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DINAMO PRESS

Kobane: Bring the war home

Dinamo Press
13 10 2014

Ogni volta che si scrive di Kobane si teme di arrivare troppo tardi, che il tempo della città nel frattempo sia scaduto. Ma la città resiste ancora. Contributo di Gabe Carrol tratto da connessioniprecarie.org

Un motivo è sicuramente l’aumento di raid aerei della «Coalizione anti-Isis» negli ultimi giorni. Ma il fattore determinante continua a essere la feroce resistenza delle YPG/YPJ che, pur subendo e perdendo tanto e senza rinforzi da quasi un mese, non hanno smesso di combattere l’avanzata jihadista. Notizie degli ultimi due giorni parlano di un blocco parziale dell’avanzata dell’ISIS, che controllerebbe il 15-20% (altri dicono un terzo) della città. Le YPG/YPJ riportano scontri anche in un altro villaggio del cantone, Dehma. La Turchia rimane ferma nel suo rifiuto di stabilire un corridoio umanitario-militare che, attraversando il suo confine, permetterebbe ai rinforzi (anche eventualmente, secondo alcune fonti, ai peshmerga iracheni) di raggiungere la cittadina assediata, insieme agli aiuti umanitari. Mercoledì la polizia turca ha arrestato 5 membri del PYD vicino al confine, accusandoli di appartenere a un’organizzazione terrorista. Diverse dichiarazioni ufficiali turche hanno sostenuto la necessità che Kobane non cada in mano «di gruppi terroristi». Il plurale è chiaramente riferito alle YPJ/YPG, indicando un’equidistanza politicamente inaccettabile, ma per niente sorprendente. Sembra proprio che l’autodeterminazione di Rojava faccia paura quanto, se non più dell’avanzata dello Stato Islamico.

L’appello di Salih Muslim (presidente del PYD) del 6 ottobre non è però caduto nel vuoto. Le comunità curde di mezzo mondo si sono mobilitate e in Turchia è esplosa una vera e propria rivolta. Non solo nelle zone curde, manifestazioni e scontri stanno avvenendo anche a Istanbul e Ankara e come pure in altre città, con la partecipazione e il sostegno di pezzi consistenti della sinistra radicale turca e dei movimenti studenteschi. Gli scontri (che in più di un’occasione sono stati scontri a fuoco) hanno visto già almeno 30 morti (compresi membri della polizia turca). Il livello dello scontro e il numero di morti non sono dovuti solo alla risposta brutale della polizia turca (immortalata in più di un caso mentre scandisce slogan pro-ISIS durante le sue azioni repressive), ma anche agli scontri (anche qui armati) con squadracce islamiste (sia curde che turche) e nazionaliste. Di fronte all’intensità del conflitto in Turchia, le decine e decine di manifestazioni, le occupazioni (come quella del parlamento olandese) e i blocchi realizzati dalle comunità curde in Europa e i primi cenni di una risposta armata del PKK, viene in mente uno slogan, una tattica per niente nuova, ma evidentemente sempre efficace: Bring the war home.

Le forze curde del KCK, vedendo le YPG/YPJ assediate militarmente e mediaticamente a Kobane, e vedendo gli altri cantoni di Rojava a rischio, hanno voluto portare nei quartieri e nelle città turche la realtà dell’assedio di Kobane, mettendo a nudo le contraddizioni dello Stato turco e della «Nuova Turchia» di Erdogan. Quest’ultimo ha voluto isolare e far morire le rivendicazioni di Rojava nella Kobane assediata dallo Stato Islamico, e invece se le è trovate sotto casa. Le divisioni che emergono in questi scontri non sono assolutamente di natura etnica, tra turchi e curdi, ma politica, tra un movimento di massa multietnico, incarnato dall’HDP e da altre realtà nate o rafforzate dall’esperienza di Gezi Park – che sostiene la lotta a Kobane scendendo in strada, traducendo notizie, facendo appelli, organizzando manifestazioni, creando comitati di sostegno – e una destra reazionaria, in cui convergono interessi islamisti, nazionalisti e neoliberisti, che purtroppo ha anche un discreto sostegno popolare (come dimostrato dalle ultime elezioni). Entrambi i protagonisti di questo scontro esibiscono caratteri globali: sia il movimento di massa sia il governo, infatti, non esprimono solamente una specificità turca, ma evidenziano caratteri che emergono con intensità diverse in ogni scontro politico tra i movimenti contemporanei e i governi neoliberali siano essi di destra o di sinistra. Le mobilitazioni in Europa hanno perciò assunto forme più pacifiche o legate alla disobbedienza civile, riuscendo però nell’intento di diffondere la notizia e la rabbia dell’assedio e della resistenza in atto. Di fronte queste manifestazioni si può dire che qualcosa si sta muovendo al di qua di Kobane.

Purtroppo sembra però ancora improbabile che le YPG/YPJ riescano a impedire la caduta di Kobane. Detto questo, si può ribadire, senza rischio di cadere in romanticismi, che la resistenza armata di Kobane non è un gesto inutile, disperato o vano, ma carico di un significato globale: storico, politico e materiale. Ogni giorno, ogni ora di resistenza, offre speranza ai cantoni liberi di Rojava, ma anche a tutte le forze laiche, socialiste e rivoluzionarie della regione, e non solo. Lo Stato Islamico ha dichiarato guerra a ogni forma di autodeterminazione e di pluralismo, e le YPG/YPJ hanno risposto alla guerra con la guerra, dimostrando che anche chi combatte e muore per il «qui e ora» può resistere a chi mira al paradiso, che è possibile vivere e lottare insieme nonostante differenze etniche e religiose. Un appello diffuso ieri dalla Rete Kurdistan faceva intuire le potenzialità di una coalizione popolare internazionale contro ISIS, che trova espressione nella rivoluzione di Rojava, la resistenza di Kobane e tutte le realtà, a livello transnazionale, che li sostengono e che si riconoscono in essi. Ciò significa che il contrasto all’Isis non è il monopolio di una coalizione tra Stati che improvvisamente si sono accorti che la civiltà è in pericolo. Soprattutto le combattenti di Rojava rendono evidente che i barbari che loro combattono non sono proprio gli stessi affrontati da una coalizione che ieri per salvaguardare i suoi equilibri interni ha dichiarato Kobane un obiettivo non strategico. Per i movimenti globali, invece, Kobane è strategica: non per la posizione che occupa nel teatro di guerra, ma per ciò che la tiene in vita e la muove, per ciò che fa esistere fuori Kobane, per il «qui e ora» che ci chiama a vivere.

Il processo politico avviato a Rojava, prima ancora di diventare oggetto di discussione e di confronto (cosa auspicabile ma al momento resa difficile da altre contingenze), dev’essere difeso. Le mobilitazioni che si stanno moltiplicando in questi giorni in Europa sono importanti per il qui e ora e guardando in avanti. È importante che queste mobilitazioni si coordinino con le comunità curde già presenti e attive nei territori, seguano le indicazioni politiche delle YPG/YPJ, e si mettano in contatto con i comitati locali turchi (come quelli del HDP) che stanno già organizzando campagne di sostegno materiale, politico e umanitario. La necessità di un corridoio umanitario/militare a Kobane è urgentissima, ha senso diffonderla e portarla nelle piazze dove si dà voce e forma al sostegno per Kobane.

Jobs Act: da precari e studenti nessuna fiducia

Dinamo Press
08 10 2014

Mentre a Milano studenti, precari, sindacati contestano il vertice Ue sul lavoro, in Senato si pone la fiducia sul Jobs Act. E' tempo di osare e organizzarsi, è tempo di scioperare.

E alla fine è stato voto di fiducia. Non poteva essere altrimenti, Renzi deve presentare l'approvazione del Jobs Act, almeno in una delle due camere, al vertice europeo sul lavoro in svolgimento a Milano. Al Disegno di legge delega approvato dalla Commissione Lavoro del Senato, quella presieduta da Sacconi, il più feroce avversario (assieme a Treu) dei precari e dei giovani che questo paese abbia conosciuto, si aggiunge il maxi-emendamento scritto da Poletti.

Piccole aggiunte, ma la sostanza non cambia: una delega quasi vuota, soprattutto per quel che riguarda la definitiva eliminazione dell'articolo 18, che saranno i decreti attuativi (del Governo) a riempire nei prossimi mesi. Rimane invariato l'impianto generale: far fuori lo Statuto dei lavoratori per riformare contrattazione e ammortizzatori sociali. Nel primo caso, si parla della piena affermazione della contrattazione decentrata o aziendale, utile a disattivare il contratto nazionale. Nel secondo, di un pasticciato allargamento dell'Aspi, includendo anche collaboratori a progetto e partite Iva a mono-committenza, con 1,5 miliardi di euro: praticamente briciole, una presa per i fondelli.

Si distrugge il vecchio per aggravare la crisi e ridurre ulteriormente salari e diritti. Il Jobs Act, infatti, va letto (e compreso) insieme alla Legge Poletti. Alla massima flessibilità in entrata (contratto a tempo determinato acausale, senza più alcun vincolo/limite), massima flessibilità in uscita (eliminazione dell'articolo 18) per i pochissimi che conquisteranno un contratto a tempo indeterminato. Ad accompagnare tutto questo, un contratto di apprendistato senza contenuto formativo e una riforma degli ammortizzatori sociali senza risorse.

Opporsi al Jobs Act vuol dire opporsi alla logica neoliberale che informa il governo Renzi e che ha un obiettivo chiarissimo: comprimere i salari al minimo, fino al free job o al lavoro neo-servile. L'urgenza dello sciopero sociale, come dimostrano le mobilitazioni di Napoli dello scorso 2 ottobre e quelle di Milano di quest'oggi, cresce nella società, tra i giovani, gli studenti, i precari. Verso il 14 novembre, è necessario però far crescere i Laboratori, connettere le lotte, consolidare una nuova narrazione a partire dalle manifestazioni studentesche e del mondo della formazione del 10 ottobre, passando poi per la mobilitazione milanese contro l'Expo e lo sciopero generale della logistica del 16 ottobre.

Stanno vincendo (forse) al Senato, ma non ancora alla Camera e di certo non hanno vinto nella società. È il tempo di osare.

Un primo passo per la libertà di Nunzio e Marco

Dinamo Press
08 10 2014

Ieri il tribunale delle libertà: Nunzio è stato trasferito agli arresti domiciliari mentre Marco è a piede libero. Ma tanta è ancora la strada per la loro libertà e quella di tutte e tutti.

Il 24 settembre scorso ci svegliamo con una pessima notizia: Nunzio, storico esponente dei movimenti e del centro sociale Corto Circuito, è stato portato a Regina Coeli, mentre Marco, giovane attivista del centro sociale Spartaco è tradotto agli arresti domiciliari. Sono accusati di aver cacciato dal VII municipio i fondamentalisti cristiani e neofascisti di Militia Christi venuti a provocare durante una iniziativa istituzionale contro l'omofobia nelle scuole. Le accuse contro Nunzio sono molto gravi, per entrambi il regime di custodia cautelare appare una grossa forzatura punitiva: Nunzio deve stare in galera per quello che rappresenta (il pm lo ritiene in grado di "inquinare le prove" per il suo essere una persona riconosciuta in tutta la città), mentre a Marco vengono imposti gli arresti domiciliari, pur essendo accusato di "resistenza semplice" sospendendogli la condizionale.

Ora il Tribunale delle libertà ha alleggerito le misure cautelari per Nunzio e lasciato Marco a piede libero, ma la strada è ancora tanta, soprattutto perché questi arresti, al pari di altri vicende giudiziarie come gli attacchi ai Movimenti per il diritto all'abitare (il prossimo venerdì si terrà l'udienza per Luca e Paolo detenuti ancora agli arresti domiciliari), hanno il solo obiettivo di mettere i movimenti nell'angolo, trascinarli nella spirale repressione/lotta alla repressione. Arresti ad orologeria avevamod detto e lo ribadiamo, arrivati all'inizio di un autunno in cui studenti, precari, movimenti per i beni comuni hanno lanciato il guanto della sfida al Governo Renzi e alle politiche d'austerità.

Mentre si attendeva la certezza del pronunciamento del Tribunale da Torino arrivavano le richieste del pm per il così detto "maxi processo" ai No Tav: centinaia di anni di carcere per attivisti di tutta Italia.

Nei prossimi mesi non dovremo lasciare solo nessuno, nella consapevolezza che solo una nuova cultura garantista e un'offensiva sul terreno dei diritti e delle libertà ci permetterà di liberare davvero tutte e tutti assieme ai nostri compagni e alle nostre compagne.

Ayotzinapa, Guerrero, e il terrorismo di Stato

Dinamo Press
07 10 2014

Nello stato di Guerrero, in Messico, lo scorso 26 settembre la polizia ha assassinato, torturato e fatto sparire decine di studenti che protestavano. Uno degli episodi più gravi e atroci della guerra sporca contro i movimenti sociali.

Il Guerrero è un stato del sud-ovest del Messico, che si affaccia sul Pacifico. A livello internazionale è conosciuto forse solo per alcune sue spiagge, tra cui la deturpata baia di Acapulco, mentre negli ultimi anni qualche notizia è girata relativamente al cosidetto “proliferare” del narcotraffico.

In Messico invece, il Guerrero è conosciuto anche per la sua lunga storia di proteste e resistenze che si sono duramente scontrate con repressione e violenza dello stato e dei potenti caciques che controllano la politica e l'economia attraverso gruppi paramilitari, corruzione e rapporti clientelari.

Bronco è l'aggettivo con cui si definiva tradizionalmente il Guerrero, cioè marcato da una violenza brutale, quasi strutturale e fisiologica.
In Guerrero ci fu una fortissima guerriglia rivoluzionaria nei primi anni '70, guidata da Lucio Cabañas e dal suo Partido de los Pobres, che riuscì a mettere sotto scacco più volte l'esercito federale, prima di essere annientata. Racconta Carlos Montemayor nel suo affascinate romanzo “La Guerra nel Paradiso” che durante la repressione contro i guerriglieri di Cabañas e le loro basi di appoggio fu inaugurata la pratica di gettare i corpi di desaparecidos dagli elicotteri nell'oceano, un metodo che le dittature latinoamericane del cono sud appresero in fretta negli anni a venire.

Il Guerrero è stato anche la base di altri importanti movimenti di resistenza tra il 1994 e il 2010. Alcuni di essi erano armati, come le guerriglie dell'EPR e dell'ERPI. Altri erano popolari nonviolenti come i contadini ecologisti della Sierra di Petatlàn, più volte in carcere per difendere le foreste dallo sfruttamento, o gli indigeni Mepha'a, che denunciarono le violenze dell'esercito contro le loro comunità e riuscirono a portare il caso di due donne stuprate dall'esercito fino alla Corte Interamericana per i Diritti Umani.

Racconto tutto questo perché è solo riannodando il filo rosso della storia di quei luoghi che si può comprendere il contesto in cui avviene il massacro degli studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, nella città di Iguala, tra il 24 settembre e il 3 ottobre.

Ayotzinapa è una scuola a pochi chilometri dalla capitale dello stato, Chilpancingo. Essa è “rurale” nel senso che forma gli insegnanti che poi sono inviati ad insegnare nelle comunità montane. Da sempre è conosciuta per formare insegnanti attivi politicamente, impegnati in proteste e manifestazioni: un maestro rurale, formatosi ad Ayotzinapa, era pure Lucio Cabañas.

Ayotzinapa ha sempre subito per questo motivo una dura repressione. Il 12 dicembre 2011, ad esempio, durante un importanti corteo, due studenti vengono uccisi a colpi di pistola dalla polizia.

Quanto è accaduto in questi giorni è però ben più grave e si configura come un atroce massacro premeditato.

Nel tardo pomeriggio del 26 settembre, a bordo di 3 di autobus, ottanta studenti della scuola partono dalla città di Iguala, dove avevano svolto alcune attività di raccolta fondi per le loro iniziative, per tornare ad Ayotzinapa. Appena usciti da Iguala, varie pattuglie della polizia prima sparano contro gli autobus, e poi creano un blocco stradale.

Qui inizia l'attacco più grave, vengono tutti fatti scendere dai bus e la sparatoria è immediata, i ragazzi cercano di scappare nei dintorni, tre muoiono sul colpo, uno cade a terra ferito e si trova tutt'oggi in stato vegetativo, più di venti vengono fatti prigionieri. Dopo 40 minuti di sparatoria, la polizia si allontana.

A mezzanotte, mentre i giovani sopravvissuti cercano di organizzarsi sul luogo dei fatti per informare di quanto era successo e protestare, giunge un camionetta, scendono alcuni uomini non identificabili, e ricominciano a sparare, uccidendo sul colpo altri due studenti. I feriti, nei due episodi, sono più di 20.

Quando il mattino successivo i superstiti si rivolgono al tribunale statale per avere contatto con gli arrestati, non vi è traccia di questi. In tutto sono 43 i desaparecidos, tra arrestati, e persone in fuga al momento dell'attacco e poi scomparse.

Il giorno successivo, in un tratto di strada vicino al luogo dell'agguato, viene trovato il corpo morto di uno studente, con evidenti segni di tortura.

Tutto precipita verso lo scenario più agghiacciante. Il 3 ottobre viene scoperta vicino ad Iguala, una fossa comune, con i corpi, a fatica riconoscibili, degli studenti di Ayotzinapa, alcuni bruciati, altri fatti a pezzi.

Ad oggi ne sono stati identificati 28, degli altri 15, ancora non si sa nulla.

E' un massacro con pochi precedenti, quasi disorienta nella sua tragicità, ma avrebbe bisogno invece di una ondata di indignazione nell'opinione pubblica, di una dura protesta di massa internazionale, della richiesta di verità e giustizia.

Le date sono drammaticamente simboliche. La fossa comune è scoperta il 3 ottobre, il giorno successivo del 2 ottobre in cui si ricorda per le strade della capitale il massacro degli studenti nel 1968, a piazza Tlatelolco, quando in più di cento universitari furono trucidati da esercito e paramilitari, durante una manifestazione di protesta, poco prima delle Olimpiadi.

Pochi giorni fa, il Tribunale Permanente dei Popoli (ex Tribunale Russell, istituzione indipendente formata da giuristi di tutto il mondo, per indagare su gravi violazioni a diritti umani contro le popolazioni) aveva emesso la sua sentenza di condanna allo stato messicano e alla sua “Guerra Sporca” contro i movimenti sociali, dopo mesi di indagini e raccolta di testimonianze.

Questo è il Messico di Enrique Peña Nieto, amico dell'Europa e degli Stati Uniti, il Messico importante partner commerciale dell'Italia, il Messico delle spiagge caraibiche e dei resti maya, promosso come luogo meraviglioso per i turisti di tutto il mondo, ma che sta sempre di più avvicinandosi alla Colombia in quanto a terrorismo di stato e controllo politico-mafioso del sistema di potere.

Un luogo dove chi si oppone ai poteri dominanti viene così brutalmente e impunemente ucciso e dove si esercita una sistematica violenta repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Gli studenti di Ayotzinapa chiedono verità e giustizia per i loro compagni. Non lasciamoli soli.


Per informazioni

www.tlachinollan.org

www.comitecerezo.org

L'atteso imprevisto

Hong_kong

Paolo Do, Dinamo Press
6 ottobre 2014

Intervista a Cheung Siu Keung, sociologo della HKSYU e per anni attivista dei movimenti sociali sul diritto all'abitare di Hong Kong.
Hong Kong, ex colonia britannica, dal 1997 fa parte della Cina come zona amministrativa speciale. Espressione della cosiddetta politica "un paese, due sistemi", è uno dei centri finanziari più importanti dell'economia mondiale

Quando il Capitale si fa Mafia

Dinamo Press
02 10 2014

La Trattativa", è l'occasione giusta per fare i conti con aspetti del potere e dell'economia del nostro paese che non sempre analizziamo a sufficienza.

Qualche giorno fa in Corte d'assise a Palermo, dove si sta celebrando il processo volgarmente detto “trattativa Stato-Mafia”, era di scena, in qualità di teste, l'ormai ultraottantenne Ciriaco De Mita. Concludendo un ragionamento, l'ex segretario Dc ha rievocato con sarcasmo un passato colloquio con il predecessore dell'attuale pubblico ministero, Nino Di Matteo: “... lo dissi già all'onorevole Ingroia quando mi sentì".

Di Matteo subito ha reagito: "Perché lo chiama onorevole?".

"Be' , so che si presentò alle elezioni", ha risposto De Mita.

"Ma non fu eletto", ha puntualizzato il pm.

"Ah, non lo elessero ? - ha riflettuto ad alta voce l'ex segretario democristiano - Pensi che non me lo ricordavo. Sa, l'età …".

La frecciata intinta nel veleno del politico irpino contiene la storia della vicenda della “trattativa” di cui sopra e dunque i suoi nodi problematici decisivi: il conflitto tra la sfera penale e quella politica, la necessità della magistratura di farsi attore politico e di trasferire in una congettura giudiziaria i processi sociali e rapporti di potere che hanno scritto la storia della Repubblica, da Portella della Ginestra a via D'Amelio, coinvolgendo stallieri in trasferta ad Arcore, fascisti in combutta coi servizi segreti, massoni in società con politici e uomini in divisa. Zone d'ombra di potere. Logge massoniche e clan criminali sono stati spazi di compensazione, accordo e incontro tra atlantisti anticomunisti, aspiranti golpisti e affaristi di ogni genere. Tutte cose che probabilmente configurano anche singoli reati ed evocano fattispecie penali ma che difficilmente troveranno sintesi coerente nel corso di un singolo processo, di un'unica resa dei conti tra i cavalieri del bene in toga e la forze del male in coppola e lupara. Per dirla in altri termini, come ha spiegato il giurista siciliano Giovanni Fiandaca in un pensoso saggio la pubblica accusa del processo sulla “trattativa” ha serie difficoltà a trovare persino un capo d'imputazione previsto nel codice penale. Non tutto il male può essere combattuto per via giudiziaria, dunque. E, come sperimentiamo da tempo con l'eterno ritorno del fantasma berlusconista, le faccende che riguardano i conflitti sociali e politici non possono essere delegate a chi opera nelle aule dei tribunali.

Degli ultimi venti anni di questa storia si occupa da tempo Sabina Guzzanti. Lo aveva fatto anche qualche anno fa, raccontando L'Aquila e strappando il sipario immondo dalla macchina mediatico-cementizia che ha supportato la costruzione selvaggia della new town (ogni progetto reazionario contiene elementi di perversione distopica, diremmo con Ballard) e disarticolato la città colpita dal terremoto e le sue relazioni sociali. “Draquila”, raccontava con lucidità questa versione berlusconiana della shock economy, metafora efficacissima della dilagante egemonia del neoliberismo all'italiana. Citizen BerlusKane come fenomeno complesso e pervasivo, impossibile da ridurre alla dimensione della corruzione e agli articoli del codice penale, dunque. Quel ragionamento prosegue nel nuovo film di Guzzanti, che si intitola appunto “La Trattativa” e che mette in scena la rappresentazione (in una raffinata e riuscita operazione di meta-teatro cinematografico che si riallaccia all'impegno di Gian Maria Volontè) si occupa di raccogliere la matassa di indagini, indiscrezioni, fatti di cronaca e analisi politiche che ruota attorno alla transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il film ha il merito di farlo dentro e oltre le mere ricostruzioni processuali. Lo spiega chiaramente l'attrice e regista negli ultimi fotogrammi e nelle note diffuse alla stampa che lo accompagnano: “Nei quattro anni che sono stati necessari per la realizzazione di questo film, il processo sulla trattativa è stato popolarissimo, bistrattato, credibile, sputtanato, centrale, marginale, appassionante, indifferente”. E ancora: “L'illusione che le contraddizioni insanabili che paralizzano questo paese si possano risolvere nei tribunali è tramontata da tempo”.

Più che disegnare un processo unitario e coerente, noi abbiamo visto questo film come un sentiero lungo la storia degli assestamenti di potere e dei colpi e contraccolpi che accompagnano, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della Democrazia Cristiana, il riassestarsi di nuove forme di governo dei processi e di garanzia degli equilibri politico-mafiosi. Un sentiero che taglia trasversalmente i poteri, non risparmiando neanche la magistratura di Caselli e Tinebra o le forze di polizia di Mori e De Gennaro. Una storia tutt'altro che lineare, che procede per salti. L'interruzione improvvisa della strategia stragista, ad esempio, che conduce alla nascita di Forza Italia interroga più i contesti complessi di sociologi e analisti politici che le indagini giudiziarie. È una storia che accompagna l'egemonia di una nuova classe sociale che affonda le radici nella zona grigia tra mercato legale e affarismo criminale: la borghesia mafiosa. Solo quest'ultima ha la capacità unica di gestire l'accumulazione capitalista in un'area periferica, con il preciso scopo di introdurla selvaggiamente, in tempi rapidi e con l'ausilio di una violenza che le normali garanzie democratiche non consentirebbero, nel mercato.

La mafia, in altri termini, riesce a garantire quel mix di modernizzazione e arretratezza, di medioevo iperlocale e proiezione globale, che è una delle peculiarità della produzione contemporanea: la commistione di più tempi storicie la persistenza più modelli di produzione, da quello schiavistico a quello a capitalismo avanzato, all'interno dello stesso ciclo economico che sarà oggetto di analisi di molti pensatori postcoloniali. La borghesia mafiosa è probabilmente, dicevamo, la classe che più facilmente riesce a gestire la complessità di questa composizione produttiva: una trattativa si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi, tra migranti che raccolgono i pomodori e caporali mafiose, tra studiosi precari e baroni nei centri di ricerca, tra lavoratori e padroni nella giungla della crisi e del mercato selvaggio.

L'anomalia della borghesia mafiosa italiana, rispetto a quelle del sud America o dell'Asia, è consistente e sotto gli occhi di tutti: essa controlla il territorio come avviene in zone della Colombia o della Thailandia. Ma questo fenomeno si presenta in un paese occidentale, che può (poteva) consentirsi una spesa pubblica corposa e che siede tra le potenze economiche del pianeta. Ecco perché negli anni della Prima Repubblica l'alleanza tra borghesia mafiosa e ceto politico si è cementata in nome dei valori universalmente riconosciuti del “progresso” e dello “sviluppo”. Ed ecco perché negli anni scorsi ha funzionato la stravagante alleanza romana tra la Sicilia dell'ein plein di Forza Italia (nel 2001 qui Berlusconi conquista 61 collegi su 61) e le terre del Nord di Umberto Bossi e Giulio Tremonti.

Francesco Raparelli e Giuliano Santoro

Nasce il Laboratorio romano per lo sciopero sociale

Dinamo Press
01 10 2014

Lo scorso venerdì 26 settembre, presso la fabbrica occupata Officine Zero, si è tenuta l'assemblea costituente del Laboratorio romano per lo sciopero sociale, primo frutto concreto della tre giorni dello Strike Meeting, svoltosi tra il 12 e il 14 settembre con la partecipazione di centinaia di persone. Di seguito riportiamo analisi e decisioni condivise dai partecipanti:

- prima di tutto il successo della prima riunione del Laboratorio, che ha visto un'ampia partecipazione, eterogenea e trasversale (studenti, precari, delegati e quadri di diversi sindacati, vertenze in mobilitazione, centri sociali, movimenti per i beni comuni), sta a testimoniare come la scommessa dello Strike Meeting può proseguire proprio grazie al metodo orizzontale e inclusivo messo in campo, per cominciare a sperimentare assieme linguaggi e pratiche. Per questo invitiamo tutte le altre città a costruire laboratori dello sciopero sociale proprio come sta accadendo a Roma;

- Renzi e il suo governo stanno proponendo una insidiosa narrazione tossica della riforma del lavoro: il premier si propone come paladino dei diritti dei giovani, dei precari e dei disoccupati, costretti alla miseria non dalle politiche neoliberiste rafforzate dall'austerità e la recessione, ma al contrario dai privilegi dei lavoratori dipendenti e con il posto fisso. La ricetta? Meno diritti e ricchezza per tutti, tranne che per i padroni. Nostro compito sarà, dalle prossime settimane, decostruire le retoriche dei "riformatori".

- c'è l'assoluta necessità di creare un nostro "media sociale", in grado di connettere i precari e le precarie, i disoccupati, gli studenti, il lavoro autonomo con quello che una volta era quello garantito. Raccontare le storie della "sfiga precaria" non ci serve più, quello di cui abbiamo bisogno è di uno spazio pubblico in cui in milioni si possano riconoscere per reclamare diritto al welfare, al reddito, ad un'esistenza degna. Su questo tema il Laboratorio darà vita a delle riunioni specifiche;

- il prossimo 14 novembre, data individuata allo Strike Meeting per lo sciopero sociale, non sarà né un punto di arrivo né un punto di partenza, ma una tappa di mobilitazione importante. Per questo è necessario mettere in campo un percorso di avvicinamento alla data del 14 all'altezza, con tappe di mobilitazione, discussione e contestazione, nei territori fisici e sociali dove agiamo;

- gli interventi del sindacalismo di base e conflittuale hanno ribadito la necessità di lavorare nelle prossime settimane, facendo vivere lo sciopero sociale nelle vertenze in corso, creando connessioni tra lotte e comparti diversi;

- il 10 ottobre con le mobilitazioni studentesche e lo sciopero del comparto della formazione apriranno l'autunno dell'opposizione sociale al governo Renzi, come sottolineato dall'ampia partecipazione studentesca al laboratorio così come dai lavoratori della scuola. E' necessario far vivere la tensione allo sciopero sociale all'interno della piazza del 10 ottobre;

- diversi interventi di attiviste hanno messo in risalto la necessità di analizzare il jobs act, quanto i meccanismi di sfruttamento e precarietà, anche da un ottica di genere;

- importante e qualificata la presenza dei movimenti per i beni comuni, che hanno presentato la necessità di far vivere con forza la battaglia contro le privatizzazioni con quella contro la precarietà e il jobs act, due facce della stessa medaglia.

Il Laboratorio romano per lo sciopero sociale si riunirà nuovamente l'8 ottobre ore 17 presso l'Università la Sapienza

Dinamo Press
30 09 2014

Oggi prendono parola i precari, non solo sindacati concertativi ed esponenti del governo, per dire a Renzi: NOT IN MY NAME"

Contro precarietà e disoccupazione #14N #scioperosociale

Sono giorni che il premier Renzi e il ministro del Lavoro Poletti si autoproclamano difensori dei precari, di chi, come noi, è privo di diritti. Lo fanno sostenendo il Jobs Act e la necessità di rendere più flessibile il mercato del lavoro attraverso l'eliminazione dello Statuto dei lavoratori.

Lo gridiamo da subito con forza: NON IN NOSTRO NOME!

È un ventennio, infatti, che si approfondisce la flessibilità promettendo, in cambio, l'aumento dell'occupazione: in modo inequivocabile, i fatti dimostrano che tutto ciò non è vero, a maggiore flessibilità non corrisponde maggiore occupazione, anzi. Altrettanto, sappiamo che eliminando le tutele esistenti, lo Statuto dei lavoratori in primis, non si estendono le tutele a chi non ne ha. Semplicemente, tutti avranno meno tutele.

Si parla tanto, ad esempio, di riforma degli ammortizzatori sociali, di Aspi esteso anche ai precari e di indennità di disoccupazione oltre l'Aspi per chi ha un Isee basso. Si dice meno che per fare tutto questo il governo troverà, forse, 2 miliardi di euro, praticamente briciole. Sono anni che chiediamo un sistema di tutele pienamente universale, che ci battiamo per un reddito garantito sganciato dalla prestazione lavorativa: sappiamo che per fare tutto questo ci vogliono almeno 15-20 miliardi l'anno, una cifra assai distante da quella al momento solo promessa dal governo Renzi.

Ancora. Si elogia continuamente il modello tedesco, ma non ci si ricorda mai dei minijobs, lavori pagati non più di 450 euro al mese che riguardano, ormai, più del 20% della forza-lavoro in Germania. Così come, elogiando i Jobs Center, non si ricorda che il sistema dei sussidi vale solo per chi è disposto ad accettare un lavoro purché sia, indipendentemente dalle proprie competenze e senza che livelli salariali accettabili siano contemplati. Il modello tedesco, per il riformatore italiano, sono sotto-occupazione e sotto-salari, working poor, lavoro gratuito. Si pensa alla Germania e si estende il modello Expo, con 18.000 giovani lavoratori senza salario.

Riproponendo il problema dell'articolo 18, poi, si omette il legame tra il DL Poletti, approvato lo scorso maggio e il Disegno di legge delega ora al vaglio del Senato. Con il DL Poletti, infatti, si è estesa smisuratamente l'acausalità dei contratti a termine e si ridotto a nulla il contenuto formativo dei contratti di apprendistato. In entrambi i casi, gli obiettivi sono chiari: rendere lavoratrici e lavoratori ricattabili; pagare meno il lavoro.

Infine il progetto Garanzia Giovani: un'altra promessa alla quale, nella realtà, non ha corrisposto nulla. A fronte di 200.000 iscrizioni, le Regioni sono ancora ferme. Di più, si usano risorse pubbliche non per estendere le tutele, ma per favorire imprese ed enti formativi, trasformando la disoccupazione giovanile in un vero e proprio business, fatto di stage, tirocini, ancora una volta, di lavoro sotto-pagato o gratuito.

Siamo qui oggi e saremo presenti ancora ovunque prenderete parola, per dire che ci opporremo a questo disastro. Non abbasseremo la testa nei confronti dell'arroganza delle vostre politiche, che ci vogliono poveri e senza diritti. Siamo qui oggi e saremo nelle piazze il 14 novembre, con lo sciopero sociale dei precari, dei disoccupati, degli studenti, dei migranti, per dire STOP JOBS ACT, reddito e salario minimo europeo, accesso gratuito alla formazione per tutte e tutti.

Ci riprendiamo la parola, nessuno può parlare a nostro nome, calpestando le nostre vite!

Dove sta Corcolle

Giardini di CorcolleAntonello Sotgia, Dinamo Press
29 Settembre 2014

Perché la scelta di fare di Roma una città diffusa è servita ai signori della rendita. Un tempo abusivi oggi proprietari sempre tenuti lontano dal poter decidere di che fare della città e dei propri diritti.

Corcolle, il razzismo alla fermata dell'autobus

Dinamo Press
23 09 2014

Cosa sta succendendo in questo quartiere della periferia romana? Perché quasi nessuno si è chiesto come mai sia esplosa la rabbia dei migranti?

La prima colpa è dei giornali della destra di questa metropoli e su questo non c'è dubbio! Stanno soffiando sul fuoco vendendo allarme e veleno. L'episodio che ha scatenato la "caccia al negro" è l'assalto ad un autobus. Ma quanti giornalisti si sono chiesti per quale motivo gli autobus sono stati presi d'assalto? Perchè su questi mezzi pubblici si è riversata questa rabbia, a sentire loro, immotivata e irrazionale? La vera domanda che nessuno si è posto è: che cosa può essere successo?

E invece è più facile vendere una narrazione tossica: "sono immigrati, sono troppi, pensano che tutto gli è dovuto, sono selvaggi affamati di prede femminili e sotto sotto sono solo barbari da lasciar morire in mare". Clamore che genera rancore. Rancore che genera odio, terreno fertile per razzisti e fascisti sparsi nel nostro hinterland romano e non solo.

Ma tutto nasce per altri motivi; nasce perchè il razzismo in questo paese viaggia anche sugli autous delle linee periferiche.

E' uso comune di non pochi autisti (non di tutti, sia chiaro!) quello di non fermarsi alle fermate designate se a queste ci sono parecchi migranti che aspettano. Si tira dritto sia con la pioggia che col sole, sia col freddo che col caldo, soprattutto sulle tratte periferche. Questo è successo anche l'altra notte, scatenando la reazione che i giornali hanno poi minuziosamente riportato, dettaglio per dettagio, puntando alle emezioni e al clamore.
Questo è l'antefatto che non viene raccontato: un autobus sta arrivando, l'autista vede molti africani fermi in fermata e tira dritto. Passa un'ora, arriva un secondo autobus e la scena si ripete. Passa un altra mezz'ora arriva un terzo autobus. Stessa scena. Al quarto la gente è al limite; blocca la strada per fermare l'autobus e impedire che se ne vada. L'autista per paura fa una manovra sbagliata facendo spegnere il mezzo e qualcuno rompe un vetro per sfogare la rabbia di quell'attesa insensata ed imposta.

Questo può non giustificare la rottura di un vetro dell'autobus ma spiega i motivi del gesto, spiega il contesto in cui il fatto è avvenuto.

Nessuno, giornalisti e amministratori, sembra essersi posto la domanda sul perchè gli autubus fossero diventati un bersaglio. Non domandarselo è criminale perchè volutamente si vuole rivestire il migrante di una animalità non capace di razionalità, un essere che compie gesti senza senso e quindi una figura più vicina all'animale che all'uomo. E di conseguenza che non merita diritti, non merita accoglienza, non merita rispetto.

Quella che andato in scena la sera successiva, e visto con i miei occhi, è il risultato di questa operazione; persino la voce di una bambina violentata, poi rivelatasi chiaramente falsa, ha contribuito ad alimentare falsità e rancore. Gente per la strada con in testa i soliti fascisti che con veri e propri check-point facevano scendere i migranti dagli autobus in alcuni casi picchiandoli davanti alle pattuglie dei carabinieri. Due ospiti dei centri di accoglienza della zona, quindi rifugiati politici e richiedenti asilo, sono finiti in ospedale con prognosi fino a 10 giorni. Lividi, facce gonfie e rattoppate, traumi addominali, occhi lividi di rabbia e sdegno. Un altro ospite di un centro di accoglienza è rimasto fino alle 5 di mattina nascosto tra i cespugli al lato della strada per paura. E' rimasto a torso nudo tutta la notte, perchè temeva che la sua maglietta bianca lo facesse notare nela notte dalle ronde che scorrazzavano.

In tutto questo scenario, non bisogna però dimenticare che la “periferia polveriera” è stata alimentata in questi mesi dalla totale assenza delle istituzioni in questi quadranti isolati, geograficamente e socialmente, della città. Dove sono finite le promesse di Marino in campagna elettorale? Sbagliano forse i coordinamenti dei cittadini quando dicono che la “sicurezza” nelle periferie era una priorità del governo e non si è mai tradotta in realtà? Per non parlare dei servizi che non ci sono, della qualità del trasporto pubblico che emargini intere zone della città.

Forse, senza troppi giri di parole, possiamo affermare che Marino in questo anno di mandato si è dimenticato completamente delle periferie, che siano quelle storiche come Torpignattara o quelle addossate lungo il GRA o oltre. I territori più a rischio sono stai abbandonati in maniera scellerata, alimentando un disagio e un'insofferenza che può sfociare nella guerra tra poveri.

Chi dice che non c'entra il razzismo mente. Lo vogliono e lo costruiscono innescandolo come si fa con le bombe ad orologeria.

C'è il razzismo. Lo incontri spesso alle fermate della linea 508.

 

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