IL SOLE 24 ORE

ITALIA IN CODA NEGI AIUTI ALLE FAMIGLIE

il sole 24 ore
28 4 2011

 
PARIGI. Dal nostro corrispondente  ?Niente di nuovo sotto il cielo, per carità, ma l'Italia esce con le ossa rotte dalla lettura del primo rapporto Ocse sulla famiglia. I numeri sono impietosi e imbarazzante è il confronto, tanto per rimanere nel solco di una rivalità che proprio in questi giorni è tornata di gran moda, con la Francia, indicata per molti aspetti come un modello di riferimento.?Tre dati balzano immediatamente agli occhi: il tasso di occupazione femminile, quello di fertilità e quello sulla povertà infantile. Nelle tre classifiche l'Italia occupa le ultime posizioni. Rispetto a una media Ocse del 70,9%, la quota di donne al lavoro nella fascia 25-54 anni è infatti del 59,1%, la più bassa dopo Turchia, Messico e Cile. La Francia è al 76,6 per cento. E chi pensa che a una maggiore presenza delle donne in casa possa logicamente corrispondere una maggior propensione ad avere figli viene subito smentito dal tasso di natalità: l'Italia è a 1,4 figli per donna, rispetto a una media Ocse di 1,74 e con la Francia a 1,99. ?Proprio la difficoltà a trovare lavoro e, una volta trovato, il rischio di non poterlo conciliare con eventuali impegni famigliari - per l'atavica ostilità di molte aziende e la carenza di servizi a costi accettabili - spingono infatti le donne a ritardare sempre più il momento della procreazione, con il risultato che poi i figli non arrivano. D'altronde solo nel 50% delle aziende italiane con oltre 10 dipendenti esiste la possibilità di avere orari flessibili.?L'inadeguatezza delle politiche a sostegno della famiglia si traduce inoltre in una forte percentuale di bambini poveri, appartenenti cioè a un nucleo il cui reddito complessivo - anche perché la ridotta occupazione femminile fa sì che di buste paga spesso ce ne sia una sola - è inferiore alla metà di quello medio: in Italia siamo al 15,3%, rispetto a una media Ocse del 12,7% e all'8% della Francia.?Un ruolo lo gioca anche il livello di istruzione dei genitori: in Italia solo nel 6,6% delle famiglie padre e madre hanno entrambi un'istruzione "superiore" (almeno la laurea), la media Ocse è del 13,2% e la Francia è al 15 per cento.?D'altronde l'Italia è uno dei Paesi Ocse che spende meno per le sue politiche famigliari: l'1,4% del Prodotto interno lordo, mentre la media dell'organizzazione è del 2,2% e la Francia è al 3,8 per cento. E soprattutto i Paesi che spendono di più spesso spendono meglio, concentrando cioè le risorse su tutti i servizi (a partire dai nidi e da orari prolungati pre e dopo scuola) di cui le donne hanno più bisogno nei primi anni di vita dei figli. Quando devono essere in condizione di poter riprendere il lavoro in condizioni di tranquillità e sicurezza.?Senza arrivare al record del Lussemburgo (93mila dollari), la Francia spende 55mila dollari all'anno in servizi e agevolazioni per ogni bambino al di sotto dei 5 anni. La media Ocse è di 36mila dollari, l'Italia è a 33mila.?La conseguenza è che il 42% dei bambini francesi va al nido (pubblico, gratuito e di eccellente qualità, anche se negli ultimi anni qualche problema di carenza di posti è emerso), rispetto al 29% in Italia (la media Ocse è del 31%). E solo il 6% dei bambini italiani tra i 6 gli 11 anni frequenta un pre-dopo scuola, in larga parte perché il servizio, a causa dei finanziamenti ridotti, non c'è.?L'organizzazione parigina chiude il suo rapporto con una serie di raccomandazioni ai Paesi membri: finanziare i nidi, varare politiche attive a sostegno dell'occupazione femminile, promuovere i permessi di paternità (la Confindustria francese, guidata da una donna, ha persino proposto di renderli obbligatori).?© RIPRODUZIONE RISERVATA

LA RICERCA NON TROVA MERITO

il sole 24 ore
13 4 2011
 

Marco Magrini
Antonio Scarpa ha un compito arduo, ma strategico. Ogni anno, grazie a una squadra di 500 ex professori universitari alle sue dipendenze, e grazie alla collaborazione di 30mila scienziati, deve esaminare 100mila domande di finanziamento alla ricerca medica.?«Il sistema della peer review – spiega Scarpa, che dopo essersi laureato a Padova nel 1966 ha avuto una lunga carriera nella ricerca e nell'insegnamento – funziona a meraviglia: solo i progetti migliori ottengono fondi. Non ci sono concorsi, o finanziamenti fissi per università o aree geografiche: conta solo il merito. In ballo, ci sono 31 miliardi di dollari». Come avrete capito, Scarpa non lavora in Italia. È il responsabile del Center for Scientific Review del NIH, il National Institute of Health americano.?La peer review – scienziati che valutano il lavoro degli scienziati – in Italia praticamente non esiste. I finanziamenti statali, circa l'1% del Pil e circa la metà dei maggiori concorrenti europei, vengono distribuiti senza il metro del merito, che pure la contestata riforma Gelmini tenta di introdurre. E fra stipendi magri, ricercatori che invecchiano in attesa di un posto e un sistema dove la burocrazia è semplicemente opprimente, i cervelli non sono incentivati come dovrebbero. Alcuni fuggono. Alcuni lottano lo stesso in laboratorio. Ma tutti sognano qualcos'altro. «Chiudersi nella propria ricerca, pubblicare sulle riviste più prestigiose, viaggiare: solo così ci si sente parte di un mondo stimolante, dove si viene giudicati per quel che si vale», dice Francesco Sylos Labini, coautore di I ricercatori non crescono sugli alberi, non un cahier des doléances, ma un libro che incita l'Italia a cambiare.?È un disastro? Beh, non proprio. «Nel numero di pubblicazioni per ricercatore siamo ai vertici mondiali», ricorda Franco Miglietta, dell'Istituto di Biometeorologia del Cnr. Nel 2009, l'Italia era nona nella computer science, ottava nalla fisica, settima nella biochimica e nelle neuroscienze, sesta nella matematica: una performance da paese del G8. «Sono pochi scienziati molto produttivi che tirano la carretta», sentenzia Miglietta.?La classifica «Top Italian Scientist», facilmente reperibile sul web e pubblicata l'anno scorso da due ricercatori emigrati, ha fatto un certo baccano e molti la considerano controversa: è la lista dei ricercatori italiani, inclusi quelli all'estero, che hanno un H-index superiore a 30. L'H-index serve a calcolare la produttività scientifica di un ricercatore (ma anche di un istituto, o di un paese) tenendo conto del numero di pubblicazioni sulle riviste internazionali, tutte rigorosamente peer-reviewed, e di quante volte sono state poi citate da altri: più o meno, quel che fa Google con il suo algoritmo per indicizzare le pagine web. Ma gli scienziati italiani con un H-index superiore a 30 sono oltre 1.800. Non pochi: tanti.?La ricerca è una competizione, ma non fine a se stessa. La ricchezza delle nazioni dipende ormai anche dalla scienza. «C'è un'evidente correlazione fra la la spesa in ricerca e il tasso di crescita dell'economia», ammette Luciano Maiani, il fisico che dal 2008 presiede il Cnr. «L'innovazione deve partire dalla ricerca, per poi propagarsi al sistema industriale. Gli investimenti statali sono sotto la media europea, ma non terribilmente. Semmai, qui da noi i privati investono in ricerca appena lo 0,3% del Pil e questo dato è assai inferiore che all'estero».?Tuttavia, i Governi che si sono succeduti negli anni non hanno dimostrato di comprendere la relazione fra ricerca (inclusa la ricerca di base, non solo quella applicata) e crescita economica, come succede nel Regno Unito o in Germania. C'è forse bisogno di un capo dell'esecutivo laureato in fisica come Angela Merkel? «Tony Blair non era un fisico, ma ha fatto un'eccellente riforma universitaria», risponde Maiani. «Ma se ci fossero dubbi – osserva Miglietta – non si è mai visto un paese dove il Pil cresceva mentre gli investimenti in ricerca calavano». E qui sta il nodo. Un alto H-index riflette, per sua stessa natura, i successi scientifici del passato. Il piazzamento tutt'altro che onorevole delle università italiane nelle classifiche mondiali, è un promemoria del presente. Così, quando si parla del futuro della ricerca italiana, salta agli occhi un chiaro deficit di lungo periodo.?La scienza è diventata un'impresa globale. Ci sono 7 milioni di ricercatori nel mondo e la spesa internazionale in ricerca e sviluppo ha superato i mille miliardi di dollari (+45% sul 2002). Oggi che siamo nella cosiddetta "Economia della conoscenza", il sapere è una variabile imprescindibile della competizione. E il sistema italiano sfavorisce – senza appello – la categoria più strategica per questa disfida della conoscenza: i giovani. «I cervelli sono come i calciatori: i goal si fanno per una quindicina d'anni, non di più. Chi è bravo e non ha una squadra dove giocare, se ne va altrove», osserva Maiani.?Ecco perché il mestiere di Antonio Scarpa è strategico (per gli americani). Perché è il trionfo della meritocrazia. «Se i ricercatori ottengono i finanziamenti – spiega lui stesso – l'NIH ne versa più o meno altrettanti alle università dove questi lavorano, per coprire i costi amministrativi. Le università vengono sostenute dai fondi federali solo così: ecco perché fanno tutte a gara per assoldare i ricercatori migliori». Il sistema italiano invece, non difetta solo di meritocrazia e competizione. Gli manca anche la flessibilità. «C'è uno spaventoso carico burocratico non solo per ricevere i fondi statali, ma anche quelli europei», lamenta Alberto Mantovani, prorettore alla ricerca all'Università di Milano. «E l'articolo 18 della legge Gelmini ci ostacola perfino nell'assumere un tecnico per un progetto di due o tre anni».

IN LOTTA PER LA NON VIOLENZA

il sole 24 ore
12 4 2011


Cristina Battocletti
A dispetto della barba canuta e delle casacche candide con il collo alla coreana, il Tiziano Terzani impersonato da uno splendido Bruno Ganz in La fine è il mio inizio, non ha nulla dell'asceta in aria da santità, pronto a essere incensato acriticamente dallo spettatore. Si dibatte con ira in quel guscio secco fuori controllo che è diventato il suo corpo malato, sa esprimere pensieri dettati dal l'umanità profonda che gli era innata e dall'intelligenza di chi ha provato il possibile con entusiasmo bruciante. Ma resta pur sempre scettico, ironico, laico nel l'eloquio, nel pensiero e causticamente fiorentino.?Per questo il film del tedesco Jo Baier sulla vita dello scrittore – che fu corrispondente di «Der Spiegel» in Asia, seguì la guerra in Vietnam e visse in Cina negli anni della chiusura totale – non è incentrato tanto sull'accettazione della morte; è piuttosto una riflessione sullo slancio umano verso la pace, nelle contraddizioni del desiderio animale e naturale di predominanza del singolo individuo. La fine è il mio inizio, dal titolo del l'omonimo libro uscito postumo, racconta i giorni in cui il figlio Folco raccoglie le memorie del padre, morto a Orsigna, la piccola Himalaya sugli Appennini toscani, nel 2004 all'età di 66 anni. Poco cinematografico, molto parlato, il film di Baier è privo della facile retorica di cui si può ammantare un personaggio del calibro di Terzani, con migliaia di ammiratori in tutto il mondo. Dal giornalismo al perennialismo, da reporter di guerra a reporter di pace, così si definisce il Tiziano che esce dalla sceneggiatura, firmata anche dal figlio Folco, che non nasconde – e per questo rende più veri – i lati oscuri di un pacifista che ha molto pensato al proprio nutrimento intellettuale e alla propria coerenza, confinando i figli Folco e Saskia in scuole pubbliche cinesi in cui li obbligavano a pulire le latrine, facendo ombra alla famiglia con la sua presenza ingombrante.?Certo la morte c'entra, perché è guardando a quella che si capisce la vacuità del nostro sbracciarsi, dell'obbligo di consumare, divertirsi, essere in comunicazione col mondo in profonda solitudine. «La morte è il vero punto d'inizio delle cose. È l'azzeramento da cui si giudica una vita», spiega Terzani-Ganz. La morte compare anche in un'altra pellicola che riflette sulla non violenza: In un mondo migliore di Susanne Bier, vincitore quest'anno del premio Oscar come migliore film straniero. A un ragazzino in procinto di suicidarsi, che si dibatte con rabbia contro la perdita insopportabile della madre, uno dei protagonisti del film dirà: «Quando manca una persona cara il velo tra la vita e la morte si alza: ma è solo per un attimo». Tutto va all'aria, si torna al l'osso delle cose e di fronte alle ingiustizie perpetrate impunemente ci si chiede: fino a che punto è giusto porgere l'altra guancia? ?La non violenza, ha insegnato Gandhi, è in grado di rendere incendiario un popolo che ha vissuto di ordini. Ne analizza il fenomeno in tutte le sue frange fino al Dalai Lama, Domenico Losurdo nel volume La non violenza. Una storia fuori dal mito (Laterza, Bari, pagg. 286, € 22,00). Ne parla con effetti esplosivi anche un libro nella top ten delle vendite da settimane in America, Love wins di Rob Bell, che si è attirato gli strali della chiesa evangelica per il video promozionale in cui l'autore si chiede «Gandhi sarà all'inferno?». Ma se il tema del pacifismo è così rovente significa che trova terreno fertile nel disorientamento diffuso dettato dall'agonismo sensazionalista televisivo e dal continuo crepitare di guerre mediaticamente esposte o silenti ma imperterrite. Come un rumore di fondo costante e insopportabile da cui nasce la necessità di una disobbedienza civile, di un pacifismo sui generis che sfocia nel ritiro testardo dalla rissosità obbligata offerta anche dalla politica. Di un attivismo costruttivo come lo sciopero alla rovescia negli anni Cinquanta dei poverissimi contadini siciliani di Danilo Dolci (quando un film sulla sua vita?). Atteggiamento a cui si accostò anche la filosofa Simone Weil, a cui è dedicato Le stelle inquiete di Emanuela Piovano, troppo presto uscito dalle sale. Forse cinematograficamente acerbo, coglie però la figura della grande pensatrice ebrea, che si era opposta al nazifascismo vivendo ritirata la vita dei più miseri.

RIPARTONO GLI SBARCHI: 10 IN 24 ORE

il sole 24 ore
3 3 2011


Mariano Maugeri
LAMPEDUSA. Dal nostro inviato?I l libeccio sospinge i migranti verso Lampedusa, il maestrale se li riporta verso nord a bordo degli aerei che fanno la spola senza sosta tra l'isola delle Pelagie e i centri di identificazione sparsi per il Sud Italia. ?La spugna Lampedusa sembrava aver ritrovato il ritmo sperimentato lungo tutto il 2008: si gonfia di tunisini di notte e poi si strizza di giorno. Nelle ultime 24 ore quasi cinquecento migranti erano arrivati e altri 330 avevano lasciato l'isola. Ieri pomeriggio Lampedusa era deserta.?I cinquecento appena sbarcati se ne stavano rintanati nel centro di soccorso e prima accoglienza in attesa di prendere il volo, mentre i lampedusani sembravano riprovare la sensazione di essere ritornati i padroni incontrastati della loro isola. L'insularità ha un legame indissolubile con la solitudine, soprattutto a queste latitudini. Ma è stata un'illusione solo di qualche ora, la quiete (relativa) prima di una tempesta di sbarchi. Ormai ci si aggrappa a ogni mezzo galleggiante pur di allontanarsi dall'inferno maghrebino.?Il peschereccio che l'altra notte ne ha scaricati 347 dondola davanti la banchina riservata alla Guardia di Finanza: è un'imbarcazione perfettamente funzionante, con le reti per la pesca d'altura ben ripiegate a poppa e il gancio della gru perfettamente oliato. Taysir è il suo nome. Gli uomini delle Fiamme Gialle che lo tengono in custodia sono sicuri che sia stato rubato. Al tramonto sono arrivati altri 12 tunisini su una barchetta di una decina di metri. Erano partiti l'altro ieri sera da un porto vicino Sousse, Sud Est della Tunisia. Avevano la faccia pallida, gli occhi gonfi e chiedevano ai due medici che li rifocillavano acqua e pillole contro il mal di testa. Nel pomeriggio 22 migranti sono approdati sull'isolotto di Linosa, altro scoglio incantevole delle Pelagie. Camminavano disorientati per il paese come turisti fuori stagione.?L'avvistamento continua, altri cinquecento potrebbero arrivare a notte fonda. Sono tre le imbarcazioni agganciate dai radar della Guardia Costiera, due delle quali trasportano centinaio di migranti. La somma fa salire a dieci le imbarcazioni individuate nell'arco di un solo giorno, una recrudescenza che rischia di mandare in tilt la macchina ben rodata del Viminale. La spugna Lampedusa si può strizzare con tre, quattro voli al giorno, difficile ipotizzare un ponte aereo che regga a sbarchi continui e massicci di mille migranti nelle ventiquattro ore. Una notte cruciale, dunque. Che potrebbe tracciare lo spartiacque tra la prima e la seconda fase della migrazione biblica dal Nord Africa.
Se però è vero che chi dà riceve, oggi gli isolani potrebbero raccogliere i frutti della loro generosità: il governatore siciliano Raffaele Lombardo ha invitato il sindaco di Lampedusa a partecipare alla riunione di stasera della Giunta regionale. All'esame ci sarà uno stanziamento di 400mila euro per compensare il caro gasolio che ha spinto i pescatori delle Pelagie a una specie di serrata che ormai si protrae da venti giorni. Miracoli di una ospitalità forzosa.?Il sindaco Bernardino de Rubeis, dopo le polemiche neppure velate dei primi giorni dell'emergenza, ora loda l'efficienza del Viminale e del ministro Maroni. Gli unici a storcere il naso sono gli albergatori, terrorizzati dalla concentrazione umana di potenziali migranti ai confini tra Libia e Tunisia. Il sindaco lo dice senza perifrasi: «Se Gheddafi resiste ancora due mesi, con l'inevitabile fuga di migliaia di libici, la stagione estiva di Lampedusa sarà definitivamente compromessa».

OLTRE MILLE MORTI NELLA BATTAGLIA DI TRIPOLI

il sole 24 ore
22 2 2011


- Gheddafi in tv- Berlusconi medita se telefonare al colonnello

di Stefano Natoli

Sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime di Muammar Gheddafi. A riferirlo è il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia. «Manca l'energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l'invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore».
Intanto il leader libico è apparso alla tv di stato, ripresa dall'emittente satellitare Al Arabiya, per smentire le voci circolate ieri che lo davano in fuga. «Vedrò i giovani in Piazza Verde. Per dimostrare che sono a Tripoli e non in Venezuela, e smentire le televisioni, questi cani», ha detto il colonnello, ripreso nella sua residenza di Bab Al Aziziya, a Tripoli.
Le immagini diffuse dall'emittente libica hanno mostrato Gheddafi, in cappotto, che sale su un'automobile, con un ombrello in mano per proteggersi dalla pioggia, davanti alla sua residenza-caserma di Bab Al Aziziya. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, aveva dichiarato ieri pomeriggio, a margine di un vertice a Bruxelles, che il colonnello era fuggito in Venezuela.
Napolitano: stop alle violenze, si ascolti il popolo ?Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sta seguendo con attenzione le drammatiche notizie provenienti dalla Libia. In una nota diffusa dal Quirinale, il Capo dello Stato sottolinea come alle legittime richieste di riforme e di maggiore democrazia che giungono dalla popolazione libica vada data una risposta nel quadro di un dialogo fra le differenti componenti della società civile e le autorità del Paese che miri a garantire il diritto di libera espressione della volontà popolare.
Frattini, rischio di guerra civile e di immigrazione verso la Ue di dimensioni epocali ?La situazione rimane estremamente preoccupante. Durante una conferenza stampa al Cairo seguita all'incontro con il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa (durato circa 45 minuti) il ministro degli esteri Franco Frattini, ha parlato di «rischio di guerra civile» e di «un'immigrazione verso l'Unione Europea di dimensioni epocali». Mentre da fonti diplomatiche si apprende che in queste ore tra Farnesina e Palazzo Chigi si sta valutando l'ipotesi di una telefonata di Silvio Berlusconi al colonnello Muhammar Gheddafi, per tentare di aprire un dialogo con il regime libico e fermare la repressione di queste ore.
Rallentano le forniture di gas all'Italia, l'Eni svuota Greenstream ?La crisi libica sta intanto portando ad un progressivo stop delle forniture di gas. Secondo quanto riporta la Staffetta Quotidiana, giornale specializzato sui temi dell'energia, i flussi dalla Libia attraverso il gasdotto Greenstream avrebbero subito un rallentamento a partire da ieri sera e la situazione «è in peggioramento». Nei giorni scorsi di crescenti disordini i flussi sul Greenstream si erano mantenuti regolari e su livelli elevati, intorno ai 25 milioni di mc/giorno. «Il rallentamento di ieri sera potrebbe mostrarsi nei dati di Snam sulla giornata di ieri ancora in attesa di pubblicazione e probabilmente ancor più su quelli di oggi, che saranno pubblicati domani», spiega Staffetta. Nel 2010 la Libia ha fornito all'Italia 9,4 miliardi di mc di gas, pari a circa l'11% dei consumi nazionali. ?Seoondo quanto risulta a Quotidiano energia, l'Eni avrebbe deciso di svuotare progressivamente il gasdotto "Greenstream" «per metterlo in sicurezza». «Il blocco non compromette al momento la sicurezza energetica dell'italia, visto che siamo ormai verso la fine della stagione invernale e il livello degli stoccaggi é rassicurante» (alla data di ieri la giacenza ammontava a 3,8 miliardi mc). ?«Al momento non vediamo alcuna interruzione delle forniture provenienti dalla Libia. Monitoriamo attentamente la situazione. Abbiamo ricevuto comunicazioni dall'Eni che il gruppo non é in grado di assicurare l'intero flusso di gas». È quanto riferiscono dalla sede di Edison riferendosi al contratto con il gruppo Eni su 4 miliardi di metri cubi di gas provenienti dalla Libia tramite il gasdotto Greenstream che si aggancia alla Sicilia. Nel caso ci fossero interruzioni o riduzioni della fornitura di gas libico, il gruppo Edison é comunque in grado di approvvigionarsi di gas naturale grazie alla diversificazione dei contratti in essere sulle forniture. Il gruppo di Foro Buonaparte vanta infatti le forniture da paesi come il Qatar, l'Algeria, la Russia e la Norvegia.
Petrolio, «se necessario» Opec pronta ad intervenire ?Nel frattempo, il ministro del petrolio degli Emirati Arabi Uniti, ha detto oggi a Riad che l'Opec «è pronto, se necessario,ad intervenire per garantire approvvigionamenti sufficienti al mercato e contrastare i continui rialzi del prezzo del greggio scatenati dalla crisi». ?La crisi libica sta facendo volare i futures sui prezzi del petrolio. A Londra il contratto sul Brent con consegna ad aprile è arrivato a toccare i 108,57 dollari per poi moderare il rialzo e attestarsi a 107,93 dollari. A New York i futures sul Wti sempre con consegna ad aprile (i contratti per marzo, quotati a 94,26 dollari, sono in scadenza oggi) sono saliti a 98,15 dollari al barile. A preoccupare i mercati è il timore che la rivolta possa contagiare dopo la Libia anche altri Paesi del Medio Oriente.
Nel pomeriggio vertici dell'Onu e della Lega araba ?Per discutere della crisi in Libia, sono in programma oggi pomeriggio i vertici di Onu e Lega Araba. Il Consiglio di Sicurezza si riunirà in seduta di emergenza a porte chiuse alle 15 ora italiana : lo ha reso noto il segretario generale, Ban Ki-moon, a margine di una breve visita a Los Angeles. La riunione dell'organo decisionale dell'Onu è stata sollecitata dall'ambasciatore libico aggiunto presso il Palazzo di Vetro, Ibrahim Dabbashi, che al pari di molti altri diplomatici del Paese nord-africano ha preso le distanze dal regime di Muammar Gheddafi. Dabbashi ha anzi sollecitato Gheddafi a «lasciare il potere il prima possibile» e ha chiesto alla comunità internazionale che si attivi per impedire che il leader libico «si rifugi in un Paese terzo». Ban Ki-moon poco prima aveva avuto con lo stesso Gheddafi una conversazione di circa 40 minuti, nel corso della quale gli aveva intimato di porre fine alla durissima repressione delle proteste di piazza, da cui si era definito «oltraggiato» in prima persona. Anche la Lega Araba si riunirà nel pomeriggio al Cairo per esaminare la crisi in Libia.
Paesi Ue discutono su sanzioni, Italia e Malta contro ?I Paesi Ue stanno discutendo la possibilità di sanzioni contro il regime libico per la violenta repressione delle manifestazioni popolari, ma un accordo risulta difficile a causa dell'opposizione dell'Italia e di Malta. Lo hanno riferito all'agenzia Afp fonti diplomatiche. Il tema dovrebbe essere trattato nella riunione prevista in giornata tra i 27 ambasciatori dei Paesi Ue a Bruxelles, dopo che ieri é stata discussa dai ministri degli Esteri. Tra le opzioni, oltre alle misure abituali in questi frangenti quali la sospensione dei visti di ingresso e il congelamento dei beni, é esaminata anche la possibilità di sospendere le trattative avviate nel 2008 per concludere un accordo di partnership tra la Ue e Tripoli.
La Russa, pronto un C130 per il rimpatrio degli italiani ?Visti gli sviluppi, le nazioni che hanno connozionali in Libia stanno espletando le operazioni per il loro rimpatrio. Parlando con i giornalisti ad Abu Dhabi, dove si trova in visita ufficiale, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha detto che un aereo C130 dell'Aeronautica Militare «è pronto a partire dall'Italia per rimpatriare un centinaio di connazionali che si trovano a Bengasi». La Russa ha anche annunciato che a salpare per il Mediterraneo e a posizionarsi in acque internazionali di fronte alle coste libiche, non sarà la nave Elettra come annunciato ieri ma la Francesco Mimbelli, «per motivi logistici e tecnici». La nave «farà da piattaforma per il controllo aereo della parte sud del Mediterraneo», ha detto La Russa.?Già rimpatriati, invece, alcune centinaia di persone di altre nazionalità. Un aereo militare portoghese, arrivato ieri all'aeroporto di Tripoli, ha sgomberato nella notte 114 persone verso una base militare della Nato in Italia. Fra le persone trasferite, ci sono 80 portoghesi e 34 stranieri. Ieri l'ambasciatore portoghese a Tripoli, Rui Aleixo, aveva precisato che questi stranieri erano dipendenti di imprese portoghesi e delle Nazioni Unite. L'aereo C-130 dell'aviazione portoghese potrebbe effettuare una nuova tappa oggi. Le autorità non hanno però precisato se l'aereo si recherà, come inizialmente previsto, a Bengasi, seconda città della Libia che si trova mille chilometri di Tripoli, dove una cinquantina di portoghesi sono in attesa di sgombero. ?Anche la Russia, secondo quanto riferisce l'agenzia Itar-Tass, ha deciso di rimpatriare gli oltre 500 connazionali che si trovano in Libia. Nel pomeriggio è prevista la partenza di aerei della protezione civile per l'evacuazione
L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: «crimini contro l'umanità»?Continuano ad arrivare, intanto, prese di posizione contro le violenze dei militari. L'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, ha sollecitato l'apertura di una «inchiesta internazionale indipendente» sulle violenze in Libia e chiesto la «sospensione immediata delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità libiche». «La brutalità con cui le autorità libiche e i loro mercenari sparano pallottole reali contro i manifestanti pacifici è inammissibile», ha indicato Pillay in un comunicato. Gli attacchi "sistematici" commessi dalle autorità della Libia contro la popolazione civile, ha incalzato il commissario Onu, «potrebbero essere assimilati a crimini contro l'umanità». ?L'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha lanciato un appello all'Europa e ai Paesi del nord Africa vicini alla Libia a non respingere le persone in fuga dagli scontri. ?«L'Italia - ha detto la portavoce Melissa Fleming - è tra i Paesi che potrebbero ricevere un maggior flusso di persone in fuga dalla Libia», sia cittadini libici che rifugiati da altri Paesi.
Condanna dei massacri anche da parte di Iran e Hamas ?L'Iran ha parlato di "massacro di innocenti", chiedendo alla comunità internazionale di intervenire per interromperli. Il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, ha dichiarato che «le violenze estreme utilizzate contro il popolo libico sono inaccettabili. Le notizie sui raid aerei compiuti contro dimostranti e quartieri residenziali e il massacro d' innocenti sono spiacevoli e sorprendenti, chiediamo alle organizzazioni internazionali di agire per fermarli». ?Una netta condanna dei massacri è arrivata anche dal movimento islamico Hamas, al potere nella striscia di Gaza: «Condanniamo con forza la repressione organizzata dal regime del colonnello Gheddafi contro il proprio popolo. ?Sempre a proposito dei massacri, l'ambasciatore libico in India, Ali Al Issawi, ha dato ieri le dimissioni per quelle che ha definito violenze «massicce» e «inaccettabili» contro i civili e ha detto che mercenari africani sostengono Gheddafi nella repressione e che le uccisioni di civili da parte di questi mercenari hanno spinto truppe regolari a passare con i rivoltosi.?Durante la notte, intanto, alcuni ufficiali libici hanno emesso un comunicato in cui invitano i soldati «ad unirsi al popolo» per aiutare a deporre il leader. La tv satellitare panaraba Al Jaziraha ha riferito che gli ufficiali hanno invitato l'esercito a marciare sulla capitale Tripoli.

NO AI REGALI DAL PRINCIPE

Il Sole 24 Ore
18 02 2011


Le donne nei Cda? Sì, ma non per legge. Anche se è impossibile non vedere che misure a sostegno delle carriere femminili debbano comunque essere adottate. Tuttavia, come ho sempre affermato anche in tempi non sospetti, per chi come me ha costruito da sola la carriera e che tutti i giorni ha occasione di confrontarsi con tante altre professioniste preparatissime, è veramente difficile accettare che questo obiettivo debba essere conquistato per legge.
Riconosco che lo sforzo e il lavoro fatto da chi ha portato avanti questa proposta di legge è meritorio, e ritengo anche che non si possa accettare che questo venga vanificato per assecondare le pressioni di chi oggi teme di perdere il proprio posto e potere. Tuttavia penso che la leadership femminile culturale e manageriale non possa realmente essere imposta. Tutte le indagini e le ricerche degli ultimi anni evidenziano un tasso di scolarizzazione delle femmine più alto rispetto a quello dei maschi: le donne si laureano di più, meglio e in minor tempo. Non serve una legge ma un sistema che ci permetta di esprimerci totalmente.
A questo aggiungo che Paesi considerati più "evoluti" nella tutela del lavoro femminile, come quelli scandinavi dove le quote rosa sono in vigore da anni, si sono poi trovate a fare i conti con le inevitabili storpiature generate da queste misure fino a dover paradossalmente arrivare a prendere in considerazione "contro politiche" per non discriminare gli uomini. La distinzione di genere non può essere ostacolo ai principi di meritocrazia che devono invece essere parte di un pensiero culturale e manageriale diffuso che oggi, evidentemente, manca nel privato e ancor di più nel pubblico.
Una mancanza questa che certo non risparmia gli uomini ma colpisce maggiormente il genere femminile reso più debole anche da un sistema di servizi sociali troppo carente rispetto ai bisogni della donna impegnata nel lavoro. Per questo non va dimenticato che il problema è molto più ampio del numero di donne che arrivano nei Cda; il problema è quanto e come si può ampliare e rafforzare la spinta dal basso a salire, per incrementare il numero di potenziali candidate per posizioni di vertice. In questo senso le donne vanno sostenute socialmente per poter coniugare i propri molteplici ruoli e non è certo accettabile che ancora oggi in Italia il sistema permetta di assorbire negli asili pubblici un numero molto basso di bambini. Questo porta a delle scelte che inevitabilmente nelle famiglie tendono a penalizzare le madri proprio in quella fascia di età in cui un professionista, uomo o donna che sia, costruisce le basi della propria carriera.

Allora, come raggiungere concretamente questo risultato di uguaglianza e meritocrazia di cui da tempo si parla e su cui sulla carta tutti sono d'accordo? Penso a meccanismi e policy di "misurazione" delle performance e dei meriti del personale a partire dai livelli più bassi; penso a strumenti che non possono sostituire la valutazione personale ma al contempo introducano elementi di oggettività che non subiscano l'interferenza delle discriminanti di genere e i cui esiti non possano essere ignorati in alcun modo da chi, nelle aziende, è deputato a prendere delle decisioni sugli scatti di carriera altrui. Ma penso anche a una determinazione maggiore da parte delle donne nel ricercare il riconoscimento del proprio ruolo senza consentire che radicati pregiudizi le ostacolino nel conseguire ruoli e poltrone che devono spettare loro solo in virtù delle reali capacità di ciascuna.
Proprio in questa direzione, pensare che alla sera tra le favole da scegliere per fare addormentare le nostre figlie, non ci sia soltanto Biancaneve, la cui vita o sonno perenne dipende dal bacio del principe azzurro, ma ricordarsi di raccontare un po' di più le avventure di piccole eroine come Pippi Calzelunghe, la bambina indipendente che cresce da sola prendendosi cura di se stessa, del suo cavallo e della sua scimmietta.
Elena David è amministratore delegato di Una Hotels
il sole 24 ore
15 2 20110
 

di Chiara Beghelli
Silvio Berlusconi è stato rinviato a giudizio con rito immediato per concussione e prostituzione minorile nell'ambito del caso Ruby dal giudice per le indagini preliminari di Milano, Cristina Di Censo. A darne notizia è un comunicato del presidente dell'ufficio Gip e Gup di Milano, Gabriella Manfrin. Il processo inizierà il 6 aprile prossimo, alle 9.30, davanti ai giudici della quarta sezione penale in composizione collegiale
Il Gip ha disposto il processo in quanto sussiste la prova evidente. L'evidenza probatoria, tuttavia, si riferisce non alla prova della responsabilità a carico di Berlusconi, ma alla prova della fondatezza delle accuse contestate al premier. In sostanza, il Gip spiega che c'è una prova della fondatezza delle accuse tale da poter sostenere le stesse in un giudizio di fronte a un tribunale, che dovrà poi decidere sulla responsabilità penale del capo del governo. Il presidente del Consiglio, scrive tra l'altro il giudice Di Censo nelle 30 pagine del decreto con cui ha disposto il rinvio a giudizio, avrebbe commesso la concussione abusando della sua qualità di premier e non abusando delle funzioni di primo ministro. Di qui, secondo il gip, che cita a supporto anche due sentenze della Cassazione, origina la competenza a indagare da parte della Procura di Milano. Se il reato infatti fosse stato commesso con abuso delle funzioni di primo ministro sarebbe stato di competenza del tribunale dei Ministri.
Bersani incalza il premier: dimissioni o elezioni (di Celestina Dominelli)
«Guerriglia» in attesa del processo breve. Legittimo impedimento alla prova (di Donatella Stasio)
Caso Ruby, spunta un filone romano sui festini del premier a Tor Crescenza (di Stefano Elli e Marco Ludovico)
Il richiamo di Bagnasco: al paese serve trasparenza a tutti i livelli
Ecco chi è Cristina Di Censo, la donna-giudice che deciderà sul premier (di Stefano Elli)
Da Carmen a Giulia: ecco chi sono le tre donne che decideranno le sorti (giudiziarie) di Berlusconi
Lo sfogo di Sara Tommasi: «Ora voglio morire»
Un quadro probatorio, quello messo a punto dai magistrati Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, che ha quindi convinto il Gip, che dopo sei giorni di analisi del caso ha deciso di accogliere la richiesta della procura. «Posso solo dire che andremo in udienza», ha commentato il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati.
Tre donne giudicheranno il premier ?Dal decreto del Gip si evince che Ruby «Rubacuori» e il ministero dell'Interno sono le parti lese nel processo che sarà celebrato con rito immediato il 6 aprile a Milano: Karima El Mahroug, in arte Ruby, è persona offesa nel procedimento in relazione al reato di prostituzione minorile contestato a Berlusconi, in quanto il premier avrebbe commesso atti sessuali con la giovane in cambio di denaro o altre utilità dal febbraio al maggio dello scorso anno, quando la ragazza non aveva ancora 18 anni. Il ministero dell'Interno, invece, è parte offesa in relazione al reato di concussione ipotizzato nei confronti di Berlusconi in relazione alla telefonata che il premier fece nella notte tra il 27 ed il 28 maggio scorso in questura a Milano per ottenere il «rilascio» di Ruby, che era stata portata negli uffici della polizia in seguito alla denuncia di un furto.
Le altre parti lese sono tre funzionari della Questura di Milano, il capo di gabinetto Pietro Ostuni e i funzionari Giorgia Iafrate e Ivo Morelli, i quali, secondo l'accusa, avrebbero subito pressioni dal premier che in quella notte di maggio chiamò negli uffici di via Fatebenefratelli per ottenere il rilascio di Ruby. A giudicare Silvio Berlusconi saranno tre donne, i giudici Carmen D'Elia, Orsolina De Cristofaro e Giulia Turri. «Abbiamo già tre donne nel processo Mills: le signore sono sempre gradite e qualche volta gradevoli», ha commentato il senatore e avvocato del premier Pietro Longo. ??Berlusconi non commenta, ma lascia la conferenza stampa a Catania ?Silvio Berlusconi, che era in Sicilia insieme al ministro dell'Interno Roberto Maroni, ha lasciato Mineo senza fare dichiarazioni né commentare il giudizio immediato sulla vicenda Ruby. Il presidente del Consiglio è uscito in auto dal residence degli Aranci di Mineo dopo aver tenuto un sopralluogo nella struttura che potrà ospitare migliaia di immigrati sbarcati in Sicilia. Secondo quanto si appreso, il premier non parteciperà alla conferenza stampa alla Prefettura di Catania, ma rientrerà immediatamente a Roma per impegni improrogabili.??Napolitano apprende la notizia durante una cerimonia al Quirinale ?Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha appreso la notizia del rinvio a giudizio del premier durante una cerimonia pubblica nel Salone dei Corazzieri del Quirinale, tramite un biglietto che gli è stato consegnato. All'incontro pubblico per la consegna dei «Premi Presidente della Repubblica» dell'Accademia dei Lincei, dell'Accademia di Santa Cecilia e dell'Accademia di San Luca era presente anche il sottosegretario Gianni Letta, che subito dopo la cerimonia è andato via opponendo un sorriso alla richiesta dei giornalisti di fare un commento. Durante la cerimonia, il capo dello Stato aveva detto che l'Italia, anche «in tempi difficili come quelli di oggi», «fra tanto frastuono e motivi di ansietà che viviamo» non deve dimenticare il valore e la priorità che sempre la cultura rappresenta. ??Le prime reazioni ?«Non ci aspettavamo nulla di diverso»: è questa la prima reazione dell'avvocato Pietro Longo, uno dei difensori di Silvio Berlusconi, commentando la notizia del rinvio a giudizio del premier per concussione e prostituzione minorile. Ovviamente stizzite le reazioni nel Pdl: «Mai nella storia d'Italia vi è stato un uso della giustizia così finalizzato alla lotta politica. E' inevitabile un intervento del capo dello Stato», ha detto il ministro per l'Attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi. «Il governo va avanti, resistendo a questi tentativi di manomettere l'equilibrio politico del Paese», ribatte il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: «Ci sarà la risposta dei legali del premier. Il governo, dal punto di vista politico - aggiunge Cicchitto - porterà avanti la sua azione non facendosi distogliere da questo tentativo di modificare il quadro politico attuale».
Dall'opposizione, Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, chiede che «Berlusconi vada a farsi processare ed è meglio per tutti se si va al voto. Due italiani su tre non hanno più fiducia in Berlusconi - premette - il Parlamento non lavora, è paralizzato, il Governo non c'è. L'Italia è paralizzata». «Berlusconi si proclama perseguitato e innocente - aggiunge Dario Franceschini del Pd - Allora vada a difendersi davanti ai giudici come tutte le persone che non hanno nulla da nascondere e risparmi al suo Paese la figura di un presidente del Consiglio processato per prostituzione minorile».
Ruby: «Voglio solo stare tranquilla» ?«Voglio solo stare tranquilla». Karima El Mahroug, in arte Ruby 'Rubacuorì, si limita a commentare così, al telefono del fidanzato Luca Risso, la notizia del giudizio immediato che il gip di Milano ha disposto nei confronti del premier Silvio Berlusconi. «Mi dispiace - è stato il commento a caldo della ragazza - voglio solo stare tranquilla».

il sole 24 ore
15 2 2011


di Mariolina Sesto
Il giorno dopo le promotrici non stanno nella pelle: le foto e le riprese delle piazze contano più dei numeri. Si parla di un milione di donne scese a manifestare domenica in 230 città italiane e in oltre 50 all'estero per la propria dignità al grido di «Se non ora quando?», ma al quartier generale delle organizzatrici già è scattata la fase due. L'adesso, come urlava domenica la piazza. L'adesso è la trasformazione del piccolo gruppo di avanguardia in un "comitato permanente" che studierà nuove iniziative, soprattutto in vista dell'8 marzo, Giornata mondiale della donna.
«È stato un grande successo politico» ammettono con orgoglio Francesca Izzo, Francesca e Cristina Comencini, Valeria Fedeli e le altre del nucleo fondatore. Ma guai a farsi trascinare nel gioco delle strumentalizzazioni da parte dei partiti. Uno dei pilastri che hanno sorretto la piazza, oltre alla civiltà e alla dignità è stata l'assenza di colore politico. E forti di questa carta d'identità, le donne di "Se non ora quando" hanno rinviato al mittente le accuse di faziosità arrivate dal premier e dal governo. «Mi è sembrato un pretesto per sostenere il teorema giudiziario che non ha nessun riscontro nella realtà: una mobilitazione di parte, faziosa, contro la mia persona da parte di una sinistra che cavalca qualsiasi mezzo per abbattermi – ha protestato Silvio Berlusconi –. Tutte le donne che hanno avuto modo di conoscermi sanno con quanta considerazione e rispetto io mi rapporto con loro». Indignata la replica di Francesca Izzo che ha sintetizzato il pensiero delle altre aderenti al comitato: questo è «un modo di "regalare" alla cosiddetta sinistra una mobilitazione popolare che invece ha visto assieme figure, personalità ma anche gente comune provenienti da ambienti, culture, esperienze profondamente diverse. Se questa articolazione Berlusconi la considera una mobilitazione faziosa, ciò è un prodotto dell'accecamento di un premier che non capisce più il Paese che sta governando». Solitaria nel Pdl la voce di Alessandra Mussolini che invita a riflettere su quanto accaduto domenica: «Guai a liquidare quella manifestazione come la sfilata di facinorosi o radical chic. In piazza, ne sono convinta, c'erano anche molti elettori di centrodestra: da loro è venuta un'indicazione che dobbiamo saper cogliere».
Le donne, comunque, sono già oltre le polemiche e guardano al prossimo passo: gli stati generali che porranno una nuova agenda al paese. «Riuniremo il maggior numero possibile di associazioni di donne – spiega la sindacalista Valeria Fedeli – per mettere nero su bianco proposte concrete che riflettano le richieste emerse domenica in piazza». Come la Fedeli Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia e deputata Fli – anche lei nel comitato delle organizzatrici – è ancora incredula per il successo oltre ogni aspettativa: «In piazza si respirava un risveglio di cittadinanza una collettiva assunzione di responsabilità». «Quello che ci ha stupite – aggiunge Fedeli – è stata la presenza di donne, uomini, famiglie intere che di solito non frequentano le manifestazioni. Come se lo scendere in campo a difesa della dignità della donna abbia convinto che era l'ora di esserci». La stessa molla che ha fatto salire sul palco suor Eugenia Bonetti, una vita dedicata alle donne immigrate che finiscono vittime della tratta di esseri umani per sfruttamento lavorativo e sessuale. «Sono scesa in piazza per dare loro voce – dice soddisfatta al telefono – è l'ora di dire basta a questo indegno mercato del mondo femminile».

il sole 24 ore
15 2 2011


 Lo spot di Ruby
Si apre il fronte giudiziario romano delle inchieste su presunti festini del presidente del Consiglio. La procura di Milano, infatti, ha inviato, per competenza territoriale, ai colleghi romani di piazzale Clodio, una serie di fascicoli di attività inquirente svolta nei confronti della corte di ragazze che ruota attorno al capo del Governo.
Il mirino investigativo è puntato, in particolare, sul castello di Tor Crescenza, situato alle porte della capitale, dove Silvio Berlusconi ha passato più volte, di recente, momenti di relax, tanto da essere considerata ormai la residenza romana alternativa a palazzo Grazioli. I fascicoli sarebbero stati trasmessi d'intesa tra il capo della procura di Milano, Edmondo Bruti Liberati, e il numero uno della procura di piazzale Clodio, Giovanni Ferrara. Anche se ieri in tarda serata Bruti ha escluso «contatti con la procura di Roma». Al momento non ci sarebbero ancora né fascicoli aperti né iscritti nel registro degli indagati.
Intanto sono le ore decisive al palazzo di giustizia di Milano. I fari sono puntati sul settimo piano, dove hanno sede gli uffici dei giudici per le indagini preliminari. È qui che il gip Cristina Di Censo sta ultimando la lettura degli atti sulla richiesta di rito immediato per il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per concussione e prostituzione minorile. La decisione potrebbe arrivare già oggi, anche se il termine dei cinque giorni per stabilire o meno l'evidenza della prova non è perentorio. E dunque Di Censo potrebbe anche decidere di esaminare con più calma le 782 pagine inviate dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini e Pietro Forno, e dal sostituto procuratore Antonio Sangermano, prima di sciogliere la riserva.
Se il gip accoglierà le richieste della procura per entrambi i reati, il processo contro Berlusconi inizierebbe entro due mesi. Ma esistono anche altre possibilità. Il gip potrebbe non ravvisare l'esistenza di una connessione tra i reati: in questo caso il rito immediato potrebbe essere concesso soltanto per la concussione mentre per la prostituzione minorile si procederebbe con citazione diretta. Se invece Di Censo dicesse no al rito immediato per tutti i reati, la procura dovrebbe percorrere la strada del processo ordinario. C'è poi un'ulteriore ipotesi: il gip potrebbe ritenere competente il tribunale dei ministri.
Entro la fine della settimana i magistrati chiuderanno anche le indagini su Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, chiedendone il rinvio a giudizio o l'archiviazione. Nell'inchiesta c'è anche una novità. Nei quattro interrogatori ai quali è stata sottoposta, Ruby-Karima El Mahroug ha fatto i nomi di tutti i personaggi che avrebbero partecipato alle feste di Arcore. Ma la procura ha deciso di "oscurarli" con gli omissis non essendo ancora riuscita a verificarne la veridicità.

il sole 24 ore
8 2 2011


Arriverà domani sul tavolo del Gip Cristina di Censo la richiesta della procura di Milano di processo con rito immediato per Silvio Berlusconi nell'ambito del cosiddetto Caso Ruby. La conferma arriva dal procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, che ha spiegato che i magistrati titolari dell'inchiesta stanno mettendo a punto il provvedimento proprio in queste ore. Proprio per questo, ha chiarito il procuratore capo di Milano, «oggi ci sarà una riunione conclusiva sugli aspetti procedurali». Un aspetto decisivo per il destino dell'inchiesta che vede il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per presunta concussione e prostituzione minorile
I magistrati che indagano sul cosiddetto Caso Ruby dovranno sciogliere l'ultimo nodo, quello relativo alla strategia procedurale da seguire: l'ipotesi più accrediata, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari milanesi, è quella di chiedere il giudizio immediato per il reato di concussione in relazione alla telefonata fatta da Berlusconi alla Questura di Milano lo scorso 27 maggio per far affidare l'allora minorenne Karima El Mahroug, conosciuta come Ruby, alla consigliera regionale del Pdl, Nicole Minetti, anch'essa iscritta nel registro degli indagati aperto dalla Procura di Milano per le ipotesi di induzione e favoreggiamento della prostituzione e della prostituzione minorile.
Per l'altro reato contestato al premier, quello di prostituzione minorile, si profilerebbe invece la citazione diretta in giudizio. Se così fosse, l'inchiesta si sdoppierebbe per poi riunirsi in fase dibattimentale. Tutti interrogativi e ipotesi che il pool di magistrati titolari dell'inchiesta (i procuratori aggiunti Pietro Forno e Ilda Boccassini insieme al pm, Antonio Sangermano) stanno valutando in queste ore, soppesando pro e contro di ogni mossa, per arrivare a una decisione definitiva entro stasera.

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