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DINAMO PRESS

#14N batte il tempo dello #scioperosociale!

Dinamo Press
14 11 2014

Oggi in tutta Italia e in diversi città europee batte il tempo dello #scioperosociale.

Migranti, studenti, precari, lavoratori autonomi e dipendenti, disoccupati in piazza insieme contro sfruttamento e precarietà, per fermare il Jobs Act e il governo Renzi

Segui la diretta da tutte le piazze su: www.scioperosociale.it

segui la diretta audio su : www.radiosonar.net

Segui la diretta sui social network.

Che succede a Tor Sapienza?

Dinamo Press
12 novembre 2014

Sono giorni di fuoco quelli che si stanno verificando nel quartiere di Tor Sapienza, nel cuore della periferia romana. Abitanti del quartiere, uniti a gruppi riconducibili all'estrema destra romana, hanno tentato un assalto prima a un'occupazione dei movimenti per il diritto all'abitare abitato da una dozzina di famiglie[...];

Che succede a Tor Sapienza?

Dinamo Press
12 11 2014

Sono giorni di fuoco quelli che si stanno verificando nel quartiere di Tor Sapienza, nel cuore della periferia romana. Abitanti del quartiere, uniti a gruppi riconducibili all'estrema destra romana, hanno tentato un assalto prima a un'occupazione dei movimenti per il diritto all'abitare abitato da una dozzina di famiglie; poi, al grido di "negri di merda vi bruciamo tutti", si sono scagliati contro il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di viale Morandi.

Qui la situazione è degenerata, con lanci di molotov e bombe carta. I rifugiati, di cui quaranta sono minori, hanno cercato di proteggersi come potevano, asserragliandosi all'interno insieme agli operatori. Attualmente non stanno uscendo neanche per andare a scuola. «Nessuno è intervenuto - ci dice un abitante della zona, che vista la situazione preferisce rimanere anonimo - Gli aggressori erano più o meno tutti della zona, però questa volta c'era qualcuno altro che non avevo mai visto prima, probabilmente legato a qualche gruppo di estrema destra. Gli assalitori avevano in mano spranghe e bastoni, alcuni hanno lanciato pietre contro le finestre, riuscendo a romperne alcune. Nella sassaiola è volata anche una bomba carta che è esplosa vicino l'ingresso. Infine è arrivata la polizia ma è rimasta ferma a guardare: non è mai intervenuta nè per mediare nè per bloccare questi atti razzisti contro adulti e minori stranieri».

La follia si è ripetuta anche ieri pomeriggio, dopo l'assemblea convocata dagli abitanti del quartiere. Anche questo era prevedibile. Come riportato ancora dal nostro interlocutore, «Oggi un gruppo di persone si è riunito davanti il bar vicino al centro d'accoglienza. Ogni tanto si avvicinavano alla struttura per minacciare i ragazzi di morte, e affermavano di voler tornare questa notte per mettere a fuoco il centro».

Interessante notare come lo striscione d'apertura recitasse la frase "Stop invasione", slogan usato dalla Lega Nord nella sua campagna anti - immigrazione e che a Roma ha trovato in Casa Pound un fedele alleato (ricordiamo i tristi siparietti di Borghezio e dei fascisti del terzo millennio davanti la scuola di Casal Bertone, dove impedivano agli studenti di poter seguire le lezioni). Stavolta ci sono state ore di scontri, partiti da una cinquantina di persone a volto coperto: il centro d'accoglienza adesso è distrutto e l'incolumità dei ragazzi è sempre più in pericolo. Tanto che un minore di sedici anni ospite del centro, ieri è stato massacrato da un gruppo di "abitanti del quartiere" e si trova tuttora in ospedale. Ma, come ci dice ancora il ragazzo intervistato, «Le aggressioni da qualche giorno sono quotidiane e avvengono alla luce del sole. Era evidente che la situazione poteva esplodere da un momento all'altro. Quattro giorni fa, era già successo un casino. Due ragazzi ubriachi hanno avuto un alterco con due ospiti dello Sprar, le conseguenze sono state spaventose. I ragazzi hanno chiamato a raccolta i propri amici, tornando sotto il centro di Viale Morandi in 20 armati di spranghe . Per caso è passata una volante in zona e loro sono fuggiti. Ma la situazione è quotidianamente agitata, qui succede di tutto, dai furti fino al tentativo di violenza subito da una ragazzina e poi diventato il movente dell'assalto. Lo scippo non ha frontiere, vengono derubati italiani e stranieri senza differenza di origini. Pochi giorni fa, anche dei ragazzini egiziani hanno subito il furto di un portafogli. In questa zona si vive male, il problema non è la sicurezza: è l'abbandono totale a se stesso che il quartiere subisce da anni».

La struttura si trova in Viale Morandi a pochi metri da Via Prenestina. Il centro ha al suo interno due differenti progetti, un Centro di prima accoglienza per minori e uno Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Lo Sprar ospita 40 richiedenti asilo e rifugiati. Il progetto è sotto l'egida dell'Associazione nazionale comuni italiani: il finanziamento proviene in minima parte dal comune di Roma e per il resto dalla rete degli enti locali. I soldi sono attinti dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo, costituito per la gran parte da finanziamenti europei. Il centro è nato nel 2011 a seguito dell'Emergenza Nord Africa per ospitare minori stranieri non accompagnati provenienti per la gran parte dal Bangladesh. Negli scorsi mesi ha cambiato progetto entrando nella rete Sprar, ma ancora adesso ospita numerosi minori.

Dinamo Press
12 11 2014

Gli appuntamenti di mobilitazione a Roma nelle 24 ore di sciopero sociale e generale del 14 novembre. Gli appuntamenti in tutta Italia.

Si comincia il 12 novembre con la contestazione a Mario Draghi all'università di Roma Tre

È iniziata ieri la settimana che ci porta allo sciopero sociale e generale del 14 novembre. Una giornata che sarà fatta di diversi momenti e pratiche di sciopero e mobilitazione, articolati in tutto l’arco delle 24 ore. L’obiettivo, infatti, è quello di dare a tutte le lavoratrici e i lavoratori, da quelle/i dipendenti, ai precari, alle partite Iva, e anche tutt* le studentesse e gli studenti, i disoccupati la possibilità di esprimere il rifiuto della riforma del lavoro (Legge Poletti e Jobs Act), della “buona scuola di Renzi” e dello Sblocca Italia. Una giornata in cui le proposte di salario minimo europeo, reddito di base, stabilizzazione dei precari e democrazia sindacale, il rifiuto delle privatizzazioni e la difesa dei beni comuni, attraverseranno tutti i momenti di mobilitazione: rivendicazioni che sono state costruite grazie a diversi mesi di intenso confronto tra studenti, precari, componenti sindacali di base e conflittuali.

Prima del 14 novembre però la città di Roma, e in particolare l’Università di Roma Tre, dovranno misurarsi con una visita alquanto sgradita. Mercoledì 12 novembre Mario Draghi sarà alla Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tre per omaggiare il Professor Federico Caffè. Il Laboratorio dello Sciopero Sociale supporterà le iniziative che metteranno in pratica studentesse e studenti per contestare la presenza di uno dei principali responsabili delle politiche di austerity di stampo neoliberale e tra i più feroci sostenitore delle politiche del lavoro renziane. Paradossale il fatto che Draghi venga ad omaggiare Federico Caffè, screditandone la memoria, visto che l’economista neo-keynesiano avrebbe con buona probabilità disprezzato il monetarismo imposto dalla BCE e da Draghi imparato in America, alla scuola della Goldman Sachs.

La mobilitazione dello Sciopero sociale e generale inizia dunque il 12 novembre e proseguirà fino a venerdì 14 sera. In questa giornata le iniziative si moltiplicheranno, non solo in termini di orari e appuntamenti, ma anche per quanto riguarda la molteplicità delle pretese e dei conflitti che porteremo in campo.

Di seguito elenchiamo tutti gli appuntamenti dal 12N al 14N, consapevoli che sarà una grande ed innovativa giornata di lotta, e che è solo la prima tappa di un percorso di opposizione alle politiche neoliberali che il governo vuole imporre lavoratrici/lavoratori, precarie/precari, studentesse/studenti, migranti.

Il 14 novembre batte il tempo dello sciopero sociale!

* 12 novembre | h 14.00 Facoltà di Lettere di Roma Tre: Draghi ospite sgradito!

* 14 novembre

* h 00.00 Piazza dei Sanniti e Via Ostiense 124, volantinaggi/azioni comunicative: No al lavoro nero e servile nella fabbrica del divertimento!

* h 8:30 – 10:00 | Presidio lavoratrici/lavoratori presso Telecom (Corso Italia) e presso le Poste (Viale Europa);

* h 9.00 | Concentramento Universitario e Studentesco a Piazzale Aldo Moro;

* h 10.00 | Piazza Esedra (e arrivo in Piazza Vittorio): Corteo di studenti, precari, migranti e sindacati di base e conflittuali: #StopJobsAct, #ScioperoSocialeGenerale!

* h 10:00 | Presidio ricercatori davanti Ministero della Pubblica Amministrazione;

* h 10:00 | Presidio, volantinaggio e blocco dei musei capitolini contro la precarietà imposta da Zetema;

* h 14:00 | Carovana europea rifugiati e migranti, presidio in Piazza Montecitorio;

* h 14:30 | Presidio e volantinaggio presso il centro commerciale “Roma Est”, in solidarietà con le/i lavoratrici/lavoratori in mobilitazione;

* h 15 | Sit-in presso il Ministero Istruzione Università Ricerca (MIUR): No alla buona scuola di Renzi!

* h 18:30 | Presidio volantinaggio presso Auchan (Casal Bertone ‒ Via Alberto Pollio, 50). A seguire, Strike Parade verso la zona pedonale del Pigneto: No allo sfruttamento del lavoro nella grande distribuzione!

Laboratorio per lo Sciopero sociale – Roma

Strikers declaration #04

Dinamo Press
06 11 2014

Verso lo sciopero sociale del #14n, dopo l'assemblea nazionale del 2 dicembre presso Officine Zero, ecco la Strikers declaration #04

Leggi anche la Strikers declaration #03 - Perchè scioperiamo il #14n?

Materiali scaricabili e info dai Laboratori dello sciopero sociale sul blog scioperosociale.it

I principali sostegni alla maternità, allo stato attuale, sono il congedo obbligatorio di maternità – 5 mesi di astensione lavorativa, accompagnata da un’indennità pari all’80% o al 100% della retribuzione – e le cosiddette due ore di allattamento (con permessi giornalieri retribuiti fino al primo anno di vita del figlio/a). Inoltre, per tutto il periodo della gravidanza sino al compimento del primo anno del bambino/a vale il divieto di licenziamento, che spesso però viene aggirato con la pratica ricattatoria delle lettere di dimissioni in bianco fatte firmare all’atto di assunzione. Tutto questo è però valido solo per le lavoratrici dipendenti e una piccola parte delle parasubordinate, mentre per la stragrande maggioranza delle lavoratrici, ossia per tutte le precarie e professioniste atipiche, non c’è alcuna tutela!

Poco o niente è previsto per i padri, che possono usufruire del congedo obbligatorio di paternità (se lavoratori dipendenti o parasubordinati) solo in situazioni estreme, se non drammatiche: morte o grave infermità della madre, abbandono del figlio da parte della figura materna, affidamento esclusivo del bambino/a al padre. A dimostrazione che le responsabilità genitoriali e il lavoro di cura sono ancora considerati completamente a carico delle donne e che il diritto alla paternità non è in alcun modo riconosciuto e garantito (se non si conside- rano i 3 giorni di congedo paterno introdotti in “via sperimentale” dalla Fornero…). Per non parlare del Congedo parentale facoltativo che prevede un periodo di astensione dal lavoro da ripartire sì tra padre e madre, ma con un’indennità pari al solo 30% della retribuzione dell’uno e/o dell’altra.

Alternativo al congedo parentale è l’accesso al cosiddetto Bonus Bebè. Si tratta di un contributo di 300 euro mensili, per un massimo di sei mesi e concesso su base reddituale, volto a pagare il servizio di baby-sitting o la tassa di iscrizione al nido. Ma nel 2014 l’erogazione è stata sospesa per mancanza del decreto attuativo. Per le disoccupate è previsto un assegno di maternità (statale o comunale) ma solo se la madre è in grado di far valere 3 mesi di contribuzione nel periodo che va dai 18 ai 9 mesi antecedenti al parto. A ogni modo si parla di un assegno annuo che nel 2013 è stato di 2059,43 (assegno statale) e di 1672,65 euro (assegno emesso dai comuni).

Inoltre i tagli effettuati sulla spesa sociale degli enti locali hanno prodotto di fatto l’impossibilità di rispondere alla domanda di servizi sempre crescente, riducendo drasticamente anche quelli già esistenti. La situazione degli asili-nido è drammatica: 11,8% la copertura 0-3 anni da parte di nidi pubblici, 18,7% comprendendo i servizi integrativi, ben al di sotto del 33% previsto dalla UE, con enormi squilibri tra le regioni italiane. Copertura tra l’altro valida solo per bambini/e figli di genitori già lavoratori: una politica che prolunga la disoccupazione forzata delle madri precarie.

Dopo essersi presentato come il garante della parità sessuale, concedendo il 50% delle posizioni di governo a ministre donne, Renzi ambisce ora a erigersi a salvifico rappresentante dell’estensione dei diritti delle donne nel mercato del lavoro. Sono mesi ormai, infatti, che nella costruzione retorica intorno al Jobs Act utilizza strumental- mente la questione dell’estensione dei sostegni alla maternità a tutte le lavoratrici autonome e precarie.

Peccato però che nel maxiemendamento, approvato con la fiducia del Senato lo scorso 9 Ottobre, è già presente un sostanzioso ridimensionamento delle roboanti promesse. La “prospettiva” di estendere l’indennità di maternità alle categorie di lavoratrici finora escluse, diviene, d’improvviso, un’eventualità, da concretizzare semmai “gradualmente”. È dunque così che salta fuori la nuova grande proposta: dal Gennaio 2015 80 euro mensili li riceveranno anche tutte le neo-mamme per i primi tre anni di vita del bambino/a! Praticamente briciole se confrontate con i costi effettivi di un figlio! Basti pensare che solo il nido (comunale) ha un costo medio di 300 euro mensili, aggiungiamoci poi quei “pannolini e biberon” di cui Renzi stesso afferma di essere grande esperto, più cibo, servizi sanitari, etc. ed ecco che gli 80 euro sembrano una presa in giro, se non un’offesa!

Vere politiche redistributive possono essere solo quelle capaci di parlare di salario minimo europeo e di reddito di autodeterminazione, là dove i tassi di disparità salariale e di disuguaglianza nell’accesso al lavoro tra uomini e donne restano ancora oggi altissimi (a parità di qualifica una donna guadagna in media il 30% in meno dei propri colleghi). Un sostegno vero alla genitorialità dovrebbe affrontare il tema della riduzione dell’orario lavorativo e dell’incentivazione al part-time volontario, così da poter permettere un’effettiva conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Non si può poi prescindere dal rifinanziamento dei servizi per l’infanzia e da un’effettiva e immediata estensione dei sostegni alla maternità e alla paternità a tutte le figure lavorative, così come da politiche in grado di riconoscere forme di affettività non tradizionali, che sono ormai una maggioranza (la forma familiare tradiziona- le rappresenta oggi meno di una famiglia su tre). Il (residuo di) welfare familistico di questo paese estromette infatti tutte quelle soggettività – gay, lesbiche, trans, ma anche etero – che non rientrano (perché escluse o perché non vi si riconoscono) nella tipologia “contrattuale” del matrimonio.

Dinamo Press
05 11 2014

La famiglia di Stefano Cucchi e Acad (l'Associazione contro gli abusi in divisa), promuovono per sabato 8 novembre alle ore 18,30 a Piazza Indipendenza una manifestazione pubblica davanti al Consiglio superiore della magistratura.

Stefano è stato ucciso ancora e ancora.

Le sentenze che si sono succedute raccontano più di ogni altra cosa lo stato della democrazia e della giustizia nel nostro paese.

Non servono troppe parole per raccontare quello che accade ogni giorno nelle carceri, nelle celle di sicurezza dei tribunali, nelle caserme e nelle strade. La lista delle persone uccise dagli abusi di potere è già troppo lunga, è già insopportabile. Insopportabile come l'impunità che copre, istiga, assolve gli autori di quelle violenze.

Sappiamo che in tante e tanti riteniamo inaccettabile questa impunità, non vediamo giustizia in uno Stato che si assolve tra i commenti beffardi di alcuni suoi rappresentati che insultano Stefano dicendo che è colpa sua, per il suo stile di vita sbagliato. Stefano è stato ucciso dalle botte subite mentre era detenuto, dai medici che non lo hanno aiutato, dai depistaggi per coprire i colpevoli.

C'è bisogno di luce per illuminare quei luoghi bui dove ogni giorno si umiliano le esistenze e si calpesta la democrazia. E dobbiamo accenderla tutti e tutte insieme.

Per questo lanciamo l'idea di "1000 candele per Stefano Cucchi" per "Accendere la Verità" davanti al Consiglio Superiore della Magistratura in Piazza Indipendenza Sabato 8 Novembre alle ore 18.30 a Roma.

Contro le bugie, contro l'impunità, contro la tortura.

Perchè non accada mai più.

Promuovono: famiglia Cucchi e ACAD [Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus]

per adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Dinamo Press
04 11 2014

Scuola, università, ricerca. L'intero mondo della formazione è sotto l'attaco di Renzi e di Giannini. Per questo il 14 novembre necessario rimettersi in movimento. Incontriamoci mercoledì 5 novembre alle ore 16,00 per un'assemblea pubblica nella facoltà di Fisica (la Sapienza).

Scuola, università,ricerca. L’intero mondo della formazione è sotto attacco. Renzi e i suoi ministri, fondatori del nuovo centrosinistra neoliberale, ormai pericolosamente inchinato ai totem della concorrenza e della selezione, della finanza e del mercato, del merito e della valutazione, della privatizzazione e dell’aziendalizzazione, marciano nel solco tracciato dai governi precedenti; portando a compimento in modo quanto mai feroce i programmi scellerati e le riforme devastanti di Berlusconi e Gelmini.

L’attacco frontale è oggi al mondo della scuola. Il piano della “Buona Scuola” reintroduce e rafforza tutti i cambiamenti che erano previsti dal ddl Aprea e che sono stati respinti con forza dai movimenti studenteschi del 2011 e del 2012. I punti cruciali portano a compimento il processo di privatizzazione e aziendalizzazione della scuola. I presidi saranno trasformati in veri e propri manager, in grado di attribuire premi salariali ai docenti, e a loro volta retribuiti in rapporto alla valutazione che mette in competizione i singoli istituti. Gli studenti saranno esclusi dagli organi collegiali, il cui potere verrà eroso in favore di una gestione imprenditoriale attribuita sempre di più ai singoli dirigenti scolastici. La scuola dovrà farsi definitivamente impresa: gli istituti dovranno di fatto rendersi attraenti rispetto agli investitori privati e competitivi per accaparrarsi i miseri finanziamenti pubblici messi in palio tramite i meccanismi di valutazione. Nell'ottica dell'alternanza scuola lavoro poi gli studenti verranno immessi, tramite "l'apprendistato sperimentale", in un sistema lavorativo totalmente gratuito, che addirittura prevede sgravi fiscali per le imprese che potranno avvalersi gratuitamente del lavoro degli studenti! Questa è la scuola-impresa garantita dalla Buona Scuola di Renzi.

Per i docenti, gli scatti salariali non saranno più in base all'anzianità, bensì al merito. Un apposito organo di valutazione interno agli istituti definirà un 66% di docenti "meritevoli", che avranno degli irrisori aumenti salariali. Un meccanismo perverso che gerarchizza il corpo docente ed aumenta ulteriormente i dispositivi di controllo interni agli istituti.

L’università è ormai definitivamente rifondata dalle macerie in cui l'avevano ridotta decenni di tagli ai finanziamenti pubblici e la distruzione di qualunque forma di diritto allo studio, con il calo costante delle iscrizioni e il dramma sociale che ne consegue. Gli strumenti di questa rifondazione vanno ricercati nelle riforme che dell’autonomia accademica non hanno lasciato che gli aspetti più feudali con la conseguente chiusura degli spazi di democrazia nella gestione degli Atenei, nelle riforme che gettano gli atenei pubblici in una concorrenza sfrenata con gli istituti privati per accaparrarsi quelle poche risorse disponibili, nel definitivo assestamento di un ordinamento accademico che svilisce la qualità e l’autonomia della didattica e dei saperi, nella creazione e nel successivo innesco di un meccanismo di valutazione ed accreditamento che vuole tendere alla chiusura e alla "razionalizzazione" di corsi di laurea e dipartimenti. A un sistema universitario così ridotto, il governo Renzi non sa rispondere che con un ulteriore taglio del FFO di 287 milioni previsto nella Legge di Stabilità, e con l’investimento irrazionale negli istituti di eccellenza che – in nome della meritocrazia, o in altri termini dell'ideologia del mercato – mascherano malamente lo smantellamento dell’intero sistema accademico nazionale.

Un trattamento simile è riservato alla ricerca, sia pubblica sia privata, settore popolato da figure tra le più precarie del mercato del lavoro. Qui, il definanziamento costante costringe alla perdita totale di autonomia nelle linee di ricerca, all’asservimento forzato alle logiche di mercato più escludenti, all’abbandono di qualunque progettualità creativa e innovativa sia nell’ambito scientifico che in quello umanistico, alla resa frequente ai meccanismi di competizione settorializzazione piuttosto che alla valorizzazione di quelli virtuosi di cooperazione interdisciplinare.

Quello che si sta delineando è un modello di istruzione che pretende di distribuire risorse e diritti sulla base di presunti criteri meritocratici, fondati su meccanismi di valutazione che, a maggior ragione in assenza di fondi, si rivelano per quello che sono: strumenti di disciplinamento e di approfondimento delle disuguaglianze esistenti.

E' un modello di istruzione ad uso e consumo delle aziende, che, sulla base dei propri interessi, stabiliscono criteri, linee guida, fortune e destini di scuola, università e ricerca; aziende che, grazie all'implementazione del ricorso all'utilizzo del lavoro gratuito o sottopagato di stage e tirocini, potranno avere a disposizione sempre più manodopera ricattabile e a basso costo attingendo direttamente da un bacino sempre più ampio di studenti o di neolaureati alla ricerca disperata di un posto di lavoro.

E' infatti un modello di istruzione funzionale al mondo del lavoro precario che si va definitivamente configurando con il dl Poletti e con il Jobs Act in approvazione: con tali provvedimenti la precarietà è istituzionalizzata come condizione perpetua e sistematica. Smantellando diritti e welfare, tutele e garanzie, la flessibilità e l'occupabilità a costo zero, il lavoro gratuito e sottopagato, stage e tirocini (vedi il modello Expo 2015) sono le condizioni a cui, con la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, con la libertà di licenziare, con le nuove poltiche in materia di ammortizzatori sociali, con programmi "di inserimento nel mondo del lavoro" come la Youth Guarantee, migliaia di giovani dovranno sottostare, vedendo come unico futuro possibile proprio quella precarietà che Renzi racconta in tv di voler cancellare.

Quella precarietà a cui da anni sono sottoposti docenti, ricercatori e personale di servizio.

Quella precarietà e quella ricattabilità che diventano le uniche condizioni lavorative per migliaia di docenti con il piano di riforma del governo.

Occorre allora mobilitarsi per invertire la rotta!

Dobbiamo imporre un’altra idea di scuola, di università e di ricerca, in cui il valore sociale non sia fondato su logiche di profitto, ma garantito dall’ indipendenza e dall'autonomia dei saperi, dalla cooperazione in luogo della competizione, dalla gestione democratica e partecipata degli istituti e dei processi formativi, dal rifinanziamento corposo del diritto allo studio, che in questi anni è stato depredato e reso di fatto inesigibile dai continui tagli nazionali e regionali, e che invece dovrebbe avere la forma di un vero e proprio welfare di base per i soggetti in formazione, da tutele e diritti, dalla continuità del reddito e del lavoro per i lavoratori della conoscenza, che ormai in larghissima parte vedono svilito il proprio ruolo, costetti al ricatto della precarità, al dramma della discontinuità occupazionale, alla quotidiana fatica dell’inadeguatezza retributiva.

Dobbiamo rifiutare il Jobs Act, dobbiamo rifiutare l'idea per cui a più flessibilità, a meno tutele e diritti, corrisponderebbe più occupazione, l'idea per cui stage e tirocini faciliterebbero l'accesso al mondo del lavoro. I dati dicono il contrario. La flessibilità delle tipologie contrattuali è aumentata costantemente negli ultimi vent'anni (ad oggi il 70% dei neoassunti ha un contratto a tempo determinato), ma questo non ha impedito una crescita esponenziale della disoccupazione. Uno stage in azienda garantisce statisticamente un misero 10% di possibilità di assunzione e a malapena un 6% in più di possibilità di trovare lavoro.

L'unico lavoro che vogliamo, per il futuro di milioni di giovani, per il presente di milioni di lavoratori è un lavoro con le garanzie di minimi retributivi dignitosi, di un salario minimo europeo, di tutele e forme di welfare universali e incondizionate, di un reddito di base che consenta di resistere al ricatto della disoccupazione.

Per questo abbiamo oggi la necessità di unificare i percorsi, le battaglie e le rivendicazioni, di costruire collettivamente come mondo della formazione la giornata del 14 novembre: abbiamo l'esigenza di discutere, elaborare e immaginare le pratiche che metteremo in campo per lo sciopero sociale, per renderlo tale, per concretizzare politicamente uno sciopero che permetta di scioperare anche a chi non gode del diritto di sciopero oppure non può effettivamente esercitarlo; uno sciopero che sorpassi le divisioni di settore, di ordine e di categoria.

Per questo dobbiamo costruire momenti di confronto, assemblee pubbliche, larghe e partecipate in cui studenti medi e universitari, professori della scuola primaria e secondaria, personale ATA e amministrativo, dottorandi, ricercatori di ogni grado e docenti universitari possano incontrarsi, omogeneizzare le rivendicazioni, saldare e rendere credibile una narrazione forte e alternativa alla retorica renziana.

Il 14 novembre sarà sciopero sociale!

Chiediamo ai docenti universitari un blocco della didattica universitaria e una sospensione di tutte le attività accademiche, che permetta la partecipazione degli studenti alle mobilitazioni e che serva come segnale chiaro al governo della necessità del cambiamento della rotta nelle politiche universitarie.

Invitiamo dottorandi e ricercatori ad interrompere le attività di ricerca e soprattutto a sospendere l'esercizio delle troppe mansioni non retribuite o mal retribuite che quotidianamente svolgono dentro e fuori gli Atenei e che, sole, hanno garantito negli ultimi anni il funzionamento di un sistema accademico sull'orlo del collasso.

Invitiamo gli studenti di ogni ordine e grado a scendere in piazza in quella giornata e a mettere in atto tutti i meccanismi di blocco e boicottaggio del funzionamento scolastico e universitario che possano contribuire alla riuscita di uno sciopero che sia effettivamente sociale e generalizzato.

Invitiamo tutti i lavoratori della conoscenza all’adesione allo sciopero generale convocato dai sindacati di base, consapevoli che la povertà diffusa, l’insufficienza dei salari e la discontinuità del reddito incidono sulla possibilità materiale di praticare l’astensione dal lavoro, ma convinti che soltanto una mobilitazione generalizzata possa restituire la possibilità di aprire spazi di contrattazione che sappiano migliorare le condizioni materiali di vita e di lavoro.

Invitiamo infine chiunque a farsi portavoce di queste istanze presso tutte le reti, i collettivi, i gruppi e le strutture associative e sindacali che insistono sul mondo dell'istruzione e della formazione, con l'obiettivo di dare forza a quella voce unitaria che vuole dire basta a chi quel mondo lo ha già distrutto o vuole continuare a distruggerlo.

Convochiamo un'assemblea pubblica per mercoledì 5 novembre, ore 16, presso l'aula Majorana del dipartimento di fisica della Sapienza, per continuare a confrontarci su questi temi, incrociare le nostre lotte, le nostre istanze, dare vita a un percorso unitario e decidere, tutte e tutti insieme, veramente, le forme della mobilitazione del 14 novembre. Consapevoli che sarà solo un primo passo, ma che sarà un passo decisivo per la possibilità di dare vita ad un'opposizione duratura ed efficace a questo governo, ad una messa in discussione di un esistente che troppo spesso in questi anni ci è stato presentato come ineluttabile.

Il Messico intero grida “Ayotzinapa somos todos!”

Dinamo Press
28 10 2014

Ad un mese dai fatti di Iguala, con l'assassinio di 3 studenti e 43 desaparecidos, dal Chiapas allo Zocal di Città del Messico non si fermano le mobilitazioni per chiedere giustizia.

E' trascorso un mese dai tragici fatti di Iguala, in Guerrero, quando 3 studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa sono stati uccisi dalla polizia locale e altri 43 sono scomparsi.

Passato lo shock iniziale, in tutto il paese i fatti hanno sollevato una ondata di indignazione e rabbia che ha portato ad una eccezionale mobilitazione permanente.

Decine di università sono state occupate per giorni, inclusa la storica UNAM di Città del Messico, e vi sono state svariate manifestazioni e cortei, tra cui uno enorme il 22 ottobre, che ha visto riempirsi lo Zòcalo di Città del Messico come non accadeva da anni, con migliaia di persone che hanno scritto per terra un enorme “E' stato lo Stato”.

A San Cristobal de las Casas, l'8 ottobre sono scesi dalle montagne trentamila zapatisti per una imponente marcia silenziosa in solidarietà con gli studenti di Ayotzinapa, con cartelli che recitavano “il vostro dolore e la vostra rabbia sono la nostra!”

Molte altre iniziative si stanno moltiplicando in Messico e all'estero. E' stato aperto un sito internet per raccontare le storie dei ragazzi scomparsi ayotzinapasomostodos.com, e si è costituita una commissione della società civile per esigere la ricerca dei ragazzi desaparecidos, formata da tutti i più conosciuti intellettuali e difensori di diritti umani del paese (Adolfo Gilly, Abel Barrera, Miguel Alvarez, Magda Gomez e molti altri...). Desinformemonos e il Centro per la difesa dei diritti umani Tlachinollan hanno lanciato la campagna “Comparte tus fotos #Ayotzinapasomostodos”, che invita chiunque nel mondo a fare fotografie con cartelli in solidarietà ai giovani. Queste foto, da spedire a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., verranno stampate e consegnate ai familiari dei giovani scomparsi.>
Sul fronte politico è stato appena cambiato il governatore dello stato del Guerrero, probabilmente sotto pressione internazionale, per ripulire la facciata democratica del paese.

Sono stati arrestati molti dei poliziotti coinvolti, anche se sembra difficile risalire ai mandanti ultimi, con ogni probabilità personaggi delle più alte cariche dello stato. Dalle testimonianze dei sopravvissuti, è emerso, ad esempio, che alcuni soldati di una vicina caserma assistettero alla carneficina da vicino. Tra i principali responsabili individuati con certezza vi sono il sindaco di Iguala e sua moglie che è sorella di due capi di un cartello di paramilitari/narcotrafficanti della zona (Guerreros Unidos). Sembra infatti che una volta arrestati i giovani, i poliziotti li abbiano consegnati a questo cartello, che forse ha partecipato congiuntamente anche all'agguato. Sindaco, moglie e segretario municipale di Iguala sono entrambi fuggiti, senza dubbio con adeguate coperture e protezioni, e di loro al momento non c'è traccia.

Sul fronte della ricerca dei giovani, dalle prime ricostruzioni di un gruppo di investigazione forense argentino, giunto appositamente sul posto, sembra che i corpi bruciati ritrovati nelle 9 fosse comuni non siano quelli dei 43 giovani scomparsi.

Nel frattempo la gente in Guerrero non si arrende, e continua organizzare un numero impressionante di azioni, (blocchi di strade, occupazione di edifici pubblici, cortei) chiedendo la restituzione in vita degli studenti.

Sono in molti a dire poi che i fatti di Iguala hanno rivelato una realtà quotidiana in tante zone del Messico. Con numeri minori, tali da non dare troppo nell'occhio, la “scomparsa forzata” di persone è una pratica estremamente diffusa in tutto il paese. Dal 2007 quando si è insediato il presidente Calderòn, famoso per la sua retorica della lotta al narcotraffico, sono scomparsi più di ventiduemila persone in tutto il paese e il numero sta crescendo anche sotto l'attuale Enrique Peña Nieto.

La compenetrazione tra crimine organizzato e apparati dello stato è ormai completa ed ogni teoria relativa a presunte mele marce e ad una presunta “lotta al crimine” da parte dello stato è fasulla e non più sostenibile. In tale contesto, vengono schiacciati nel sangue i tentativi dei movimenti di criticare i governi, come facevano gli studenti di Ayotzinapa, ed è duramente perseguito chiunque si opponga alle politiche devastanti quali la costruzione di grandi opere e lo sfruttamento energetico e di risorse. In decine di luoghi infatti, in tutta la federazione messicana, sono attive micro o macroresistenze ambientali e sociali contro dighe, centrali energetiche, miniere, autostrade, pozzi estrattivi, ora pure il fracking, che subiscono una dura repressione grazie al braccio armato dello stato e al parastato - il crimine organizzato, che lavorano in perfetta sinergia.

Tra le varie forme di repressione di questi movimenti sociali, la “scomparsa” di attivisti o anche di semplici cittadini è di solito uno degli strumenti più efficaci perché semina il panico e inibisce la mobilitazione, anche se ora, per fortuna, con Ayotzinapa il paese intero sta reagendo.

All'opinione pubblica internazionale si narra che quanto accade sia violenza legata al narcotraffico oppure lotta al narcotraffico da parte dell'esercito mentre siamo di fronte ad una spietata strategia “colombiana” di terrorismo di Stato.

Iraq. Una storia che non insegna

Dinamo press
27 10 2014

Una doppia presentazione dell'instant book di Un ponte per... e Osservatorio Iraq per capire cosa accade in Medio Oriente. Martedì 28 ottobre l'appuntamento è alla Facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza, mentre il 5 novembre al Csa Astra 19.

La presentazione di "Iraq. Una storia che non insegna" il libro tratta da Osservatorio Iraq:

Per Robert Fisk “in Medio Oriente a volte si ha la sensazione che non arrivi mai il momento per dire ‘adesso basta’”. L’ultima tragedia in Iraq ne è un esempio. Una storia che non insegna, che Osservatorio Iraq e Un ponte per.. raccontano in un istant-book.

“Vieni di là, subito. C’è qualcuno con cui dobbiamo parlare assolutamente”.

Eravamo all'inizio di agosto, una giornata caldissima in Italia, dannatamente più calda in Iraq. Sui monti del Sinjar, nel nord-ovest del paese, l’aria era irrespirabile, l’atmosfera invivibile.

Il decisivo attacco sferrato dallo Stato Islamico (IS) contro la città di Sinjar aveva costretto almeno 300mila persone, principalmente appartenenti alla minoranza yazida, alla fuga verso il governatorato curdo di Dohuk e il vicino confine con la Siria.

In mezzo un groviglio di montagne aride e rocciose, privo di sentieri tracciati e con mille insidie dietro l’angolo. I mezzi per comunicare con l’esterno erano ridotti al minimo. Solo chi aveva la fortuna di possedere vecchi cellulari con batterie a lunga durata poteva mettersi in contatto con amici e parenti.

I peshmerga avevano enormi difficoltà a raggiungere le persone in fuga con gli elicotteri, almeno per lanciare acqua, viveri, un minimo di ristoro: il rischio di essere colpiti dai razzi dell’IS era troppo alto. Dopo giorni di disperazione, alla fine intervenne l’aviazione statunitense che, bombardando le postazioni jihadiste, permise ai peshmerga di lanciare gli aiuti.

Durante quei giorni una piccola associazione, la Yazidi Solidarity and Fraternity League (YSFL), cercava in ogni modo di mettersi in contatto con le persone intrappolate sulle montagne.

Ad Erbil, dove c’è l’ufficio di Un ponte per…, che porta avanti progetti di solidarietà con l’Iraq da anni, si cercava di fare qualcosa, ma qualsiasi soluzione venisse proposta risultava impraticabile.

Almeno, però, le storie che venivano raccontate a singhiozzi via telefono, in diretto contatto con Sinjar, andavano riprese e rilanciate.

Husam e Husam, due attivisti dell’YSFL, vogliono parlare con qualcuno fuori dall’Iraq. Lo fanno da tanto tempo, presso istituzioni, governi, grandi organizzazioni. Invano.

Da Roma colleghiamo i capi. Iniziano i loro racconti. Le webcam sono accese, si ha l’illusione di guardarsi in faccia. Di tanto in tanto ci si ferma perché arrivano chiamate da Sinjar. L’impotenza sembra essere l’unico carattere dominante di una lunga conversazione, che termina con l’auspicio che quella tragedia finisca in fretta.

Anche qui si sente la necessità di fare qualcosa di più. Da giugno, quando la situazione irachena ha iniziato ad aggravarsi giorno dopo giorno, Un ponte per… si è attivata sostituendo le sue attività culturali con distribuzioni quotidiane di beni di prima necessità in favore delle minoranze in fuga.

Nel frattempo l’Iraq era tornato sulla bocca di tutti. “Le solite guerre, il solito sangue, lì non c’è mai pace”.

La redazione di Osservatorio Iraq intanto - che 10 anni fa vedeva la luce proprio per l’esigenza di fare informazione su un paese che veniva travolto da “una guerra stupida” (parola di Barack Obama) che solo i governi avevano voluto - prendeva appunti, raccoglieva idee, si rendeva conto che dire qualcosa di diverso in quei giorni era certamente importante.

Ma che forse valeva a pena attendere, fermarsi un attimo, riflettere. E così abbiamo fatto.

Con la consapevolezza che la prima vittima della guerra è la verità, abbiamo cercato di riprendere quei fatti, termini e concetti che nell’estate 2014 erano ormai parte del linguaggio comune senza un adeguato approfondimento.

Lo abbiamo fatto a partire da chi sostiene da sempre la popolazione irachena, tutelandone i diritti e costruendo ponti di solidarietà. Insieme, abbiamo raccolto intorno a noi autori che con le loro competenze ed esperienze ci hanno permesso di analizzare i tanti aspetti di questa crisi.

Ma soprattutto, in linea con il nostro lavoro quotidiano, abbiamo cercato di raccontare l'altro Iraq.

Quello della società civile inascoltata dai governi, dei tanti giovani che non hanno mai smesso di lottare per poter vivere dignitosamente costruendo la democrazia; quello dei suoi protagonisti, che giorno dopo giorno resistono in un paese che la guerra ha ridotto in macerie. Quello insomma che scompare dalle cronache, ma che ha più diritto di essere ascoltato.

Da questo piccolo ma intenso lavoro è nato un libro: La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna, appena andato in stampa con la casa editrice “Edizioni dell’Asino”, pronto ormai per essere pubblicato con il contributo di Fondation Assistance Internationale nell'ambito del progetto di sostegno all'Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSS).

“Crisi” perché è ciò di cui si parla sempre più comunemente quando ci si riferisce al Medio Oriente, ma di cui è necessario capire "cause" ed "effetti", per leggere meglio le risposte – spesso inadeguate - che vengono messe in atto.

Con l’intento di approfondire, analizzare e far conoscere l’Iraq al di là delle cronache fredde e immediate, questo volume cerca di tornare alla storia del paese, evidenziando quelle linee di continuità che risultano centrali per comprenderlo meglio oggi.

Soprattutto perché crediamo, in linea con lo spirito che ha guidato il nostro giornale in questi 10 anni, che la conoscenza sia uno strumento fondamentale per essere vicini e solidali all’Iraq e alla sua popolazione.

Anche per questo, i proventi della vendita andranno a sostegno delle attività di solidarietà che Un ponte per… continua a portare avanti giorno dopo giorno, e al lavoro di informazione della redazione di Osservatorio Iraq.

Insieme al nostro direttore, Enzo Mangini, ci saranno Domenico Chirico, direttore di Un ponte per…e Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. Con loro cercheremo di raccontare i momenti più tragici dell’estate irachena, analizzando anche il ruolo che l’Italia ha avuto e continua ad avere.


Di seguito l’indice del libro:

Prefazione. Benzina sul fuoco di Giulio Marcon e Francesco Martone

Introduzione. Iraq. Una storia che non insegna di Stefano Nanni ed Enzo Mangini

ANALISI

Perché la crisi irachena riguarda tutto il Medio Oriente di Roberto Iannuzzi. Incontro con Osservatorio Iraq

Il ritorno del Califfato Islamico sotto la leadership di Abu Bakr al-Baghdadi di Ludovico Carlino

Le risorse economiche del Califfato di Clara Capelli

Il ruolo dei curdi nel caos iracheno di Yasim Tawfik Mustafa

ll sistema politico post-2003 e il potere “settario” di Latif al-Saadi

L’ALTRO IRAQ

Lo Stato fallito e la società civile inascoltata di Martina Pignatti Morano

Persecuzioni, fughe e violenze: una catastrofe umanitaria e politica di Domenico Chirico

Voci dall’altro Iraq... che resiste di Osservatorio Iraq

RISPOSTE DI GUERRA

Armare la crisi di Francesco Vignarca

Il ritorno degli Usa: un nuovo progetto a lungo termine? di Terry Kay Rockefeller

Cronologia essenziale

Il progetto

Dinamo Press
24 10 2014

Ieri pomeriggio le strade di Torpignattara sono state attraversate da un corteo di cittadini e cittadine che hanno deciso di scendere in piazza per dare voce alle loro richieste.

Torpignattara in questo periodo è sbattuta tra le prime pagine di cronaca per diversi episodi d’intolleranza, odio e razzismo. Il corteo di oggi ha voluto raccontare una storia diversa: quella di un quartiere con un tessuto sociale vivo che non accetta di essere strumentalizzato da politiche securitarie, ma che vuole invece arrivare a risolvere problemi attraverso meccanismi di democrazia partecipativa e dal basso.

Torpignattaria è un laboratorio sperimentale capace di dar vita a nuove forme di partecipazione. Da diversi mesi, infatti, madri, commercianti, studenti, pensionati e migranti si incontrano ogni lunedì alle 19.30 nell’ex Aula Consiliare di Piazza della Marranella per cercare soluzioni concrete alle problematiche che attanagliano il quartiere. È un esperimento senz’altro non semplice, con una composizione a dir poco eterogenea, dove storie e vissuti molto distanti tra loro (senza nascondere un notevole sforzo) si intrecciano in confronti e discussioni nella ricerca di risposte comuni. È un esperimento che pensiamo possa essere vincente perché tiene viva la socialità in un quartiere attraversato da mille contraddizioni e oggi sotto attacco sia dalla mala gestione degli amministratori locali, che da chi gode nell’alimentare l’odio e la paura del diverso nella speranza di raccogliere qualche voto.

Torpignattara però, mantiene viva la propria memoria e non si fa ingannare. Non dimentica, infatti, di essere un quartiere multiculturale nato dalle lotte sociali dei “vecchi” migranti e cresciuto con la consapevolezza che l’integrazione e la garanzia dei diritti siano le fondamenta del vivere comune.

Torpignattara ha rivendicato il suo carattere aperto che porta ancora i migranti a scegliere di vivere in questa parte di città dove la diversità è una ricchezza e non una minaccia.

Il corteo di questo pomeriggio ha rispecchiato la composizione dell’assemblea, l’unica presenza estranea è stata quella dei blindati di polizia e carabinieri proprio a ridosso dell’anniversario dell’assassinio di Stefano Cucchi, ragazzo di “Torpigna”. La questura, oltre a non aver permesso il passaggio del corteo da Piazza della Marranella, concessa solo una settimana fa per un’iniziativa di odio e razzismo che il quartiere ha duramente contestato, ha anche impedito ad un gruppo di migranti di unirsi al corteo, allontanandoli e sequestrandogli il furgone con l’amplificazione .

Torpignattara sa di avere bisogno di ben altre risposte rispetto a queste inutili quanto indegne manifestazioni di “sicurezza”: le parole d’ordine che risuonano durante le assemblee sono diritti, cultura e servizi per i nuov* e i vecch* cittadini che popolano il quartiere.

Il corteo è arrivato fino a via Torre Annunziata, sede del V Municipio, e ha preteso e ottenuto che gli Assessori e il Presidente Palmieri scendessero a incontrare e ad ascoltare la piazza, rifiutando la possibilità di far salire una delegazione. Le risposte date sono apparse agli occhi dei cittadin* come le solite promesse mai mantenute. L’unico provvedimento, che non faceva parte delle richieste del corteo e che si pensa possa essere portato avanti, sarà quello dell’aumento dei controlli sul sovraffollamento degli appartamenti, spesso affittati proprio a quella popolazione migrante che negli ultimi vent’anni ha ridato vita al quartiere.

Il Municipio ha paventato appuntamenti e impegni, proponendo fra una decina di giorni un incontro con l’assemblea per constatare lo stato dell’arte. I cittadini e le cittadine di Torpignattara saranno lì ad ascoltare ma già pronti ad immaginare nuove forme di lotta e di riappropriazione del diritto alla loro parte di città.

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