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DINAMO PRESS

#Roma #22o Agorà dei diritti e del welfare

Dinamo Press
22 10 2014

Presidio in piazza Montecitorio dalle ore 16 per rompere il silenzio e prendere la parola verso il #14n mentre il Jobs Act è in discussione nella Commissione lavoro della Camera. Dalle h 16 diretta streaming e twitter.

Venerdì 24 h 14.30 alla Sapienza assemblea del mondo della formazione verso lo sciopero sociale

Ve lo ricordate il famoso “ce lo chiede l’Europa” di montiana memoria? Ecco, con il nuovo corso di Matteo Renzi, saremmo addirittura noi precari, studenti, partite Iva col regime minimi, disoccupati a desiderare la riforma del mercato del lavoro nel senso della distruzione dei diritti acquisiti, Statuto dei lavoratori in primis. La narrazione tossica che ci propina il governo di Renzi è semplice: togliere i diritti a chi ne ha senza darne di nuovi a nessuno.

Non è più tempo di aspettare, il Jobs Act corre tra Senato e Camera – a botte di fiducia – verso l’approvazione, e non sarà di certo la flebile opposizione di palazzo a invertire la rotta. Dobbiamo mobilitarci, unirci, metterci assieme!

Per fare al meglio tutto questo, stiamo organizzando lo sciopero sociale del #14N. Vogliamo incrociare le braccia e insieme incrociare le lotte: perché non vogliamo essere condannati per legge a una precarietà infinita; perché l’articolo 18 va esteso e non eliminato; perché vogliamo un reddito che ci consenta di vivere; perché non vogliamo lavorare senza un minimo salariale dignitoso; perché tante partite Iva non possono subire un carico fiscale pesantissimo senza avere nulla in cambio; perché, da disoccupati, non vogliamo accettare un lavoro a qualsiasi condizione; perché studiare non può essere un lusso per pochi, perché il lavoro gratuito è una vergogna che deve finire.

Invitiamo tutte e tutti – lavoratori, precari, studenti, disoccupati di tutti i tipi – il 22 ottobre in Piazza Montecitorio, a partire dalle ore 16:00, per rompere il silenzio e prendere la parola verso il 14N proprio mentre il Jobs Act è in discussione nella Commissione lavoro della Camera.

Vai al blog scioperosociale.it

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#14N #SCIOPEROSOCIALE

Un tentativo di verità

Dinamo Press
22 10 2014

Un nuovo racconto dagli attivisti italiani che si trovano alle porte di Kobane, che decostruiscono le narrazioni mediatiche dando voce direttamante alla resistenza di curda.

Oggi è stata innegabilmente la giornata più difficile in assoluto, dal nostro arrivo a Suruç-Kobane. Abbiamo riscritto questo report più e più volte, cercando di provare ad essere esaustivi, non banali e a smentire, per quello che possiamo, le tante inesattezze che stanno raccontando i media main stream internazionali.

Che il clima fosse cambiato e che gli eventi stessero rapidamente precipitando lo abbiamo capito fin da questa mattina, quando un signore anziano si è presentato nel Nobet dove abbiamo passato le ultime notti, stringendo tra le mani la foto di un giovane guerrigliero di cui da giorni non riesce ad avere notizie. E' sparito a Kobane.

Avrete notato tutti che ieri, dopo lunghi giorni di omertoso silenzio, Kobane è ricomparsa sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo e non per raccontare onestamente quello che sta succedendo, quanto e come i partigiani sono riusciti ad avanzare a colpi di imboscate notturne e di guerriglia che sono costate all'ISIS 74 perdite solo nell'ultimo giorno.

Neppure per ricostruire le tappe di questa irriducibile resistenza che, come si dice spesso da queste parti, è resistenza contro l'ISIS ma è soprattutto resistenza per l'umanità.

Neppure per denunciare i cinquecento arresti tra Dyarbakir, Ankara e Isanbul alle manifestazioni in sostegno della resistenza curda.

No. I giornali e i telegiornali si sono ricordati di Kobane quando hanno dovuto raccontare, falsando profondamente la realtà, l'intromissione degli americani e l'ingresso dei fantomatici peshmerga sulla scena del conflitto.

Ne è emersa una narrazione retorica ed entusiasta che, soprattutto nelle ultime ore, non corrisponde affatto alla realtà.

Proviamo a fare un po' di ordine e a ricostruire, per quanto possibile, cosa sta realmente accadendo sul confine turco-siriano.

Innanzitutto, per non lasciare nulla alle banalizzazioni, ci teniamo a dire che i peshmerga non hanno nulla a che fare con la resistenza curda. Parliamo infatti dei membri delle milizie del Partito Democratico del Kurdistan iracheno (KDP), che sono quelle stesse milizie che lo scorso agosto hanno di fatti abbandonato le posizioni a ridosso di Sinjar, lasciando spazio alla penetrazione dello Stato Islamico nel Kurdistan iracheno. Il video che ieri li mostrava mentre superavano il confine accompagnati dall'esercito turco a riprova della trasformazione degli equilibri tra coalizione,Turchia e curdi, è in realtà un video girato altrove e che non ha niente a che fare con Kobane.

I partigiani oggi hanno scritto comunicati per smentire le versioni che stava dando il main stream. Comunicati scritti dal fronte a cui nessuno ha dato credito. Noi stessi oggi pomeriggio siamo saliti sulle colline che circondano la città per capire da dove e se ci fosse effettivamente un ingresso. E invece non si è mosso assolutamente nulla.

La realtà è assolutamente diversa. A fronte di una serie di avanzamenti riportati dalla resistenza e dell'inizio vero dei bombardamenti americani, l'Isis ha messo su una sorta di trappola. Ha finto un arretramento, che ha giustificato i toni trionfalisti delle ultime ore, facendo credere che i combattenti dello stato Islamico si stessero dirigendo verso Baghdad.

Ma l'illusione è durata poco. Isis è tornato in forze e ha cominciato a bombardare la città, uccidendo 11 partigiani e avanzando nuovamente. Si combatte senza sosta e la città è nuovamente in pericolo.

Scriviamo rapidamente quello che ci succede attorno in questi istanti e quello che sappiamo con certezza.

Dal punto di vista complessivo ci sentiamo innanzitutto di dire che di tutte queste ridefinizioni ciniche e strategiche i partigiani sono gli ultimi ad essere informati e che ieri sera qui c'era ancora chi non sapeva quello che i media raccontavano da ore.

Sappiamo sicuramente che tutto è molto più complesso della telefonata polite and friendly che il Presidente americano Barcak Obama avrebbe fatto ad Erdogan per stabilire un nuovo modo di gestione della frontiera turco-siriana e per definire di fatto le regole dell'improvvisa intromissione degli Stati Uniti.

Una intromissione che da queste parti si percepisce in modo unanime come la frettolosa e goffa salita sull'ipotetico carro del vincitore, semmai ci fosse vittoria e il tentativo di scalzare da quel carro i partigiani, delegittimando quello che hanno fatto da soli in queste settimane.

E' un fatto che solo negli ultimi giorni i bombardamenti della coalizione abbiano cominciato ad agire in modo più o meno coordinato con la resistenza e dunque a dare un sostegno efficace alla stessa.

Così come è un fatto che prima di queste ultime ore la stessa coalizione abbia colpevolmente taciuto e non abbia fatto pressione in alcun modo sull'amico Erdogan per aprire il confine e far passare armi, rinforzi e medicinali.

Questa connivente omertà è costata tantissimo al Rojava in termini di perdite umane e di continue emergenze sanitarie e sociali, che hanno stremato ulteriormente questi territori.

Nulla accade per caso. Stando qui l'abbiamo capito ancora meglio.

L'apertura vera di quel varco scompaginerebbe radicalmente la gestione della guerra permanente e la sua modalità di spettacolarizzazione di cui ancora si serve l'imperialismo contemporaneo. Dal confine passerebbero migliaia di uomini e donne che spontaneamente e in maniera autorganizzata sono accorsi da tutta la Turchia (e non solo) in difesa del Rojava. Si imporrebbe nell'immaginario l'idea che dal basso, dalla terra, metro dopo metro, donna dopo donna, uomo dopo uomo, si può conquistare la libertà.

E invece a questa immagine orizzontale, a questa invasione di corpi senza potere, il main stream ha sostituito quella dei paracadute che dall'alto, come per mano di una divina provvidenza che risolve le sorti di ogni barbarie, calano medicine ed armi sulla testa dei partigiani distrutti e stanchi.

E' un'immagine, solo un'immagine, costantemente evocata nelle ultime ore da ogni media. Ma nel nostro mondo le immagini contano e questa geometria verticale non può non indignare chi, con animo partigiano, difende Kobane dall'ISIS, ma anche dagli opportunismi turco-americani che all'oggi provano ad accaparrarsi i risultati della resistenza curda.

C'è probabilmente una debolezza particolare di cui soffre questo conflitto, una debolezza data dalle condizioni, dalle difficoltà, dalla distrazione del giornalismo indipendente occidentale e non solo.

La resistenza di Kobane gode di pochissime voci contro-narrative e questo silenzio consente queste performance orribili a cui si sta prestando a giorni alterni il main stream, senza avere nessuna forma di contraddittorio.

Noi siamo qui e attorno a noi sono pochissime le voci giunte per raccontare sul serio quello che accade. Noi proviamo a fare la nostra parte ma non è affatto facile.

La stessa Kobane sta assumendo le tinte di un luogo senza fisionomia. Entro le mura sono pochissime le immagini, i documenti, le possibilità di dare contenuto visivo a quello che succede. Stereotipi ed icone stanno sostituendo rapidamente la realtà.

Quando si lascia troppo spazio all'immaginazione è chiaro che chi ha mezzi potenti per colonizzarla ne approfitta in grande stile e così, se non stiamo attenti, gli americani rischiano di mettere la firma sotto cose alle quali non hanno mai preso parte. Tutto questo mentre i media raccontano cose sbagliate, danno credito a video girati altrove e mostrano come in via di pacificazione una zona dove ancora si muore.

Abbiamo bisogno di fare uno sforzo, e per questo vi chiediamo aiuto nelle divulgazione di questi testi (scritti ogni giorno frettolosamente e in condizioni precarie), affinché la resistenza resti nelle mani di chi ha resistito e il Rojava resti quello che era prima di questa storia: una regione autonoma e libera, dalle nazioni, dai fanatismi religiosi e dalle spartizioni strategiche del potere.

Dinamo Press
21 10 2014

La mannaia del decreto Sblocca Italia si abbatte su scuola ed università.

La finanziaria arriva in discussione alla Camera carica di tagli alle regioni che si riveleranno fatali per settori quali la sanità, i trasporti, e chiaramente la scuola e l'università.

I 150 milioni di euro stanziati per il diritto allo studio verranno posti sotto il patto di stabilità, subiranno un netto ridimensionamento quindi; inoltre le regioni dovranno erogare allo stato 560 milioni entro la fine del 2014, non è difficile prevedere quanto questi tagli graveranno sul diritto allo studio. Nel diabolico “ping-pong” fra governo ed enti locali a soccombere sarà l'istruzione pubblica.

Si prevede che da qui al 2015 le borse di studio, già fra le più basse d'Europa, diminuiranno da 130.000 a 50.000. Saranno sempre di più quindi gli studenti idonei non vincitori, coloro i quali per una grottesca e drammatica circostanza verificabile solo in Italia, non possono godere delle borse di studio che invece gli spetterebbero secondo i criteri stabiliti dagli stessi enti per il diritto allo studio. Più della metà degli studenti vincitori di borsa non riceveranno un centesimo di quel che gli spetta!

È il caso di ricordare che le tasse universitarie pagate dagli studenti, che coprono già metà dei fondi per il diritto allo studio, sono fra le più alte d'Europa! Mentre le borse di studio sono totalmente inadeguate: contano di appena 3500 euro annui, una cifra ridicola rapportata al costo della vita nelle città italiane, e spettano attualmente ad appena il 7% degli iscritti.

Del diritto allo studio non resta che una formalità. Prende piede il modello del “prestito d'onore” invece: tramite l'operazione del “Prestito BancoPosta Studi” Poste Italiane eroga finanziamenti “agevolati” agli studenti e alle rispettive famiglie con un tasso d'interesse al 10%, degno di un usuraio. Sul meccanismo del debito, mascherato dalla meritocrazia, va riconfigurandosi il sistema formativo in Italia, e al diritto allo studio subentra un “diritto al debito”: per studiare devi indebitarti verso lo stato, la regione, la famiglia. Debito equivale a ricatto: lo studente si trova costretto a lavorare, essere efficiente e produttivo, stare nei tempi, non si sa bene cosa c'azzecchi tutto questo con lo studio.

L'istruzione, più che un diritto di tutti, sembra una grande occasione di profitto per qualcuno. Una sottilissima ed esigua linea tracciata da 50.000 borse di studio, a fronte di quasi 2 milioni di iscritti, rimarrà a separare l'università pubblica da quella privata.

Il 10 ottobre però gli studenti hanno acceso l'autunno riempiendo strade e piazze in giro per l'Italia, indicando una strada alternativa alla Buona Scuola del governo Renzi, contro il meccanismo dell'indebitamento e contro la privatizzazione di scuola e università. Per non diventare “operai del sapere”, messi a regime e resi produttivi, per sabotare una scuola che controlla e seleziona anziché formare, lo sciopero per l'istruzione pubblica e gratuita fino ai livelli più alti è il primo e indispensabile passo.

Vergogna razzista alla scuola di Casalbertone

Dinamo Press
21 10 2014

Lunedì 13 e martedì 14 ottobre Casalbertone ha conosciuto una vergognosa pagina di razzismo. Militanti di Casapound, sotto gli occhi della polizia, impediscono l’ingresso agli studenti stranieri.


Uno sparuto gruppo di sedicenti “genitori”, di esponenti di Casapound e della Lega Nord ha impedito l'ingresso di studenti stranieri e insegnanti del Quarto Centro territoriale permanente, bloccandone le attività. La sede del Ctp è situata all'interno della scuola media del quartiere, l’ex “Lucio Lombardo Radice”, ora succursale dell’Istituto Comprensivo “Luigi Di Liegro”.

A detta di questi provocatori a caccia di voti, l'azione intimidatoria avrebbe dovuto essere una protesta contro la compresenza di minori e adulti negli stessi spazi, cosa rivelatasi del tutto infondata. A spalleggiare gli autori dell'intimidazione dell'altro giorno c'è sempre lui: il leghista Mario Borghezio, lo stesso che venne cacciato da insegnati e genitori mentre faceva campagna elettorale davanti a una scuola di Torpignattara. Il parlamentare europeo, incurante che l’obbligatorietà per i migranti di sostenere i test di italiano è stata istituita nel 2010 dal ministro leghista Maroni, ha scritto su Facebook “Stop invasione! Prima la nostra gente!”. Ecco di cosa si tratta: una campagna razzista che da tempo avvelena i quartieri romani con notizie false portata avanti da un'alleanza senza scrupoli di seminatori d'odio. Un patto tra gli autoproclamatisi eredi del fascismo italico e i padani che sputano sui tricolori.

Nel corso delle due concitate mattine, i responsabili della scuola hanno chiamato le forze dell'ordine. Intervenuta sul posto, la polizia non ha fatto nulla per impedire l'azione dei razzisti. Al contrario, ha fatto un sopralluogo all'interno dei locali, accertandone la regolarità. Accesso alla struttura, aule e servizi igienici utilizzati dagli studenti adulti sono nettamente separati da quelli utilizzati dagli alunni delle medie, come prescrive la legge.

Ma cosa sono i Centri territoriali permanenti? E perché i razzisti li disprezzano? Molti forse ricorderanno il film “La mia classe” con Valerio Mastandrea nei panni dell’insegnante di italiano, che tanto successo ha avuto al Festival di Venezia. Ma non tutti sanno che la legge che istituisce servizi come quello di Casalbertone parla chiaro: i Ctp hanno lo scopo di svolgere attività di formazione permanente. Le attività si tengono da sempre all'interno degli istituti scolastici, rispettando le norme in materia di tutela dei minori e promuovendo la funzione inclusiva delle scuole. La scuola, da sempre, è e deve essere di tutti.

La sede distaccata del quarto Ctp di Casalbertone è attiva dal 2009. In questi anni non si è mai verificato nessun episodio spiacevole né è sorto alcun problema per la compresenza delle attività. Peraltro, la maggioranza degli studenti stranieri frequentano la scuola per adempiere a un obbligo imposto dalla legge: per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno è obbligatorio frequentare un corso di lingua italiana e di educazione civica. Altri si iscrivono al Ctp per prendere la licenza media.

Secondo i razzisti, la scuola sarebbe “invasa da centinaia di immigrati”. Ma il numero degli stranieri frequentanti è esiguo. Su un totale di circa 80 iscritti, la presenza contemporanea è in media di 15-20 persone. Il massimo delle presenze, che si raggiunge solo nei giorni degli esami, è di 40 studenti, a fronte di circa 190 alunni della scuola media.

È evidente l'intento pretestuoso dell'azione che cavalca il clima di xenofobia e razzismo, per fomentare odio e paura, creare divisioni e lacerazioni nei quartieri della nostra città. Come associazione Yo Migro, attiva da anni nel territorio, abbiamo costruito una relazione di collaborazione positiva con il Ctp di quartiere. Sappiamo bene che la sua presenza a Casalbertone costituisce una ricchezza per tutti. È un servizio utile a diffondere conoscenze reciproche: aiuta a superare diffidenze e incomprensioni. Un antidoto alla violenza e all'incomunicabilità tra i tanti che vivono i nostri territori.

Il Ctp è determinato a non cedere a questa intimidazione e riprendere al più presto le attività nella sua sede istituzionale. Il quartiere di Casalbertone intende respingere a testa alta questo attacco violento di chiaro stampo fascista e razzista.


Associazione di promozione sociale Yo Migro
RM_ResistenzeMeticce

Lavorare senza padroni in Europa

Dinamo Press
21 10 2014

Cinque esperienze di autogestione produttiva nello spazio euro-mediterraneo: da Marsiglia a Salonicco, da Istanbul a Roma e Milano, un viaggio nelle sperimentazioni di lavoro senza padroni.

Ri Maflow vuole vivere: appello internazionale a sostegno della fabbrica recuperata di Milano. Leggi anche: l'appello internazionale a sostegno di Officine Zero e quello a sostegno della Kazova di Istanbul

Articolo pubblicato su diagonalperiodico.net

Marsiglia. Fralib: un elefante vittorioso

C’è un elefante che in Francia si è trasformato in un simbolo di lotta. E’ l’elefante conosciuto come logo di un famoso thè prodotto a livello locale, da oltre 120 anni, nello stabilimento della fabbrica Fralib a Gemenòs, nell’area metropolitana di Marsiglia, a poco più di venti chilometri dalla città. La multinazionale Unilever, proprietaria del marchio Thè Elephant e del marchio Lipton, ha deciso di chiudere lo stabilimento nel settembre 2010 per delocalizzare la produzione in Polonia, alla ricerca di una mano d’opera più a buon mercato. Ben 182 lavoratori son rimasti senza lavoro, ma hanno reagito prontamente occupando la fabbrica. Da quel momento hanno cominciato a lottare, sostenuti dal sindacato, rivendicando non solo i salari arretrati, ma anche il diritto a mantenere il proprio posto di lavoro autogestendo la produzione. Assieme a tutto questo, hanno lanciato e fatto vivere una campagna di boicottaggio della Lipton e Unilever a livello transnazionale.

Lo scorso 26 maggio 2014, dopo 1336 giorni di lotta e occupazione della fabbrica, i lavoratori hanno ottenuto una storica vittoria legale contro la Unilever, la quarta impresa alimentare più grande al mondo. Nonostante la Fralib non ha potuto mantenere il logo Elephant, lo scorso luglio i lavoratori hanno finalmente potuto ricominciare la produzione di thè e di infusi di erbe naturali. Inoltre la cooperativa Scop Ti ha potuto riprendere la produzione di thè e infusi naturali in forma autogestita, ottenendo 20 milioni di euro di indennizzo dalla multinazionale Unilever per i danni causati dalla chiusura della fabbrica. Grazie a questa vittoria, gli attuali sessanta lavoratori della fabbrica Fralib sono tornati ai loro posti di lavoro, però stavolta in una fabbrica sotto controllo operaio. Non solamente adesso lavorano senza padrone, ma hanno sostituito agli aromi chimici i prodotti biologici e naturali provenienti dalla cooperative di produttori locali, all’interno di un circuito di economia solidale e alternativa.

“Da qui non torniamo indietro” dice Rima, operaia della Fralib da diversi anni,che ha iniziato a lavorare con contratti precari mentre adesso è parte integrante, a pienidiritti, della cooperativa. “Da quando abbiamo iniziato la nostra lotta, ci siamo resi conto di essere entrati in una tappa molto importante rispetto al nostro percorso di liberazione come lavoratori e come cittadini; abbiamo avuto bisogno di molta forza, di molta energia, per questo adesso dobbiamo andare avanti, senza fermarci né avere paura” conclude Rima.

 

Kazova: “Non è un sogno ma una necessità”

Istanbul ha vissuto oltre un anno di mobilitazioni moltitudinarie a partire dal conflitto di Gezi Park, animato da movimenti sociali, sindacati conflittuali e altre esperienze di lotta contro l’autoritarismo del governo, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione immobiliare e il saccheggio dei beni comuni. La storia degli operai della fabbrica Kasova nasce all’interno di questo contesto, diventando la prima fabbrica occupata ed autogestita ad Istanbul dagli anni settanta. La lotta della Kazova è nata a partire dalla relazione con tutte queste esperienze di conflitto, tra cui la fabbrica occupata Greif (sgomberata nel mese di maggio del 20914 dalla polizia) e il giornale Karsi, occupato ed autogestito dai suoi lavoratori.

La Diren Kazova (Kazova Resiste) si trova ad Osmanbey, un quartiere operaio tessile con una forte tradizione di lotta, vicino piazza Taksim e Gezi Park. Durante gli ultimi sei mesi di produzione dello stabilimento tessile, il padrone iniziò ad abbassare i salari, a licenziare diversi lavoratori e ridurre la produzione. Quando gli operai si resero conto dei piani del padrone, decisero in assemblea di occupare la fabbrica e difendere i macchinari, scontrandosi con la polizia e resistendo sia ai tentativi di sgombero che a minacce e attacchi violenti durante le notti di occupazione.

In assenza di esperienza sinedacale, e di appoggio dei sindacati alla loro lotta, gli operai hanno però ricevuto un forte sostegno dai vicini e da diversi gruppi politici. “Nei mesi della lotta abbiamo costruito forti relazioni con i vicini, che, resisi conto delle minacce di sgombero, hanno cominciato a farci visita, sostenerci, ad essere presenti in fabbrica durante l’occupazione. Al tempo stesso abbiamo creato una forte connessione con il Forum del quartiere [i forum sono le forme di organizzazione territoriali del movimento di Gezi Park], tutto questo è stato fondamentale, fin dall’inizio, per il successo della nostra lotta ” ci dice Bulent, uno degli operai della Kazova. “Senza salari e senza alcun ammortizzatore sociale, sono stati momenti molto difficili”. Vediamo anche qui come la solidarietà e il sostegno popolare, in particolare quello dei forum, sono stati decisivi assieme alla determinazione degli operai stessi.

In questo momento, gli operai della Kazova stanno lottando per il possesso dei macchinari che sono riusciti a portare con sé dopo il definitivo fallimento dell’impresa. La necessità di ri-cominciare a produrre per avere entrateper i lavoratori riunitisi ora in cooperativa è una questione centrale, una urgenza economica, ma anche politica: per dimostrare così che è davvero possibile produrre senza padroni, in forma autogestita.

“Vogliamo dare vita ad una campagna per ottenere il riconoscimento del nostro diritto a lavorare e produrre senza padroni” dice ancora Bulent, “vogliamo ridurre l’orario di lavoro, migliorare le nostre condizioni di vita, lavorare in forma autogestita; sappiamo che non è facile, ma vogliamo provarci. Non è un sogno, è la necessità di mantenere il posto di lavoro, per sopravvivere in maniera dignitosa”

 

Salónicco: Lavoro senza padroni alla Viome

Da due anni va avanti una lotta, diventata ormai un simbolo importante per tutta Europa, di lavoro senza padroni a Salonicco, città industriale nel nord della Grecia. E’ quella di una fabbrica abbandonata dai suoi padroni, dimenticata dallo stato e dal governo, ignorata dal sindacalismo confederale. Una fabbrica in cui, così come in tante altre in Grecia e nell’Europa del sud, i lavoratori sono stati licenziati dal padrone in vista del fallimento. Nel 2011 però, i lavoratori della Viome, riuniti in assemblea, hanno deciso di occupare la fabbrica, e di prendere in mano la produzione, ispirandosi ancora una volta all’esperienza delle fabbriche recuperate argentine.

“E’ grazie alla solidarietà che ci è arrivata che abbiamo potuto recuperare i nostri posti di lavoro, la dignità delle nostre famiglie, e continuare con passione e con forza la nostra lotta” ci dice Makis, uno dei lavoratori della Viome. Così come nelle esperienze argentine, il recupero della fabbrica di materiale edile sarebbe stato impossibile senza le reti di sostegno e solidarietà attivate dai cittadini e dai movimenti sociali.

Un elemento centrale del ripensamento della produzione, sostengono gli operai della Viome, è ripensare la produzione rispetto alle necessità della società e del cambiamento sociale. In primo luogo, in base alle necessità degli operai stessi, non solo a livello economico ma anche dal punto di vista della sostenibilità del ritmo di lavoro, della sicurezza, delle loro relazioni sociali e di lavoro. Ma la produzione deve essere pensata anche in base alle necessità della società, delle comunità locali, delle reti di sostegno alla fabbrica occupata, dei vicini, dell’ambiente. Da oltre un anno la cooperativa Viome ha cominciato a produrre detergenti biologici.

La fabbrica recuperata, affermano i lavoratori, è un patrimonio comune, non appartiene ad un padrone ma nemmeno agli operai, ma “è parte di una lotta molto più grande”. Il processo di autogestione trasforma le pratiche quotidiane in base ai principi della democrazia diretta, basata sulla partecipazione di tutti i soci della cooperativa e dei soci-solidali alle decisioni assembleari. “Ogni giorno ci incontriamo in fabbrica al mattino e decidiamo in assemblea durante laprima ora di lavoro cosa e come produciamo in quella giornata” ci racconta Dimitris, altro lavoratore della Viome” e una volta al mese abbiamo l’assemblea generale di tutti i soci della cooperativa, in cui affrontiamo tutte le questioni relative alla gestione del posto, alla produzione ma anche la complessità delle questioni politiche”. Iniziano a lavorare alle sette del mattino, finiscono alle tre del pomeriggio. “Eravamo abituati a lavorare sotto padrone” dice Alexandros, “mentre adesso stiamo imparando a farlo per noi stessi”.

 

Roma e Milano - Recuperando Officine Zero e Ri-Maflow

In Italia esistono molte esperienze di imprese trasformatesi in cooperative che stanno sperimentando forme di gestione della produzione differente grazie alla legge Marcora, ma ci focalizziamo su due esperienze nate all’interno delle esperienze di resistenza e dei conflitti contro le politiche neoliberali nella crisi: Officine Zero di Roma e Ri-Maflow di Milano.

Il progetto di riconversione produttiva di Officine Zero è nato a partire dalla lotta degli operai della RSI, stabilimento di manutenzione dei treni situato nel quartiere di Casalbertone, nei pressi della stazione Tiburtina, rinnovata a forza di speculazioni sul territorio per diventare il centro del traffico dei treni ad alta velocità. La fabbrica è fallita nel 2011in seguito alla crisi del settore ferroviario e della gestione dei padroni dell’impresa, che lentamente avevano diminuito la produzione e licenziato buona parte degli operai.

Il 20 febbraio 2012 gli ultimi 33 operai licenziati decisero di occupare la fabbrica per rivendicare il pagamento dei salari arretrati, ricevendo un forte sostegno dalle reti territoriali, dai centri sociali e dal movimento studentesco. La fabbrica si aprì così alla società e si è mise in moto un processo politico pubblico assembleare chiamato “Pazza Idea”, un progetto di lotta e di lavoro comune tra settori differenti del mondo del lavoro, a partire dal sostegno sociale della lotta operaia contro i padroni ma con il nuovo obiettivo di riconvertire e autogestire la produzione in forma collettiva e cooperativa nella fabbrica occupata.

Lo sbocco politico di questo percorso assembleare è la nascita di Officine Zero (zero sfruttamento, zero padroni e zero inquinamento) un progetto di riconversione produttiva con all’interno diversi progetti cooperativi, uniti dalla sperimentazione comune di sperimentare nuovi modelli di lavoro,di relazioni sociali e lavorative basate sull’autogestione produttiva e sulla cooperazione. La costruzione di una alternativa concreta è articolata a partire dalla composizione di diversi progetti: officine artigianali, un progetto di riuso e riciclo,con l’utilizzo dei vecchi macchinari riattivati dagli ex-operai e da nuovi artigiani, uno spazio di common working, uno studentato autogestito e una mensa popolare. Inoltre si trova ad Officine la sede di CLAPsportello di assistenza legale gratuita e sperimentazione di sindacalismo metropolitano, autorganizzato e basato sulla solidarietà,la lotta comune e la costruzione di connessioni tra lavoratori, precari ed autonomi.

Sempre la questione del riuso e riciclo è parte fondamentale del progetto di recupero della Ri Maflow, altra fabbrica recuperata in Italia, di Trezzano sul Naviglio, nei pressi di Milano. La Ri Maflow è stata occupata dagli operai dopo il fallimento e la maggior parte degli occupanti hanno formato la cooperativa aprendo la fabbrica alla comunità a partire dai mercati dell’usato e da altri progetti territoriali, che sono diventati espazi fondamentali dell’economia solidale a livello territoriale, ma anche di lotta ed organizzazione politica.

 

Connessioni tra le fabbriche recuperate

Nell’ultimo anno si sono tenuti diversi momenti ed eventi all’interno di un processo di costruzione di uno spazio politico di connessione, dibattito e solidarietà tra le fabbriche recuperate nello spazio europeo. Durante il secondo meeting di Agora99, incontro dei movimenti sociali su debito diritti e democrazia, tenutosi a Roma nel mese di novembre 2013, e poi nel mese di gennaio 2014 con il primo incontro regionale euro-mediterraneo Economia dei lavoratori presso la Fralib di Marsiglia. In questa occasione operai dellefabbriche recuperate, ricercatori ed attivisti provenienti dall’Europa e dall’America Latina si sono incontrati per connettere esperienze di autogestione, dibattere, approfondire e mettere in comune analisi ed esperienze di lotta, cominciando ad articolare e costruire reti di solidarietà e mutualismo per rafforzare le esperienze di autogestione. Si è così cominciato a costituire uno spazio di dibattito, scambio e ricerca/inchiesta a partire dall’esperienza argentina di ricerca portata avanti da Andrès Ruggeri con il programma Facultad Abierta della UBA, e dal sito workerscontrol.net presentato in questa occasione da Dario Azzellini, un sito di ricerca, approfondimento e dibattito globale sull’autogestione operaia. Il prossimo incontro internazionale è previsto in Venezuela nel mese di luglio del 2015.

Pubblicato in lingua spagnola su diagonalperiodico.net - traduzione in italiano a cura degli autori

*parte di Officine Zero e del gruppo di ricerca sulle esperienze di fabbriche recuperate nello spazio euro-mediterraneo.

Vergogna razzista alla scuola di Casalbertone

Dinamo press
17 10 2014

Lunedì 13 e martedì 14 ottobre Casalbertone ha conosciuto una vergognosa pagina di razzismo. Militanti di Casapound, sotto gli occhi della polizia, impediscono l’ingresso agli studenti stranieri.

Uno sparuto gruppo di sedicenti “genitori”, di esponenti di Casapound e della Lega Nord ha impedito l'ingresso di studenti stranieri e insegnanti del Quarto Centro territoriale permanente, bloccandone le attività. La sede del Ctp è situata all'interno della scuola media del quartiere, l’ex “Lucio Lombardo Radice”, ora succursale dell’Istituto Comprensivo “Luigi Di Liegro”.

A detta di questi provocatori a caccia di voti, l'azione intimidatoria avrebbe dovuto essere una protesta contro la compresenza di minori e adulti negli stessi spazi, cosa rivelatasi del tutto infondata. A spalleggiare gli autori dell'intimidazione dell'altro giorno c'è sempre lui: il leghista Mario Borghezio, lo stesso che venne cacciato da insegnati e genitori mentre faceva campagna elettorale davanti a una scuola di Torpignattara. Il parlamentare europeo, incurante che l’obbligatorietà per i migranti di sostenere i test di italiano è stata istituita nel 2010 dal ministro leghista Maroni, ha scritto su Facebook “Stop invasione! Prima la nostra gente!”. Ecco di cosa si tratta: una campagna razzista che da tempo avvelena i quartieri romani con notizie false portata avanti da un'alleanza senza scrupoli di seminatori d'odio. Un patto tra gli autoproclamatisi eredi del fascismo italico e i padani che sputano sui tricolori.

Nel corso delle due concitate mattine, i responsabili della scuola hanno chiamato le forze dell'ordine. Intervenuta sul posto, la polizia non ha fatto nulla per impedire l'azione dei razzisti. Al contrario, ha fatto un sopralluogo all'interno dei locali, accertandone la regolarità. Accesso alla struttura, aule e servizi igienici utilizzati dagli studenti adulti sono nettamente separati da quelli utilizzati dagli alunni delle medie, come prescrive la legge.

Ma cosa sono i Centri territoriali permanenti? E perché i razzisti li disprezzano? Molti forse ricorderanno il film “La mia classe” con Valerio Mastandrea nei panni dell’insegnante di italiano, che tanto successo ha avuto al Festival di Venezia. Ma non tutti sanno che la legge che istituisce servizi come quello di Casalbertone parla chiaro: i Ctp hanno lo scopo di svolgere attività di formazione permanente. Le attività si tengono da sempre all'interno degli istituti scolastici, rispettando le norme in materia di tutela dei minori e promuovendo la funzione inclusiva delle scuole. La scuola, da sempre, è e deve essere di tutti.

La sede distaccata del quarto Ctp di Casalbertone è attiva dal 2009. In questi anni non si è mai verificato nessun episodio spiacevole né è sorto alcun problema per la compresenza delle attività. Peraltro, la maggioranza degli studenti stranieri frequentano la scuola per adempiere a un obbligo imposto dalla legge: per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno è obbligatorio frequentare un corso di lingua italiana e di educazione civica. Altri si iscrivono al Ctp per prendere la licenza media.
Secondo i razzisti, la scuola sarebbe “invasa da centinaia di immigrati”. Ma il numero degli stranieri frequentanti è esiguo. Su un totale di circa 80 iscritti, la presenza contemporanea è in media di 15-20 persone. Il massimo delle presenze, che si raggiunge solo nei giorni degli esami, è di 40 studenti, a fronte di circa 190 alunni della scuola media.

È evidente l'intento pretestuoso dell'azione che cavalca il clima di xenofobia e razzismo, per fomentare odio e paura, creare divisioni e lacerazioni nei quartieri della nostra città. Come associazione Yo Migro, attiva da anni nel territorio, abbiamo costruito una relazione di collaborazione positiva con il Ctp di quartiere. Sappiamo bene che la sua presenza a Casalbertone costituisce una ricchezza per tutti. È un servizio utile a diffondere conoscenze reciproche: aiuta a superare diffidenze e incomprensioni. Un antidoto alla violenza e all'incomunicabilità tra i tanti che vivono i nostri territori.

Il Ctp è determinato a non cedere a questa intimidazione e riprendere al più presto le attività nella sua sede istituzionale. Il quartiere di Casalbertone intende respingere a testa alta questo attacco violento di chiaro stampo fascista e razzista.
Riportiamo alcune testimonianze raccolte mercoledì 15 ottobre davanti alla scuola.

Associazione di promozione sociale Yo Migro
RM_ResistenzeMeticce

diritto all'abitareRete degli spazi sociali e autogestiti, Dinamopress
16 ottobre 2014

Suscita rabbia e preoccupazione la notizia dell'ennesimo pronunciamento negativo espresso dal tribunale del riesame riguardo la revoca delle misure cautelari imposte ormai da mesi a Paolo Di Vetta, Luca Fagiano e ad altri attivisti dei movimenti per il diritto all'abitare.

Dentro ed oltre il #16O

Dinamo Press
15 10 2014

Il 16 ottobre i facchini in tutta Italia sciopereranno dopo mesi di lotte durissime nel settore della logistica, un contributo da GlobalProject.info per connettere la giornata di domani con lo sciopero sociale del 14n.

Il 16 ottobre i facchini di tutta Italia sciopereranno per portare avanti una piattaforma generale di rivendicazioni. Da Milano a Napoli, da Bologna ad Ancona, da Parma a Torino, per un'intera giornata i lavoratori di questo settore, tanto strategico per l'economia contemporanea quanto oggetto di forte sfruttamento, incroceranno le braccia per chiedere maggiori diritti e salari: possibilità di scegliere se essere socio o lavoratore, malattia e infortuni pagati al 100%, pieno accesso agli ammortizzatori sociali. Sono ormai almeno tre anni che nella logistica si è sviluppato un movimento di lotta generalizzato e diffuso che, opponendosi al sistema marcio delle cooperative, è riuscito a strappare migliori condizioni di vita e lavoro tramite vertenze dure e manifestazioni di solidarietà. Protagonisti di queste lotte sono stati perlopiù facchini e facchine migranti e nuove sigle sindacali che hanno avuto il merito di anteporre alla logica della contrattazione quella della rivendicazione.

Un movimento quello dei lavoratori della logistica che sembra andare in controtendenza rispetto al resto del paese dove il governo Renzi ha appena ricevuto un mandato in bianco dal Parlamento per smantellare le ultime tutele rimaste all'interno del mondo del lavoro. La retorica del nuovismo (“bisogna cambiare”) e quella dei garantiti (“c'è chi ha tanto e chi ha poco”) sono servite al premier per giustificare l'elaborazione della seconda parte del JobsAct, che insieme al decreto Poletti riscrive a fondo le regole del rapporto capitale/lavoro in Italia. Riforma degli ammortizzatori sociali, delle forme contrattuali e dei centri per l'impiego: la logica di fondo è quella di legare sempre di più il welfare alla prestazione lavorativa e sottomettere quest'ultima all'arbitrio costante del datore di lavoro. Il risultato non sarà di certo quello di aumentare i livelli occupazionali, né di rimettere in moto la crescita o di migliorare le retribuzioni (a riguardo la proposta di versare direttamente il tfr ogni mese in busta paga piuttosto che alla fine suona come una pessima mossa di ragioneria politica). L'obiettivo vero del JobsAct è quello di distruggere qualsiasi residua forma di autonomia da parte dei lavoratori rispetto alla controparte padronale. Il tentativo di introdurre un contratto a tutele crescenti e farla finita con l'articolo 18 è esemplificativo di tutto ciò: proviamo ad immaginarci se le lotte della logistica avessero potuto esprimere la stessa radicalità qualora le cooperative avessero potuto licenziare senza giustificazioni i facchini più “problematici”. La risposta è scontata. Ancora più preoccupante però è la mancanza di un'opposizione sindacale forte a queste politiche da parte dei confederali, ormai più cinghia di trasmissione del potere che associazione di parte.

Di fronte ad una delle più grosse rapine politiche degli ultimi anni, furto di diritti e salari, le lotte della logistica parlano a tutti noi, all'intera società e ci dicono che, pur con mille difficoltà, è ancora possibile e giusto rivendicare una vita e un lavoro migliore. Ci dicono che è uniti è possibile vincere. Ci dicono che non è necessario avere alle spalle grossi sindacati o partiti per organizzarsi. Ci dicono che la lotta sul salario assume sempre di più i contorni di una lotta per i tempi e le forme di vita. Ci dicono che la solidarietà è un'arma potente perché se toccano uno toccano tutti. Ci dicono che la tristezza della rassegnazione non ha spazio quando si ha il coraggio di costruire nuovi diritti.

Per questo giovedì 16 ottobre saremo in tanti e tante davanti ai cancelli dei magazzini della logistica, davanti alle prefetture in corteo nelle città dove siamo presenti, perché non sarà qualcun altro a dirci come e quando cambieranno le cose, perché saremo noi a cambiare il nostro presente, perché di fronte alla rassegnazione e alla complicità possiamo reagire solo con la gioia della lotta, come hanno fatto studenti e insegnanti il 10 ottobreriprendendosi il diritto all'istruzione contro il patto educativo Renzi/Giannini (altroché “buona scuola”), come faremo il 14 novembre dando vita insieme a tanti e tante ad uno sciopero sociale diffuso e generalizzato.

Roma, venerdì 17 in piazza con Kobane

Dinamo Press
14 10 2014

Sosteniamo e parteciamo alla manifestazione indetta dalla comunità curda a Largo Argentina venerdì 17 ottobre a partire dalle 16.00, scendiamo in strada per dire che "Kobane non è sola".

Dal 15 settembre 2014 l'ISIS ha lanciato una grande campagna militare su più fronti contro la regione curda di Kobanê (in arabo: Ayn Al-Arab) in Rojava/nord della Siria. Questo è il terzo assalto di ISIS contro Kobanê dal marzo 2014.

Gli attacchi a Kobanê fanno parte di un piano generale volto all'annientamento del potere politico dei curdi in Rojava, nord della Siria. Le bande di ISIS sono state sostenute in questo dai militari turchi, sia logisticamente sia politicamente. Il piano ultimo della Turchia è “l'occupazione del Rojava Kurdistan”, esercitando pressione internazionale per creare una zona cuscinetto nella regione. La pre-condizione per la creazione di una zona zona cuscinetto/no-fly zone, è svuotare Kobanê dalle persone. E distruggere l'auto-governo istituito dai curdi nel corso degli ultimi due anni.

KOBANÊ NON E' SOLA!

Venerdì 17 ottobre

Presidio/assemblea a Roma – Largo Argentina dalle 16.00 alle 19.00

Disarmare ISIS e isolare gli Stati che lo sostengono (Arabia Saudita, Qatar, Turchia)

Aprire immediatamente un corridoio al confine turco che consenta aiuti umanitari e rifornimenti alle forze di difesa kurde delle YPG/YPJ che stanno eroicamente difendendo Kobane

Riconoscere l'autonomia democratica del Rojava (Kurdistan occidentale) in Siria, esempio di autogoverno e convivenza pacifica fra popoli, religioni, culture diverse, contro il totalitarismo di ISIS

DIFENDIAMO KOBANÊ!

PACE IN KURDISTAN E PER TUTTI I POPOLI DEL MEDIO ORIENTE!

– Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Jobs Act, passo dopo passo verso lo sciopero sociale

Dinamo Press
14 10 2014

Mentre il Jobs Act continua il suo percorso in Parlamento, organizziamo lo sciopero sociale del 14N: 22 ottobre Piazza Montecitorio agorà dei diritti e del welfare, 2 novembre incontro nazionale a Roma, 7 novembre giornata di mobilitazione nazionale contro la youth guarantee.

All’una di notte del 9 ottobre è stato approvato il Jobs Act in Senato attraverso un maxi emendamento, una delega “in bianco” al governo per riformare e precarizzare l’ennesima volta negli ultimi 2 decenni il mercato del lavoro nel nostro paese. La fiducia arriva qualche ora più tardi rispetto all’operazione spot organizzata in tutta fretta a Milano, un’inutile summit europeo sul lavoro, con il solo scopo di raccogliere il consenso di Merkel, Barroso, Schulz e Van Rompuy.

A completare i plausi sul provvedimento sono arrivate dopo poche ore le parole di Draghi che promuove il Jobs Act affermando che faciliterà le assunzione. Tutto ciò rende evidente quanto il lavoro di formulazione del testo realizzato dalla coppia Sacconi/Ichino sia in verità inquadrato nella strategia europea sull’occupazione e nelle ricette della Troika. La formulazione assolutamente generica della norma di delega in materia di licenziamento individuale, contratto a tutele crescenti e riforma degli ammortizzatori sociali prospettano che la reale riforma sarà effettuata attraverso i decreti delegati. Il rimando alla flexsecurity e ad un sussidio universalistico di disoccupazione per tutti i precari sono una menzogna vista l’inconsistenza delle coperture, per ora solo annunciate di 1.5 miliardi. Nessuna innovazione o politica redistributiva, abbiamo scritto nella prima dichiarazione degli strikers “Naspi, No reddito e welfare per tutti”.

Il governo ponendo la fiducia sul provvedimento, accelerandone l’approvazione senza nessun dibattito parlamentare, ha reso ancora una volta evidente la grave crisi, se non l’assenza totale, di qualsiasi spazio di democrazia in Italia. La retorica del 41% ottenuto alle elezioni europee è diventato lo strumento per cancellare ulteriormente diritti e tutele dei lavoratori e istituire la precarietà a vita come paradigma contemporaneo per milioni di persone. Il Partito Democratico ha dimostrato coerenza e fedeltà al suo segretario nonostante i sussulti e le roboanti dichiarazioni in difesa dei diritti dei lavoratori. Ma in questo contesto la governance non ha fatto i conti con la variabile indipendente che vive nelle lotte contro austerity e precarietà. Il punto di vista di precari e precarizzati sta cominciando ad emergere attraverso azioni, sperimentazioni di media sociali che valorizzano e connettono l’intelligenza collettiva. Jobs Act “non in mio nome” vuole essere un presa di parola comune, la riappropriazione di uno spazio pubblico di dibattito, per rompere il muro dell’’isolamento e del silenzio in cui sono costretti milioni di precari.

La partecipata mobilitazione del 2 ottobre a Napoli contro la BCE, i cortei degli studenti, dei lavoratori/trici della scuola ("stabili" e precari”) e lo sciopero contro il Piano Scuola del 10 ottobre che ha visto protagoniste decine di città, l’importante manifestazione NoExpo dell’11 ottobre a Milano contro il lavoro gratuito, la precarietà e le grandi opere sono un forte segnale di cooperazione tra le lotte. A questi percorsi si sono intrecciati i presidi e le numerose azioni di comunicazione realizzate in tante città il 12 ottobre negli store di Eataly. I diversi momenti di contestazione hanno denunciato le condizioni di lavoro del modello Farinetti ispiratore della riforma Renzi-Poletti.

Lo sciopero sociale sta diventando un processo di costruzione collettiva che sperimenta anche nella rete nuove forme di complicità, attivazione e conflitto. Il 10 ottobre lo sciopero digitale ha preso la forma del tweet storm, riuscendo a far circolare contenuti e possibili pratiche del #socialstrike tra migliaia di persone.

Passo dopo passo tutte queste iniziative hanno amplificato e rilanciato lo sciopero generale e sociale del 14 novembre.

Il laboratorio dello sciopero sociale di Roma riunitosi l’8 ottobre nella facoltà di Lettere all’Università la Sapienza ha discusso e condiviso il piano di azione comune verso lo sciopero, questa la road map degli strikers:

- “Blocca lo sblocca Italia” 15 e 16 ottobre in mattinata (ore 10-14) sit-in a Roma in Piazza Montecitorio per respingere l’attacco all’ambiente e ai beni comuni rappresentato dal cosiddetto Decreto “Sblocca Italia” varato dal Governo Renzi il 13 settembre scorso;

- “Stop Jobs Act” 22 ottobre (ore 16) a Roma in Piazza Montecitorio costruiamo l’agorà dei diritti e del welfare universale, una grande assemblea pubblica, uno spazio di confronto tra studenti, precari, disoccupati, lavoratori autonomi, sindacati di base. Il 16 Ottobre la legge delega entrerà in Commissione Lavoro alla Camera, nelle settimana successiva inizierà la discussione con probabile ennesima fiducia da parte del governo, per questo è il momento di prendere parola e di costruire la “maratona precaria” contro il Jobs Act. Se non ora quando! Proponiamo a tutti i laboratori che si stanno attivando nelle varie città di connettersi all’iniziativa con azioni di informazione e agitazione contro il Jobs Act dislocate nei territori;

- “Assemblea nazionale dei laboratori cittadini dello sciopero sociale” 2 Novembre a Roma (luogo ed orario da definire) proponiamo un momento di confronto tra i laboratori avviati per definire il percorso, le iniziative di convergenza ed entrare nel vivo nell’organizzazione dello sciopero sociale e generale del 14 novembre

- “Ma quale Garanzia Giovani, vogliamo reddito e diritti” 7 novembre giornata di azioni dislocate in tutte le città contro il programma Youth Guarantee e più in particolare contro gli enti pubblici e privati (centri per l'impiego, Regioni, agenzie interinali, università/fondazioni) accreditati per gestire il programma.

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