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INTERNAZIONALE

Divorzio all'israeliana

Internazionale
06 11 2014

Nel 2011 l’Onu aveva espresso la sua preoccupazione per le gravi disuguaglianze tra uomini e donne nel diritto di famiglia israeliano.

Nello stesso anno è stato proposto e bocciato un disegno legge che avrebbe permesso agli israeliani di poter scegliere tra matrimonio civile e matrimonio religioso. Una scelta che ancora oggi, nel 2014, rimane del tutto assente anche nella cosiddetta unica democrazia del Medio Oriente, dove il solo matrimonio riconosciuto rimane quello rabbinico.

Una difficoltà che riguarda molti, come ha scritto di recente il quotidiano Ha’aretz, sia le coppie eterosessuali non ebree sia quelle omosessuali.

Lo stesso giornale ha lanciato nel giugno del 2014 una campagna a favore dei matrimoni misti in Israele, suscitando l’immediata reazione dell’opinione pubblica che secondo le ultime rilevazioni è sempre più disposta a partecipare e ad appoggiare la battaglia per la libertà di religione in Israele.

Israele è l’unica democrazia tra i 45 paesi al mondo - come Pakistan, Afganistan e Iran - dove ancora oggi la libertà religiosa e l’uguaglianza tra donne e uomini sono fortemente limitate.

Il matrimonio tuttavia è solo una parte del problema, che diventa complesso e discriminante quando si arriva al divorzio. Anch’esso naturalmente rabbinico, di fronte a un bet din, un tribunale religioso, che è l’unica autorità giudiziaria in grado di sciogliere un matrimonio, religioso o civile che sia.

Nella maggior parte dei casi si tratta di una fredda e spiacevole procedura burocratica, ma talvolta il processo diventa kafkiano. Per esempio quando, in assenza di collaborazione da parte del marito, spetta alla moglie la responsabilità di presentare un motivo sufficientemente valido per poter ottenere il sospirato gett, il divorzio, celebrato alla presenza di due testimoni e durante il quale il marito dichiara che il matrimonio è finito e quindi sua moglie è libera.

In 115 ipnotizzanti minuti girati in un unico ambiente, per l’appunto il tribunale, è documentata e riprodotta in maniera emozionante una battaglia, una delle tante per la libertà personale. Si tratta della battaglia di Viviane Amsalem, la protagonista del film Gett: hamishpat shel Viviane Amsalem che ha aperto il 1 novembre a Roma il festival del cinema israeliano, il Pitigliani Kolno’a festival, e dal 20 novembre sarà nelle sale italiane.

Il film, giudicato da Variety come uno dei 12 lavori stranieri da candidare all’Oscar, ha ottenuto applausi entusiasti al festival di Cannes, dove i critici cinematografici hanno paragonato Ronit Elkabetz, attrice protagonista nonché regista, ad Anna Magnani. Mentre il film nel suo complesso è stato messo sullo stesso piano di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman e di Processo a Giovanna d’Arco di Robert Bresson.

Tuttavia, la forza di questa straordinaria opera cinematografica va oltre la sempre più sentita e ben documentata protesta contro il “monopolio religioso che non ha uguali nelle democrazie occidentali”.

Perché riesce a raccontare con passione e brutale autenticità una lunga e dolorosa attesa di una donna, che vuole tornare a essere libera e non dover mai più appartenere a nessuno.

Sivan Kotler

La sfida dei ragazzi di Budapest

Internazionale
30 10 2014

Il 26 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza a Budapest per protestare contro il progetto del governo di tassare l’uso di internet. Due giorni dopo altri cortei, molto più numerosi: nella capitale, in altre città del paese, davanti ad alcune ambasciate ungheresi in Europa. Anche se nel frattempo il primo ministro Viktor Orbán aveva fatto una parziale marcia indietro, mettendo un limite mensile di 2 euro al prelievo per gli utenti privati.

La mobilitazione, però, non sembra fermarsi. Il primo paragone che viene in mente è quello con la Turchia: come Erdoğan, Orbán è un leader nazionalista e conservatore che alle urne non perde un colpo. Ma parla un’altra lingua rispetto a quella dei ceti urbani più giovani e dinamici.

A Istanbul il movimento di Gezi park era cominciato con una piccola protesta in difesa di un fazzoletto di verde e di qualche albero. In Ungheria la scintilla è stata un balzello di 150 fiorini per ogni gigabyte scaricato. Certo, è difficile che la piazza degli Eroi di Budapest diventi un’altra Taksim. Ma le proteste di questi giorni possono segnare una svolta nei rapporti tra Orbán e quella parte del paese che non lo ama e che non sembra aver alternative politiche credibili a cui guardare.

Andrea Pipino

L'Unione europea raggiunge un accordo sul clima

Internazionale
24 10 2014

Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha annunciato che i leader europei riuniti a Bruxelles hanno raggiunto un accordo per affrontare i cambiamenti climatici.

Ecco le misure approvate durante il vertice per ottenere i risultati entro il 2030.

Una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 40 per cento.

L’energia prodotta da fonti rinnovabili dev’essere il 27 per cento della produzione totale.

L’efficienza energetica deve aumentare di almeno il 27 per cento.

Impegno a migliorare la connessione tra le reti energetiche dei diversi paesi. L’obiettivo è di arrivare al 10 per cento di interconnessione entro il 2020 e al 15 per cento entro il 2030.

“Questo pacchetto di misure è una buona notizia per la lotta contro il cambiamento climatico”, ha detto il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. “Nessun soggetto nel mondo è altrettanto ambizioso dell’Unione europea”. Tuttavia il fatto che alcuni punti siano stati lasciati vaghi o facoltativi ha deluso molte aspettative e sollevato i timori che non saranno realizzati.

“I dirigenti dell’Unione europea danno una battuta d’arresto all’energia pulita”, ha denunciato Greenpeace. Per Oxfam, “un’azione insufficiente da parte dei paesi ricchi lascia il fardello sui paesi poveri, i più colpiti dai cambiamenti climatici e insieme i meno responsabili di questa crisi”.

Liberato il dissidente Nguyen Van Hai

Internazionale
22 10 2014

Le autorità vietnamite hanno annunciato il 22 ottobre la liberazione del blogger Nguyen Van Hai, arrestato nel 2008 e poi, nel 2012, condannato a dodici anni di prigione con l’accusa di propaganda contro lo stato. Nella stessa occasione due altri blogger erano stati condannati a dieci e quattro anni di prigione.

Dopo il rilascio, Nguyen Van Hai, attivista per la democrazia che scriveva con lo pseudonimo di Dieu Cay, si è imbarcato su un volo per Los Angeles, negli Stati Uniti.

Secondo un portavoce di Washington, Nguyen ha deciso da solo di lasciare il Vietnam. In realtà, più che un rilascio dovuto a un atto di clemenza, secondo attivisti e gruppi in difesa dei diritti umani si tratta di un’espulsione.

Nel maggio del 2012 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva invitato la comunità internazionale a non dimenticare i giornalisti come Dieu Cay, arrestato in un’ondata di repressione del governo vietnamita.

 

Internazionale
21 10 2014

Oscar Pistorius è stato condannato a 5 anni prigione per l'omicidio colposo della fidanzata Reeva Steenkamp il 14 febbraio 2013 per aver sparato contro la porta del bagno dove la donna si trovava credendo che si trattasse di un ladro. Il giudice ha anche condannato a tre anni per aver violato le leggi sull'uso dell'armi. A leggere la Sentenza nei confronti dell'atleta paralimpico sudafricano, in un tribunale di pretoria, è stato il giudice thokozile masipa. In precedenza il giudice aveva dichiarato che una pena ai lavori socialmente utili non sarebbe stata "appropriata" per pistorius.

Pistorius è stato condannato anche ad altri tre anni per possesso di armi da fuoco, ma questa sentenza è sospesa con la condizionale.

"Un uomo impeccabile che ha sempre a cuore i miei interessi": Reeva Steenkamp, credeva in Oscar Pistorius e nel loro amore, tanto da lanciarsi in un pubblico tweet alla vigilia della fatale festa degli innamorati in cui morì, la notte di San valentino del 2013. "Che asso avete nella manica per sorprendere il vostro amore domani a San Valentino?", aveva chiesto maliziosamente la 30enne ex modella che da neanche cinque mesi frequentava l'atleta sudafricano.

Originaria di Port Elizabeth, laureata in legge, Reeva si era trasferita a Johannesburg sei anni prima ed era stata 'pizzzicata' in pubblico con "Blade Runner" per la prima volta ai South African Sports Awards, a novembre. Doveva la sua fama soprattutto alla
straordinaria bellezza e a un corpo mozzafiato. Era lei stessa ad ammetterlo presentandosi così sul sito di un reality show, una sorta di Isola dei famosi sudafricana, al quale aveva partecipato: "Sono stata inserita per due volte nella classifica delle 100 donne più sexy stilata" da una rivista per uomini. E poi, ancora: "Sono intelligente, bionda, una bomba". Prima del reality era stata scoperta dalla Avon, che ne aveva fatto il volto pubblicitario per la proprie campagne di marketing. Insomma una giovane destinata forse ad ancora maggiori allori: bella dentro e fuori, dolcissima, come è stata descritta dai suoi familiari nel processo. E la cugina, tra le lacrime, Kim Martin, in una delle battute finali del processo, ha chiesto che Pistorius "paghi per quello che ha fatto".

Offensiva a Bengasi contro gli estremisti islamici

Internazionale
16 10 2014

Le truppe fedeli all’ex generale Khalifa Haftar, sostenute da gruppi di residenti armati, hanno lanciato un’offensiva per cacciare le milizie islamiche dalla città portuale di Bengasi, nell’est della Libia. Negli scontri a fuoco e nei bombardamenti, che proseguono dal 15 ottobre, sono morte almeno 13 persone, tra cui quattro civili.

Haftar, 71 anni, a maggio del 2014 ha lanciato l’Operazione dignità contro gli estremisti islamici in Cirenaica. Carri armati e raid aerei hanno preso di mira le brigate 17 febbraio, un gruppo armato appartenente al Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi, coalizione militare composta da milizie jihadiste, che controlla gran parte di Bengasi.

Tra i gruppi del Consiglio della shura c’è anche Ansar al Sharia, legato ad Al Qaeda e accusato dagli Stati Uniti di aver guidato l’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato statunitense durante il quale morirono l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre cittadini statunitensi.

A tre anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Libia è lacerata dal conflitto tra due fazioni rivali. La prima, composta dai sostenitori di Khalifa Haftar, da altri militari vicini al deposto regime, da alcuni gruppi tribali e dalle milizie della città occidentale di Zintan, si pone come un baluardo contro gli estremisti islamici.

La seconda si considera promotrice di una controrivoluzione e ne fanno parte gruppi islamici estremisti e moderati, esponenti della minoranza etnica dei berberi, altri gruppi tribali e le milizie della città costiera di Misurata.

I militanti estremisti hanno preso il controllo della capitale Tripoli a fine agosto e hanno istituito un governo alternativo. L’esecutivo ad interim del primo ministro Abdallah al Thinni, riconosciuto dalla comunità internazionale, è in esilio nella città orientale di Tobruk. L’esercito ha espresso il proprio sostegno all’operazione del generale Haftar contro gli estremisti a Bengasi.

Record di rifugiati nel mondo

Internazionale
15 10 2014

L’anno scorso nel mondo ci sono stati più di 45,2 milioni di rifugiati. Lo rivela il rapporto annuale Global trends sugli spostamenti forzati di popolazione pubblicato dalle Nazioni Unite il 19 giugno, alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acur), si tratta della cifra più alta registrata dal 1994. Nel 2011 i rifugiati erano 42,5 milioni. Le guerre restano la principale causa alla base della fuga.

Il 55 per cento dei profughi proviene da cinque paesi: Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria e Sudan. Importanti nuovi flussi si registrano anche in uscita da Mali, Repubblica Democratica del Congo e dal Sudan verso Sud Sudan ed Etiopia. Lo dimostra anche un grafico, realizzato dal Guardian.


Durante il 2012, 7,6 milioni di persone sono state costrette alla fuga, di cui 1,1 milioni hanno cercato rifugio all’estero e 6,5 milioni sono rimaste all’interno del proprio paese. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o profugo interno.

Il paese che ospita più rifugiati è il Pakistan, seguito da Iran e Germania.


La situazione in Italia. In Italia nel 2012 sono state presentante 17.352 domande d’asilo, circa la metà dell’anno precedente. I rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Questa cifra mette l’Italia al sesto posto tra i paesi europei, dopo Germania (589.737), Francia (217.865), Regno Unito (149.765), Svezia (92.872), e Paesi Bassi (74.598).

Sono molti i rifugiati in Italia che non ricevono accoglienza. Che sono esclusi dalle strutture di accoglienza e sono costretti a restare per strada. Il sistema Spar, gestito dal ministero dell’Interno in convenzione con l’Anci, nel 2013 ha offerto solo 3.700 posti, distribuiti in 151 centri di accoglienza. La denuncia arriva dal Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati.

“Quello che sta succedendo in Italia è una gravissima violazione dei loro diritti di accoglienza. La legge italiana è chiara: prevede che ogni richiedente asilo che arriva in Italia senza adeguati mezzi di sostentamento ha diritto a forme materiali di accoglienza sin dal momento in cui presenta domanda di protezione. È grave che persone che hanno diritti riconosciuti passino mesi per strada”, dichiara Christopher Hein, direttore del Cir.

L’Europa a caccia dei migranti irregolari

Internazionale
14 10 2014

È partita il 13 ottobre l’operazione Mos maiorum (letteralmente “costume degli antenati”) voluta dai 25 paesi europei dell’area Schengen per combattere l’immigrazione clandestina. Ventimila poliziotti saranno impegnati fino al 26 ottobre a identificare, fermare ed espellere decine di migliaia di immigrati irregolari.

Gli agenti saranno concentrati nei luoghi di frontiera, stazioni, depositi di autobus e autostrade in tutta Europa alla ricerca di migranti privi di regolare permesso di soggiorno.

Secondo il Consiglio dell’Unione europea l’operazione è finalizzata a combattere la tratta di esseri umani e a raccogliere informazioni sulle rotte dei trafficanti, ma alcune associazioni in difesa dei diritti umani la ritengono disumana. L’operazione è oggetto di critiche da parte delle organizzazioni in difesa dei migranti: “Alimenta il fantasma di un’invasione criminale in Europa e utilizza Frontex (l’agenzia incaricata del coordinamento della sicurezza delle frontiere esterne dell’Ue) per condurre una politica discriminatoria e per violare i diritti dei migranti e dei rifugiati”, ha denunciato l’organizzazione Frontex exit. Secondo la fondazione tedesca non profit ProAsyl i migranti sono in gran parte persone in fuga da paesi pericolosi e in cerca di sicurezza e condizioni di vita più umane. “Mos maiorum è di atto un’operazione contro i rifugiati”, denuncia il direttore Karl Kopp.

Non esistono dati ufficiali sui migranti irregolari presenti in Europa, ma si stima che siano tra i 150mila e i 450mila. Secondo i piani di Mos maiorum gli immigrati irregolari saranno trasferiti nei loro paesi di provenienza se questi hanno firmato la convenzione di riammissione con l’Ue. In caso contrario, saranno trattenuti per un periodo variabile a seconda dei paesi o lasciati in libertà con un avviso di espulsione.

Immagini

Bernini, La fontana dei quattro fiumi
Giovanni De Mauro, Internazionale

10 ottobre 2014

Domenica scorsa il giornale londinese Independent on Sunday è uscito con la prima pagina nera e un breve testo in cui annunciava che non avrebbe pubblicato nessuna foto dell’esecuzione di Alan Henning, il cooperante britannico rapito in Siria.

Ebola esponenziale

Internazionale
10 10 2014

Ecco due aspetti positivi del virus dell’ebola. Primo: difficilmente potrà mutare in una forma in grado di diffondersi per via aerea, come hanno fatto altri virus in passato. Secondo: le persone che hanno contratto l’ebola non sono contagiose durante il periodo dell’incubazione (tra 2 e 21 giorni). Solo quando sviluppano sintomi identificabili, soprattutto la febbre, possono infettare gli altri, e il contagio avviene esclusivamente attraverso il trasferimento di fluidi corporei.

Ed ecco tre aspetti negativi. Primo: per “fluidi corporei” in questo caso si intende anche una microscopica goccia di sudore, e il minimo contatto può essere sufficiente a trasmettere il virus. Secondo: il tasso di mortalità tra le persone contagiate è del 70 per cento. Terzo: di recente il centro per il controllo delle malattie del governo statunitense ha dichiarato che entro gennaio i casi potrebbero essere 1,4 milioni.

Considerando che oggi il numero di casi conclamati è di appena 7.500, questa previsione suggerisce che il numero di contagi stia raddoppiando ogni settimana. È quella che si definisce crescita esponenziale: non 1, 2, 3, 4, 5, 6 ma 1, 2, 4, 8, 16, 32. Se posizionate un chicco di grano sulla prima casella di una scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza e via di seguito, il grano di tutto il mondo finirebbe prima di arrivare all’ultima casella, la sessantaquattresima.

La crescita esponenziale finisce sempre per rallentare, il problema è quando. Un vaccino potrebbe rallentarla. Il gigante farmaceutico britannico GlaxoSmithKline ne sta già sviluppando uno, ma è ancora alla fase iniziale della sperimentazione. I ricercatori lo stanno testando su alcuni volontari per verificare eventuali effetti collaterali.

Se non ce ne saranno di particolarmente gravi, il vaccino sarà somministrato agli operatori sanitari in Africa occidentale. Un processo che normalmente dura anni è accelerato al massimo e migliaia di dosi del vaccino (destinate agli operatori sanitari) sono già in fase di produzione. Tuttavia prima della fine dell’anno non sarà possibile verificare se il vaccino garantisce o meno un sufficiente grado di protezione dal virus.

Se tutto andrà per il verso giusto bisognerà produrre milioni di dosi e distribuirle tra la popolazione dei paesi dove l’ebola è già un’epidemia (Liberia, Sierra Leone e Guinea), o addirittura decine di milioni di dosi se la malattia si sarà già diffusa in paesi più popolosi come la Costa d’Avorio, il Ghana o peggio ancora la Nigeria, che ha 175 milioni di abitanti.

Fino a quando un vaccino non sarà disponibile in grandi quantità, l’unico modo di fermare il contagio esponenziale nei paesi colpiti è isolare le vittime, un compito particolarmente difficile in aree rurali con pochissime strutture mediche. In Liberia vivono 4,2 milioni di persone, ma all’inizio dell’emergenza c’erano solo 51 dottori e 978 infermiere e levatrici, e da allora molti sono morti o hanno lasciato il paese.

Non è necessario trovare e isolare tutte le persone contagiate per interrompere la crescita esponenziale. Isolarne il 75 per cento appena diventano contagiose basterebbe a ridurre drasticamente la diffusione del virus. Ma in questo momento, nei tre paesi più colpiti, solo il 18 per cento dei malati si trova nei centri di cura (dove naturalmente la maggior parte di loro morirà).

L’azione più importante intrapresa finora è stata l’invio di tremila soldati statunitensi in Liberia con l’obiettivo di costruire 17 grandi ospedali da campo e istruire cinquecento infermiere. Il Regno Unito ha deciso di inviare duecento nuovi letti d’ospedale in Sierra Leone, e nei prossimi mesi ne arriveranno altri cinquecento. Cuba ha inviato 165 operatori sanitari, la Cina ne ha mandati sessanta e la Francia ha messo a disposizione diverse equipe per aiutare la Guinea.

Fatta eccezione per l’intervento statunitense in Liberia, però, tutte queste iniziative sono clamorosamente inadeguate. A nove mesi dalla conferma del primo caso di ebola, in Guinea, stiamo continuando ad agire senza successo. Perché? I paesi sviluppati non rischiano forse anch’essi se il virus continuerà a diffondersi?

A quanto pare i loro governi pensano di no. Di sicuro sono convinti che anche senza un vaccino i sistemi sanitari occidentali riuscirebbero a isolare rapidamente gli infetti e a scongiurare un’epidemia. Per questo motivo considerano l’aiuto minimo che stanno inviando in Africa occidentale un atto di carità e non qualcosa di vitale importanza. Probabilmente hanno ragione, ma potrebbero anche sbagliarsi.

“Sono più preoccupato per tutti gli indiani che lavorano nel commercio o nell’industria in Africa occidentale”, ha dichiarato in un’intervista a Der Spiegel il professor Peter Piot, l’uomo che per primo ha identificato il virus dell’ebola nel 1976. “Basterebbe che uno di loro fosse contagiato e tornasse in India durante l’incubazione per visitare i parenti e, una volta che si presentano i sintomi, si recasse in un ospedale pubblico”.

“In India medici e infermieri non indossano guanti protettivi. Sarebbero contagiati immediatamente e diffonderebbero il virus”. A quel punto avremmo un’epidemia di ebola in un paese con più di un miliardo di abitanti, di cui svariati milioni viaggiano all’estero ogni anno. A quel punto qualsiasi speranza di confinare la malattia in Africa e combatterla fino quasi a debellarla, come abbiamo fatto nelle precedenti epidemie, sarebbe perduta.

Gwynne Dyer

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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