aveva solo 23 anni, Carlo Michelstaedter scrive:

Mi pare che tu non debba mai essere fuori di me, ma che noi siamo ancora sempre una sola persona…come 21 anno e 5 mesi fa. E questa è in fondo la relazione tra madre e figlio, come è definita dalla natura;la mamma è l’unica persona che può volere bene così, senza mai aver bisogno di affermare la sua individualità e senza che questo le sia una sacrificio.

Importante è assicurarsi che la donna sia disposta al sacrificio di sé per far crescere l’individualità del figlio – come dice Rousseau nell’Emilio: “allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce”. E la certezza di questa dedizione è tanto più solida quanto essa riuscirà a “diventare lui”, vivere solo attraverso di lui, le sue opere, la sua riuscita nel mondo.

Per celebrare la sua autonomia, la sua libertà nella sfera pubblica l’uomo ha avuto bisogno di cancellare i suoi vincoli biologici, la nascita dal corpo femminile e tutto ciò che quel corpo continua a rappresentare per lui: la fragilità, la mortalità, la dipendenza dei primi anni di vita. Pur continuando ad esaltarla immaginativamente, sulla donna l’uomo ha proiettato la sua debolezza, la sua caduta, la sua colpa, o semplicemente il retaggio della sua radice animale, e quindi dei suoi limiti di vivente. Per svilirne la potenza – materna ed erotica – l’ha costretta a vivere di vita riflessa, a incarnare le sue paure e i suoi desideri, la sua salvezza o la sua dannazione.

Ma insieme a lei ha dovuto in qualche modo svilire il suo corpo e tutte le passioni che lo attraversano. Ciò significa che attraverso l’immagine che l’uomo si è fatto dell’altro sesso passa un conflitto tutto interno al maschile, tra inermità e potere, dipendenza e cancellazione di ogni legame, corporeità e pensiero, sentimenti e ragione.

(…)

Gli uomini hanno armato la loro debolezza per non vederla, hanno fatto del silenzio del loro corpo la condizione per costruire una soggettività libera da vincoli, l’esercizio del governo e del potere.

Più che la distanza dalla madre emerge – si legge nel libro di Stefano Ciccone, Essere maschi – “la distanza da noi stessi (…) una rottura con la corporeità che ci lascia come amputati, estranei ai nostri stessi corpi”.

La crescita della libertà e dell’autonomia femminile, se per un verso ha messo allo scoperto l’inadeguatezza maschile a rapportarsi alla donna come soggetto, individuo, persona, dall’altro può diventare – dice Ciccone – “una risorsa per permettere agli uomini una diversa esperienza di sé e del proprio corpo e dunque per aprire una strada di uscita dalla violenza”.

Lea Melandri è una delle figure più note del femminismo italiano. Tiene corsi presso la Libera università delle donne di Milano. Ha appena pubblicato L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli (Ipoc 2014).

Quanto fa male l’ingiustizia sull’Eternit

Internazionale
20 11 2014

La sentenza di prescrizione sul caso Eternit è l’ultimo passaggio di una lunga vicenda giuridica e umana. Alberto Prunetti ha dedicato a questa storia un libro e molti articoli. Qui per esempio racconta come si era arrivati al secondo grado. Qui c’è un’intervista a Paolo Liedholm, il nipote del vecchio Nils. Che c’entra col caso Eternit? C’entra.

“Siete quelli dell’amianto? Andate al Palazzaccio domattina? In bocca al lupo, allora”.

Ci avevano avvertito, i romani.

“In bocca al lupo”. Da prendere come augurio di buona sorte ma forse anche alla lettera, come pericolo di fronte al potere intimidatorio della giustizia.

Ci avevano avvertiti ma il lupo ci ha mostrato i denti mentre la giustizia, che abita un palazzo simile a un labirinto, si faceva vedere da lontano e poi scompariva subito.

Impressionandoci. Noi, figli di operai, abituati a calpestare umili pavimenti. Vedove di lavoratori, mondine diventate casalinghe e poi vedove trasformate da un destino amaro in attiviste. Signore anziane, con le stesse rughe delle Madres de Plaza de Mayo, lo stesso dolore in petto e la stessa ansia di giustizia. Quella giustizia che ha fatto capolino e poi è sparita subito, “in bocca al lupo”, in qualche corridoio bordato di marmo.

Il cuore si placava solo uscendo dal palazzo, quando trovavi i brasiliani, arrivati per aprire una vertenza nel loro paese; gli inglesi, che a Manchester registrano sei casi di mesotelioma alla settimana e hanno le scuole infestate di amianto; e poi i francesi, i belgi, gli olandesi e anche due giapponesi e un argentino. Tutti familiari di vittime dell’amianto, di quella formidabile macchina di ricchezza e morte che dispensa ai ricchi la prima e il resto ai poveri.

Una sentenza pre-scritta. Peccato che prescrivendo la sentenza hanno condannato noi. Condannati a una memoria senza giustizia, alla derisione del potente, alla beffa della Dea cieca con la bilancia in mano. Al lavoro di Sisifo di tornare a scrivere le nostre storie, la nostre ingiustizie, ogni volta da capo, col fegato che si fa amaro.

La sentenza è prescritta ma anche domani a Casale qualcuno si sveglierà con un colpo di tosse e il dolore ai reni. Qualcuno sputerà e un altro morirà, dopo aver distribuito un volantino contro la polvere, come si fa da quelle parti, con dignità e gli occhi lucidi. Gli stessi occhi lucidi di chi stava accanto a me al processo, ascoltando la sentenza. Sentenza prescritta. Non assolto, il reato c’è. Ma prescritto. Anche se ne ho visti che in secondo grado a Torino volantinavano contro l’Eternit e non sono riusciti a arrivare vivi, ieri, in Cassazione.

Si può prescrivere allora anche la morte di domani? Anche quella di oggi? È quasi peggio che avessero detto che il fatto non sussiste, almeno nel loro mondo al contrario. Diciamocelo anche noi, diamo tregua al cuore: non sono morti a migliaia, non è successo davvero. Magari posso inventarmi con la penna un mondo in cui i morti della Eternit tornano a casa stasera, perché in fondo non sono mica morti, sono solo stati prescritti.

E allora me li immagino quei vecchi operai, i nostri vecchi. A fare l’orto, a bere un bicchiere di barbera, a volantinare contro le multinazionali, fino all’ultimo respiro. Nel mondo dove si dà la vita vera. In quel mondo che forse sta solo nei nostri cuori o nei nostri sogni, in quel mondo che non è di questo mondo c’è giustizia, finalmente. Ma non si dà vita vera nella vita falsa e qui oggi tutto ha il sapore amaro della falsità, della beffa, della morte e dell’ingiustizia.

Per questo scrivo per non prescrivere, per non dimenticare, per non ucciderli d’ingiustizia. Non scrivo per contar frottole. Sono morti e non hanno giustizia. E con questo sapore amaro in bocca, bisogna ricominciare la lotta contro i mulini a vento. Contro l’ingiustizia, fino all’ultimo respiro.

Alberto Prunetti è uno scrittore italiano. È nato a Piombino nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha collaborato con il manifesto e A-Rivista ed è redattore di Carmillaonline.

Alberto Prunetti

 

 

 

 

Internazionale
11 11 2014

Le autorità dello stato indiano del Chhattisgarh, dove sono morte otto donne in seguito alle operazioni per la sterilizzazione, hanno sospeso e denunciato quattro dottori per negligenza medica.

La decisione è stata presa subito dopo la diffusione della notizia. L’indagine e i risultati delle autopsie potrebbero rilevare l’esatta causa delle morti. Cnn-Ibn

Internazionale
11 11 2014

In un calmo weekend autunnale in cui il massimo del dibattito politico è la non-notizia del futuro avvicendamento al Quirinale, il leader della Lega incassa il massimo risultato con il minimo sforzo: la foto del vetro della sua macchina sfondato campeggia in homepage ovunque. L’aggressore si è trasformato in vittima in un’oretta scarsa.

La sua provocazione è talmente infantile, rudimentale e meschina che non viene nemmeno da commentarla. Sono mesi che ha capito che il consenso che può lucrare sull’odio anti-rom è persino più cospicuo di quello anti-immigrati. Probabilmente ha già programmato un tour per le prossime domeniche.

Quello che occorre commentare è invece la reazione dei politici, in un coro bipartisan a stigmatizzare sì la becera propaganda salviniana, ma anche a condannare la reazione stizzita di quattro ragazzi venuti a contestare il pogrom simbolico di Salvini.

Delrio: “Quella di Salvini è un’iniziativa a fini elettorali e io prendo sempre le distanze da iniziative propagandistiche fatte sulla vita delle persone. Detto questo la violenza è inaccettabile perché Salvini ha diritto a manifestare dove vuole”.

Questa dichiarazione segna il bonus nel risultato ottenuto dalla Lega: visibilità e riconoscimento. Il campo del discorso l’ha disegnato Salvini: e dunque la questione non è più il razzismo insostenibile nei confronti dei rom, l’aberrante segregazione dei campi nomadi (in Italia, quarantamila persone), il fatto che a più riprese l’Italia sia stata redarguita da tutte le organizzazioni internazionali per quanto poco fa. No, quello che va difeso è il diritto di Salvini a manifestare dove vuole, ciò che va ribadito è che la violenza sia comunque da condannare.

Così, mettiamo che io domani con tre miei amici vestiti da laziali andiamo a un club romanista e comincio a urlare “Roma merda!” e “Dovete morire tutti al rogo!” (il tono del discorso pubblico della Lega nei confronti dei rom), non è forse prevedibile – foss’anche la maggior parte capisca che non c’è da cadere nella provocazione – che qualcuno reagisca cercando la rissa?

E allora? E allora semplicemente Delrio o qualcuno del governo poteva liquidare il gesto demente di Salvini spostando l’attenzione sulla questione delle politiche a favore dei rom invece che sul parabrezza rotto. O è troppo controproducente in termini di consenso politico?

Un bel libro di Daniele Giglioli di un paio di anni fa uscito per Nottetempo, Critica della vittima, faceva il punto su un dibattito che ha almeno un ventennio: il protagonismo assoluto delle vittime nella scena politica.

Salvini l’ha capito e sta trasformando l’immagine celodurista della Lega in quella più spendibile dei padani vittime dell’illegalità, dell’invasione immigrata, addirittura dei rom e dei centri sociali. Dove Borghezio si presentava davanti agli asili degli immigrati e organizzava ronde, Salvini aspetta che sia lui a essere aggredito. La sua felpetta da gita fuori porta, l’abbandono dell’immaginario folkloristico del dio Po, la telecamera sempre a portata di mano, dicono molto su quanta strategia ci sia nel suo atteggiamento finto dimesso.

Domenica prossima sarebbe bello ci fosse una presenza istituzionale (Alfano? Renzi? Napolitano?) in un campo rom. A dimostrare che non è questione di propaganda elettorale ma di semplice rispetto per le persone. Forse troncherebbe quella che altrimenti sarà un’escalation.

Internazionale
07 11 2014

Una corte d’appello statunitense ha deciso di mantenere il divieto sui matrimoni tra persone dello stesso sesso in quattro stati.
I giudici Jeffrey Sutton e Deborah Cook hanno decretato che i quattro stati, Kentucky, Michigan, Ohio e Tennessee, hanno il diritto di stabilire regole proprie:

Con la creazione di uno status (il matrimonio) e con il suo sovvenzionamento (per esempio con privilegi fiscali e detrazioni sul reddito), gli stati hanno creato un incentivo affinché due persone che procreano stiano insieme con lo scopo di crescere i figli. […] Questa spiegazione, ancora valida oggi, è sufficiente per consentire agli stati di mantenere la loro autonomia su una questione che hanno regolato fin dall’inizio.

Negli ultimi mesi altre quattro corti di appello degli Stati Uniti hanno tolto i divieti sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, stabilendo che violavano il diritto delle persone a ricevere la stessa protezione dalla legge, garantito dalla costituzione.

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