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DINAMO PRESS

Zam, si chiude un portone si "apre" un cantiere

Dinamo Press
25 07 2014

Dopo lo sgombero di ieri Zam rilancia la sua battaglia dentro la metropoli milanese che dal prossimo maggio ospiterà l'Expo 2015. Intanto la giunta Pisapia continua a lavarsene le mani.

Inutile nascondercelo, lo sgombero di Zam non è stato solo frutto della non volontà politica da parte di questa amministrazione di prendere parola in merito alla questione degli spazi sociali ma è anche figlio delle logiche di cambiamento e mutamento che stanno attraversando Milano in vista del grande appuntamento di Expo 2015.

In una città che risponde sempre di più alle logiche del mercato, che si sta mettendo addosso il bel vestito della città vetrina un luogo liberato come era Zam in Largo Don Gallo (ex via Santa Croce 19) era scomodo e faceva paura a chi non aveva altri interessi se non quello di normalizzare la zona del Ticinese e proseguire quindi in quel processo di gentrificazione che ha radicalmente cambiato il modo di intendere, vivere e agire la città stessa.

Al termine di una lunga giornata di mobilitazione, iniziata sin dal mattino presto, proseguita con un presidio e la convocazione del tavolo sugli spazi sociali al di fuori delle mura di Zam abbiamo deciso di attraversare Milano con un corteo per ribadire ancora una volta che per noi queste logiche di speculazione e devastazione foriere di debito cemento e precarietà non possono essere accettate e passare sotto silenzio ma che debbono essere combattute e rese pubbliche ogni giorno.

Per questo motivo il corteo che ha preso il via da Largo Don Gallo dopo aver percorso poche centinaia di metri ed essere arrivato in prossimità del cantiere di Expo 2015 sulla Darsena ha deciso di effettuare un blitz dimostrativo all’interno al fine di denunciare tutto ciò.

Il vento di Expo unito alla forza gentile dell’amministrazione arancione è un mostro che va fermato, non possiamo restare passivi di fronte alla devastazione di una città intera e di fronte a sgomberi come quelli visti in questi ultimi 3 anni ( maggiori di numero rispetto anche a quelli effettuati dalla giunta Moratti) perché il filo conduttore è unico ed è sulla base di questo che dobbiamo agire per affermare la nostra esistenza ed identità e lottare.

ZAM (per ora senza fissa dimora)

Lambretta

 

Milano, in corso lo sgombero di Zam

Dinamo Press
23 07 2014

Ancora uno sgombero per Zona Autonoma Milano. Gli attivisti e le attiviste resistono allo sgombero del centro sociale, arrivato mentre il Comune di Milano apre un tavolo di trattativa con gli spazi sociali. Diverse cariche molto violente e almeno cinque feriti.


Il comunicato di ZAM a sgombero in corso:

Sgombero ZAM, si sta come d’estate sui balconi gli occupanti

Stanno sgomberando Zam: tutti in piazza Santa croce adesso, alle 18.30 tavolo sugli spazi sociali davanti ai cancelli di Zam, alle 19.30 mobilitazione!

6, 13 e 20 settembre: paghi due prendi 3, occupiamo tutti i weekend.

Con le prime luci del mattino, giungono i “signori” dell’ordine vestiti di un blu scuro tendente all’arancione.

Zam, un luogo liberato, riconsegnato alla città dopo anni di abbandono, viene di nuovo svuotato dalla “forza gentile” che ormai da anni promuove il suo silenzioso processo di normalizzazione, creando un deserto che chiama cambiamento.

Noi in questo deserto abbiamo imparato a costruire nuclei di resistenza che non accettano nessun tipo di asservimento alle logiche di governo di questa città, spazi di costruzione politica e produzione di cambiamento, che vanno anche al di là di questi muri.

Ci ritroviamo dunque fuori dai cancelli di Largo Don Gallo (ex via santa croce 19), ma non per questo svuotati e senza una meta.

Il primo passo: riconoscere il mandante e responsabile di questo sgombero, il Comune di Milano.

Questa amministrazione, nella sua totale incapacità di costruire dialoghi reali con gli spazi sociali, si nasconde dietro tecnicismi di dubbia valenza, dimostrandosi (per l’ennesima volta) un generatore di sgomberi.

Un’amministrazione che propone un tavolo di dialogo con la città sul tema spazi senza nemmeno renderlo pubblico sin dal suo principio, senza nemmeno avere il coraggio di nominare i “centri sociali” sui comunicati ufficiali, ma soprattutto senza una reale proposta politica in grado di tradurre in fatti i tanto paventati propositi di valorizzazione degli spazi sociali e delle esperienze che in essi vivono come risorsa per la città, scegliendo piuttosto di continuare a dialogare con l’unico vocabolario che tutti già conosciamo: sgomberi e sfratti.

È chiaro che questo vento prepara la metropoli e l’Italia intera a Expo 2015, una macchina ben più grande e pericolosa, portatrice di debito, cemento e precarietà.

E ora torniamo a questi muri che, seppur a noi molto cari, non sono e non saranno mai l’unico spazio politico in cui agire il nostro conflitto.

Crediamo che la forza di un discorso politico significativo e includente possa e debba attraversare la nostra metropoli, sia all’interno che all’esterno dei nostri muri.

Ed è per questo che ribadiamo la necessità di essere generatore continuo di conflitto e della sua materialità, creando nuovi spazi di discussione, lontani dalla pavidità dei tavoli tremendamente traballanti.

Poniamo sin da ora la nostra risposta a questa ennesima creazione di vuoto, invitandovi ad essere qui con noi da subito, per le prossime ore, ma sopratutto nei prossimi due mesi, al fianco del csoa Lambretta e di tutti i luoghi in pericolo.

In tutti i nostri futuri spazi, che saranno piazze, mattoni e sogni.

E sono tutte queste le ricchezze di cui non vi libererete mai.

#crollateprimavoi, anzi siete già crollati.

Sgombero in corso:

invitiamo tutti i solidali a raggiungerci al presidio permanente piazza sant’Eustorgio

ore 18.30: un tavolo dal basso

Convochiamo noi un tavolo dal basso, invitando tutti i soggetti interessati a partecipare per portare la propria idea sulla questione spazi in città. Davanti ai cancelli di Zam.

ore 19.30: mobilitazione in città

stay tuned.


Settembre:

6/7 settembre 2014

reclaim the space

abbiamo bisogno di spazi, occupiamoli.

13/14 settembre 2014

reclaim the dreams

abbiamo bisogno di sogni, occupiamoli.

20/21 settembre 2014

reclaim the base

abbiamo bisogno di basi, occupiamole.

27/28 settembre 2014

reclaim the voice

Dinamo Press
23 07 2014

Questa canzone di Assalti Frontali e Il Muro del Canto è un evento speciale dedicato al lago della Snia, il primo lago naturale di Roma, l'unico di acqua risorgiva, un lago nato lì dove c'era la fabbrica della Viscosa, in mezzo ai palazzi di via Prenestina e via Portonaccio[...] , dove i costruttori venti anni fa truccarono le carte, cambiando la destinazione dell’area da non edificabile a edificabile e cercando di realizzare un grande centro commerciale.

Ma questa volta i palazzinari di Roma hanno trovato una resistenza inaspettata, la natura si è ribellata, durante gli scavi, quando già erano pronti tre piani sotto il livello della terra e tre piani sopra ecco che le ruspe colpiscono la falda di un fiume sotterraneo, un fiume che porta l'acqua bulicante, famosa a Roma, che dopo una lunga battaglia contro le ruspe riesce a formare un lago di 10.000 metri quadrati con la nascita di migliaia di piante creando un nuovo ecosistema con la presenza di uccelli e animali dell'acqua che diventano il nuovo polmone di una zona ad alta densità di popolazione e altissimo tasso di inquinamento. Tutti gli abitanti dei quartieri intorno alla zona hanno amato subito il lago e ne hanno fatto una battaglia per farlo vivere e diventare pubblico: "Parco subito, lago per tutti e cemento per nessuno!" risuona per le strade ormai da dieci anni.

Il 14 agosto scade il termine dell’esproprio per realizzare il parco desiderato. Ora il sindaco di Roma Marino deve decidere cosa fare: dare il lago alla città, facendo vincere la Roma viva, naturale e meticcia, la Roma del futuro o ucciderlo per fare posto a 4 grattacieli come vuole il costruttore proprietario della zona.

E' una storia bellissima di resistenza e nuovo ecosistema. Questo lago dobbiamo aiutarlo a vincere perché vogliono rubarcelo, e abbiamo poco tempo. Venerdì 25 luglio Assalti Frontali e Il Muro del Canto saranno in concerto al Parco delle Energie all'Ex Snia Viscosa per un concerto al festival Eclettica e lì "Il lago che combatte" sarà cantata per la prima volta dal vivo.

Guarda il videoclip


Il lago che combatte

Palazzinaro amaro sei un palazzinaro baro

per tutto il male fatto a Roma adesso paghi caro

al funerale del tuo centro commerciale

è bellissimo vedere il nostro lago naturale

scava scava scava scava nella notte brava

hai trovato l’acqua bulicante e 10.000 piante

l’acqua con le bollicine che non ha mai fine

scorre sotto le colline come queste rime

scava scava scava scava e non se l’aspettava

un lago na-tu-ra-le d’acqua mi-ne-ra-le

un miracolo… nella metropoli meravigliosa

lì c’era una fabbrica di finta seta, la Viscosa

c’era il capitalismo, un’area gigantesca

ci lavoravano le madri, i padri e a ogni scolaresca

ognuno che pensava: “Morte tua vita mia!”

poi ha fallito, hanno tramato ed è arrivato il lago della Snia

e a me viene da piangere per tutte le magagne

per questo lago che non ha intorno le montagne

non è il Turano o il lago di Bolsena

ha intorno centomila macchine e ognuna dentro ha il suo problema

In mezzo ai mostri de cemento st’acqua mò riflette er cielo

È la natura che combatte, e sto quartiere è meno nero

In mezzo ai mostri de cemento il lago è 'n sogno che s’avvera

È la natura che resiste, stanotte Roma è meno nera

bella toripgna, bella tor-pigna-ttara

borgata dove il razzista ha la sua bara

amiamo anche prenestino labicano

se sei con noi adesso alza la tua mano

qui l’aria è più dolce da quando è nato il lago

è non è spuntato dal cappello di un mago

è il nostro lago, uscito da sottoterra

e s’è alzata una guerra nella zona della Marannella

dietro il cancello chiuso c’era un abuso

avervano cambiato la destinazione d’uso

scava scava scava nella notte calda

prendono la falda e in alto la mia banda!

Tutto il quartiere va al cancello per aprire un varco:

“Basta con il cancro! Noi vogliamo il parco!”

“Aprite quest’ingresso sta nascendo un lago!”

Ma il costruttore zitto, lui faceva il vago

succhiava con l’idrovora, succhiava l’acqua

e la buttava nelle fogne andasse tutto in vacca

poi è arrivato un acquazzone e non è un segreto

s’è rotto il collettore e s’è riempito di merda il pigneto

da allora il lago ha vinto, si è stabilizzato

ed è il lago è di tutti, non è un lago privato

ha invaso il cemento armato e ci ha chiesto aiuto

noi lo abbiamo immaginato, amato e conosciuto

In mezzo ai mostri de cemento st’acqua mò riflette er cielo

È la natura che combatte, e sto quartiere è meno nero

In mezzo ai mostri de cemento il lago è 'n sogno che s’avvera

È la natura che resiste, stanotte Roma è meno nera

E da tutte le finestre di largo preneste

hanno visto questa scena sotto il cielo celeste

l’acqua che esce e rigenera l’umanità

e il sindaco che fa? qui c'è la felicità!

di superficie: 10.000 metri quadri

ma attenti! sono tornati i ladri! gli stessi dei padri

dei nonni, quelli che cambiano i panni

e vogliono rubarci il lago da più di dieci anni

“Esproprio! Esproprio!” per il nostro polmone

E qui ci siamo tutti “Daje casalbertone!”

noi abbiamo questo passo, lottiamo dal basso

e quale bando? qui ognuno da la vita senza niente in cambio

tutti alla riva dell’acqua sorgiva

che sale in superficie e fa Roma più bella e viva

l’underground ci da buoni amici

la natura si ribella e a noi ci fa felici

c’è il cormorano con noi, c’è il martin pescatore

sta proprio dietro la stazione e porta maggiore

e piano, piano è nato già un nuovo ecosistema

c’è un bambino che nell’acqua va in canoa e rema

In mezzo ai mostri de cemento st’acqua mò riflette er cielo

È la natura che combatte, e sto quartiere è meno nero

In mezzo ai mostri de cemento il lago è 'n sogno che s’avvera

È la natura che resiste, stanotte Roma è meno nera

#GazaUnderAttack, escalation di sangue

Dinamo Press
22 07 2014

Almeno 120 morti palestinesi in un solo giorno, raso al suolo il sobborgo di Gaza City Sajaya. Continua ad aumentare il numero degli sfollati (almeno 80.000) mentre Gaza è al collasso senza beni di prima necessità.

Fermiamo il massacro: giovedì 24 luglio ore 18 a Roma corteo da Piazza Vittorio. Leggi l'appello della manifestazione.

Ormai è chiaro che l'offensiva isrealiana potrebbe non risolversi in pochi giorni o settimane, quale che sia il prezzo di distruzione e vite umane. Netanyahu su questo punto è stato decisamente eloquente. Ma quali sono gli obiettivi del governo d'Israele? Probabilmente indebolire Hamas dopo aver rotto il governo d'unità nazionale, conquistare manu militari e annichilendo l'opposizione interna l'allargamento degli insediamenti coloniali, facilitare la governace dell'apartheid infliggendo un duro colpo alle organizzazioni della resistenza.

E se la giornata di ieri segna un'escalation nella distruttività del conflitto in corso, tanto che anche l'Onu è arrivata a chiedere un cessate il fuoco e l'Unchr ha lanciata l'allarme umanitario per gli sfollati dalle proprie case, la comunità internazionale nei fatti continua a stare a guardare. Abu Mazen dal canto suo, in nome di un'Autorità nazionale palestinese sempre più debole e corrotta gli occhi della popolazione, continua a girare come una trottola per la regione cercando mediatori internazionali e soluzioni diplomatiche con scarsi risultati.

Intanto in Israele cresce il clima d’odio nei confronti degli arabi, con campagne virali sui social network in migliaia di civili isrealiani invitano allo sterminio di tutti gli arabi. Un clima che si alimenta a vicenda tra settori della società palestinese e i suoi rappresentati politici, come Aylet Shaked, membro della Knesset, che su Facebook si lasciata andare a dichiarazioni shock contro i palestinesi, invitando a “sterminare le madri” di modo che non mettano al mondo nuovi terroristi. Così come fanno capire i sentimenti di una parte consistente della popolazione israeliana, quei cittadini che sorridendo tra un selfie e l’altro sorseggiano birra ammirando i bombardamenti dalla collina di Sderot.

Di fronte a tutto questo è necessario rompere l’ipocrisia. È inutile e superficiale indignarsi e pubblicare il video di bambini di sei anni arrestati senza nessuna vergogna da impassibili soldati israeliani, se poi i principali giornali e politici nazionali tendono a giustificare continuamente il comportamento di Israele. Israele infrange di continuo il diritto e le risoluzioni internazionali e di conseguenza la comunità internazionale dovrebbe comminare sanzioni ed isolarla. Ma sappiamo bene che non andrà così. Allora tocca a noi inceppare la macchina di guerra, costruire momenti di appoggio e solidarietà con la popolazione palestinese, così come dell’opposizione isrealiana.

Per questo giovedì 24 luglio dobbiamo essere in tanti e tante a sfilare per Roma in corteo, perché non basta pubblicare le foto dei bambini morti, ne vogliamo rassegnarci all’impotenza di fronte al razzismo, l’apartheid e la guerra.

Restare umani oggi più che mai vuol dire lottare, non rinunciare a parteggiare, agire.

Dinamo Press
18 07 2014

Espulsi dal circuito dell'accoglienza i migranti che si erano ribellati nel Cara di CastelNuovo di Porto alle porte di Roma. La denuncia e il sostegno ai migranti di movimenti e associazioni

Nel maggio e giugno 2014 i migranti del Centro d'accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Castelnuovo di Porto hanno organizzato diverse proteste dentro e fuori il centro per denunciare la mancanza di servizi, quali la tutela sanitaria, legale, sociale ed un modesto pocket money di 2,50 euro al giorno, dovuta ad una cattiva gestione della struttura da parte della Cooperativa Auxilium (cooperativa che fino a pochi mesi prima gestiva il Cie di Ponte Galeria). La risposta da parte dell'ente gestore e delle istituzioni è stata il dispiegamento di poliziotti in assetto antisommossa che in diverse occasioni sono entrati nelle stanze da letto del centro di accoglienza usando violenza indiscriminata contro i migranti inermi e manganellando e arrestando donne e uomini che avevano bloccato la strada antistante il CARA, in seguito alla non volontà della Cooperativa di dare seguito agli accordi precedentemente presi.

A distanza di un mese circa, quegli stessi migranti sono in questi giorni individuati ed espulsi dal CARA e dall'intero circuito dell'accoglienza sia locale che nazionale per mezzo di una revoca dell'accoglienza predisposta dalla Questura e dalla Prefettura di Roma. Provvedimento palesemente avverso alla libertà di parola e azione ma anche come futuro monito e forma di ricatto verso i migranti che accedono al circuito dell'accoglienza.

Decine di richiedenti asilo e rifugiati stanno perdendo così l'unico sostegno che lo Stato contemplava perché hanno osato opporsi ai canali assistenziali passivizzanti e alienanti, e perché hanno richiesto il rispetto di diritti che la legge sull'accoglienza garantisce, diritti disattesi però da chi riveste unicamente il ruolo di ente gestore di una struttura finanziata da denaro pubblico e che vuole arricchirsi sulla pelle dei migranti.

Le persone espulse dal circuito dell'accoglienza vivevano già in condizioni di precarietà ed incertezza di status giuridico, fragilità psicologica ed esclusione sociale. Con questo provvedimento è confermata la logica della discriminazione e del controllo sulle vite dei migranti, l'umiliazione e la violazione della libertà di espressione. Lo Stato italiano costringe così alla strada e alla completa indigenza persone che per legislazione nazionale e internazionale dovrebbero invece ricadere sotto la sua protezione. E lo fa perché hanno osato alzare la testa ed esigere rispetto, dignità e diritti; un attacco alla libertà di espressione di chiunque, non solo della loro.

Contro questa ennesima violazione dei diritti della persona come rete di associazioni garantiremo un supporto legale per denunciare l'illegittimità di questa prassi, e chiediamo l'immediato reinserimento dei migranti all'interno del CARA e l'apertura di un tavolo di discussione (di trattativa) che accolga le rivendicazioni avanzate dai migranti stessi e il rispetto dei loro diritti.

Laboratorio 53

RM_ResistenzeMeticce

Servizio Civile Internazionale

Gaza, noi e la "questione palestinese"

Dinamo Press
15 07 2014

Da qualche parte bisogna ripartire. Oggi bisogna difendere Gaza dall'escalation militare, inceppare la macchina da guerra armata, ma anche quella mediatica ed economica. Oggi dobbiamo tornare a dire, forte e chiaro, che siamo tutti palestinesi.

1. Il titolo, in taglio basso, della prima pagina del Messaggero di oggi non lascia dubbi: "Allarme razzi a Tel Aviv". A rinforzare il titolo, una foto di una soldatessa israeliana che mette in mostra i resti di un razzo intercettato, quegli ordigni che fino ad oggi hanno provocato zero vittime e zero feriti. Nell'occhiello in alto, minuscolo, la conta dei morti palestinesi: oltre 100, mentre i feriti non si contano più. All'interno, il racconto del massacro emerge con più forza ma accanto, come in un macabro gioco di specchi, viene pubblicata un' "inchiesta" sulla diffusione di immagini di guerra strazianti, di repertorio o riferite ad altri scenari di guerra, utilizzate per una "campagna mistificatoria" contro la bontà delle operazioni di Israele, i suoi raid chirurgici e pre-allertati. Secondo il giornale, i morti arabi sarebbero dovuti, nella maggior parte dei casi, alla crudeltà di Hamas che utilizza donne e bambini come "scudi umani".

Siamo allo zenit della cattiva coscienza europea e occidentale, fatta di neo-colonialismo e razzismo di ritorno, collusione di interessi e quintali di ignavia politica ed etica. Le ultime notizie che giungono dai residui dell'opposizione interna al governo di Netanyahu consegnano una firma beffarda sulla tragedia: il quotidiano progressista Ha'aretz, grazie a una fonte interna ai servizi segreti, riporta il resoconto di una riunione dei vertici dello Shin Bet, tenuta lo scorso 5 giugno, in cui si ipotizzava uno scenario abbastanza dettagliato del sequestro di tre giovani coloni, come test di prova per l'esercito alla luce di una recente proposta di una legge che avrebbe consentito al governo la possibilità di scambiare gli ostaggi con terroristi condannati per omicidio.

Quale corto circuito culturale e politico, nel nostro paese, ha prodotto un muro di gomma cosi impenetrabile a difesa del governo di Israele, quando molti di questi mattoni sono stati impastati da certa sotto cultura cattolica, reazionaria, borghese profondamente antisemita? Quando si è compiuta l'inversione di marcia, nei confronti dei movimenti e della sinistra radicale, che ha deciso di bollare come antisemita ogni espressione di opposizione all'apartheid e all'estremismo sionista?

2. Non serve immergere la testa nelle paludi complottiste per cogliere i nessi mostruosi tra cause, effetti e interessi in campo. In un senso di impunità che ricorda alcuni precedenti storici - viene in mente il Sud Africa dell'apartheid, le guerre imperialiste Usa, le dittature militari sud americane, i massacri polpottiani - il governo di Israele si prepara a invadere via terra la Striscia di Gaza, una sorta di mega campo di concentramento a cielo aperto, con la più alta densità demografica del mondo e un livello di vita che definire infernale è alquanto realistico.

Quasi 50 anni di "routine del male" hanno prodotto una anestetizzazione di massa alla guerra, alla sopraffazione, al massacro di bambini, donne e uomini di ogni età, quasi sempre civili. Israele si presenta già come stato binazionale, con pesanti discriminazioni interne che colpiscono il 20% di popolazione araba-israeliana, a cui è interdetta una sostanziale mobilità sociale e l'accesso ad alcuni funzioni politiche e amministrative. Le immagini di alcuni abitanti di Siderot, al confine con Gaza, che organizzano visioni colettive dei bombardamenti sulla Striscia come se stessero davanti a uno spettacolo estivo di fuochi d'artificio, dà l'idea del livello di degrado della percezione pubblica della guerra ai palestinesi, di come l'odio e il razzismo hanno permeato le coscienze di una storia nata, comunque la si veda, con l'ambizione puntuale (per gli ebrei) ma universale (per tutti gli oppressi) di mettere fine a secoli di discriminazioni.

Che fine hanno fatto le manifestazione oceaniche di Peace Now e della sinistra israeliana della prima Intifada? Che cosa ha prodotto l'esemplarità e il coraggio dei "refusenik", i militari obiettori che pagano con il carcere la loro disobbedienza? Dove si è perso il fragile ma importante movimento "Occupy" che nel 2012 aveva aperto un varco contro le politiche neo-liberali e di austerità di Tel Aviv? Dove sono le parole degli intellettuali israeliani contro l'occupazione? Dove sono finiti gli studenti, i giovani e i movimenti laici, queer e per i diritti civili?

3. Venerdi 11, tardo pomeriggio. Il presidio romano, circa 500 persone, decide di muoversi verso via Cavour. In testa lo striscione "Roma antfascista con la resistenza palestinese". Prima di partire, partono alcuni insulti diretti a fotografi e giornalisti rei di rappresentare la guerra a Gaza solo dalla parte del governo israeliano, anche se effettivamente, in questa occasione, molti dei reporter presenti sono da sempre vicini o addirittura "interni" ai movimenti romani. Negli stessi istanti, tre giovani palestinesi, si inginocchiano davanti allo striscione, catturando l'attenzione di video camere e cellulari. Iniziano a pregare, ripetendo il rituale della devozione, piegandosi e rialzandosi più volte come prevede il rito islamico. Davanti il divieto della polizia, il corteo fa dietro front, e nel giro di un'ora scarsa, percorre le poche centinaia di metri fino al Colosseo, dove si scioglie senza rumore. Pochi frame di una generosità militante che, nello smarrimento di pratiche e di obiettivi spendibili, si traduce in uno strano mix di impotenza politica e rappresentazione identitaria (e religiosa), distante anni luce dalla storia straordinaria, laica e radicale, della resistenza palestinese.

Una volta, fino agli anni Ottanta, le icone della resistenza erano legate a un immaginario di sinistra o rivoluzionario, rappresentate ad esempio dalla presenza in prima fila - nei gruppi armati, nella direzione politica, nelle immagini di propaganda - di figure femminili, laiche ed emancipate. Nella stessa Olp, le componenti di Al Fatah (Yaser Arafat) e del Fronte popolare (George Habash), si contendevano la guida giovanile e proletaria, ma anche colta, della lotta nazionale.

Il crollo del Muro di Berlino, la lunga onda restauratrice neo-liberale, le operazioni da apprendista stregone di Israele - che a metà anni Ottanta promuove direttamente e indirettamente la nascita di Hamas e dell'estremismo religioso per indebolire la leadership di Arafat - ridefiniscono lo scenario politico e sociale palestinese, che ad oggi vive una doppia debolezza non più eludibile: da una parte, la fragilità politica, programmatica e "morale" dell'Autorità nazionale palestinese, che esprime una flebile sovranità sulla Cisgiordania; dall'altra, il partito-stato di Hamas, che nella Striscia di Gaza coltiva una grande capacità di consenso anche attraverso la sedimentazione di un sistema organico di "welfare" (per quello che può significare questo concetto in una zona di guerra e di estrema povertà).

Come favorire, sostenere, alimentare la riapertura di un altro, terzo, nuovo, "spazio politico" di resistenza, nei territori occupati ma anche tra gli arabi di Israele e nei paesi vicini? Che ruolo possono avere i movimenti di opposizione sociale alla crisi globale, la cooperazione internazionale, i progetti autorganizzati di diplomazia e solidarietà dal basso?

La liturgia della testimonianza ha tramortito anche le forme militanti della solidarietà internazionale. Dodici anni fa (sembra un secolo), l'assedio al quartier generale di Arafat, a Ramallah, fu rotto da una straordinaria azione di solidarietà trans-nazionale, figlio legittimo del gigantesco movimento contro la "guerra globale e permanente", che li trovò una delle sue poche traduzioni di pratiche e di programma. Davanti la crisi e la ridefinizione delle forme storiche della sovranità, della rappresentanza e delle relazioni istituzionali globali, bisognava sperimentare forme di diplomazia diretta dal basso, in un rapporto "comune" e non più di solidarietà esterna.

Quel piano, allora, era settato sulla dimensione della guerra guerreggiata, inaugurata nei Balcani negli anni Novanta e proseguita da Bush negli anni zero in Afghanista e in Iraq.

Ora si tratta, probabilmente, di ripensare la lotta per l'autodeterminazione palestinese dentro una nuova prospettiva "comune", legata alla crisi economica globale, alla nuova "accumulazione originaria", ai meccanismi di sfruttamento delle risorse e dei beni comuni naturali e artificiali, che in Palestina si traducono con il saccheggio di terra, acqua, risorse e forza lavoro schiavizzata. Una declinazione neo-coloniale delle politiche neo-liberali che, senza un'opposizione di nuovo conio, interna e globale, rischia di arrivare al punto di non ritorno, quello della pulizia etnica.

Da qualche parte bisogna ripartire. Oggi bisogna difendere Gaza dall'escalation militare, inceppare la macchina da guerra armata, ma anche quella mediatica ed economica. Oggi dobbiamo tornare a dire, forte e chiaro, che siamo tutti palestinesi.

Dinamo Press
10 07 2014

Non si ferma l'escalation di attacchi israeliani nella striscia di Gaza. A farne le spese soprattutto' la popolazione civile già stremata dall'assedio. Domani in piazza a Roma ore 18,00 largo Corrado Ricci.

Continuano senza sosta i bombardamenti di Israele sulla Striscia di Gaza, che stanno provocando una vera e propria carneficina: 74 morti e 550 feriti in soli tre giorni di attacchi indiscriminati, soprattutto civili (donne e bambini), “scudi umani” che vengono spazzati via insieme alle case e alle infrastrutture distrutte dai razzi israeliani.

Fonti militari di Tel Aviv parlano di almeno 300 "obiettivi" colpiti nella notte a Gaza e dintorni durante l’operazione Operation "Protective Edge", mentre il presidente uscente Shimon Peres minaccia l’invasione di terra “se Hamas non interromperà i lanci di razzi”. Per questa ragione sono stati richiamati 20 mila riservisti. La reale minaccia dei missili delle milizie di Hamas è consegnata dal bollettino giornaliero delle operazioni del sistema antimissile Iron Drome, che parla di oltre il 90 per cento di “intercettazioni”, senza nessuna vittima o ferito da parte israeliana.

La comunità internazionale è ridotta al silenzio o al balbettio ipocrita di una richiesta generica e improbabile di “cessate il fuoco”. Diversi paesi arabi, Giordania in testa, chiedono una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre i tradizionali mediatori in Medioriente (Usa ed Egitto) si girano dall’altra parte, chi perché in guerra con i Fratelli musulmani (vicini ad Hamas), chi perché intrappolato nella debolezza politica di Obama. L’Europa, ancora una volta, dimostra la sua ineffabilità politica, diplomatica e umanitaria.

Sulla maggior parte dei media occidentali l’”allarme razzi” conquista i titoli, solo nei sommari o all’interno delle cronache emergono le crude cifre di un massacro che non merita nemmeno la dignità dei dettagli. I palestinesi uccisi, infatti, quasi sempre vengono rappresentati senza nome né immagini e spariscono dentro generiche formule burocratiche, che parlano di “bilancio delle operazioni”.

Davanti a questa rappresaglia indiscriminata, che viola qualsiasi convenzione internazionale, emerge chiaro l’obiettivo politico di Israele, che ha trasformato in occasione di guerra la vicenda del rapimento e uccisione dei tre adolescenti delle colonie ebraiche di Hebron: rompere il governo di unità nazionale Anp-Hamas, piegare ogni resistenza nella Striscia di Gaza, proseguire nell’estensione e nel consolidamento delle colonie nei territori occupati, mantenendo saldo il controllo sulle risorse, sul lavoro e sulla vita della popolazione palestinese.

E’ giunta l’ora di rompere il silenzio e costruire dal basso una nuova campagna di solidarietà e di sostegno al popolo palestinese, che sappia guardare con nuovi occhi e nuovi strumenti alla lotta di resistenza contro l’apartheid e la violenza neo-liberale del governo di Israele. All’escalation guerreggiata contro i palestinesi si accompagna una politica interna fatta di tagli, privatizzazioni, riduzione del welfare e dei salari che, negli anni precedenti, aveva trovato una timida ma promettente opposizione sociale. Rompere il delirio “etnico”, religioso e nazionalista per costruire un ponte comune tra queste istanze diverse ma non inconciliabili, dovrebbe essere uno degli obiettivi di una nuova stagione di lotta per l’autodeterminazione e i diritti dei palestinesi.

A tre giorni dall’inizio dei bombardamenti, iniziano a palesarsi le prime mobilitazioni contro i crimini del governo di Tel Aviv. A Roma, venerdi 11 luglio, dalle 18, in largo Corrado Ricci (via Cavour), associazioni, reti e movimenti promuovono una prima manifestazione pubblica in occasione del decennale dalla sentenza (inapplicata) della Corte internazionale di giustizia contro il muro di separazione e annessione dei territori occupati.

Il 9 luglio 2004 la Corte si pronunciava contro “la costruzione del muro da parte di Israele nel Territorio Palestinese Occupato nonché dentro e intorno a Gerusalemme Est, e contro il suo regime associato, perché contrari al Diritto Internazionale ed in contrasto con il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”, diritto sancito dallo Statuto dell’Onu.

La Corte affermava che “la costruzione del muro aveva portato alla distruzione o requisizione di proprietà contravvenendo agli Articoli 46 e 52 dei Regolamenti dell’Aia del 1907”, concludendo che “tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale derivante dalla costruzione del muro, di non prestarsi e non collaborare al mantenimento dello stesso ma operare per porre fine alle violazioni in conformità a quanto stabilito anche dalla Quarta Convenzione di Ginevra”.

Parole perse nel vento, insieme alle decine di risoluzioni dell’Onu contro 60 anni di politiche illegali del governo israeliano. Solo la ripresa di una forte resistenza palestinese e di un movimento globale di solidarietà potrà incrinare questo muro invisibile, fatto di silenzio, complicità, convergenza di interessi economici e cattiva coscienza occidentale.

Un appuntamento importante, quello di domani, che rischia di fare i conti anche con la deriva squadrista della parte militante della comunità ebraica romana, protagonista delle recenti violenze contro attivisti pro Palestina. Anche in questo caso, si pone l’urgenza di incrinare l’egemonia razzista e reazionaria all’interno della comunità, per riaprire una dialettica fuori dal perimetro dell’estremismo sionista e dell'identificazione con le politiche israeliane.

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La riconversione da difendere e sostenere

Dinamo Press
10 07 2014

Giovedì 10 luglio ore 18, conferenza stampa e assemblea per il lancio dell'appello e della campagna di sostegno pubblico alle Officine Zero.

“Di fronte alla drammatica crisi sociale e occupazionale che viviamo in Italia e in Europa, sono necessarie risposte inedite e coraggiose. OZ-Officine Zero, fabbrica occupata a pochi passi dalla Stazione Tiburtina a Roma, rappresenta un prezioso esempio di attivazione diretta di lavoratori, precari e disoccupati, per rilanciare l’economia su nuove basi: la cooperazione, il mutualismo e la sostenibilità ambientale.”

Parte così il testo dell'appello, che ha gia' raccolto alcune importanti firme, e che OZ-Officine Zero presenterà giovedì 10 luglio nel corso di una conferenza stampa e di un'assemblea aperta al pubblico alla quale sono stati invitati a partecipare cittadini, rappresentanti delle istituzioni, della società civile, del mondo della cultura e dell'associazionismo.

Scopo dell'appello, la tutela e la difesa di un progetto di riconversione produttiva che procede ormai da più di un anno grazie agli sforzi degli ex lavoratori della RSI in cassa integrazione, precari, studenti, lavoratori autonomi, uniti in una sinergia inedita ma funzionale al recupero di uno spazio in dismissione a due passi dalla stazione Tiburtina.

Nel corso della conferenza, che si terrà alle ore 18 in via Umberto Partini 20 (via di Portonaccio), verrà inoltre lanciata una campagna di raccolta fondi a sostegno del progetto di Officine Zero in vista dell'imminente messa all'asta dell'intero spazio.

La riconversione da difendere e sostenere

Dinamo Press
09 07 2014

Giovedì 10 luglio ore 18, conferenza stampa e assemblea per il lancio dell'appello e della campagna di sostegno pubblico alle Officine Zero.

“Di fronte alla drammatica crisi sociale e occupazionale che viviamo in Italia e in Europa, sono necessarie risposte inedite e coraggiose. OZ-Officine Zero, fabbrica occupata a pochi passi dalla Stazione Tiburtina a Roma, rappresenta un prezioso esempio di attivazione diretta di lavoratori, precari e disoccupati, per rilanciare l’economia su nuove basi: la cooperazione, il mutualismo e la sostenibilità ambientale.”

Parte così il testo dell'appello, che ha gia' raccolto alcune importanti firme, e che OZ-Officine Zero presenterà giovedì 10 luglio nel corso di una conferenza stampa e di un'assemblea aperta al pubblico alla quale sono stati invitati a partecipare cittadini, rappresentanti delle istituzioni, della società civile, del mondo della cultura e dell'associazionismo.

Scopo dell'appello, la tutela e la difesa di un progetto di riconversione produttiva che procede ormai da più di un anno grazie agli sforzi degli ex lavoratori della RSI in cassa integrazione, precari, studenti, lavoratori autonomi, uniti in una sinergia inedita ma funzionale al recupero di uno spazio in dismissione a due passi dalla stazione Tiburtina.

Nel corso della conferenza, che si terrà alle ore 18 in via Umberto Partini 20 (via di Portonaccio), verrà inoltre lanciata una campagna di raccolta fondi a sostegno del progetto di Officine Zero in vista dell'imminente messa all'asta dell'intero spazio.

Info: www.ozofficinezero.org

Twitter: OfficineZ

Fbook: Oz Officine Zero

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Se l'insegnante non può più studiare

Dinamo Press
09 07 2014

Quali conseguenze se passeranno le proposte del governo Renzi per la scuola, a iniziare dall'aumento dell'orario di lavoro per gli insegnanti? Parla un docente di una scuola media.

Da 13 anni lavoro nel quartiere a più alta incidenza ‘ndranghetista della Calabria. Tutte le mattine percorro, a spese mie, 140 chilometri per andare e tornare dalla sede di servizio. Insegno Lettere in una scuola media statale di un rione che presenta i livelli di dispersione scolastica tra i più alti in Europa. Insieme ad altri colleghi e colleghe, ogni giorno andiamo a prendere i ragazzi a casa, li seguiamo nella vita, dedichiamo tanto tempo ad ascoltare e condividere i drammi delle famiglie da cui provengono. Da sempre contrastiamo a voce alta la subcultura mafiosa. So che in tutta Italia migliaia di altri insegnanti svolgono la medesima nostra opera, spesso senza beccare un centesimo dai fondi destinati ai progetti che a volte servono solo a lottizzare, dividere e mortificare i volenterosi.

Nel quartiere in cui insegno, i genitori dei nostri alunni ci manifestano rispetto e stima. Non importa che si tratti di persone benestanti o mafiosi conclamati. Con occhi sinceri, tutti ci dicono: “grazie prof.”. Forse perché sul pianeta Terra, pochissimi padri e madri augurano ai propri figli di diventare carne da macello quando saranno adulti. E tutti vogliono bene a chi vuole il bene dei loro figli. Il mio borghesissimo e perbenista vicino di casa, nella città in cui vivo, quando purtroppo ci incrociamo nelle scale condominiali, mi dice spesso: “beati voi insegnanti che siete una casta, lavorate solo 18 ore a settimana, fate tutte quelle vacanze e date pure lezioni private senza pagare le tasse”. Mi sono sempre chiesto se il mio vicino di casa voti per il PD o per Forza Nuova. Un paio di volte gli ho risposto a muso duro: “ma tu ci sei mai stato in una scuola negli ultimi vent’anni?” E lui, sempre più spocchioso: “ti arrabbi? Non è che per caso hai la coda di paglia?”

Adesso che il signor Matteo Renzi ha deciso di raddoppiarci l’orario, il mio vicino di casa ha perso un argomento. I miei alunni, invece, rischiano di perdere punti di riferimento. Tutte le volte che si rivolgeranno a me per affrontare uno degli infiniti problemi, sia a loro che ai rispettivi genitori sarò costretto a rispondere: “scusate, ma devo correre a rinchiudermi dietro la cattedra o a sostituire i colleghi assenti”. Perché a fare due conti, c’è da mettersi le mani nei capelli: 36 ore di servizio settimanali più 10 di viaggio più 1 di ricevimento più 2 di organi collegiali più un numero imprecisato di ore per correggere compiti, riempire i registri e frequentare i corsi di aggiornamento. Tutto questo per 1500 euro al mese, con una famiglia a carico, senza altre entrate. A parte il fatto che un essere umano, soprattutto quando svolge lavori delicati, cerebrali e rivolti ai minori, dovrebbe pure ricordarsi di vivere, cioè fare l’amore, distrarsi e “ricrearsi”, in realtà adesso sorge un altro problema: dove troverò il tempo di studiare? Perché forse questo in pochi lo sanno, ma un vero docente, prima di insegnare, deve soprattutto studiare. Non ho mai nutrito stima per i miei colleghi che svolgono la doppia attività. Perché mi sono sempre chiesto dove trovino il tempo per studiare e preparare la lezione del giorno dopo.

In ogni caso, resteranno delusi gli insegnanti che hanno votato Renzi. Loro si aspettavano proposte di miglioramento della qualità didattica. Invece questo governo sinora ha elargito tanti soldi alle imprese di costruzione per l’edilizia scolastica e adesso si appresta a tagliare ancora i fondi per la scuola pubblica, raddoppiando l’orario di insegnamento. Rendendo la vita impossibile a migliaia di docenti che ancora svolgono questo lavoro in modo umano, finirà di disumanizzare la pubblica istruzione che è l’unico settore in cui gli erogatori di un servizio ricevono i propri utenti tutti insieme, simultaneamente, all’interno di un’aula. Resterà deluso chi si aspettava un tetto massimo di 15 alunni in ogni classe, un limite di età fissato a 60 anni per i docenti in servizio, criteri di continuità triennale degli insegnanti su una singola classe, assorbimento dei professori precari, nuovi sistemi di formazione e assunzione del personale. Resteranno delusi tutti, tranne quelli che masticano odio sociale e serbano rancori postadolescenziali verso la classe docente. Violentato dai miti fallimentari della produttività neoliberista, il sistema scolastico peggiorerà ulteriormente. I ragazzi assorbiranno il malcontento e le frustrazioni di una classe docente sempre più frettolosa e disumanizzata. Ma almeno adesso so con certezza per chi vota il mio vicino di casa.

Claudio Dionesalvi
Insegnante di ruolo nella Scuola media

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