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DINAMO PRESS

Dinamo Press
03 09 2014

Lo status quo dell'occupazione ha raggiunto un nuovo livello di violenza e distruzione, ma non c'è in vista nessun potere politico che possa imporre un cambiamento della realtà.

1) Israele ha pagato più di quanto si aspettasse, per un po' meno di quanto volesse. L'obbiettivo strategico di Israele in questa guerra era mantenere lo status quo rispetto alla questione palestinese. Il Primo Ministro Netanyahu ha delineato questa nozione fin dai primi giorni di guerra, quando ha presentato la sua formula per il cessate il fuoco: “se Hamas smette di sparare, smettiamo di sparare”. Israele ha avuto più di quanto volesse, ma ad un prezzo più alto di quanto si aspettasse, in termini di morti israeliane, di distruzione della vita quotidiana in Israele, e di ulteriore erosione della posizione di Israele nel mondo, dovuta alla devastazione inflitta su Gaza.

Mantenere il controllo sui palestinesi, o meglio mantenere i palestinesi sotto controllo (quindi lo status quo) è il comune denominatore del sistema israeliano. Il dibattito politico è in merito al miglior modo di ottenere questo obbiettivo. Qualcuno vorrebbe dare ai palestinesi un semi-stato, o uno regime per delega, la maggior parte degli israeliani vorrebbe mantenere le cose come sono ora, e una minoranza vuole annettere i Territori occupati – questi sono gli stessi che hanno chiesto che l'IDF (l'esercito, ndr) riprendesse Gaza.

Ma nessun potere politico rilevante vuole dare ai Palestinesi pieni diritti umani civili e politici come individui sotto sovranità israeliana, e neppure ritirarsi, sconnettersi dai Territori Palestinesi e dare loro piena indipendenza, a prescindere dalle conseguenze.

Gli israeliani potrebbero aver dato un B- (più che sufficiente, ndr) a Netanyahu in questa guerra, ma non hanno mai messo in discussione la guerra in sè, sopratutto perché la fiducia nello status quo non viene tanto dalla leadership quanto dalla base.

Posso sbagliarmi, ma non credo che questa guerra sia stato un evento in grado di cambiare sostanzialmente il modo di pensare degli israeliani come è stata la Prima Intifada, che ha poi portato a Oslo, o la Seconda che ha portato al disimpiego (da Gaza, ndr). L'ago può essersi mosso, ma non abbastanza.

2) Un nuovo atto inizia nel dramma politico israeliano. Ci sarà un sacco di eccitazione ora sulla ricaduta politica di questa guerra, specialmente per quanto riguarda il destino del terzo governo Netanyahu. Questo governo è il più debole che Netanyahu abbia guidato, ed è pure più debole dopo la guerra, sopratutto per ragioni che hanno a che fare con l'economia. Israele continua a scivolare lentamente verso la recessione, e la guerra renderà impossibile per il ministro delle Finanze, Yair Lapid, mantenere le promesse alla classe media e non alzare le tasse. Lapid (centro) potrebbe essere tentato a lasciare il governo, e Netanyahu potrebbe essere tentato a far uscire Naftali Benett (estrema destra) per ricominciare colloqui con i palestinesi. Non è neppure chiaro che fine faccia Lieberman (destra).

Le elezioni anticipate non sono nell'interesse di nessuno tranne in quello di Bennett, ma potremmo comunque finire per svolgerle.

Ma tutto questo dramma politico – che è una sorta di normalità nella politica israeliana- non deve essere confuso con una battaglia di idee. Come ho detto, non c'è spazio per una coalizione che possa offrire il minimo che una leadership palestinese credibile possa accettare. La soluzione in due stati sembra perfino più remota dopo questa guerra, e la soluzione in uno stato non sta avanzando neanche un po. L'unica differenza è che più persone sono consapevoli di quanto sia tremenda la “soluzione status quo”.

3) La seconda guerra di indipendenza di Hamas. Per mantenere lo status quo, Israele ha presto concluso che aveva bisogno di un Hamas indebolito ma non distrutto. La ragione è duplice. a) ironicamente, Hamas è visto come l'unica entità che può impedire il caos a Gaza e assicurare la pace a Israele; b) Hamas è un potere politico che bilancia Abbas e la Autorità Palestinese. Israele ha bisogno che Fatah e Hamas si neutralizzino reciprocamente. Anche qui, credo che Israele abbia avuto più o meno quello di cui aveva bisogno ma ad un costo più elevato. Egitto e Arabia Saudita potrebbero richiedere qualche ricompensa per Abbas come pagamento per il loro sostegno a Israele durante la guerra – l'incontro tra Abbas e Netanyahu di cui si vocifera, potrebbe essere visto come un passo in questa direzione.

In ogni caso, Hamas ha ottenuto qualcosa da questa guerra specialmente per quello che riguarda il suo riconoscimento come portatore di interessi nel nuovo Medio Oriente. Questa è stata la seconda guerra di indipendenza di Hamas. La prima è stata il seguito di Oslo e la seconda intifada, che hanno dimostrato il suo potere nella politica interna palestinese e si sono concluse con una vittoria generale alle elezioni. “Margine di Difesa” ha fatto ottenere riconoscimento internazionale. Alcuni palestinesi con cui ho parlato sono convinti che se l'OLP tenesse elezioni generali domani, Khaled Mashal potrebbe essere vincitore (fatto che, con ogni probabilità, garantisce che le elezioni non si tengano). Dopo questa guerra, ogni persona ragionevole riconosce che Hamas deve essere parte di qualunque accordo politico si faccia; è meno chiaro cosa invece Gaza e la sua gente abbia ottenuto da questa guerra. Il tempo lo dirà.

4) La guerra come sistema di governo: più di un anno fa, noi a +972 intervistammo il regista di un film sulle esportazioni militari di Israele. Il titolo del pezzo era “Le guerre a Gaza sono diventate parte del sistema di governo israeliano”. Se lo si legge ora, dopo la terza guerra a Gaza in sei anni, fa ancora più paura. I palestinesi nei Territori Occupati sono stati sotto un regime militare oppressivo – una dittatura governata da una democrazia – per più di mezzo secolo. I livelli di violenza di cui questo regime necessita per sostenersi stanno diventando spaventosi. Israele può ribadire di non aver voluto questa guerra (o la precedente, o quella prima ancora) ma questo è vero per qualunque regime oppressivo al mondo: ognuno di loro preferirebbe mantenere il potere e il controllo senza fare uso della forza, ma tutti finiscono per usare sempre più la mano dura mentre la resistenza a quel controllo aumenta.

Questa è una strada a senso unico, così la prossima escalation sarà probabilmente più brutale che questa che ha prodotto, per esempio, queste immagini, che mostrano un quartiere intero, spazzato al suolo in un'ora.

 

C'è un mantra favorito dalla sinistra sionista, e cioè che “Israele ha bisogno di risolvere la questione Palestinese altrimenti rischia varie forme di corruzione”. Gaza ha dimostrato quanto siamo già sprofondati nell'epoca dell' “altrimenti”, e sembra che i primi ad essersi corrotti sono proprio i sionisti di sinistra, la maggior parte dei quali ha deciso di sostenere o perfino di glorificare questa guerra.

5) La sfida per i palestinesi è l'unità. Il canale diplomatico di Abbas è vuoto senza sostegno popolare, mentre Hamas ha dimostrato la sua incapacità di tradurre (limitati) successi militari in successi politici, ed è la ragione per cui, dopotutto, si finisce a fare la guerra. La guerra in sé potrebbe essere avvenuta per via della divisione palestinese e perchè Hamas e Fatah hanno fatto calcoli politici separati. Un sistema politico unitario e affidabile è il passo necessario per sfidare realmente il sistema dell'occupazione, o per la riconciliazione con gli israeliani che ne seguirebbe.

6) Israele ha rimpiazzato il sostegno USA con l'alleanza Egitto-Arabia Saudita? Questo ragionamento si sente spesso in Israele questi giorni, ma non ne sono così convinto. Gli Stati Uniti hanno fornito all'esercito israeliano l'artiglieria appena l'aveva finita, e hanno dato il sistema antimissilistico Iron Dome che ha permesso a gran parte del paese di continuare una vita normale durante la guerra. Di più, gli Stati Uniti offrono ancora copertura diplomatica per le politiche israeliane, nonostante tutte le riserve che possono avere a riguardo. Una mano americana al Consiglio di Sicurezza è quello che separa Israele e la sua occupazione dalle conseguenze che regimi oppressivi hanno nei loro momenti più violenti; Washington è meno ambizioso nella sua diplomazia in Medio Oriente negli ultimi tempi, ma in Israele/Palestina è sempre colui che permette lo status quo.


*direttore del portale d'informazione indipendente www.972mag.com,

traduzione di Riccardo Carraro

 

Dinamo Press
28 07 2014

Una riflessione verso le sfide autunnali a partire dalla città di Roma : "Come difendersi dalla "lotta di classe" scatenata dall'alto e come affermare il diritto alla città nel tempo della fine del "buon governo" saranno i terreni principali di verifica dei rapporti di forza nella tempesta neoliberale"

A un anno di distanza dalle elezioni comunali, il bilancio della giunta Marino assume i contorni del disastro. Una politica miope, subalterna ai dikat dei vincoli di bilancio europei (e al suo corollario nazionale), zelante con i poteri forti della città. Possiamo parlare di emergenza abitativa, degli spazi culturali autogestiti o del sistema di welfare locale, ma il tic di Marino e soci è sempre lo stesso: girarsi dall'altra parte per far passare indisturbati i carri armati della rendita, i tagli indiscriminati, gli sgomberi su commissione.

Le previsioni più fosche, di chi intravedeva nella "disobbedienza" alle politiche di austerità l'unica pratica possibile di "governo", sono tutte confermate. La gestione autolesionista e provinciale della vertenza del Teatro Valle dà la misura sia del profilo della "strategia culturale" del Campidoglio che dell'incapacità di immaginare politiche di cambiamento anche quando si presentano, come regali, a costo zero.

In tre anni di occupazione, forse per la prima volta nella sua lunga storia, il Valle è stato attraversato da migliaia di persone, ospitato una programmazione di qualità e popolare, promosso un modello produttivo-gestionale all'avanguardia e in controtendenza rispetto al panorama desolante del teatro italiano. Un laboratorio culturale e una sperimentazione di autogoverno che, dalla morte annunciata del vecchio carrozzone Eti (Ente teatrale italiano), ha saputo costruire un prototipo "istituzionale" attorno al concetto e alla pratica dei "beni comuni". Ma invece di diventare il fiore all'occhiello di una città che guarda all'Europa, il Valle è diventato campo di contesa tra ipotesi di restaurazione artistica e vendette questurine.

Un'estate trascorsa tra rigurgiti legalitari e autogol spettacolari, sgomberi coatti (il Volturno occupato) e assedi alle esperienze di welfare autogestito, come accaduto recentemente al centro sociale Corto Circuito di Cinecittà (e prima all'Angelo Mai). La storia è nota: pochi giorni fa, l'Acea provvede al distacco del servizio idrico, bloccando di fatto tutte le attività e la stessa agibilità dello spazio. Un atto provocatorio che ricorda più un'azione di guerra che un procedimento amministrativo, nei confronti di un patrimonio culturale, sociale e di servizio da venti anni parte integrante della città. Il tutto mentre, parallelamente, viene istituito un tavolo istituzionale sugli spazi sociali, presieduto dal vice sindaco e assessore al patrimonio Luigi Nieri.

La mano destra interloquisce, la mano sinistra si fa complice della guerra.

In questa cartolina triste e sbiadita, in cui si smarrisce definitivamente il significato della parola "sinistra", ecco che spunta un raggio di sole e di speranza. L'assessore Nieri stavolta conquista la scena tra fotografi, giornalisti e cittadini, formalizzando una evento straordinario: la nascita di un parco pubblico, con al centro un lago venuto fortunosamente alla luce, nella area della ex Snia Viscosa, tra via Prenestina e via di Portonaccio, zona est della capitale a due passi dal centro.

Una gigantesca operazione speculativa, ad opera di uno tra i più noti re del mattone (Pulcini), viene bloccata e rovesciata grazie a una grande battaglia pubblica, messa in piedi da comitati di quartiere, centri sociali, associazioni e liberi cittadini. Una lotta testarda contro le collusioni della giunta Alemanno prima e contro le timidezze e i mal di pancia del centroisinistra poi, caratterizzata da un chiaro profilo autonomo e plurale. Ma anche per la sua maturità e capacità di parlare a tanti e diversi, senza alcuna paura reverenziale nei confronti della "statura" degli avversari.

Una conquista che forse, in una qualsiasi città del nord Europa, sarebbe stata garantita dal buon senso di un'amministrazione locale, ma che nel nostro paese e nella nostra città assume i contorni di una vittoria inaspettata.

Questa vicenda rappresenta la perfetta sintesi del riformismo (im)possibile ai tempi dell'austerità e della fine della politica intesa come espressione di interessi pubblici. Dopo dodici mesi di piccolo cabotaggio, provvedimenti spot (pseudo pedonalizzazioni e interventi di cosmesi urbana) e posizionamenti da risiko nell'aula Giulio Cesare, assistiamo forse al vero primo atto di discontinuità politica, figlio però della determinazione di una lotta e di un progetto nati e cresciuti nei movimenti metropolitani.

Una "rigenerazione urbana" che si è misurata nei territori e non nelle stanze ammuffite del Campidoglio, capace di scuotere dal torpore una giunta ineffabile. Un prototipo di "autogoverno" già intravisto nelle lotte dei movimenti per il diritto all'abitare (unici ad offrire un'alternativa concreta, seppur parziale, ai senza casa e agli sfrattati), nelle reti culturali informali (un'estate romana fatta di festival autogestiti e autofinanziati popolati all'inverosimile, disseminati nelle stesse periferie abbandonate dalla giunta), nei miracoli materialissimi della cooperazione sociale e del terzo settore non "embedded" che ha difeso la dignità dei servizi pubblici e dei lavoratori.

La crisi economica globale e il suo specchio politico - crisi della sovranità statale, un simulacro quella continentale - certificano la fine dei "riformismi" per come li abbiamo conosciuti, anche a livello locale. Senza un "no" costituente alle politiche di bilancio, non c'è spazio di manovra per le istituzioni cittadine, ridotte al ruolo di esattrici delle tasse e braccio armato dei tagli. Ma la lezione non vale solo per chi, nella rappresentanza, immagina ancora un ruolo non residuale, ma anche per i movimenti sociali, costretti, nolenti o volenti, a misurarsi fino in fondo con la sfida dell'autogoverno e del diritto alla città.

All'orizzonte si profilano le sfide autunnali attorno ai due fronti prinicipali dell'offensiva neoliberale di Renzi & co.: da una parte, il Jobs Act, che si propone di rendere la precarietà, i salari da fame e lo sfruttamento condizioni standard e "istituzionali" della forza lavoro contemporanea; dall'altra, il decreto Lupi e il suo corollario di tagli e privatizzazioni dei servizi locali e delle società partecipate (come emerge chiaramente dalla lettura dei piani di spending review presentati dal commissario Cottarelli), che vogliono trasformare le città in un campo docile di valorizzazione per la rendita e la speculazione.

Come difendersi dalla "lotta di classe" scatenata dall'alto e come affermare il diritto alla città nel tempo della fine del "buon governo" saranno i terreni principali di verifica dei rapporti di forza nella tempesta neoliberale.

 

Gaza, la tregua che mantiene lo status quo

Dinamo Press
28 07 2014

La tregua tra Hamas e Israele alla fine, com'era prevedibile, è arrivata dopo aver fatto sudare sette camice ai mediatori egiziani. Una tregua che, al pari degli altri cessate il fuoco "permanenti", annuncia nuovi conflitti. I droni e i jet israeliani hanno smesso di lanciare bombe e la popolazione festeggia, Hamas gonfia il petto presentando l'accordo come una vittoria mentre Bibi Netanyahu deve tenere a bada gli uomori di un pezzo consistente di società isrealiana e della destra di governo che avrebbero più morti e distruzione.

Ora che le bombe hanno smesso di cadere e le pallottole di fischiare è opportuno provare a capire le ragioni e le conseguenze dell'ultimo conflitto scatenatosi sulla Striscia di Gaza.

- Alla luce dei risultati della campagna militare isrealiana è sempre più evidente come l'obiettivo principale di Israele sia mantenere lo status quo. Per farlo ciclicamente è necessario indebolire le capacità militari dell'avversario e le sue infrastrutture, mobilitare il paese contro il nemico (questa volta presentato con il volto efferato degli assassini di tre giovanissimi coloni), evitare la riunificazione della leadership palestinese. Quella contro Gaza, per quanto la conta dei morti sia tragiaca, non è una guerra di annientamento ma uno strumento di governo e gestione di un territorio, della sua popolazione "ostile" e delle risorse.

- La guerra guerreggiata rafforza le ragioni di chi vuole continuare con gli insediamenti illegali, i muri e l'apartheid, spostando in un domani indefinito la possibile soluzione del conflitto: se non è possibile immaginare così la nascita di uno Stato palestinese, per quanto a sovranità limitata, che avrebbe per le forze politiche isrealiane le caratteristiche di uno "stato canaglia", figuriamoci un'unica nazione arabo-isrealiana!

- Il conflitto ha messo in luce come dentro Israele ci sia sempre meno spazio per l'opposizione alle politiche di apartheid: le immagini delle manifestazioni di contestazione ai raid su Gaza aggredite da squadracce di destra parlano chiaro. Lo stesso meccanismo è in atto in diverse comunità ebraiche nel mondo, dove l'identificazione con le politiche isrealiane "senza se e senza ma" annichilisce il dibattito e le posizioni dissonanti. Un circolo vizioso che si alimenta ad ogni nuovo conflitto ripropone lo schema binario amico/nemico senza possibili sfumature: se sei isrealiano, o di religione ebraica, devi stare con Israele, pena l'accusa di tradimento. In questo contesto appare sempre più urgente consolidare la solidarietà internazionale con le voci dell'opposizione isrealiana.

- Le manifestazioni e i riot in Cisgiordania hanno mostrato come sia possibile lo scoppio di una terza intifada, della disponibilità ad una rinnovata mobilitazione di ampi strati, in particolar modo giovanili, della società palestinese, anche al di là delle leadership dei partiti politici, laici o islamisti che siano, ampiamente screditati

- Al centro torna la questione della democrazia come possibile grimaldello per rimescolare le carte. Israele appare sempre di più una etnodemocrazia, il cui primo obiettivo è mantenere la maggioranza isrealiana ed ebraica dei cittadini con pieni diritti. Per farlo usa tutti gli strumenti a sua disposizione: le leggi di accesso alla cittadinanza, l'occupazione militare, l'arbitrarietà dell'accesso alle risorse e della libertà di movimento della popolazione araba dentro e fuori Israele. Il regime di apartheid deve cessare, per farlo è indispensabile una rinnovata mobilitazione internazionale che inventi nuove pratiche di azione diretta e di solidarietà.

Noi, la guerra e la pace

Dinamo Press
25 08 2014

In questo mese di agosto, in cui ogni giorno arrivano bollettini dal fronte, credo sia utile riprendere le riflessioni aperte da Emiliano Viccaro con "Gaza noi e la questione palestinese", allargandole a diversi fronti dei conflitti che si stanno consumando alle porte dell'Europa.

Come per tanti altri attivisti della generazione venuta dopo il G8 genovese i primi ricordi di manifestazioni e cortei sono indissolubilmente legati alle guerre in Iraq e Afganistan. Ogni mattina prima di andare a scuola si guardava il telegiornale aspettando la notizia dell'attacco, poi sapevamo che l'appuntamento era davanti ai cancelli per bloccare l'ingresso e muoversi in corteo verso il centro. Era facile: i cattivi erano Bush e Berlusconi, le vittime le popolazioni che avrebbero subito le bombe.
I talebani e di Saddam non erano un nostro problema perché alla guerra bisognava dire no "senza se e senza ma" e l'esportazione della democrazia avrebbe solo portato guai per decenni a venire, oltre a fare gli interessi economici dell'occidente.

Piazze piene e trasversali, le bandiere della pace alle finestre, milioni di persone mobilitate, azioni dirette ma anche aspri dibattiti, a cominciare dalla questione violenza/non violenza, frutto avvelenato della repressione del luglio 2001, e dagli scontri proprio sulla questione della guerra con la sinistra "d'alternativa" che sosteneva l'ultimo governo Prodi (ricordate la contestazione a Fausto Bertinotti presidente della Camera alla Sapienza?).

E poi? Poi la questione "guerra e pace" scompare dagli orizzonti dei movimenti, se non come analisi governamentale dei dispositivi di controllo sociale e repressione. Dopo Bush jr arriva Obama, nel 2008 la grande crisi e il conflitto che si sposta in casa: l'austerità sposta il fronte contro di noi, i proletari del terzo millennio che occupiamo scuole e facoltà, portando con se impoverimento e insicurezza. Ma la storia non si ferma non solo nel nostro vecchio continente sempre più marginale e immobile, l'altra sponda del Mediterraneo esplode. Arrivano inaspettate le primavere arabe, con esiti spesso molto diversi da quelli che avremmo sperato; la guerra civile in Siria e ora la guerra, di nuovo, in Iraq. Ma non solo i confini sud dell'Europa sono turbolenti: anche l'Ucraina, dopo Majdan, arriva ad una guerra guerreggiata. Altro che conflitti lontani ed esotici! La guerra sta alle nostre porte e ci coinvolge direttamente, in Ucraina quanto in Siria e Iraq.

In est Europa abbiamo visto un movimento di piazza essere egemonizzato militarmente da formazioni neonaziste, un paese arrivare alla guerra civile foraggiata da magnati che si fanno signori della guerra per procura, mentre tra l'Europa e la Russia di Putin si rimpallano responsabilità e accuse. Sullo sfondo le forniture di gas e petrolio. In Iraq vengono al pettine i nodi nati dall'invasione e il protettorato statunitense, con il paese che rischia di rompersi in tre lungo linee etniche e religiose, prefigurando una lunga guerra civile e la variabile del neonato Califfato tra Siria e Iraq. Proprio la vicenda siriana, dove si combatte da tre anni senza sosta una guerra civile terribile, con tutti gli attori regionali e globali a foraggiare con armi e denaro le milizie che più gli aggradano, ci mette di fronte alla nostra incapacità di articolare un discorso e una pratica attiva sui conflitti in corso.

Scopriamo così un mondo molto più complesso e multipolare, in cui prendere posizione non si può fare ad occhi chiusi: le affermazioni moraleggianti contro i conflitti servono a poco, mancano interlocutori e attori forti in cui riconoscersi, non capiamo bene dove sono i buoni e i cattivi. Ci sentiamo per lo più impotenti e troppo spesso ci riduciamo a ricostruire e commentare, al massimo a provare a fornire testimonianze e punti di vista che ci sembrano degni di nota o più convincenti di altri. Se le lenti dell'antimperialismo pensavamo fossero inutili prima, possiamo definitivamente pensionarle per non rischiare di vedere partigiani li dove non ci sono. Ci servono occhiali nuovi e che siano buoni, per non accontentarci delle semplificazioni o delle letture mediatiche ma senza relativizzare all'infinito, perché lenti nuove ci servono soprattutto per agire e parteggiare. Misurarci sul terreno dell'analisi dei conflitti, ma anche inventare nuove pratiche politiche efficaci. Per farlo non possiamo che ripartire da noi, dall'Europa: dall'incontro e la mobilitazione transnazionale deve nascere un nuovo lessico comune per dire no alla guerra, per sabotarla.

 

Luce d'agosto

Dinamo Press
22 08 2014

Intervista a Alessandro De Giorgi, professore associato del Dipartimento di Justice Studies della San José State University e membro del comitato editoriale di Social Justice , sui riot di Ferguson.

Dopo due settimane, i fatti relativi all’esecuzione di Michael Brown sono ormai stati riportati numerose volte sia dai media mainstream sia da quelli indipendenti, nonostante l’iniziale muro di omertà eretto dalla polizia locale di Ferguson e il ritardo con cui è giunto il video dell’uccisione, dovuto alla paura dell’autrice.

Iniziamo proprio da questo, dalla necessità di molti articoli a voler riassumere i fatti, mappare le informazioni e le sue fonti: ciò non avviene semplicemente per dovere di cronaca o per l’entusiasmo dell’analisi politica, ma è soprattutto l’esito di una sinfonia di cinguettii e click, video e immagini che si moltiplica incessantemente da quando “big Mike” è stato freddato in un sobborgo statunitense. La rappresentazione del maschio nero, pericoloso e criminale – storicamente costruita e intensamente diffusa nella società statunitense – è da giorni inflazionata attraverso immagini e discorsi che da molti luoghi degli USA si susseguono sui social network, nelle strade, sui media e sulle bocche dei commentatori: poliziotti bianchi che uccidono giovani neri, madri che piangono i figli caduti nella guerra metropolitana, poteri forti che distribuiscono il loro diritto alla morte altrui, un sistema legale minuziosamente costruito sulla discriminazione razziale. Al violento silenzio delle istituzioni è stata opposta un’incessante presa di parola, alla stigmatizzazione del corpo afro-americano è stata opposta la visibilità del comportamento quotidiano della polizia. Non a caso la flebile voce del presidente nero è stata udita solo per dire “non gridate”: troppe notizie che sfuggivano da tutte le parti, troppa luce nelle strade di Ferguson, troppi giorni a mani alzate gridando “non sparate”. Non a caso i media mainstream discutono del possibile uso delle telecamere sui caschi dei poliziotti, che sia per vedere meglio gli autori dei looting o supervisionare l’operato della polizia sarebbe da verificare, ma la prima ipotesi è certamente la più realistica.

Di fronte alla consolidata immagine del criminale nero è divenuta ben visibile quella trasformazione interna degli Stati Uniti che, a seguito di un processo iniziato circa 35 anni fa, ha visto il suo apice nell’ultimo decennio. La guerra a bassa intensità sperimentata lungo il confine con il Messico sin dal 1978, tra militarizzazione e retorica proibizionista, è stata riportata con forza all’interno del territorio statunitense e poi implementata attraverso l’uso di nuove tattiche e armi da guerra nel post 9/11. I droni uccidono i bambini del Pakistan, così come identificano i migranti che oltrepassano il confine e inseguono i neri nelle strade degli States.

Al contempo, neri e latinos riempiono le galere facendone uno dei più grandi business del paese. I registri dicono microcriminalità e spaccio di sostanze stupefacenti, in altre parole, proibizionismo e monopolio delle droghe unito a un sistema carcerario che è sempre più un regime di controllo sociale diffuso. La militarizzazione interna degli States è stata così affiancata alla proliferazione del sistema carcerario oltre le sue mura e fino al confine del paese, dove migliaia di latinos sono rinchiusi in attesa di essere deportati. Black e brown, criminale e illegale, poveri e amputati dei loro desideri.

In questo paesaggio di violenza, occorre allora guardare alle luci che hanno qui una “qualità particolarissima”, come scriveva Faulkner, una “fulgida e nitida” luce d’agosto in cui s’intrecciano razza e classe sociale, “come se venisse non dall’oggi, ma dall’età classica”. Un’età della segregazione che è il metodo della gerarchia, un’età con cui gli Stati Uniti non smettono mai di fare i conti.

Michael Brown è l’ennesimo caso di omicidio che si ripete con lo stesso copione?

Se si osserva la storia recente della interazione tra le comunità marginali negli Stati Uniti e, in particolare, degli afro-americani con la polizia, Ferguson non dice nulla di nuovo o di insolito nell’evento in sé. Ciò che è relativamente nuovo è la reazione a questo ennesimo episodio di “assassinio legittimo”, come viene chiamato in gergo dalla polizia, di un civile da parte di un poliziotto.

In realtà, episodi di questo tipo hanno scandito i momenti legati alla questione di classe e di razza più significativi delle rivolte in questo Paese: pensiamo al Black Panther Party, nato nel 1966 come gruppo di autodifesa armata contro la violenza della polizia, e ancora la rivolta di Los Angeles del 1992, piuttosto che Oakland nel 2009 dopo l’omicidio di Oscar Grant. Negli Stati Uniti, la polizia compie mediamente quattrocento omicidi l’anno: significa più di uno al giorno e, di questi morti, una proporzione significativa sono afro-americani. Secondo un recente rapporto dell’FBI, dal 2008 al 2012 sono deceduti una media di due afro-americani al giorno in seguito a “incontri” con poliziotti bianchi. Quanto successo a Ferguson quindi, non è né un caso estremo o fuori luogo per gli US.

Come leggere la questione razziale che emerge da Ferguson con la segregazione sociale che la popolazione afro-americana vive negli US, in particolare dopo la crisi del 2007?

Considerare i fatti di Ferguson come riot razziali in senso stretto è profondamente fuorviante, perché negli US la questione razziale e quella di classe sono inscindibilmente legate tra loro. Quanto è avvenuto in questi giorni ha piuttosto svelato l’ipocrisia e l’illusione del cosiddetto black progress, esemplificata in maniera forte dalla elezione di Barack Obama, quando da più parti si è acclamato a una società post-razziale.

Questo è ancora più evidente se si osserva la situazione degli afro-americani a partire dalla fine della rivoluzione dei diritti civili che coincide con la messa in piedi di un’enorme macchina penale e di controllo per replicare il sistema di stratificazione razziale del Paese una volta venuta meno la possibilità costituzionale di farlo in maniera chiara, con categorie esplicitamente razziali di tipo segregazionista.

Ma oltre al sistema penale, è in realtà la macchina americana nel suo complesso con le scuole, i quartieri, i luoghi di consumo e le aree residenziali che continua a fagocitare generazioni su generazioni di giovani afro-americani e, nel farlo, riproduce condizioni di disuguaglianza strutturale che si aggravano nei periodi di crisi.

Un cittadino afro-americano su tre, di età compresa trai 18 e i 40 anni, è in galera, per non parlare di quelli in libertà vigilata o sottoposti ad altre forme di controllo. Questo tipo di “stoccaggio di massa” di giovani afro-americani e latinos, soprattutto di sesso maschile, nasconde di fatto la situazione di povertà e di marginalizzazione di una parte dei cittadini americani.

Secondo alcuni studi, se gli afroamericani e i latinos in carcere fossero conteggiati nelle statistiche socio-economiche del Paese, la disoccupazione aumenterebbe di due punti percentuali e di circa sette punti solo tra gli afroamericani; anche i salari medi, che vengono misurati sulla popolazione in libertà, di fatto sono innalzati artificialmente nascondendo oltre due milioni di cittadini che non vengono presi in considerazioni in questo calcolo.

La stessa partecipazione al voto degli afroamericani, plaudita durate le elezioni di Obama nel 2008 e 2012, nasconde il dato inquietante di circa 4 milioni di afro-americani esclusi dal voto perché hanno riportato condanne penali. Questo è dovuto al fatto che in US ci sono diversi Stati che impediscono il diritto di voto anche a chi ha pienamente scontato la propria pena. Tutto questo rivela l’illusione, su cui è stato coltivato gran parte del dibattito americano negli ultimi sei o sette anni, di una progressiva uguaglianza e superamento della questione razziale.

La crisi del 2008 ha sicuramente peggiorato la situazione: il conservatorismo fiscale e i tagli hanno ulteriormente tagliato i pochi servizi a questa popolazione, ancor più penalizzata. In media, negli US ci sono circa 1600 scarcerazioni al giorno: dopo aver trascorso diversi anni in galera con privazioni di ogni genere, questa popolazione viene riversata nei quartieri dove era stata prelevata qualche anno prima e le alternative possibili sono o di entrare nelle fila dei “poveri laboriosi”, ovvero di chi lavora a basso salario, oppure di reintrodursi nell’economia illegale con l’elevata probabilità di ritornare in galera piuttosto rapidamente.

Come leggere la protesta dei giovani afro-americani a Ferguson di questi giorni?

I saccheggi che ci sono stati a Ferguson, già visti in maniera più significativa a Los Angeles nel 1992, sono un comportamento che può sembrare autodistruttivo, ovvero la distruzione del ghetto stesso dove questa popolazione è costretta a vivere, e non possono essere compresi se non attraverso i pregiudizi con cui questa popolazione viene stigmatizzata in maniera costante.

La tendenza di alcuni giovani afro-americani di reagire in maniera rabbiosa esprime la loro interpretazione dello stigma che gli è stato impresso, estremizzandolo e avverando, in un certo qual modo, le profezie espresse nei loro confronti dalla società, cercando di ribaltarle e di rispedire al mittente la stigmatizzazione in modo ancora più estremo. I saccheggi di Ferguson sono perfettamente comprensibili e paragonabili a quelli dei giovani della banlieue parigina del 2005, o di alcuni quartieri profondamente segregati di Londra: si tratta della reazione a una società che è strutturalmente organizzata per opprimere e discriminare. Al di la della nostra capacità, piuttosto limitata, di dare una lettura immediatamente politica a questi comportamenti, – limite che condividono anche i protagonisti dal momento che non esistono forme organizzate di looting – queste azioni hanno degli effetti politici nella sua immediatezza.

Quanto stiamo osservando Ferguson accadrà in maniera più insistente nel prossimo futuro, per almeno tre motivi. Anzitutto grazie all’enorme ingranaggio penale che fagocita i giovani afroamericani, ma anche attraverso la trasformazione di altre istituzioni come le scuole pubbliche, oggi una sorta di centri di smistamento pre-carcercario. Michael Brown ha frequentato una scuola superiore di Saint Luis per il 98% afro-americana, con un tasso di abbandono di oltre il 25% dove quasi il 40% degli studenti è stato sottoposto a misure e provvedimenti disciplinari. Siamo di fronte a un continuum di repressione, stigmatizzazione e contenimento a danno di queste fasce di popolazione.

L’essere sospetto per come si veste o si parla da parte della polizia è solo l’apice di una serie di pratiche marginalizzanti e degradanti che un giovane afro-americano sperimenta quotidianamente, all’interno e all’esterno del ghetto. Questo diffuso atteggiamento di sospetto e allarme preventivo, lo si può respirare in qualunque liquor store: questi negozi, che adesso vengono saccheggiati, sono muniti di vetro antiproiettile e telecamere. Tutto ricorda, nella loro struttura, quell’ambiente carcerario che un terzo di questi giovani sperimenterà nella propria vita.

Il secondo motivo per cui è possibile prevedere un’intensificazione di questi episodi, è il vigoroso processo di ri-segregazione del territorio statunitense che sta avendo luogo negli ultimi anni. Originariamente, la segregazione razziale urbana vedeva le minoranze afro-americane e latine concentrate nei centri urbani, nella cosiddetta inner city progressivamente abbandonati, negli anni Sessanta e Settanta, dai bianchi di classe media verso i sobborghi e le città giardino lontano dai centri sempre più degradati. Da qualche anno a questa parte, invece, è possibile osservare un processo contrario: una nuova generazione di bianchi, giovani e creativi, stanno rientrando nella città verso il centro, aiutati dal mercato immobiliare e sostenuti da progetti di riqualificazione urbana che in realtà non sono altro che ristrutturazioni di edifici per aumentarne il valore sul mercato (la cosiddetta gentrification). Tutto questo sta spingendo una quota sempre maggiore di afro-americani fuori dal centro urbano: interi quartieri si stanno “sbiancando” di settimana in settimana e sempre più famiglie sono costrette ad abbandonare dove hanno vissuto per decenni. I sobborghi segregati come Ferguson, al contrario dei centri urbani segregati che sono l’immagine storica dell’isolamento, diventeranno sempre più frequenti.

Infine, il terzo fattore è legato all’imponente migrazione di ritorno di afro-americani dalle città e dai centri industriali del Nord-est e Nord-ovest, dove si erano riversati nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, verso il sud che avevano lasciato e che è rimasto profondamente segregazionista, con toni decisamente più acuti rispetto agli Stati delle coste o del nord.

Resta da vedere cosa diventerà il caso Ferguson, con il sostegno interessato dei media e dell’amministrazione Obama, che sta diventando sempre più una mobilitazione su una singola questione con toni piuttosto moraleggianti e individualistico che caratterizza il dibattito pubblico negli US. Ferguson è descritta come un semplice riot razziale, cancellandone di fatto aspetti generali di altro tipo. Un fatto razziale su cui si è innestata la distinzione tra pacifici e violenti.

Obama, in quanto presidente afro-americano, sembra non avere quella libertà di parlare su ciò che sta avvedendo rispetto a quanta, paradossalmente, ne potrebbe avrebbe un presidente bianco. La sensazione è che Obama sia sicuramente un presidente molto prudente, ambivalente, per certi versi ipocrita nelle sue scelte politiche e molto timido su alcune questioni. L’inchiesta federale avviata dal Dipartimento di Giustizia riscontrerà l’effettivo livello di segregazione del dipartimento di polizia di Ferguson come inaccettabile, imporrà delle misure di integrazione razziale e magari altre linee guida per i dipartimenti della zona, o poco più. Ma questa carneficina continuerà.

Alessandro De Giorgi è professore associato del Dipartimento di Justice Studies della San José State University (Oakland, California) e membro del comitato editoriale di Social Justice

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Claudia Bernardi e Paolo Do

Cronache dalla Grecia trasformata dalla crisi

Dinamo Press
20 08 2014

Pochi giorni dopo la conclusione del Festival Anti-Razzista di Atene, DINAMOpress ha intervistato Nikos Iannopoulos, militante della Rete per i Diritti Politici e Sociali (Diktio) attivo da molti anni per il sostegno dei detenuti politici e nelle reti di solidarietà con i migranti.

Abbiamo posto alcune domande riguardanti il blocco delle mobilitazioni di massa degli ultimi 2 anni, la prospettiva europea delle lotte e il complesso rapporto tra SYRIZA e i movimenti sociali.

La Grecia è stata l’epicentro della crisi economica, il principale laboratorio europeo delle politiche di austerity e l’esempio più significativo delle profonde trasformazioni sociali imposte dal neoliberalismo in questi anni. Allo stesso tempo, è stata teatro di movimenti di massa estremamente radicali che, tra il 2010 e il 2012, hanno occupato la scena politica del Paese e rappresentato un punto di riferimento fondamentale nell’immaginario politico europeo. Cosa rimane oggi di quei movimenti e quali sono le principali cause che ne hanno prodotto il blocco?

La Grecia entra ufficialmente in crisi, e nelle mani dell’FMI, a partire dal 2010. È in quell’anno che la società e i lavoratori iniziano a subire attacchi feroci. In modo molto schematico possiamo dividere questo periodo in due parti. La prima va dalla primavera del 2010 fino a quella del 2012: è il periodo dei grandi scioperi generali e dei grandi movimenti delle piazze, in cui milioni di persone partecipano alla lotta. Una tale quantità di manifestanti non si vedeva dal crollo della dittatura, nel 1974. Questo movimento ha combattuto una lotta durissima per sconfiggere il memorandum. Non è riuscito a vincere, ma ha provocato una crisi nel sistema politico dei partiti borghesi PASOK e NEA DEMOKRATIA. Molte persone hanno capito che la causa della crisi non era la mala amministrazione del sistema politico, ma la speculazione del capitale globale.

Questi due elementi, grande partecipazione e mancanza di vittorie, caratterizzano la seconda parte del periodo della crisi, dalla primavera del 2012 fino ad oggi. In questa fase, molta gente è disillusa e non crede più di poter vincere alcuna battaglia. Inoltre, una parte della popolazione vive in modo molto difficile a causa degli effetti della gestione della crisi (licenziamenti, disoccupazione, etc.). Allo stesso tempo, questa gente vuole allontanare chi governa. A causa di questa situazione, il centro della lotta si sposta dalle strade alle elezioni. Così, nelle elezioni del 2009 c’era un piccolo partito [SYRIZA, ndr] che aveva ottenuto circa il 5% e che nel 2012 è balzato al 27%, la percentuale più alta mai ottenuta dalla sinistra in Grecia.

Nell’ultimo periodo al movimento è accaduto quanto segue. Ci sono alcune lotte molto forti, come lo sciopero dei dipendenti amministrativi delle università, o la lotta delle donne delle pulizie dei ministeri, o quella dei lavoratori dell’impresa elettrica pubblica DEI. Però non c’è un movimento generale, permanente e più ampio capace di far cadere il governo. Questa situazione ha incontrato la politica di SYRIZA e di altri partiti della sinistra greca. Il risultato è stato una normalizzazione del movimento… anche se, per fortuna, la lotta di classe non è mai prevedibile. Al momento, possiamo dire che il governo non è così forte, nonostante non sia ancora stato sconfitto. Tutti gli attori del capitale globale, le istituzioni internazionali, la TROIKA, i media greci vogliono che questo governo continui ad esercitare il potere. Intanto, la polarizzazione all’interno della società greca non smette di aumentare.

Il governo prova, e in un certo grado è riuscito, a raccogliere il supporto non solo dei ceti medi e dei ricchi, ma anche di alcuni settori dei poveri, di quei settori dei poveri che cercano stabilità. Con lo strumento principale della paura, il governo riesce a ottenere un supporto sociale ampio, perché in Grecia la destra rappresenta una componente sociale radicata e diffusa. La sinistra capitalizza questa polarizzazione in un grado più basso, perché la destra sfrutta la paura e fa leva contemporaneamente su interessi e stereotipi. Nonostante la sinistra sia la prima forza tra i disoccupati, i giovani, i più poveri, non può gestire la prospettiva di una speranza politica come sta facendo la destra. Così, rispetto al movimento greco, la situazione è estremamente instabile. Il movimento da solo non è in grado di costruire una strategia e una dinamica di speranza, rimane frammentato proprio in un periodo in cui ci sarebbe bisogno di risposte coordinate e generalizzate. Questo fatto provoca un doppio problema: concede lo spazio a SYRIZA per fare compromessi in una direzione da centro-sinistra; rende il movimento, inteso in senso ampio, impreparato a sferrare una battaglia decisiva, perché rimane immaturo.


Nella nostra analisi, i movimenti degli ultimi anni sono stati incapaci di ottenere vittorie decisive perché nei diversi Paesi europei hanno avuto temporalità, strutture organizzative, scadenze di mobilitazione principalmente nazionali, mentre la governance neoliberale attacca e agisce su un piano immediatamente europeo. Esiste un ragionamento nel movimento greco sulla necessità di innescare processi organizzativi e mobilitazioni direttamente nello spazio europeo?

Nel movimento greco, questa discussione rispetto a una prospettiva maggiormente europea è limitata. Esistono alcune ragioni oggettive, dovute alla situazione critica che c’è in questo momento in Grecia, ed altre ragioni storiche, relative alla tradizione della sinistra greca. Rispetto alle ragioni oggettive posso citarne due. La prima è che ci sono delle differenze tra l’attacco e la risposta nei diversi Paesi europei, e anche tra quelli dell’Europa del Sud. Ci sono alcuni settori del movimento, particolarmente avanzati, che sono consapevoli che ciò che è successo in Grecia riguarda anche Italia, Spagna e Portogallo. Ma per la gran parte della gente che partecipa al movimento essere coinvolti in una logica di questo tipo rappresenta una specie di lusso.

La seconda ragione è un fenomeno più generale: negli ultimi 10 anni – e da molto prima – sul livello dei poteri sono state create delle reti, dei centri, delle istituzioni di coordinamento tra i governi. A sinistra, nel movimento dei lavoratori, invece, non esiste alcun centro reale, radicato, che possa svolgere questo lavoro di coordinamento. Certo, negli ultimi 10 anni ci sono state le esperienze dei Social Forum, del movimento anti-globalizzazione, che sono stati dei passi in avanti importanti. Però queste esperienze non sono riuscite a stabilizzare strutture capaci di essere centri di riferimento per alcuni settori del movimento in una base più stabile e permanente, come strumento di organizzazione delle lotte.

Oltre alle ragioni oggettive, ci sono delle ragioni soggettive. Ne esporrò due. La prima: in Grecia molto prima della crisi c’era già un nazionalismo ampio e un certo sentimento anti-europeo. Ci sono alcune basi reali per questi sentimenti, come le esperienze di occupazione da parte degli inglesi e dei nazisti. In Grecia, c’è una sinistra e perfino alcune componenti anarchiche che hanno caratteristiche patriottiche, non dico nazionaliste ma patriottiche. Per questo la sinistra e il movimento greco sono piuttosto auto-centrati. Noi, come Rete per i Diritti Politici e Sociali (Diktio), insieme ad altri gruppi della sinistra internazionalista siamo stati accusati da altre parti della sinistra greca di essere poco realisti, perché sosteniamo la necessità di una lotta e di un’organizzazione internazionale. Questo è molto evidente rispetto ad alcuni temi politici, come la questione delle minoranze che vivono nel nord della Grecia o quella dei migranti. Ad esempio, la richiesta di frontiere aperte viene rivendicata solo da poche componenti della sinistra greca.

Rispetto al tema dell’organizzazione nello spazio europeo, la nostra opinione è che tra i diversi Paesi esistono delle differenze sociali e politiche. Probabilmente, quando un nuovo forte movimento esploderà, questa esplosione accadrà in un territorio nazionale. Nonostante ciò, siamo sicuri che per costruire le condizioni di una vittoria la lotta deve essere organizzata necessariamente a livello internazionale. Oggi, ciò è particolarmente evidente perché subiamo le condizioni di un capitalismo globale, ma era evidente anche prima.


La seconda domanda riguarda la prospettiva politica dei prossimi mesi. Sebbene sia sempre impossibile prevedere quando, dove e a partire da cosa nuovi movimenti sociali potrebbero nascere, vorremmo chiederti quali sono, secondo te, le questioni più importanti che dal prossimo autunno potrebbero innescare nuove lotte.

Risponderò in modo generale, perché vorrei evitare di dire cose di cui non posso essere sicuro. Prima, però, vorrei fare una piccola introduzione sulla differenza di significato che la definizione di “movimento sociale” assume tra Italia e Grecia. In Grecia, dopo il crollo della dittatura nel 1974 c’è stato un forte movimento di operai, agricoltori e studenti. Il movimento, però, è rimasto sotto il controllo assoluto dei partiti di sinistra e del PASOK. Questo controllo politico da parte dei partiti è stato estremamente maggiore rispetto a quello che in Italia il P.C.I. ha provato a esercitare sui movimenti autonomi.

In Grecia, ad esempio, non esiste nemmeno qualcosa di simile all’esperienza dell’ARCI. Non importa quanto moderata sia questa esperienza, perché l’ARCI riflette comunque un certo tipo di esperienza di base e di relativa indipendenza dai partiti che qui da noi non è mai esistita. Il fenomeno dei movimenti controllati dai partiti è stato sfruttato al massimo dal PASOK, che non è un classico partito socialdemocratico europeo. È una cosa paradossale, ma il PASOK è una via di mezzo tra un populismo latinoamericano, tipo peronismo, e la socialdemocrazia tedesca dell’SPD. Dico questo perché il PASOK, quando è stato in grado di concretizzare alcune rivendicazioni dei movimenti, come l’aumento dei salari o il riconoscimento della resistenza nazionale, lo ha fatto integrando i movimenti nella struttura dello Stato. In questo modo, li ha distrutti. Nello stesso tempo, ha implementato e realizzato alcune rivendicazioni della classe dei lavoratori, ma solo attraverso politiche di sostegno sociale clientelari e corrotte.

Possiamo dire che in Grecia i movimenti sociali, cioè quelli radicati nella società, a carattere spontaneo e senza l’egemonia dei partiti, sono un fenomeno che riguarda quasi esclusivamente gli ultimi anni, quando sono esplose mobilitazioni animate da gente comune con l’obiettivo di creare un progetto di lotta condiviso e un nuovo modo di fare politica. È la prima volta, con l’eccezione di alcune esperienze di sindacalismo militante degli anni ’70. In Grecia, prima della crisi c’erano 10 case occupate e 10 centri sociali, adesso ci sono più di 100 occupazioni. Si tratta di un fenomeno di massa, che coinvolge strutture di base, di solidarietà, centri sociali.

Poi, c’è il fenomeno del sindacalismo dal basso, con oltre una decina di esperienze simili, anche se a volte di natura settaria. Inoltre, c’è l’esperienza della VIO.ME., la prima fabbrica autogestita. E ancora, sono nate più di 100 cooperative, anche se non tutte politicamente radicali, e ci sono reti per comprare il cibo senza intermediari. Noi diamo un’attenzione grandissima a questo movimento delle reti di solidarietà. È un movimento che può raccogliere ed educare la gente e può integrare componenti sociali diverse, a livello intergenerazionale. Lo consideriamo come un giardino in cui si possono coltivare nuove esperienze. Allo stesso tempo, non crediamo che queste esperienze possano diventare un soggetto politico rivoluzionario. Siamo convinti che ci sia bisogno di rotture, di trasformazioni, di cambiamenti all’interno della sinistra e crediamo che una simile dinamica di movimento sociale, da sola, non sia sufficiente.

Qui si pone la grande questione. Nessuna parte di questo movimento, né della sinistra politica, è in grado di fare questo passaggio necessario, di cercare questa rottura. Ad esempio, si possono vedere assemblee popolari con centinaia di persone che però funzionano come piccoli parlamenti e che in questo modo allontanano molta gente, perché non è questo ciò che la gente cerca. Ad esempio, quando si tratta di organizzare una lotta su un tema specifico, come la privatizzazione delle spiagge, molte forze della sinistra e degli anarchici vogliono dettare tutta la linea politica. Questo allontana nuove forme di partecipazione.

Per concludere, crediamo che ci siano alcuni spazi di estensione per il movimento sociale e lottiamo perché la sinistra stia in questi spazi. Questo collegamento della sinistra con i movimenti sociali, però, non si può fare in modo tradizionale, cioè dicendo al movimento cosa deve fare e provando a rappresentarlo. La sinistra deve imparare ad adattarsi ai movimenti. Sul come deve farlo non posso aggiungere maggiori dettagli, né indicazioni concrete più precise, perché è un tema su cui anche noi ci stiamo interrogando molto e su cui c’è una discussione in corso.


Ultima domanda. La crescita di SYRIZA ha attirato l’attenzione di tutti i partiti europei della sinistra radicale e anche di quei gruppi che rivendicano la propria autonomia dal sistema della rappresentanza politica e dei partiti, ma si pongono comunque il problema di un rapporto critico e conflittuale con le istituzioni statali. Come sta cambiando SYRIZA dopo le elezioni del 2012? O meglio, come l’assenza di movimenti di massa sta incidendo sul partito? E ancora, che tipo di ruolo strategico SYRIZA si propone di giocare rispetto agli altri partiti della sinistra europea?

Per prima cosa voglio sottolineare che io non sono membro di SYRIZA, ma gli sono vicino e per questo ho consapevolezza di quello che è successo al partito. Perciò, quello che dirò viene da una prospettiva sui generis. Vorrei dire schematicamente alcune cose rispetto alle caratteristiche di SYRIZA. Per storia politica e struttura organizzativa SYRIZA è un partito riformista. A causa delle trasformazioni degli ultimi anni, forse è diventato il partito riformista più radicale. Credo che SYRIZA nei termini programmatici e di pratica politica sia più radicale del Front de Gauche (Francia), o del Bloco de Esquerda (Portogallo) o della Die Linke (Germania). Ci sono due elementi di questa radicalizzazione.

Il primo è che SYRIZA rimane un partito aperto alle pressioni dei movimenti: è questa la causa principale della percentuale raggiunta nelle ultime elezioni. Il secondo elemento è che ha un numero importante di dirigenti medi e alti, e anche di membri ordinari, che sono propensi a realizzare una politica di rottura, non dico rivoluzionaria, ma almeno che rifiuti i compromessi e segua un percorso radicale. Allo stesso tempo, però, SYRIZA rimane un partito molto verticistico, in cui un numero limitato di dirigenti sostituisce perfino il Comitato Centrale del partito, che spesso funge solo da organo di facciata. Oggi, mentre si pone la questione del potere governativo, questa contraddizione è più che mai evidente. Tsipras, ad esempio, da un lato può andare negli USA o ad un incontro con la Confindustria greca, e dall’altro può parlare nel Comitato Centrale di SYRIZA e avere un discorso molto radicale.

Questa contraddizione non riguarda solo alcune idee o una sorta di mentalità, ma attiene anche a un conflitto sulle strategie e sugli interessi. All’interno di SYRIZA ci sono conflitti di interessi su diversi temi, come ad esempio l’energia, le questioni ambientali o anche la costruzione del nuovo stadio dell’AEK. Negli ultimi giorni, all’interno di SYRIZA si è palesata una nuova tendenza composta da 53 firme – tra cui 42 membri del comitato centrale e 11 parlamentari – che hanno cercato di mettere in luce alcune di queste contraddizioni e frenare gli evidenti compromessi che il partito sta realizzando nel tentativo di andare al governo. Secondo me SYRIZA rimane una questione aperta, ma sono molto preoccupato per il possibile risultato finale. Parlerò ora in modo schematico. SYRIZA nell’ultimo periodo parla meno della necessità di un governo di sinistra e più di un governo di salvezza nazionale.

Questo discorso ha conseguenze molto pratiche. Invece di rafforzare la sua politica rispetto ai giovani e alle classi lavoratrici, che secondo me sono gli unici soggetti sociali che possono portare SYRIZA al governo, il partito cerca di moderare la propria retorica politica, farla apparire meno “pericolosa” e tenta di trovare alleanze con altri partiti della sinistra greca. Parentesi, la forza organizzativa di SYRIZA è piccolissima rispetto, ad esempio, al partito comunista [KKE, ndr], ai sindacati o al movimento studentesco. Invece di creare radici sociali e dispositivi organizzativi negli spazi di lavoro e della riproduzione sociale, SYRIZA cerca di aumentare il proprio consenso nella società principalmente attraverso la comunicazione e i media.

Ad esempio, ultimamente i dirigenti di SYRIZA parlano continuamente di “patria”. Noi del Diktio siamo un gruppo piccolo, ma siamo stati i primi a parlare della necessità di un governo di sinistra. Abbiamo detto che solo un governo di sinistra può realizzare una salvezza sociale, non nazionale. Abbiamo anche proposto ad alcuni membri della nostra organizzazione che sono anche membri di SYRIZA un programma transitorio che possa rispondere ad alcune rivendicazioni del movimento, tenendo conto anche del livello della discussione interna a SYRIZA. Ad esempio, abbiamo proposto una legge che vieti i licenziamenti nelle aziende che sono in attivo, perché grazie alla crisi ci sono molte imprese del settore privato che hanno fatto molti licenziamenti. SYRIZA ha rifiutato questa proposta. Questo è solo un esempio.

Per chiudere, ci sono tre possibilità rispetto a SYRIZA. La prima è quella di una sconfitta tragica, in cui il partito finisce per adottare e implementare il programma del nemico, magari abbellendolo un po’. Se ciò dovesse avvenire, il risultato sarebbe l’ennesima vittoria della destra, anche con elementi della destra estrema. La secondo possibilità è una sconfitta dignitosa, cioè l’adozione di un programma più o meno popolare, ma impossibile da realizzare a causa del contrattacco delle classi dirigenti, attraverso i media e le manifestazioni dei crumiri, per scongiurare una possibile vittoria elettorale della sinistra.

La terza possibilità, quella che noi sosteniamo, è la pratica di una discussione aperta e continua con i cittadini, a partire da oggi, in cui SYRIZA affermi chiaramente che vuole implementare un determinato programma e vuole portare avanti un dibattito direttamente con la gente, rafforzando e sostenendo ciò che noi definiamo autorganizzazione popolare e contropotere popolare. Siamo realisti, non abbiamo illusioni, però crediamo che alcune strutture autorganizzate potrebbero tentare di aprire un discorso simile nei confronti di SYRIZA e cercare i modi per organizzare una pressione in questa direzione. Ci sono alcune forze che vogliono lavorare su questa prospettiva politica, anche se credo che SYRIZA non voglia seguire questa linea. Per questo sono molto preoccupato.

Attivisti sulle antenne, domani #nomuos in corteo

Dinamo Press
08 08 2014

Blitz notturno e sette attivisti sulle antenne RTF a Niscemi, nonostante intimidazioni, misure cautelari e silenzio mediatico, il movimento No Muos si prepara a tornare in piazza domani.

Con un blitz al chiaro di luna questa notte sono tornati sulle antenne RTF sette attivisti No Muos, questa volta con i colori della Palestina dipinti sul volto. Si prepara cosi la manifestazione che partirà domani 9 agosto alle ore 15 dal presidio permanente No Muos, danneggiato da ignoti solo pochi giorni fa.

"Nel pomeriggio di sabato 2 agosto" infatti, scrivono sul sito nomuos.info "alla luce del sole, il Presidio permanente NO MUOS di Niscemi è stato saccheggiato; ogni oggetto e suppellettile presente dentro la baracca è stato distrutto o reso inservibile. Il vile gesto vandalico rappresenta un chiaro messaggio intimidatorio verso il movimento NO MUOS che si accinge a dare vita al campeggio resistente e alla manifestazione del 9 agosto, e si aggiunge agli altri fin troppo chiari segnali arrivati in queste settimane: dai fogli di via a 29 attivisti, cui è stato proibito di entrare nel territorio di Niscemi, al rifiuto apposto al percorso della manifestazione del 9 dentro la Sughereta, al continuo stillicidio di denunce e convocazioni per attivisti rei di aver preso parte a manifestazioni e iniziative diversi mesi fa."

Ultima ondata intimidatoria, i 29 avvisi relativi al divieto di dimora a Niscemi recapitati il 27 luglio scorso a attivisti no muos di diverse città siciliane: il comitato di Niscemi denuncia "l’intento, attraverso questa limitazione della libertà personale, di far fallire il corteo previsto il prossimo 9 agosto. Gli attivisti colpiti dai provvedimenti provengono da ogni parte della Sicilia, da Siracusa a Palermo, da Catania a Caltanissetta. Non potranno, nel periodo del campeggio No Muos dal 6 al 12 agosto, accedere al territorio niscemese. In questo modo tentano di intimidire una protesta che non da segni di cedimento, nemmeno dopo il montaggio delle parabole, nemmeno dopo il voto di Camera e Senato. Non saranno certo i divieti a fermare gli attivisti No Muos."

Ed infatti dopo settimane dense di intimidazioni, minacce, divieti della Questura rispetto al percorso del corteo, devastazioni del campeggio, il movimento no muos oggi raccoglie adesioni di decine di sindaci, amministratori locali, associazioni, attivisti, e si prepara a tornare sotto le antenne, ad un anno dalla grande manifestazione del 9 agosto scorso, quella dell'invasione della base militare da parte di migliaia di persone.

Si tornerà quindi in piazza per fermare il Muos, e per reclamare con forza la fine del massacro israeliano, ma anche per una politica di inclusione, apertura dei confini e di pace nel mediterraneo.

Per lo smantellamento della base e la sua riconversione in centro internazionale per l'accoglienza, la solidarietà e la pace, il trasferimento del denaro per gli F-35 per progetti sociali ed ecologici elaborati dal basso, la fine della collaborazione militare e commerciale con Israele, da poco condannato per violazione dei diritti umani, fino a quando si arrivi a una soluzione giusta e condivisa tra Israele e Palestina. Il blocco delle vendite di aerei e armi da combattimento da parte delle nostre fabbriche a tutti i paesi violatori di diritti umani.

Ed infine, contro il Mediterraneo come frontiera e cimitero di migranti, la manifestazione chiede la conversione del denaro e degli sforzi militari e polizieschi (Marenostrum, Cie, Cara) usati per solo per rinchiudere migranti e deportarli, creando e rendendo operativo da subito un piano di accoglienza solidale e diffuso che preveda il salvacondotto consolare europeo per i migranti che scappano da guerre e dittature, dando l'esempio agli altri paesi.

News, aggiornamenti e articoli su nomuos.info

Per un nuovo diritto alla città

DinamoPress
05 08 2014

Dal fronte di un'estate calda tra sgomberi e l'approvazione del bilancio dettato dal Salva Roma, la proposta per un percorso comune di mobilitazione a partire da un'assemblea il prossimo 17 settembre: "perché Roma non è in vendita e neanche le nostre vite.

Lo sviluppo della metropoli Roma è costruito intorno alla storia di una smisurata voracità: fame di cemento e soldi facili. La logica del profitto si afferma sempre più prepotentemente cancellando e appropriandosi della città pubblica e non mercificata. È sempre più costoso e difficile vivere a Roma mentre edifici storici, cinema e teatri, terreni demaniali, aree pubbliche, pezzi di welfare state vengono ceduti agli speculatori da una politica sempre meno interessata all'interesse comune.

Il ricatto del debito e la retorica della spending review in Italia e a Roma hanno legittimato un passaggio epocale: l'amministrazione pubblica non deve più agire secondo criteri minimi di giustizia sociale ma secondo criteri di efficienza e sostenibilità economica. Ciò si traduce nel travaso sistematico di beni e risorse dal pubblico al privato, che sotto il vigliacco nome di Progetti di Rigenerazione Urbana danno il campo libero a speculazione e rendita attraverso incentivi ai privati per finanziare grandi opere e infrastrutture, a meccanismi di semplificazioni burocratiche e fiscali per l'edilizia privata, al definitivo smantellamento del welfare e azzeramento di ogni politica di protezione sociale.

In Italia non esistono sistemi di welfare adeguati mentre esiste una condizione di precarietà abitativa, sociale, culturale e lavorativa dilagante ed istituzionalizzata de facto dai recenti provvedimenti governativi - dal Jobs Act del ministro Poletti al Piano Casa del ministro Lupi - che rendono ormai impossibile progettare un futuro e vivere dignitosamente le nostre vite e la nostra città. Provvedimenti legislativi, questi, che se da un lato costringono chi li subisce sulla propria pelle a una sempre più pesante insicurezza, dall'altro garantiscono solo gli interessi di chi sfrutta e di chi specula, alla rincorsa di una ripresa dal prezzo sociale calcolabile nell'abbassamento dei redditi e dei consumi e nell'impoverimento progressivo di fette sempre più estese di popolazione.

Costantemente tenuta sull'orlo del _default_, la città di Roma si ritrova, dunque, a fare i conti con le conseguenze di scelte politiche imposte direttamente dal Governo delle larghe intese. Attraverso la definizione di una tabula rasa di principi e diritti fondamentali, l'amministrazione pubblica sembra essere ormai derubricata a badcompany che assorbe e spalma i debiti su tutti ma concentrando utili nelle mani dei soliti noti. Il risultato è che il settore privato entra nella cogestione degli interessi pubblici perseguendo logiche e interessi aziendali. Si socializzano le spese ma si privatizzano i guadagni. Un'univoca direzione di mercificazione e privatizzazione di tutto ciò che in teoria dovrebbe essere pubblico e ad accesso universale.

Il risultato a Roma è sotto gli occhi di tutti: una amministrazione comunale incompetente che da un lato promuove una città dove si vive male e si spende troppo per gli alloggi, per i trasporti, per la carenza di infrastrutture sanitarie pubbliche di qualità, di scuole e luoghi di socialità e cultura, incentivando la speculazione dei privati; dall'altro fa pagare un conto salato chiamato "deficit di bilancio", obbligando la città tutta a subire drastici tagli, abilmente riassunti nel decreto "Salva Roma".

A fronte di questo sono diversi i percorsi, a Roma e in Italia, che si autorganizzano, occupano spazi abbandonati e case vuote, costruiscono possibilità di crescita e sapere collettivo, dando vita a esperimenti di mutuo soccorso, di socialità non mercificata, di riappropriazione di diritti e di affermazione collettiva di diritto al reddito, difendendo i territori da speculazione, privatizzazioni di beni e servizi pubblici e devastazioni ambientali. Sono questi percorsi a rappresentare lo spazio di una partecipazione vera e non simbolica, presidio di democrazia reale e resistenza sui territori.

Da qualche mese nella nostra città, molti spazi sociali occupati ed autogestiti hanno cominciato a dar vita ad un percorso pubblico che mette al centro il tema del DIRITTO ALLA CITTÀ. A partire dalle nostre esperienze, occupate e autogestite, crediamo esista un altro modo di gestire la città e di costruire le relazioni tra chi la vive; di immaginare e garantire i servizi pubblici, di riappropriarsi della ricchezza collettiva che appartiene a tutti e tutte noi. Per farlo abbiamo scelto la via della legittimità che spesso, in questo paese, vuol dire illegalità. Abbiamo occupato spazi lasciati all'abbandono o alla speculazione, recuperandoli con le nostre forze all'uso pubblico e condiviso. Crediamo che i processi decisionali sulla città debbano essere processi pubblici e partecipati, ri-significando il termine "pubblico" come qualcosa veramente "di ed accessibile a tutti".

In questo quadro si inscrive la proposta di delibera per la gestione del patrimonio pubblico proposta dalla debolissima giunta Marino ed a firma del vicensindaco con delega al Patrimonio Luigi Nieri. Una delibera che, se da una parte "vende" meschinamente parte consistente del patrimonio per colmare una minima parte della voragine del debito pubblico; dall'altra si pone come obbiettivo quella di "valorizzare" il patrimonio indisponibile dell'amministrazione tramite bandi ad evidenza pubblica. Una intenzione, quest'ultima, che potrebbe sembrare lodevole ma che, in realtà, porta con sè il tentativo di normalizzare le esperienze di autogestione ed occupazione e di impedirne la proliferazione futura in città.

Come rete degli spazi occupati e autogestiti, a seguito dell'occupazione del dipartimento al Patrimonio, abbiamo incontrato più volte l'amministrazione e anche Nieri. Risultato dell'interlocuzione? Nessuno: l'assedio all'esperienza del Teatro Valle, i sigilli al Corto Circuito, lo sgombero del Cine Teatro Volturno e nessuna soluzione per la precaria situazione dell'Angelo Mai. Una politica istituzionale molto lontana a soddisfare gli interessi sociali reali di chi abita i nostri territorio.

Non crediamo di essere autosufficienti per condurre questa battaglia, che parla del futuro e dello sviluppo della città, ma di essere una parzialità. Reputiamo, infatti, che le trasformazioni urbanistiche in atto sui nostri territori non sono solo un attacco diretto agli spazi sociali, quanto piuttosto al modello di sviluppo della città che vorrebbero imporci. Rifiutiamo la logica dei grandi eventi, delle grandi opere e nuove infrastrutture da regalare ai privati e alla speculazione come motore delle trasformazioni urbanistiche e sociali dei nostri territori e crediamo servano momenti di dibattito e confronto pubblico.

Per questo invitiamo i movimenti per il diritto all'abitare, il sindacalismo di base e conflittuale, le realtá dei lavoratori autoconvocati ed autorganizzati, i comitati di quartiere, e tutte le realtà autorganizzate che si battono quotidianamente contro le speculazioni e per i beni comuni ALLA COSTRUZIONE DI UN MOMENTO DI CONFRONTO PUBBLICO IL 17 SETTEMBRE PER COSTRUIRE UN’AMPIA COALIZIONE SOCIALE CON L’OBIETTIVO DI COSTRUIRE UNA PRIMA GRANDE MOBILITAZIONE CITTADINA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.

Rete degli spazi occupati e autogestiti   

Andy Warhol, precursore del selfie

Dinamo Press
31 07 2014

Oggi basta un click per trasformare un proprio selfie in un'icona pop; i famosi 15 minuti di celebrità che tutti possono ottenere nella propria vita che preconizzava già cinquant’anni fa l’egocentrico artista. Le immagini diventano in un certo senso l’ossidazione di desideri fissati dalla luce e dalla chimica: organismi viventi.

A Roma è in corso, presso Palazzo Cipolla in via del Corso, la mostra su Andy Warhol, ultima di una lunga serie di esposizioni a breve o lunga permanenza avvenute negli ultimi anni, di colui che è noto come il padre della Pop Art. Pur volendo sottolineare l'unicità di questa mostra (Peter Brant, curatore e illustre collezionista di arte contemporanea, amico e profondo conoscitore di Warhol, raro esempio di continuità nel mondo del collezionismo, ha raccolto disegni e dipinti dell'artista per più di quarant'anni), non ci si può astenere dal chiedersi il perché della riuscita di questo personaggio-mito.

Perchè Warhol è così presente nel panorama artistico occidentale? Tutti lo conosciamo per aforismi o per la giostra di eccessi del suo entourage. Warhol ha segnato un'epoca, ha tracciato la linea di confine e la direzione del suo superamento. Amato oppure odiato, egli fa notizia e fa ancora tanto discutere, e in questo è coerentemente pop.

Spesso accade, però, di sovrapporre il personaggio alla sua opera. L'assimilazione collettiva dell'intervento di un artista, che passa attraverso i filtri della critica, i meccanismi di storicizzazione e l'ingresso trionfale nel mercato del dispositivo dell'arte può farci infatuare dell'aspetto biografico più che dell'opera stessa. Non che questi due elementi possano o debbano essere separati. Al contrario coesistono, si influenzano necessariamente e la loro osmosi genera un risultato senza dubbio complesso.

Il caso Warhol è emblematico in questo senso. Probabilmente non siamo solamente davanti a un artista, ma ci guardiamo nello specchio di un'epoca e di una collettività, i cui valori dominanti sono, per molti aspetti, rimasti imprigionati nel riflesso di loro stessi. Guardare un'opera di Warhol significava riconoscere l'America del secondo dopoguerra, del mito del progresso e del consumo esattamente per quello che era. L'insostenibile peso della realtà, della banalità se vogliamo, dell'immagine di consumo.

Sull'onda di questi temi nasce la Pop Art e con essa i nuovi traguardi della rappresentazione. Una rottura con l’estetica tradizionale e con numerosi standard artistici, in nome di una creatività multiforme, come rappresentò per alcuni aspetti, il Dadaismo, a partire dalla prima decade del ‘900, ma spogliato di quella carica anarchica, provocatoria e “apertamente” critica. Warhol si inserisce nel filone artistico del New Dada di Jasper Johns e Robert Raushenberg (che lo ha preceduto nell’utilizzo delle lattine di Coca-Cola in una opera d’arte) e dei primi interventi della Pop Art inseguendo la necessità di esprimere una fedeltà al reale che fosse quasi eccessiva ma allo stesso tempo liberatoria.

Nello stesso tempo sono evidenti alcune influenze di artisti come Marcel Duchamp (tra l'altro nella mostra sono presenti anche immagini di W. en travesti, che ricordano un pò un famoso alter-ego di Duchamp, Rrose Sélavy) e Man Ray (l’oggetto di uso e consumo quotidiano trasfigurato come forma d’arte), oppure Edward Hopper (per alcuni il “padre” spirituale della Pop Art) e tutto il suo potente immaginario legato all’american way of live del ‘900, senza dimenticarsi, dal punto di vista stilistico, l’influenza del mondo pubblicitario da cui Warhol proveniva.

In controtendenza rispetto all'astrazione lirica e autobiografica di Rothko (assai critico dei “giovani artisti pop”), Still e Tobey o al romanticismo sciamanico di Pollock e Kline, esponenti dell' Action Painting, Warhol restituisce semplicemente quella realtà che è sotto gli occhi di tutti, la realtà soppiantata dall'immagine, senza il desiderio di determinarne gli aspetti positivi e negativi; l’arte in ogni sua forma, creata per rappresentare un immaginario, un epoca, fuoriuscendo dalla cornice del riflesso dell'immediato dopoguerra, con le sue ricadute individualiste e malinconiche e rivoluzionandone il linguaggio.

L’artista, polemizzando violentemente con l'immagine dell'artista-demiurgo, cara agli espressionisti astratti americani, è un comunicatore, e deve creare velocemente qualcosa che tutti possano comprendere. Egli fa irruzione nel mondo dell'arte proprio quando il nucleo di produzione artistica e delle novità espressive si sposta dall'Europa all'America. Dunque possiamo dire che Warhol rappresenti la realtà americana ma per estensione tutta quella dell'occidente capitalistico.

Le immagini che Warhol rappresenta non sono mai “sue”, “non inventa, ma riproduce, non interpreta ma ripete all'infinito” (Warhol,Rizzoli, 2004): le sue immagini “transitavano prima di lui nei circuiti industriali e continuano a transitare dopo di lui. Fra quel prima e quel dopo, l'artista si limita a trattenere e a rifare l'immagine prescelta. Come fanno nei rispettivi settori e con metodi diversi tutti gli artisti pop, Warhol rifà ciò che è già fatto, fedelmente in apparenza, ma occultando in questa apparenza una necessaria misura di frode. Egli riproduce le immagini che si trovano sotto gli occhi di tutti (una delle sue prime rappresentazioni è quella della zuppa Campbell, cibo in scatola di basso costo con cui egli era cresciuto) per sottrarle all'invisibilità e renderle, per una volta almeno, tanto “vedibili” da farcele scorgere e conoscere realmente. Perché è proprio l'oggetto che ci sta di continuo presente davanti allo sguardo che ci sfugge, che non arriviamo a vedere. E di conseguenza, ci sfugge la nostra vita presente, adoperato ora l'aggettivo “presente” in senso temporale e non più solo spaziale” (Alberto Boatto. Art Dossier n.35, pp.15-16). Dunque nel processo meccanico per cui la realtà è così veloce e ripetitiva che ci incamera senza che possiamo averne coscienza, Warhol interrompe la catena di montaggio fordista e sospende l'immagine costringendoci-invitandoci a guardarla.

Le scelte iconografiche di Warhol sono sempre frutto di intuizioni vincenti, costruendo una “vera e propria antologia del suo presente: divi del cinema, prodotti e bevande alimentari, fino ad autentici capolavori come il Cenacolo di Leonardo da Vinci, tutti i suoi soggetti sono stati democraticamente trattati con tecniche nuove, prodotte dai linguaggi della contemporaneità, e trasformati in opere dall’eco potente, riconoscibili a tutti e con un impatto figurativo nuovo, contribuendo in modo determinante a definire e a trasformare il moderno concetto di icona, lontana dall’accezione religiosa.

Andy Warhol, figlio di immigrati di origine ruteno-slovacca (il padre era minatore e morì prematuramente, la madre conosceva pochissimo la lingua inglese) rappresenta egli stesso una delle icone della cultura americana; un uomo che è stato più volte definito il padre dell’arte contemporanea, che ha cambiato per sempre la figura dell’artista e ha avvicinato il grande pubblico all’arte.

Il laboratorio artistico di Warhol, “The Factory” era situato a Manhattan in un edificio sulla 47esima strada (tra il 1962 e il 1968, poi si spostò in altre due locations). Nella conservatrice New York degli anni ’60, un’officina metropolitana di idee, un luogo di produzione culturale e di connessione tra artisti e personalità varie, dove l’arte si fondeva con la vita, dove si dipingeva, si componeva musica, si giravano film, si facevano feste di ogni tipo, sperimentando. Si potevano incontrare Lou Reed, Jim Morrison, Truman Capote e Mick Jagger, altri visitatori più occasionali includevano Salvador Dalí, Allen Ginsberg, David Bowie, Liza Minelli e molti altri.

Warhol collaborò nel 1966 con la rock band newyorkese di Reed, i Velvet Underground (che utilizzavano la Factory come studio per le prove) e produsse il loro album di debutto The Velvet Underground & Nico, “suggerendo” una delle sue muse, l’algida cantante e modella tedesca Nico e disegnando e ideando anche la celebre copertina che raffigurava una banana plastica, in quello che tuttora è considerato uno dei dischi più importanti, influenti ed acclamati della storia della musica, avendo gettato le basi per una moltitudine di generi venuti dopo (come punk, new wave, indie rock) e avendo introdotto tematiche innovative nei testi che lo compongono, mai affrontate prima in maniera così esplicita, come la vita metropolitana, la sperimentazione sessuale, le droghe di ogni tipo, insieme ad alcuni riferimenti letterari.

Lou Reed e John Cale registreranno poi nel 1990 un bellissimo (forse poco conosciuto, ma considerato uno dei loro migliori dischi) concept album interamente dedicato al loro mentore, morto nel 1987, Songs for Drella (da uno dei soprannomi di W. un blend tra Dracula e Cinderella), che ripercorre un po’ la vita dell’artista, stando ben lontani dai tranelli della “agiografia”: un opera magistrale che colpisce per l’intensità lirica e poetica che traspare.

La Factory era anche il luogo in cui W. iniziò a sperimentare la tecnica della fotoserigrafia, ovvero un procedimento in cui il punto di partenza è una fotografia, trasferita su telaio di legno e tela, spesso seta, matrice per infinite stampe, attraverso il quale si fa passare l’inchiostro.

«Non è la vita una serie di immagini che cambiano sempre eppure sempre si ripetono?»(A. Warhol)

Questo procedimento garantiva all’artista la riproduzione di un disegno tante volte quante desiderava, sempre uguale a se stesso, sia su diverse tele, sia sulla medesima. Come ben sintetizza Bonami, il concetto della ripetizione è legato molto alla realtà in cui viveva l’artista nato e cresciuto a Pittsburgh, dunque alla società industriale, ma anche alla nostra società, al nostro modo di “produrre”, ma evidenziando che l'esclusività (dell’oggetto) non era il focus, bensì l'importante era, ieri come oggi l’accessibilità materiale e la fruibilità dello stesso.

W. amava circondarsi di personalità bollate spesso come borderline, talvolta prese proprio dalla strada, che partecipavano ai suoi processi creativi, venendone il più delle volte risucchiate. Edie Sedgwick, la Femme Fatale (a cui è ispirata l’omonima canzone) della Factory, che proveniva da una delle famiglie wasp più in vista degli USA, ne è solo l’esempio più famoso.

« … E’ sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi. L'arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare.» (Keith Haring)

Molti i giovani artisti di cui Warhol individuò le potenzialità da Jean-Michel Basquiat, a Keith Haring (esponenti della street-art nella New York anni ’80) a Julian Schnabel. Basquiat (l’enfant terrible del mondo dell’arte, primo artista afroamericano celebrato nel mercato internazionale) è stato uno dei primi a contribuire a rendere il graffito una forma d’arte, diventando leader di un nuovo genere di pittura neo espressionista: il suo universo è una miscela di mitologie sacre, cultura voodoo, fumetti, pubblicità. Attraverso una gestualità pittorica, piena di vitalità, definisce una controcultura urbana, anarchica, che descrive la vita in strada, lo sfruttamento nel mondo del lavoro, attaccando profondamente la struttura della società americana razzista e con retaggi ancora di matrice coloniale.

Oggi un epigono e per molti critici “erede” di Warhol è il potente Jeff Koons (nel novembre 2013 la sua Balloon Dog è stata venduta per 55 milioni dollari, diventando l'opera più costosa di un artista vivente battuta all'asta) che ha trasformato il kitch in arte, mettendo a nudo proprio questo lato del nostro attaccamento all'oggetto.

L’artista definito “Post Human”, in linea con la tendenza novecentesca a fondere arte e vita, in un connubio in cui scultura biologica e materica dissolvono il confine tra realtà e artificio, è diventato l’emblema del conservatorismo neoliberista che permea la sua arte “sazia”, completamente avulsa da qualunque elemento conflittuale.

W. ha “giocato” provocatoriamente ma anche cinicamente con i personaggi del momento, della sua epoca: Marilyn (ad esempio il famoso fotogramma della diva venne fuori subito dopo la sua morte, nel 1962, da un ritratto pubblicitario del film Niagara), Jackie Kennedy (ritratta al funerale di JFK), Liz Taylor (il cui ritratto comparve in occasione di una sua grave malattia), Elvis e moltissimi altri, rendendoli delle icone definitive famose ancora oggi, ma contribuendo ad infoltire tutta una serie di prodotti di qualunque genere, oggetti (magliette,orecchini,borse…) di puro merchandising.

Un suo merito è quello di aver spaziato in molti campi artistici creando sinergie varie tra arte pittorica, fotografica, musica, cinema. Ma chissà quanto tempo avrebbe risparmiato, Andy Warhol se avesse avuto nelle sue mani Instagram. Oggi basta un click per trasformare un proprio selfie in un'icona pop; i famosi 15 minuti di celebrità che tutti possono ottenere nella propria vita che preconizzava già cinquant’anni fa l’egocentrico artista. Le immagini diventano in un certo senso l’ossidazione di desideri fissati dalla luce e dalla chimica: organismi viventi.

Nello stesso tempo, è proprio la volontà di caricare, di sovraesporre (anche ironicamente), di saturare di senso le icone, i miti, i cliché fino a farli esplodere, ciò che ci consente di liberarci di essi e di distruggere quel senso “comune” che essi spesso intendono comunicare.

Ambra Lancia e Giulia Orazi

Dinamo Press
29 07 2014

Ieri l'incontro tra la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e le istituzioni culturali e politiche della città, che hanno manifestato chiaramente la volontà di arrivare allo sgombero. Gli occupanti hanno convocato per oggi alle ore 12 una conferenza stampa e alle ore 18 un'assemblea pubblica.

Il comunicato della Fondazione Teatro Valle Bene Comune redatto al termine dell'incontro:

Oggi, al Teatro Argentina, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune è stata convocata dal Teatro di Roma nelle figure del suo presidente Marino Sinibaldi e del direttore artistico Antonio Calbi, alla presenza del Presidente della Commissione Cultura, Michela Di Biase, e del neo Assessore alla Cultura di Roma, Giovanna Marinelli.

Abbiamo accolto l’invito – che auspicavamo dal 18 settembre 2013, giorno della costituzione della Fondazione – con assoluta disponibilità ad aprire un dialogo fondato sul confronto partecipato e a uscire dallo stato di illegalità in cui ancora versa la Fondazione Teatro Valle Bene Comune.

Nella piena disponibilità ad avviare da subito un momento di transizione che porti all’uscita dall’attuale stato di occupazione, abbiamo proposto l’apertura di un percorso pubblico per il conseguimento di un nuovo modello partecipato che raccolga le sperimentazioni elaborate nel corso di questi tre anni, presentando le seguenti proposte:

- un percorso di dialogo e interlocuzione pubblico e trasparente a livello cittadino che sia garanzia per i 5600 soci, con l’obiettivo di gestire la delicata fase di transizione verso un modello di teatro partecipato;

- che in ogni fase del processo di transizione siano presenti le istituzioni competenti, la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e il Teatro di Roma;

- un accordo programmatico scritto che preveda nella futura collaborazione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune la realizzazione di un nuovo modello di gestione partecipata del Teatro Valle che recepisca i seguenti principi:

Principi artistici:

◦ direzione artistica a chiamata pubblica su progetto

◦ salvaguardia dei principi che animano la vocazione artistica di questa esperienza basati su: formazione, drammaturgia contemporanea, relazioni nazionali e internazionali, interdisciplinarietà, teatro aperto alla cittadinanza.

Principi di natura gestionale-economica

◦ tutela dei diritti dei lavoratori

◦ rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità

◦ una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti

Principi di governo del teatro

◦ cariche esecutive turnarie

◦ partecipazione democratica nei processi decisionali

Accogliendo la preoccupazione espressa da più parti sullo stato dello stabile, la Fondazione si è detta immediatamente pronta a farsi garante dell’accesso al Teatro Valle per l’esecuzione di ogni necessario sopralluogo e valutazione da parte delle istituzioni competenti.

Ha proposto per la fase di transizione, visto il valore storico-artistico dell’edificio del Teatro Valle, la formazione di una commissione di garanti di alto profilo scientifico – Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Paolo Maddalena, Massimo Bray, Ugo Mattei, Paolo Berdini – che hanno dato la loro disponibilità a fornire supporto e garantire trasparenza sulle opere da eseguire, i tempi e i costi delle stesse, si veda la lettera allegata.

In risposta, ci è stata presentata come conditio sine qua non a ogni tipo di interlocuzione, l’imprescindibile e immediata uscita degli occupanti dal Teatro Valle e la sua consegna al Teatro di Roma e alla Soprintendenza Nazionale per lavori di restauro e messa a norma.

Alla nostra richiesta di apertura del tavolo, di garanzie scritte, di concordare tempi e modalità necessari alla risoluzione di quanto proposto è stato risposto con un diniego assoluto e una chiusura totale da parte di tutti i rappresentanti delle istituzioni presenti.

La convocazione si è rivelata di fatto un ultimatum senza margini per ogni possibile dialogo.

Troviamo preoccupanti le dichiarazioni espresse dall’assessore Marinelli che sembrano ridurre l’esperienza di questi tre anni esclusivamente a un problema da risolvere in modo sbrigativo e non come un’opportunità per la città e per il Paese.

Continuiamo a credere nella possibilità di una risoluzione che passi attraverso il dialogo e che sia pacifica e non violenta.

Abbiamo convocato per domani alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica.

Fondazione Teatro Valle Bene Comune

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