IL SOLE 24 ORE

LE DONNE IN POLITICA

LE DONNE IN POLITICA

In merito alla rappresentanza politica e alla partecipazione alla politica delle donne l'Istat in convenzione con la commissione Pari Opportunità nel 2006 ha presentato un'indagine sulla “partecipazione politica e sull'astensionismo con un approccio di genere”. I temi su cui si è svolta la ricerca sono molteplici, tra questi la presenza femminile in parlamento (in Italia e in Europa) e il grado di informazione della popolazione in merito.

 

Emerge la bassa presenza di donne nei luoghi decisionali della politica nel nostro paese.

A confronto con gli altri paesi europei (e tenendo conto nella comparazione della presenza di una camera o di due rami parlamentari nei diversi paesi), la differenza in base al genere nella rappresentanza elettiva nel nostro paese è decisamente evidente. L’Italia è all'ultimo posto in questa graduatoria, sia per il numero di deputate che di senatrici . “Le donne presenti nel Parlamento italiano, inoltre, sono poche da sempre”. La quota di donne nel 2001 è appena l’11,5% alla Camera e l’8,1% al Senato.

Si registra, inoltre, il dato fornito da uno studio del Dipartimento delle Pari opportunità relativo al diminuire della rappresentanza femminile con l'aumentare dell’importanza dell’Istituzione da rappresentare o dell’organizzazione da dirigere.

 

Tavola 1.1 – Graduatoria della presenza delle donne nei parlamenti dei distinti Paesi europei¹

 

PAESE

CAMERA

SENATO²

 

 

eletti

donne

%

eletti

donne

%

Svezia

349

158

45,3%

-

-

-

Danimarca

179

68

38%

-

-

-

Finalandia

200

75

37,5%

-

-

-

Olanda e P.B.

150

55

36,7%

75

20

26,7%

Spagna

350

126

36%

251

61

24,3%

Belgio

150

53

35,3%

71

22

31,0%

Austria

183

62

33,9%

62

13

21,0%

Germania

603

194

32,2%

69

17

24,6%

Portogallo

230

44

19,1%

-

-

-

Regno Unito

659

118

17,1%

713

117

16,4%

Lussemburgo

60

10

16,7%

-

-

-

Irlanda

166

22

13,3%

60

10

16,7%

Grecia

300

39

13%

-

-

-

Francia

574

70

12,2%

321

35

10,9%

Italia (XIV Legislatura)

616

71

11,5%

321

26

8,1%

 

¹) I dati si riferiscono ai seggi attualmente occupati nei rispettivi parlamenti.

²) I Paesi che non presentano i dati relativi al Senato sono a sistema unicamerale.

 

La presenza delle donne in Parlamento è poco conosciuta e sopravvalutata.

Un’altra dimensione indagata riguarda il grado di conoscenza della scarsa presenza di donne in Parlamento tra la popolazione. La scarsa presenza femminile risulta poco nota, solo il 26% risponde correttamente. E’ interessante sottolineare che è maggiore la percentuale di persone che sovrastima la presenza di donne in Parlamento rispetto a quella che la sottostima (46,6% contro 15,5%).

Si può concludere dunque che la popolazione non è al corrente e non è cosciente del problema della scarsa presenza femminile in Parlamento.

 

Nella attuale legislatura la situazione è migliorata di pochi punti percentuali.

I primi dati elaborati dall'Osservatorio di Genere di Arcidonna* rilevano che le elette a Montecitorio (Camera dei deputati) passano dal 17,3% della precedente legislatura al 21,1% ( ovvero da 109 a 133 presenze) , mentre a Palazzo Madama (Senato) dal 14% al 18,3% cioè da 45 a 59 presenze). Una crescita esigua.

 

Camera

Senato

 

eletti

donne

%

eletti

donne

%

Italia (XIV Legislatura)

616

71

11,5%

321

26

8,1%

Italia (XV Legislatura)*

 

109

17,3%

 

45

14%

Italia (XVI Legislatura)*

 

134

21,27%

 

59

18,3%

*fonte: http://www.arcidonna.org/index.php/home/news/1133.html#top

Fonti:

ricerca istat 2006:

 

Aggiornamento ultime elezioni:

 

Altro:

Legislature della Repubblica Italiana: http://it.wikipedia.org/wiki/Legislature_della_Repubblica_Italiana

 

07 11 2012 
 
Anche la Francia fa un primo passo verso i matrimoni di coppie omosessuali. Il governo ha varato questa mattina in Consiglio dei ministri un disegno di legge che autorizza i matrimoni omosessuali e l'adozione di un bambino per le coppie gay. Lo ha annunciato il ministro degli Affari familiari, Dominique Bertinotti, definendo la misura «un passo importante verso la parità dei diritti».
 
Una decisione che arriva proprio nel giorno in cui i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono stati approvati in referendum in Maine, Maryland e lo stato di Washington che si sono tenuti in contemporanea con le presidenziali negli Stati Uniti.
 
Nella giornata di martedì 6 novembre, invece, la Corte costituzionale spagnola ha promosso la legge voluta dal governo Zapatero nel 2005 per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una sentenza salutata con sollievo dalle oltre 22.442 coppie omosessuali sposate dall'entrata in vigore della norma. La Spagna era stato il quarto Paese nel mondo a riconoscerle, dopo Olanda, Belgio e Canada e il suo esempio è stato seguito da una decina di Paesi. L'allora leader dell'opposizione e ora premier, Mariano Rajoy, attuale premier, aveva presentato il ricorso alla Corte costituizionale sia contro la polemica riforma del codice civile che riconosceva le nozze fra coppie dello stesso sesso che contro il diritto all'adozione.
 
La sentenza della Corte costituzionale - coi voti a favore di 8 magistrati e 3 contrari (una maggioranza più ampia di quella attesa) - avalla in toto la normativa, anche se le motivazioni saranno rese note nei prossimi giorni. Il ministro di Giustizia, Alberto Ruiz Gallardon, ha assicurato che il governo del Pp «si atterrà alla sentenza della Corte costituzionale, non modificherà la vigente legge e, pertanto, lascerà esattamente la regolazione che i giudici togati hanno avallato». Il ministro ha riconosciuto che la sentenza «convalida che l'unione fra persone dello stesso sesso rientra nella concezione di matrimonio raccolta nel testo costituzionale, stabilendo una dottrina vincolante».

La guerra alle donne

Il Sole 24 Ore
21 06 2012


di Camilla Baresani

Ci sono periodi in cui pare che l'Italia sia popolata da cani feroci che sbranano un bambino al giorno, oppure che ci sia un'epidemia influenzale che fa strage più di una guerra, o che il caldo assassino uccida vecchietti quanto il cancro e l'infarto. È il giornalismo pigro, la tendenza facilona a enfatizzare notizie che emulano quella diventata di moda in quel momento.

Poi le segnalazioni finiscono e, per mesi, anni, nessuno più muore di pit bull, di influenza, di canicola. Ma di una cosa invece potete star certi: che se ne parli o no, di maschio violento le donne muoiono, spiritualmente e fisicamente, tutto l'anno, in ogni anno, ovunque nel mondo. La morte e la violenza sulle donne sono una malattia endemica della società, nei Paesi cosiddetti civili e in quelli ritenuti incivili. La rabbia del maschio rifiutato, del maschio insicuro, del maschio sospettoso, del maschio ubriaco, del maschio geloso, del maschio prepotente, del maschio complessato, del maschio depresso, del maschio che ha perso il lavoro… qualunque sia il problema, troppo spesso la risposta è: la minaccio, la picchio, la violento, la uccido. Sono davvero poche le donne che non hanno mai avuto paura: è capitato a tutte di dover subire o scappare, di doversi difendere. Non c'è bisogno di essere una prostituta nigeriana in balia di una gang di schiavisti o una poveretta senza autonomia economica che subisce anni di tormenti perché ha fatto i figli con l'uomo sbagliato: il gesto minaccioso, l'uomo che si irrita perché a un certo punto delle schermaglie erotiche non ti va più e ti vuoi sottrarre, la fermata isolata del metró, lo sconosciuto nell'androne, l'ex fidanzato che non si fa una ragione di essere stato lasciato… nella vita di una donna c'è sempre, sempre, il momento del panico.
foto

Come tutti sappiamo, la sicurezza, cioè la mancanza di paura, è il principale indicatore di qualità della vita. Puoi essere ricco quanto vuoi, bello e sano, abitare davanti al mare, ma se devi vivere blindato per l'assedio della criminalità, be', nessuno ti invidia. Il sogno più comune degli esseri umani è quello di una vita non asserragliata. Immaginate dunque cosa sia la vita di una donna, una vita che non è mai al sicuro, perché sin da piccola ti insegnano a temere come minimo uno stupro. In Italia le donne che denunciano una violenza sono solo il 4 per cento di quelle che la subiscono. Comprensibile, visto che la legge non ci aiuta a sufficienza. Spesso, anzi, ci espone: alla riprovazione, a stupidi giudizi morali, a insulti e insinuazioni. Le donne, sostanzialmente, non credono nella giustizia perché troppo spesso è una giustizia amministrata, gestita, impartita da maschi, ed è dunque una giustizia di parte. Del resto, fosse stato solo per gli uomini, non si sarebbe mai arrivati al pur blando inasprimento di pene per il reato di stupro, o alla definizione di reato di stalking. Nessuno si occupa dei diritti delle donne, se non sono loro stesse a farlo.

Al genere di violenze che va dalle botte, allo stupro, all'omicidio – passando per la schiavitù delle prostitute, per l'acido con cui gli uomini del Bangladesh sfregiano le donne, per i roghi con cui vengono punite in India le mogli dalla dote insufficiente – va ovviamente aggiunta la "selezione innaturale" dell'aborto, praticata in Cina, in India, in Corea (01). Un'inchiesta dell'Economist parlava di 100 milioni di bambine morte tra mancata nascita, infanticidio, minori cure e scarsa alimentazione. Bambine non diventate donne, la cui voce, il cui peso sociale e politico, manca all'appello.

Ma tornando al nostro beato mondo occidentale, la mia idea è che, certo, bisogna lavorare per modificare le leggi, ma soprattutto bisogna lavorare sulla famiglia, che è la principale incubatrice delle violenze sulle donne. «Datemi dei genitori migliori e vi darò un mondo migliore» è il celebre assioma di Aldous Huxley. A questo punto direi che tocca a noi intervenire, alle madri, alle zie, alle insegnanti. Se persino nei Paesi ritenuti più socialmente avanzati, per esempio in Svezia, i maschi dopo aver bevuto picchiano e stuprano e uccidono le femmine, vuol dire che nella mentalità maschile c'è qualcosa che va educato sin dalla più tenera infanzia. Bisogna insegnare ad accettare il fallimento, a rispettare la vita, a non prevaricare.

Le madri devono smettere di ergersi a protettrici del figlio maschio contro quella stronza della fidanzata, della nuora, della ragazza che l'ha provocato girando in minigonna, restando incinta e poi andandosene con un altro. Appare evidente come dietro molti dei maschi assassini della moglie ci sia una madre che non ha fatto il suo dovere di donna. Ci sono mamme cerbere che si ergono a custodi della "tradizione", parola detestabile perché sulla scorta di questo concetto passano le peggiori usanze contrarie ai diritti delle donne. È tradizione il velo, la mutilazione genitale (02), la donna custode della virtù, la suora col capo coperto che non può dir messa. Per una donna, "tradizione" è la morte civile. Molto meglio parole come "ricordo", "memoria", cioè la tradizione filtrata da una contemporaneità che stiamo cercando di piegare al nostro diritto di una vita piena, e senza paura.

PIU' DIRITTI ALLE DONNE

Il sole24ore
17 01 2012
 
Contribuire alla promozione dei diritti e delle sviluppo socio economico delle donne . Questo l'obiettivo di un invito a presentare progetti finanziato grazie allo Strumento di cooperazione e sviluppo DCI (Development Cooperation Instrument) con un budget pari a 30.000.000 euro.

L'obiettivo specifico è quello di rafforzare le iniziative sostenibili a livello locale e nazionale nei seguenti tre temi: a livello " macro", creare o rafforzare un quadro politico normativo giuridico ed economico favorevole per la parità di accesso delle donne alle risorse economiche - come : lavoro dignitoso, terra, credito- , protezione sociale e partecipazione ad opportunità di business; a livello " medio", sostegno e rafforzamento della capacità degli attori non statali , enti pubblici e società private nel partecipare a processi di promozione della tutela dei diritti delle donne nel settore economico mediante scambio di informazioni, creazione di reti e partnership; a livello " micro", sostegno e sviluppo alla realizzazione di iniziative di genere, al fine di ridurre la disuguaglianza, la discriminazione la vulnerabilità che impediscono la piena partecipazione delle donne nell'economia in maniera integrata, tramite un approccio multisettoriale.
I progetti possono essere presentati da persone giuridiche ( società, imprese, organizzazioni private purchè non ottengano profitto dall'iniziativa ) , ong, enti pubblici, organizzazioni internazionali , in partenariato tra di loro. Un importo indicativo di 16.490 milioni di euro sarà assegnato per le proposte che coinvolgono i paesi ENPI e lo Yemen . Il finanziamento coprirà fino all'80% delle spese ammissibile e ogni progetto valido potrà ottenere da un minimo di 20.000 euro ad massimo 1.500.000 euro. I progetti devono pervenire a Bruxelles entro il 26 gennaio 2012.
 
a cura di Maria Adele Cerizza

il sole 24 ore
27 12 2011

Il rapporto annuale stilato dalla Dubai School of Government (DSG) è completamente dedicato al ruolo ricoperto dai social media nell'impegno civile e nell'emancipazione delle donne arabe nel Medio Oriente. Non appare essere una ricerca spontanea, sembra un passaggio obbligato in seguito alle rivoluzioni rosa degli ultimi mesi.

Sul piatto non c'è solo la sfida al divieto di guida, organizzata via web, che riconduce al mese di giugno quando le donne arabe si sono messe al volante contravvenendo così alla legge, come non c'è soltanto la web-iniziativa di harrasmap.org, sito che offre in tempo reale la mappa dei luoghi in cui le donne subiscono violenze, molestie e abusi. Nell'aria c'è qualcosa di più massiccio: una scommessa totale, radicale e potente. Le donne arabe, sempre ricorrendo al web, vogliono disfarsi della figura del "mahram", il tutore maschio (che può essere anche il figlio) senza il cui accordo non possono fare praticamente nulla, neppure inviare una domanda di lavoro, avere un'istruzione o viaggiare. Una donna araba ricoverata non può lasciare l'ospedale se un mahram non va a riprenderla. La rivoluzione vera e propria sta in questo, ed è appoggiata da Mona-Kareem, 23enne alle dipendenze del quotidiano "Al Rai", in Kuwait, che ha fatto conoscere al mondo, tramite l'hashtag #SaudiWomenRevolution, lo stato sociale in cui vivono le sue conterranee, cedute in sposa a 12 anni per 80mila rival sauditi (16mila 300 euro circa) e che devono ricorrere a un autista per muoversi in automobile.

Il sentiero che porterà le donne alla liberazione è lastricato di difficoltà che un comitato femminile dotato di pieni poteri potrà soltanto lenire ma non annientare. È questa la vera sfida, ed è in questo che il web potrà servire davvero, senza però bastare. Praticamente ovunque nel mondo le donne social-addicted sono numericamente di più rispetto agli uomini: ciò non vale però nella cintura mediorientale, dove la percentuale di donne attive sulle reti social è del 60% della popolazione online, mediamente 20 punti al disotto degli uomini.

Il tessuto culturale del Medio Oriente, in cui non vi è una netta scissione tra le leggi civiche e quelle religiose, non è terreno fertile per una sfida ai poteri forti fatta soltanto sul web, e il pericolo che le donne arabe si affidino esclusivamente ai bit per risorgere non farà di loro delle fenici. Il web, in questo caso, è un'arma a doppio taglio, occorre che le donne scendano in strada, che ottengano il giusto riconoscimento nelle architetture politiche della società, che protestino e manifestino il loro disagio. Soltanto dopo la Rete farà il resto nel processo di un rinascimento islamico.

UN BUON INIZIO L'IRAP AGEVOLATA PER LE DONNE

il sole 24 ore
08 12 2011

di Alessandra Casarico e Paola Profeta
Il presidente del Consiglio nel suo discorso iniziale era ritornato con forza su un tema cruciale per la nostra economia: il capitale umano femminile e il ruolo ancora marginale che gioca nel mercato del lavoro italiano.
In media in Italia meno di una donna su due è occupata e al Sud i numeri sono ancora più drammatici. La qualità del lavoro delle donne è diminuita nonostante la produttività potenziale delle donne sia notevolmente aumentata negli ultimi anni grazie a impegno e rendimenti crescenti nell'ambito dell'istruzione. Nella classifica del World Economic Forum l'Italia occupa, come l'anno scorso, il 74esimo posto su 135 paesi con riferimento al raggiungimento della parità di genere. Per il mercato del lavoro il nostro Paese precipita al 90esimo posto.


Rimettere il tema del lavoro femminile (e dei giovani) al centro dell'agenda è fondamentale. La manovra ha individuato nel fisco uno dei possibili strumenti con cui sostenere l'occupazione femminile. In particolare sono stati introdotti sgravi dell'Irap per le imprese che assumeranno donne (e giovani sotto i 35 anni) a tempo indeterminato. Queste imprese avranno la possibilita' di dedurre 10.600 euro per ogni donna e giovane. Lo sconto sale a 15.200 al Sud.
Questo provvedimento interviene sulla domanda di lavoro da parte delle imprese. Poiché l'occupazione femminile è il risultato dell'offerta di lavoro delle donne e della domanda di lavoro femminile da parte delle imprese, sgravi fiscali dal lato della domanda che incentivino l'assunzione di donne, come quelli previsti nella manovra, potrebbero risultare efficaci nel promuovere l'occupazione femminile. Gli sgravi dell'Irap per le imprese che assumevano donne nel Mezzogiorno non sono una novità. Esiste anche una normativa, non applicata negli ultimi anni, che potrebbe essere efficacemente recuperata: prevede sgravi dei contributi previdenziali e assistenziali per le imprese che assumano donne in aree del Paese ad elevati differenziali occupazionali di genere.
Il fisco può rappresentare uno strumento importante anche dal lato dell'offerta di lavoro delle donne, perché può contribuire ad incentivare la loro partecipazione al mercato del lavoro, spesso ostacolata da condizioni poco favorevoli, quali i bassi salari, dalle difficoltà di conciliazione tra vita personale e professionale e da una scarsa condivisione del lavoro di cura all'interno della famiglia.
La manovra non contiene provvedimenti che incentivino direttamente l'offerta di lavoro femminile. Nel suo discorso iniziale il Presidente Monti ha menzionato le aliquote differenziate per genere come possibile elemento di incentivo alla partecipazione femminile al mercato del lavoro.
A questo proposito occorre sottolineare un paio di aspetti rilevanti. In primo luogo è opportuno che il sistema di tassazione individuale, quello attualmente adottato in Italia, sia mantenuto. L'alternativa rappresentata dalla tassazione su base famigliare porterebbe disincentivi al lavoro femminile a causa della progressività dell'imposta. Si potrà obiettare che la Francia ha una tassazione basata sul quoziente famigliare e tassi di occupazione e fecondità più elevati dei nostri. Ma occorre anche ricordare che la disponibilità dei servizi all'infanzia in Francia è decisamente superiore a quella del nostro paese.
In secondo luogo, poiché la principale criticità nella partecipazione femminile al mercato del lavoro si associa alla maternità, crediamo che le coppie in cui ci siano due percettori di reddito e presenza di minori o famiglie monoparentali con minori siano le prime a dover essere considerate e sostenute. La presenza di bambini in una famiglia in cui entrambi i genitori lavorano genera un notevole carico di cura. Nel nostro Paese, in cui la spesa per famiglie è tra le più basse in Europa, i servizi per la prima infanzia sono scarsi e i trasferimenti a favore delle famiglie con bambini sono limitati, questo si traduce in spese dirette elevate. Spesso può quindi diventare conveniente per il secondo percettore di reddito, tipicamente la donna, rinunciare al proprio lavoro di fronte alle spese da sostenere nella cura dei bambini. Questo ovviamente accade soprattutto per le donne che avrebbero accesso a lavori poco retribuiti. Per incentivare il loro ingresso nel mondo del lavoro quindi, una rimodulazione del nostro sistema fiscale attraverso detrazioni e/o trasferimenti a sostegno delle spese dirette di cura potrebbe avere successo.
Usare il fisco come elemento per promuovere l'occupazione femminile è sicuramente una buona idea. La direzione intrapresa dal governo è un buon inizio.

Il Sole 24 Ore
05 12 2011


di Andrea Carli

Pensioni, pensioni e ancora pensioni. È la previdenza il piatto che più ritorna nel menu del pacchetto che il presidente del Consigliom, Mario Monti, e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno illustrato in conferenza stampa. Un pacchetto di interventi che - ha detto il ministro Fornero, commossa quando è arrivato il momento di annunciare il blocco delle rivalutazioni - dovrà poi essere completato dagli interventi sul mercato del lavoro.

Nel provvedimento approvato dal consiglio dei ministri è prevista la cancellazione del meccanismo delle «finestre mobili», operativo dal gennaio scorso (12 mesi dalla maturazione dei requisiti per ricevere l'assegno, se si è dipendenti; 18 se si è autonomi). Le donne andranno in pensione di vecchiaia nel 2018 a 66 anni (65 oltre i 12 mesi di finestra, che saranno assorbiti).

Flessibilità

«Lo Stato non ci dice quando dobbiamo sposarci», ha detto il ministro Fornero. «Introduciamo flessibilità nell'uscita, tenendo conto che l'Europa ci chiede di innalzare l'età del ritiro». La fascia di flessibilità per l'età pensionabile delle donne sarà tra i 63 e i 70 anni, con un sistema di incentivi e disincentivi. Quanto invece agli uomini, l'età di 66 anni per la pensione di vecchiaia è prevista da subito.

Pensione anticipata

Addio anche ai 40 anni di contribuzione per l'uscita. Scatta infatti la pensione di anzianità a qualsiasi età a 42 anni + 1 mese di contributi per gli uomini e 41 anni + un mese per le donne.

Contributivo per tutti

Arriva l'estensione del metodo di calcolo contributivo pro rata per tutti. Infine, il ministro Fornero ha parlato di un aumento delle aliquote contributive dei lavoratori autonomi, anche se non ha fornito indicazioni su quanto varrà questo incremento.

Indicizzazione congelata ma non per tutti

Ci sarà «un sacrificio» per l'indicizzazione dell'inflazione a partire dal 2012, però «salvando le pensioni minime» e - ha precisato il presidente Monti, affiancando il ministro Fornero commossa e sopraffatto per qualche istante dalla tensione - grazie al prelievo sui capitali scudati sarà in salvo anche la rivalutazione delle pensioni pari al doppio del minimo.

LA DISOCCUPAZIONE SALE ALL'8,5% AD OTTOBRE

il sole 24 ore
30 11 2011

 

è il dato più alto da maggio 2010. Nell'Eurozona dato record al 10,3%Il tasso di disoccupazione a ottobre si attesta all'8,5%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 punti rispetto all'anno precedente. Lo rende noto l'Istat, precisando che si tratta del livello piuì alto dal maggio del 2010. Il numero dei disoccupati, pari a 2.134 mila, aumenta del 2,5% rispetto a settembre (53 mila unità). Su base annua si registra una crescita dell'1,8% (37 mila unità). L'allargamento dell'area della disoccupazione riguarda esclusivamente gli uomini. Migliora leggermente il dato sulla disoccupazione giovanile (-0,1%) rispetto al mese precedente.??Record di disoccupazione nell'Eurozona: è al 10,3%, livello più alto dalla sua nascita ?Il dato italiano è in linea con quello dell'Eurozona, dove il tasso di disoccupazione a ottobre è salito al 10,3%, segnando un aumento dello 0,1% rispetto a settembre. Il dato è il più alto mai registrato dalla nascita dell'area euro, riguarda 126 mila unità che portano a 16,3 milioni il numero totale dei disoccupati, ed è in linea con le attese degli analisti. Anche nella Ue a 27 si è registrato lo stesso aumento, che ha portato il tasso di disoccupazione al 9,8% dal 9,7% di settembre. ?In controtendenza il dato della Germania, dove i senza lavoro sono scesi al 6,9%, al minimo dal 1990. ??In Italia diminuiscono i lavoratori, aumentano le lavoratrici ?Secondo l'Istat, a ottobre 2011 gli occupati sono 22.913 mila, un livello sostanzialmente invariato rispetto a settembre. Il risultato è sintesi di un calo della componente maschile (-0,5%) e di una crescita di quella femminile (+0,8%). Nel confronto con l'anno precedente l'occupazione aumenta dello 0,2% (53 mila unità). Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, stabile nel confronto congiunturale e in aumento in termini tendenziali di 0,1 punti percentuali. ?Anche su base annua la crescita dell'occupazione interessa esclusivamente la componente femminile (+1,2%), mentre l'occupazione maschile diminuisce dello 0,4%, continua l'Istat. Il tasso di occupazione maschile, pari al 67,3%, diminuisce di 0,3 punti percentuali sia rispetto a settembre sia su base annua. Quello femminile, pari al 46,5%, registra un aumento di 0,4 punti percentuali sia in termini congiunturali sia tendenziali. La disoccupazione maschile cresce del 6,5% rispetto al mese precedente e del 4,5% nei dodici mesi; il numero di donne disoccupate diminuisce rispetto a settembre (-1,9%) e su base annua (-1,3%).??Disoccupazione giovanile al 29,2% ?Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 29,2%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a settembre - prosegue l'Istat - Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuiscono dello 0,4% (-60 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si posiziona al 37,8%, con una flessione di 0,1 punti percentuali sia in termini congiunturali sia su base annua.?
il sole 24ore
30 11 2011
 
ROMA ?Sono tre le «emergenze» della giustizia che il governo considera «prioritarie»: l'efficienza della giustizia civile, una nuova mappa dei Tribunali e il sovraffollamento nelle carceri, giunto a livelli insostenibili che impongono risposte «stabili» e «immediate», niente a che fare con l'amnistia e la costruzione di nuove prigioni, ma semmai con un più ampio ricorso alle misure alternative, compreso – perché no – il braccialetto elettronico. Indicare altre mète - come la riforma dei Codici penale e di procedura penale - sarebbe «fuorviante» considerato il poco tempo a disposizione. Bisogna essere «trasparenti» dice il ministro della Giustizia Paola Severino alla commissione Giustizia del Senato, illustrando le linee programmatiche dell'azione di governo e ottenendo il plauso di Pdl, Pd, Idv e Udc, una punta di delusione dei radicali, il silenzio della Lega.?Anche in Parlamento, dunque, la Severino parte dal carcere e dai numeri del sovraffollamento (68.968 detenuti e 39.121 poliziotti a fine 2010), «non sostenibili e non compatibili con il rispetto dei diritti fondamentali della persona». Occorrono misure stabili, e l'amnistia non lo è. Occorrono interventi «immediati», e la costruzione di nuove carceri non lo è (tra l'altro, bisognerà «valutare la compatibilità del piano di edilizia con i problemi economici gravanti sul Paese»). E allora: più spazio alla detenzione domiciliare, porte aperte alla «messa alla prova», via libera a una «carta dei diritti e dei doveri dei detenuti», e - a sorpresa - rilancio del braccialetto elettronico, un «successo» in Europa e negli Usa, un «fallimento» in Italia. Dal 2001, lo Stato continua a pagare (alla Telecom dal 2003) 11 milioni di euro l'anno per 450 braccialetti (il contratto è in scadenza) senza di fatto averli mai utilizzati per un problema tecnico che sembra «irrisolvibile» (la rintracciabilità del segnale) ma che ora la Severino e il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, vogliono verificare, in funzione di un ampliamento delle misure alternative, distinguendo, ha aggiunto il guardasigilli, tra carcere preventivo e definitivo. «Se il problema non è irrisolvibile come sembra, si potrebbe varare un progetto per l'uso del braccialetto, con risparmi notevoli - osserva il guardasigilli –. È evidente che il suo costo sarebbe compensato dai risparmi derivanti dalla mancata detenzione. E sarebbe - insiste - un risparmio notevole». ?Il governo punta quindi sulle misure alternative. A cominciare dalla detenzione domiciliare. Resta da capire se si vuole soltanto allargare l'area dei "clienti" della legge 199, che oggi consente di dare i domiciliari a chi ha un residuo pena di un anno, o se invece si vuole modificare la ex Cirielli del 2005, che ha fatto crollare da 44mila a 15mila le misure alternative, escludendole per i recidivi reiterati (con l'effetto paradossale che è tale il venditore ambulante di Cd condannato per la terza volta e non anche il rapinatore con una precedente rapina alle spalle o l'omicida primario). Finora, la Lega ha sempre bloccato ogni ipotesi di modifica della Cirielli, nonché l'introduzione della «messa alla prova» e ha frenato sul braccialetto elettronico. Ora che il Carroccio è all'opposizione, la strada potrebbe essere in discesa.?«Risparmio ed efficienza» è stato il leit motiv dell'intervento del ministro sulle priorità del governo, che oggi saranno illustrare anche alla Camera. Coniugare risparmio ed efficienza è un imperativo anche per restituire efficienza alla giustizia civile, «legata all'economia del Paese». «Molto è già fatto ma altro si può fare» ha detto la Severino, preannunciando investimenti per garantire l'informatizzazione di tutti gli uffici. Infine, ha ribadito l'impegno per una «risistemazione delle circoscrizioni giudiziarie», di cui ci sono già le premesse normative con la delega approvata a settembre, «che va attuata» dando «massima attenzione a criteri oggettivi» e che consentirà di «realizzare un enorme risparmio».?Nessuno a palazzo Madama, neppure il Pdl, ha parlato di «prescrizione breve» né di altre "riforme" considerate prioritarie dal precedente esecutivo, rilanciate ieri da Silvio Berlusconi, come le intercettazioni. Si è parlato d'altro, e tutti hanno riconosciuto alla Severino un approccio «concreto». Può sembrare «il libro dei sogni», ha osservato lei. Ma, ha aggiunto, «a volte i sogni si realizzano».
il sole 24 ore
03.11.2011

Il divieto di fecondazione assistita eterologa non viola la Convenzione europea dei diritti dell'Uomo (www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com) . I giudici di Strasburgo, chiamati a esprimersi in composizione collegiale dopo il ricorso dell'Austria, smentiscono quanto già affermato dalla sezione semplice il 1° aprile del 2010, quando cinque giudici contro due decisero che la legge austriaca, impedendo la fecondazione eterologa e consentendo quella omologa, viola l'articolo 14 della Convenzione contro la discriminazione e l'articolo 8 sul rispetto della vita privata e familiare.
L'inversione di tendenza ?Di parere diametralmente opposto la Grande chambre, che considera in linea con la Carta dei diritti fondamentali il divieto imposto dall'Austria. Alla Corte dei diritti dell'Uomo si era rivolta una coppia austriaca, per la quale il ricorso all'inseminazione eterologa era l'unica strada per avere figli a cuasa della sterilità del marito. Il no, incassato dalle giurisdizioni interne, era stato confermato anche dalla Corte costituzionale che, pur ammettendo le interferenze del divieto sulla vita familiare, le giustificava perché finalizzate, da una parte a scongiurare la creazione di legami inusuali, come quello di avere più di una madre biologica, dall'altra ad evitare lo sfruttamento di donne presumibilmente svantaggiate.
I motivi che legittimano il divieto ?Motivazioni che la Grande camera fa sue. Il collegio di Strasburgo non manca di ricordare che le stessa normativa europea non si "schiera" sul tema della fecondazione omologa lasciando agli stati un ampio margine di discrezionalità. L'ordinamento interno austriaco – sottolinea la Corte – si limita a non consentire la donazione di ovuli e di sperma finalizzata alla fecondazione in vitro mentre considera lecita la donazione dello sperma per la fecondazione "in vivo". Un paletto a metà che si spiega anche con i molti interrogativi etici posti dalla rapida evoluzione del processo scientifico. La scelta della via del compromesso è da parte dell'Esecutivo di Vienna è testimoniata inoltre dal via libera alla fecondazione omologa e dalla possibilità offerta ai cittadini austriaci di recarsi all'estero per fare quanto nel loro paese è impedito.
Perché la Grande Chambre non ha sanzionato l'Austria ?Pur ammettendo dunque che la tendenza in molti Stati europei è più permissiva di quanto non lo sia in Austria, la Grande Chambre nega a carico dello Stato l'esistenza di un obbligo positivo di prevedere l'accesso alla tecnica contestata. La Corte afferma, infine, la necessità di tenere conto che la "dissociazione" di maternità tra una madre genetica e una madre uterina crea dei rapporti molto diversi anche in paragone a quelli che si determinano con l'adozione.
Resta pendente un analogo ricorso di una coppia italiana ?La Grande camera si pone in una dimensione diametralmente opposta rispetto alla posizione dei giudici della sezione semplice che, ad Aprile 2010, avevano contestato la doppia violazione. Secondo la precedente sentenza, non esisteva, infatti un obbligo dei governi di garantire l'accesso alla procreazione medicalmente assistita, ma una volta che questo esisteva, non poteva essere limitato alla sola fecondazione omologa. Non era, infatti, compatibile con la Convenzione una disparità di trattamento tra coppie con lo stesso problema. Due pesi e due misure che in Austria, come in Italia in virtù della legge 40/2004, sono invece ammesse. La sentenza di oggi è, con tutta probabilità destinata a avere ripercussioni su un analogo ricorso, tutt'ora pendente, fatto da una coppia italiana, contro il divieto imposto dalla legge 40.

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