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INTERNAZIONALE

Almeno venti morti dopo un attentato a Sanaa

Internazionale
09 10 2014

Almeno venti persone sono morte in un attentato suicida nel centro di Sanaa, la capitale dello Yemen. L’attacco è avvenuto a piazza Tahrir e ha causato anche molti feriti, secondo testimoni citati dalla Reuters.

Secondo Al Jazeera l’obiettivo dell’attentato era un raduno dei ribelli sciiti houthi e le modalità dell’attacco fanno pensare ad Al Qaeda, anche se non c’è stata ancora alcuna rivendicazione.

L’attentato arriva un giorno dopo che Ahmed Awad bin Mubarak, l’uomo scelto come primo ministro nell’ambito del trattato di pace mediato dall’Onu e firmato il 21 settembre, ha rifiutato l’incarico di guidare il nuovo governo. Gli houthi si erano opposti alla sua candidatura.

Gli houthi sono un gruppo etnico di religione sciita originario del nord dello Yemen. Chiedono un nuovo governo e di poter partecipare all’esecutivo.

Morire di razzismo

Internazionale
03 10 2014

Il weekend scorso a Parigi c’è stata un’esplosione ininterrotta di sole, senz’altro uno dei motivi per cui eravamo così pochi alla proiezione di Les marcheurs, documentario sulla Marcia per l’uguaglianza e contro il razzismo che nel 1983 attraversò la Francia da Marsiglia a Parigi. “Sapevo che le commemorazioni per i trent’anni della marcia non sarebbero state politiche”, ha spiegato la regista Samia Chala prima della proiezione. “Così, con la storica Naïma Yahi e il giornalista Thierry Leclère, abbiamo deciso di fare questo documentario”.

Attraverso immagini d’archivio e interviste a quelli che furono i protagonisti della marcia, il documentario ricostruisce bene il clima di violenza e impunità che regnava tra gli anni settanta e i primi anni ottanta nelle banlieues – o bidonvilles, com’erano anche chiamate – francesi: controlli au faciès (controlli d’identità sulla base dell’aspetto “etnico” delle persone), arresti ingiustificati, violenze e omicidi commessi dalle forze dell’ordine e tollerati dalla giustizia. L’idea della marcia nacque nel 1981, dopo lo sciopero della fame cominciato a Lione da tre attivisti, Christian Delorme, Jean Costil e Hamid Boukhrouma, contro le espulsioni di giovani figli di immigrati verso paesi dove non avevano mai vissuto o che avevano lasciato quand’erano piccoli. Poi, nel giugno del 1983, alle Minguettes, un quartiere alla periferia di Lione, un poliziotto sparò al ventenne Toumi Djaidja ferendolo gravemente. Fu lo stesso Toumi, insieme a un pugno di amici, a partire da Marsiglia il 15 ottobre. All’arrivo a Parigi, il 3 dicembre, erano in centomila.

Trent’anni dopo, cosa è cambiato? Troppo poco, secondo gli ospiti intervenuti dopo la proiezione insieme a Samia Chala: Hanifa Taguelmint e Djamel Atallah, che parteciparono alla marcia, e il sociologo Abdellali Hajjat. Le banlieues non solo rimangono luoghi di segregazione, ma sono molto più omogenee di un tempo (“Avevo amici di tutte le origini e di tutte le confessioni: José, Augustin, Malik, Saïd, Abdel, Yazid, Laurent, Gilles, Alain, Pascal”, ricordano i fratelli Hamana e Mohamed Khira, cresciuti alle Minguettes). Tra i giovani non esiste la memoria delle lotte dei loro genitori. Le violenze sono meno frequenti, ma non sono certo scomparse, come dimostra questa lista delle vittime di omicidi razzisti, aggiornata al 2008. E lo dimostra la storia di Hanifa Taguelmint, che nel 1981 perse il fratello Zahir, ucciso da un poliziotto a 17 anni, e che nel febbraio del 2103 ha perso allo stesso modo un nipote diciannovenne, Yassine Aibeche.

A una domanda dal pubblico su cosa bisognerebbe fare per cambiare le cose, Taguelmint si è scaldata: “La verità è che esiste un business della discriminazione: su un milione di euro stanziati per dei programmi di coesione sociale in un dato territorio, ne arrivano 100mila. Il resto va a esperti e consulenti vari”. È certo che, almeno in Francia, l’antirazzismo ha perso già negli anni ottanta la sua valenza politica per trasformarsi in una campagna moralizzatrice appoggiata dal Partito socialista e incarnata dal movimento SOS Racisme. Per questo sono importanti documentari come Les marcheurs e libri come Histoire politique des immigrations (post)coloniales, curato da Abdellali Hajjat e Ahmed Boubeker.

Di omicidi razzisti – oggi, in Italia – parleremo a Ferrara dopo la proiezione del documentario di Dagmawi Yimer Va’ pensiero, domenica alle 11h30, insieme ai ragazzi dell’osservatorio Occhio ai media, che animeranno molti altri incontri sul tema della discriminazione (più informazioni nel programma del festival).

Francesca Spinelli

Cinquanta morti per gli attentati nello Xinjiang

Internazionale
26 09 2014

Sono 50 le vittime di una serie di attentati che ha colpito la regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. Lo hanno confermato i mezzi d’informazione locali. L’attacco è avvenuto il 21 settembre nella provincia di Luntai, ma le forze dell’ordine non avevano ancora diffuso i dettagli sui fatti.

Il sito del governo locale ha scritto che gli attentati sono avvenuti alle 17 e hanno colpito due stazioni di polizia, un mercato all’aperto e un negozio. Tra le vittime ci sono 40 terroristi, sei civili e quattro poliziotti. Alcuni terroristi si sono fatti esplodere, mentre altri sono stati uccisi dalla polizia.

Dove si trova lo Xinjiang. Lo Xinjiang è una regione autonoma prevalentemente desertica abitata dagli uiguri e da altre etnie turcofone musulmane legate all’Asia centrale. La prima conquista militare da parte della Cina risale al secondo secolo dopo Cristo, ma la regione è rimasta largamente indipendente fino al 1949.

Negli ultimi anni Pechino ha favorito l’immigrazione di cinesi di etnia han, che attualmente rappresentano il 40 per cento della popolazione e sono la maggioranza nei centri urbani e nelle principali attività economiche.

La pressione demografica cinese ha irritato molti uiguri, che temono la scomparsa della propria cultura e denunciano la repressione delle autorità e il loro favoritismo nei confronti degli han. Queste tensioni sono spesso sfociate in episodi di violenza. Nel luglio del 2009 nel capoluogo Urumqi un gruppo di manifestanti uiguri ha attaccato gli han e le loro proprietà, dando il via a una serie di disordini che hanno causato quasi duecento vittime.

Fino a poco tempo fa le violenze legate alla questione uigura sono rimaste localizzate nello Xinjiang, ma nell’ottobre scorso un’auto guidata da tre uiguri ha travolto un gruppo di turisti in piazza Tiananmen a Pechino, provocando la morte di due persone oltre agli attentatori.

Il 29 luglio l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha raccontato che un gruppo di persone armate di coltelli e asce ha attaccato un posto di blocco della polizia causando decine di morti e di feriti. Il 30 luglio il Congresso mondiale uiguro, un’associazione di uiguri che vivono in esilio, ha detto che non si è trattato di un attentato ma di scontri tra uiguri e forze di polizia e che i morti sono stati almeno un centinaio.

Internazionale
25 09 2014

Che ci sia una donna pilota negli Emirati Arabi Uniti, dove non è concesso alle donne guidare l’auto, è cosa risaputa da qualche tempo. Ma che Mariam al-Mansouri, questo il nome della novella Amelia Earhart (nome della leggendaria aviatrice statunitense, ndr), abbia partecipato ai primi raid aerei condotti da Washington e dai suoi alleati contro i jihadisti dello Stato Islamico in Siria, è notizia di oggi. A confermarlo è stata una fonte emiratina.

Il comandante Mariam al-Mansouri, 35 anni, “non ha solamente pilotato un aereo da combattimento, ha anche comandato una squadriglia di aerei militari degli Emirati che hanno partecipato ai raid martedì, ha specificato la fonte.

Per questo Mariam, nonostante sotto il casco da pilota indossi il velo islamico, è stata minacciata via Twitter dai jihadisti, i quali hanno chiesto di tenere a mente il suo volto “criminale” fino a quando non sarà punita.

Baci da maschi

Internazionale
18 09 2014

Ci salutiamo con un bacio. Unico caso nei paesi di lingua spagnola, noi uomini argentini ci salutiamo con un bacio. All’inizio gli stranieri si stupiscono: è un contatto imprevisto. Poi, a volte, si crucciano: non vogliono essere toccati. Oppure si entusiasmano. Qualcuno chiede lumi sull’origine di questo sbaciucchiamento.

Nessuno lo sa con certezza: quel che si sa è che è un’abitudine che non ha più di venti o trent’anni. Qualcuno ha detto che chi riuscisse a capire perché noi uomini argentini ci baciamo avrebbe svelato il segreto della patria. Nessuno ci ha ancora provato. Ma gli storici dilettanti sostengono che quest’abitudine era in voga tra i tangueros negli anni trenta del secolo scorso, quando il tango non era più un ballo per soli uomini.

L’abitudine restò circoscritta a quell’epoca: quando ero ragazzo, gli uomini argentini si davano la mano. Poi, una ventina d’anni fa, i baci sono tornati di moda. C’è chi dice che è un’abitudine proveniente dall’ambiente vagamente mafioso dei gerarchi sindacali, che poi è passata a quello affine dei dirigenti di calcio, e da lì a tutti gli altri.

Il calcio, crogiolo dell’argentinità, ha contribuito molto alla diffusione di quest’abitudine. Resta famosa la promessa di Diego Armando Maradona all’amico e collega Claudio Caniggia: se quel pomeriggio giocando per il Boca Juniors avesse segnato un gol al River Plate non gli avrebbe dato il consueto bacio sulla guancia, ma un bacio brutale sulle labbra. Quel pomeriggio Caniggia fece tre gol, e la partita si trasformò uno spettacolo non del tutto indicato per i minori di quattordici anni.

È strano, perché il calcio è l’ambiente più omofobo di un paese così omofobo da ritenersi gay friendly. Il grado zero dell’insulto calcistico, dei cori da tifosi sfegatati, consiste nel chiamare l’altro puto, come nel classico verso del coro del River Plate secondo cui i tifosi del Boca Juniors “son todos negros putos / de Bolivia y Paraguay”. A questo punto l’arbitro ferma il gioco non per omofobia, ma per l’offesa arrecata alle repubbliche sorelle sudamericane.

Insomma, dal calcio al resto del paese, e con grande efficacia. È strano baciare tutti questi sconosciuti. In una qualsiasi occasione sociale un maschio argentino può baciare dieci, dodici, quindici maschi argentini in un attimo: superfici ruvide, pungenti, lievemente sudate. È un’attività pedagogica: noi uomini argentini conosciamo l’ordalia a cui devono sottoporsi a volte le donne. Allo stesso tempo, baciarsi tra uomini contribuisce all’uguaglianza: in una cultura in cui un uomo e una donna si sono sempre salutati tra loro con un bacio, il fatto che lo facciano anche due uomini elimina certe differenze.

La situazione è questa. O era questa. Perché di recente è arrivata una restaurazione conservatrice. I ragazzi bene, quelli che vivono in grandi case, che giocano a polo, i banchieri che hanno fatto un master negli Stati Uniti, i rugbisti di prima divisione, gli ex alunni di scuole anglocristiane che oggi governano la città, non si sono mai baciati. Suppongo che fossero troppo maschi. Adesso il loro atteggiamento sta prendendo piede. L’effetto trickle down funziona solo per le mode e le abitudini: le consuetudini sociali dei ricchi ricadono luccicando sulla classe media, che se ne nutre e le riprende.

Da questo focolaio è nata la resistenza, e sono sempre di più gli argentini che sottraggono il loro volto alle labbra altrui. Aumenta lo sconcerto. Si prevedono impacci culturali, conflitti di classe e baci sospesi a mezz’aria.

Martín Caparrós

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Dopo la tempesta

Internazionale
12 09 2014

Ora che di nuovo non siamo più rilevanti e non veniamo menzionati nei titoli delle prime, seconde e terze pagine dei giornali, ora la mattina possiamo emettere un cauto sospiro di sollievo.

Non c’e più bisogno di inventarsi delle false identità per rispondere alla domanda “di dove sei?”, per non dover avviare ogni secondo un confronto geopolitico con un tassista della capitale. All’improvviso non arrivano più telefonate da amici con cui non mi sentivo dai tempi dell’università, e che con la scusa di chiedere come sto attaccano un discorso pro o anti israeliano, a seconda dei casi.

Di nuovo i miei vicini di casa hanno la libertà di non salutarmi in ascensore, e non perché sono filopalestinesi ma semplicemente per antipatia.

In questi giorni ci è permesso di tornare su Facebook senza dover necessariamente litigare, di avere il tempo per guardare i filmati più assurdi e di condividere un articolo del Daily Telegraph che nomina Israele come uno dei 25 posti da visitare prima di morire, ricevendo perfino qualche inaspettato like.

Ora che è finita la guerra, in rete è di nuovo recuperabile il video di un gruppo musicale israeliano, dedicato a tutti gli israeliani che hanno scelto di vivere altrove per ambire a uno stipendio più elevato o un affitto più basso, o semplicemente per cercare di vivere meglio. Ovviamente qualcuno ha sottolineato: per vivere, punto. La tv israeliana parla di un 30 per cento di israeliani che sarebbero disposti a emigrare: forse non sanno che in poco tempo, ogni volta che porteranno il proprio cane al parco, si troveranno a essere ritenuti – loro malgrado – dei diplomatici ed esperti di politica internazionale.

L’annuncio della fine della guerra ci coglie increduli e sospettosi quasi quanto l’annuncio del suo inizio, e i mezzi di comunicazione tornano a parlare di altro. La notizia arriva al termine di una lunga ossessione mediatica che ha saputo trasformare il conflitto israeliano nel conflitto più parlato e commentato in assoluto. Anche se le guerre e i conflitti sono tanti.

Di questo squilibrio informativo parla a lungo Matti Friedman, ex corrispondente del Ap in Israele. Friedman sottolinea la sproporzione del numero dei corrispondenti, autori di una copertura mediatica per niente obiettiva e comunque lontana dalla realtà globale.

Non è una voce solitaria. Anche Richard Miron, ex inviato della Bbc in Medio Oriente, pone alcune domande importanti per quanto riguarda la copertura mediatica del conflitto tra Israele e Gaza. E circa due settimane fa Forbes ha criticato un “giornalismo pigro e superficiale, mosso da un’agenda politica e da qualche interesse”.

Il conflitto di questa estate non cambierà la storia: cambierà solo la vita dei familiari delle vittime che oggi continuano a fare i conti con le loro ferite e a vivere in un incubo costante. Di loro il mondo – se mai ne è venuto a conoscenza – si è già dimenticato. Dei loro cari non ne parla più nessuno. Di nuovo non sono più rilevanti.

Sivan Kotler

Internazionale
11 09 2014

Oscar Pistorius è stato scagionato dall’accusa di omicidio premeditato e da quella di omicidio volontario della sua fidanzata Reeva Steenkamp. La seduta, cominciata a Pretoria la mattina dell’11 settembre 2014, è stata aggiornata al pomeriggio, in attesa del verdetto definitivo.

Il processo deve stabilire se si è trattato di omicidio premeditato (la tesi sostenuta dall’accusa), omicidio volontario o omicidio colposo.

Secondo la giudice Thokozile Masipa, quando l’atleta sudafricano ha ucciso la sua fidanzata non aveva nessun problema mentale ed era in grado di capire la differenza tra bene e male. Masipa ha respinto anche la tesi della difesa secondo cui Pistorius non era in grado di intendere e di volere quando ha sparato e ha puntato il dito contro le dichiarazioni scarse e contraddittorie dell’atleta durante la sua testimonianza alla polizia, accusandolo di essere sempre stato troppo evasivo. Ma la giudice non sembra aver accolto neppure la tesi dell’accusa secondo cui da parte di Pistorius c’era la volontà di uccidere.

Se la condanna di primo grado sarà di omicidio colposo, Pistorius rischia 15 anni di carcere.

Il caso Pistorius. Intorno alle 4 del mattino del 14 febbraio 2013, i vicini di casa di Pistorius chiamano la polizia di Pretoria dopo aver sentito delle urla e alcuni spari provenire dalla casa dell’atleta sudafricano. Mezz’ora prima Pistorius aveva chiamato il padre: quando arriva trova Reeva Steenkamp, 29 anni, ancora viva, mentre Pistorius cercava di rianimarla. Quando sono arrivati i soccorsi e la polizia, la ragazza è stata dichiarata morta.

Per la polizia si tratta di omicidio premeditato, un reato che prevede l’ergastolo. Pistorius invece sostiene che è stato un incidente e di aver sparato quattro colpi contro la porta chiusa del bagno pensando che all’interno ci fosse un ladro.

Internazionale
09 09 2014

Sette uomini sono stati arrestati in Egitto con l’accusa di “dissolutezza” per aver partecipato alla realizzazione di un video che mostra un matrimonio gay.

Anche se la legge egiziana non vieta esplicitamente l’omosessualità, negli ultimi anni molte persone sono state condannate per “dissolutezza”, “per pratiche sessuali contrarie all’Islam” e per “disprezzo della religione”. Il video mostra una coppia gay su una barca sul Nilo mentre viene celebrato un matrimonio simbolico tra persone dello stesso sesso.

“Nove dei 16 partecipanti alla celebrazione sono stati identificati e sette sono stati arrestati”, scrive l’agenzia egiziana Mena.

Gli arrestati sono accusati di “incitamento all’indecenza” per la “pubblicazione di immagini indecenti”.

I giudici hanno anche richiesto delle indagine mediche sui sette arrestati.

Lo scorso aprile in Egitto un tribunale ha condannato quattro uomini a otto anni di prigione per “dissolutezza”, in realtà per colpire la loro omosessualità.

Arrestati centinaia di manifestanti

Internazionale
05 09 2014

Centinaia di persone sono state arrestate il 4 settembre in varie città degli Stati Uniti mentre manifestavano per chiedere un aumento del salario minimo.

La protesta coinvolgeva principalmente i lavoratori di fast food, che chiedono un aumento della paga oraria da 7,25 dollari a 15. Decine di manifestanti sono stati fermati a Detroit, New York, Chicago e Los Angeles dove avevano messo in atto sit in, marce e azioni di disobbedienza civile davanti ai ristoranti. Secondo gli organizzatori della protesta la polizia ha fermato 436 persone.

Le manifestazioni del 4 settembre sono le ultime di una serie cominciata due anni fa come una protesta locale a New York.

Progressivamente ogni sciopero è diventato più grande e secondo gli organizzatori è servito a riaprire il dibattito sul salario minimo anche a livello dell’amministrazione federale. Alle ultime proteste ha aderito anche il sindacato che rappresenta due milioni di lavoratori del terziario (sicurezza, sanità, mercato immobiliare), il Seiu, che ora punta a rappresentare anche i lavoratori del fast food, finora rappresentati solo a livello frammentario perché tecnicamente i lavoratori sono dipendenti dei singoli titolari del franchising e non delle grandi catene.

Il Fatto Quotidiano
05 09 2014

E’ di due mesi la condanna con la condizionale per 55 attivisti di Greenpeace, tra cui 7 italiani, per l’azione di protesta alla centrale nucleare di Fessenheim in Francia dello scorso marzo, come parte di una più ampia protesta che si è svolta in tutta Europa. Sembra sia inedita la rapidità della decisione del giudice del Tribunale di Colmar di assumere una decisione dopo un solo giorno di processo.

Ma il tema, quello dell’invecchiamento dei reattori nucleari in Europa e, dunque, i loro crescenti rischi, rimane sul tappeto. Da una parte il loro invecchiamento richiederebbe, secondo le analisi di Greenpeace, la chiusura di almeno 36 reattori; dall’altra, le aziende elettriche hanno già chiesto almeno 46 estensioni della licenza oltre i limiti già fissati. In alcuni casi, invece, vediamo che la situazione è così critica che i reattori vengono comunque fermati: è il caso in queste settimane di tre reattori delle centrali di Doel (uno dei quali per sabotaggio) e Thiange in Belgio.

I reattori nucleari, come tutte le macchine, con l’invecchiamento aumentano i rischi di malfunzionamenti e incidenti. E in un Paese come la Francia, la copertura assicurativa è di soli 91 milioni di euro per reattore: una cifra irrisoria se si pensa ai rischi potenziali di un incidente nucleare grave. Nel rapporto commissionato da Greenpeace sull’invecchiamento dei reattori nucleari si riporta una analisi della situazione. E’ possibile procedere a una fuoriuscita più rapida dal nucleare in Europa, mantenendo gli impegni a ridurre le emissioni? Secondo la Roadmap presentata lo scorso luglio da Greenpeace, aggiornata per tener conto degli effetti della crisi Ucraina sul mercato energetico, è possibile.

Secondo le stime presentate dal rapporto, elaborate dal Dlr tedesco per conto di Greenpeace, al 2030 sarebbe possibile portare la produzione nucleare a un minimo, intervenendo in modo massiccio sia con misure di efficienza energetica che sviluppando le rinnovabili. L’aumento dei costi dell’elettricità sarebbe contenuto in 0.7 centesimi/kWh, ma sul più lungo termine ci sarebbe una riduzione legata alle minori importazioni di fonti di energia e al taglio delle emissioni di Co2. I vantaggi sarebbero diversi: minori rischi, minore dipendenza energetica e maggiore occupazione.

Per centrare questi obiettivi occorrerebbero però impegni ben più ambiziosi di quelli oggi in discussione in sede europea per il 2030. Alzare al 40% gli obiettivi per l’efficienza energetica, al 45% quelli per le rinnovabili e al 55% la riduzione delle emissioni di Co2 e rendere questi obiettivi legalmente vincolanti, aiuterebbe quella rivoluzione energetica indispensabile per il futuro del Pianeta. Per questo i nostri attivisti sono entrati in azione nello scorso marzo a Fessenheim, in Francia, e in altre cinque centrali nucleari di altri Paesi europei, per protestare pacificamente contro una forma di energia altamente pericolosa e ribadire un concetto fondamentale: il nucleare, al pari di petrolio e carbone, non è di certo il futuro di cui l’Europa ha bisogno.

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