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DINAMO PRESS

Keine Räumung der Gerhart-Hauptmann-Schule

DinamoPress
03 07 2014

I tanti giovani italiani che raggiungono Berlino in cerca di fortuna – gli italiani presenti a Berlino in questo momento sono secondi, per numero, solo ai turchi – hanno un punto di riferimento che spicca su tutti: la fermata della metro Görlitzer Bahnof. Di lì si accede a Kreuzberg, lo storico quartiere di frontiera [...] (tra Est e Ovest), noto per l'insediamento massiccio di turchi, studenti e Autonomen. Un tempo, almeno, così era, poi ha colpito duro la gentrification, prezzi delle case alle stelle e strada spianata al business del divertimento (compresa la diffusione smisurata dello spaccio). Tutto vero, ma Kreuzberg tiene duro, nonostante tutto.

Dicevamo Görlitzer Bahnof. Scendendo dalla metro in questi giorni, al posto di Wiener Strasse si incontra Belfast: decine di mezzi della Polizei, uomini e donne in assetto antisommossa a ogni incrocio. Motivo? Lo sgombero della Gerhart-Hauptmann-Schule. Si tratta di una scuola, proprio nel mezzo di Kreuzberg (Ohlauer Strasse), occupata un anno e mezzo fa da 250 rifugiati, mossi dalla pretesa di avere uno spazio dove vivere e dall'esigenza di sfuggire i controlli (lo status di rifugiati gli impedisce di spostarsi da Berlino) e l'indigenza (un voucher per il cibo di 40 euro al mese) loro riservati. Ora i rifugiati sono circa una settantina, ma amministrazione – nel caso di Kreuzberg, il presidente di municipio è dei Grünen – e polizia vogliono cacciarli.

Se non che, Berlino ha deciso di non stare a guardare. Con tutte le contraddizioni, aspre e inevitabili date le condizioni di povertà e sovraffollamento, l'occupazione è diventata un simbolo per tante e tanti, non solo per i gruppi politici attivi sul terreno dell'accoglienza e dell'anti-razzismo. Colpisce il fatto che, in una città dove un'occupazione, sociale o abitativa, supera con difficoltà le tre ore di vita (inesorabile l'intervento repressivo), i rifugiati siano riusciti a resistere oltre un anno. E lo abbiano fatto interloquendo sì con i gruppi politici, ma sviluppando un percorso di auto-organizzazione per molti versi virtuoso.

Questi, tra gli altri, sono i motivi che da 8 giorni spingono centinaia di giovani e meno giovani a sostenere l'occupazione e a rallentare lo sgombero, bloccando gli incroci di Ohlauer Strasse e buona parte di Wiener Strasse. Una parte dei rifugiati, infatti, è stata già sgomberata, un'altra parte, invece, ha raggiunto il tetto e, minacciando il suicidio, almeno per il momento ha sospeso l'azione della polizia.

È in corso una sorta di battaglia di nervi, con la Polizei che alterna violenza (stamani gli spray urticanti) a rilassata convivenza con i blocchi messi in campo dai manifestanti. L'esito forse è inevitabile, e capiremo di più nelle prossime ore, ma sicuramente qualcosa di molto importante, e che lascerà il segno, sta scuotendo Berlino.

Maggiori info:
http://fels.nadir.org/de
http://www.avanti-projekt.de/

Marina Montanelli, Francesco Raparelli, Shendi Veli da Berlino

Dinamo Press
26 06 2014

Continua l’offensiva israeliana nei Territori Occupati: seconda settimana di assedio e bombe su Gaza nell’ambito dell’operazione lanciata da Tel Aviv per cercare i 3 coloni scomparsi. Intervista a Lema Nazeeh dei Comitati popolari di resistenza nonviolenta a cura di osservatorioiraq.it

Non si ferma l’offensiva israeliana in Palestina: è il dodicesimo giorno di assedio per i Territori Occupati della Cisgiordania, investiti con violenza dall’operazione “Brother’s Keeper”, lanciata da Tel Aviv in seguito alla scomparsa, nella notte tra il 12 e il 13 giugno scorso, di 3 giovani israeliani nei pressi della colonia illegale di Gush Etzion.

“Rapimento” secondo il governo israeliano, che non è stato rivendicato da nessuno, ma di cui viene accusato con forza Hamas, nell’evidente tentativo di minare alle basi il fragile accordo di riconciliazione raggiunto con Fatah nelle scorse settimane.

E’ un incubo quello in cui è caduta ancora una volta la Cisgiordania: dal lancio dell’operazione sono circa 500 i palestinesi arrestati (tra cui 11 parlamentari), 5 le vittime, mentre proseguono senza sosta arresti arbitrari, raid notturni ed incursioni nelle case, nelle scuole, nelle sedi delle organizzazioni, e persino negli ospedali. Un incubo in cui torna anche la Striscia di Gaza, dall’alba oggetto di nuovi bombardamenti.

Per fare il punto della situazione e farci raccontare quello che sta vivendo la Palestina in queste ore, Osservatorio Iraq ha raggiunto telefonicamente Lema Nazeeh, giovane attivista dei Comitati popolari di resistenza palestinese di Ramallah. Che accusa: “Vedere il nostro governo attaccarci fa ancora più male dell’Occupazione”.

Dopo 11 giorni di continui raid in Cisgiordania, nell’ambito dell’operazione Brother’s Keeper, qual è la situazione attuale?

Quello che sta succedendo è un’autentica punizione collettiva che le forze israeliane stanno praticando nei confronti della popolazione civile palestinese, in Cisgiordania in particolare e anche nella Striscia di Gaza. E’ sotto gli occhi di tutti. In questi giorni ci sono stati raid notturni nei villaggi, assedi di alcune città, irruzioni improvvise nelle abitazioni private, negozi, scuole, università, sedi di associazioni, mezzi di informazione e anche ospedali. I danni alle cose sono incalcolabili, per non parlare delle persone: 5 le vittime e oltre 400 gli arresti, tra cui ieri anche quello di Samer Issawi, il cui sciopero della fame prolungato nei mesi scorsi lo portò alla liberazione. L’uso della forza da parte dell’esercito israeliano nei nostri confronti è sproporzionatamente eccessivo.

Inizialmente l’operazione delle Israeli Defense Forces (IDF) si è concentrata in area C, per poi estendersi anche nell’area A, teoricamente sotto controllo civile e militare palestinese, fino ad arrivare a Ramallah, sede amministrativa e politica dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Puoi raccontarci cosa è successo?

Domenica scorsa, nel campo profughi di Jalazun, Ahmed Arafat, un giovane di 20 anni, è stato ucciso mentre era affacciato in strada dal tetto di casa sua. Quello è stato l’inizio del raid a Ramallah, che ha interessato tutto il centro della città. Ci sono stati scontri durissimi, che si sono poi intensificati nei pressi delle stazioni di polizia palestinese dove i soldati israeliani erano appostati. Un altro civile palestinese di Ramallah è morto, Mahmoud Tarif, colpito da un proiettile.

L’operazione militare israeliana è, secondo te, realmente legata alla ricerca dei tre giovani israeliani scomparsi oppure l’obiettivo più ampio è quello di rompere l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas?

A livello ufficiale di certo questi raid vengono condotti in nome della ricerca degli scomparsi, ma un’altra cosa altrettanto chiara è come questa operazione sia un pretesto per punire collettivamente e illegalmente un’intera popolazione. Riguardo l’accordo di riconciliazione, è ovvio che in questo momento è fortemente in discussione, perché le accuse sul rapimento di Israele nei confronti di Hamas anche se non confermate hanno messo in forte imbarazzo il presidente Mahmoud Abbas. C’è ad ogni modo un altro aspetto secondo me fondamentale, ovvero la questione della sicurezza degli israeliani in Cisgiordania, di cui il governo israeliano parla tanto, accusando l’ANP di non fare abbastanza per garantirla. Il problema è, al contrario, che non può essere affatto compito dell’occupato proteggere gli occupanti – che in questo caso sono anche abitanti delle colonie, illegali secondo il diritto internazionale.

L’obiettivo di questa operazione è più ampio e mira al proseguimento dell’agenda politica di Israele in Cisgiordania: rafforzare l’occupazione e continuare a violare i diritti dei palestinesi. E’ la politica del fatto compiuto: più colonie, più territori sotto controllo, più ragioni per dichiararne il possesso. Quello che sta succedendo non ha niente a che fare con la solidarietà umana naturale che si può provare di fronte al rapimento - tra l’altro presunto - di tre giovani ragazzi, che comunque non può giustificare una punizione collettiva di simili proporzioni.

La comunità internazionale, i governi, le Nazioni Unite e i mezzi di informazione non possono non capirlo, e se non lo fanno vuol dire che ignorano le violazioni dei diritti fondamentali dei civili palestinesi, che in questi giorni sono ancora più intense del solito.

Cosa pensi dell’accordo di riconciliazione in sé?

Sicuramente è stato un risultato molto importante, perché ha rappresentato un passo positivo per l’unità non solo tra i governi di Gaza e Ramallah, ma per l’intera popolazione palestinese. Il problema sinceramente è un altro: non basta un cambiamento nella composizione del governo, ma contano le sue politiche, che purtroppo vanno contro gli interessi della popolazione. Questo è evidente ancora di più in questi giorni: finché l’ANP non taglierà i rapporti con Israele per quanto riguarda la sicurezza nei Territori Occupati non ci sarà una vera e propria tutela dei diritti della popolazione.

A questo proposito, nei giorni scorsi ci sono state dimostrazioni di protesta, a Ramallah, contro l’ANP…

Non solo, già domenica notte, in seguito alla prima ondata di raid a Ramallah, tanti giovani sono andati a protestare contro la polizia palestinese, che durante gli attacchi dell’esercito israeliano è rimasta ferma a guardare dietro le finestre. La rabbia, soprattutto da parte dei più giovani, è molto forte in questi giorni, è stata dimostrata in più occasioni, e ovviamente non è la prima volta. Così come non è la prima volta che dopo le proteste la polizia palestinese effettua arresti di massa.

Vedere le nostre forze di sicurezza, il nostro governo, non prendersi minimamente cura di noi ed anzi arrestarci ed attaccarci, oppure rimanere ferme e inerti di fronte alle violazioni israeliane, è qualcosa che ci fa ancora più male dell’Occupazione. Per questo l’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah non è una novità se poi le politiche sono le stesse, sia a Gaza che in Cisgiordania. Rabbia, frustrazione, paura, senso di abbandono totale: questi sono i sentimenti comuni che si provano nelle strade palestinesi in questi giorni nei confronti dell’ANP e della politica in generale.

Di fronte a questa situazione qual è la posizione presa dai Comitati di resistenza popolare?

La nostra posizione è chiara ed è stata espressa in documento nel quale si condanna senza mezzi termini la punizione collettiva che sta avendo luogo dietro la scusa della ricerca dei presunti ostaggi e si dichiara che l’ANP non ha alcun dovere di protezione nei confronti degli israeliani in area C e B, mentre ha il diritto di proteggere la popolazione palestinese. In questi giorni gli attivisti dei Comitati hanno reagito di fronte ai raid notturni, scontrandosi duramente contro l’esercito israeliano e subendo anch’essi diversi arresti.

Parallelamente procede il supporto totale ai prigionieri palestinesi sotto detenzione amministrativa in sciopero della fame così come le proteste popolari del venerdì, che saranno rafforzate in vista del 9 luglio, anniversario della costruzione del Muro di separazione, che vogliamo ricordare alla comunità internazionale essere illegale.

Quali credi possano essere le conseguenze di quanto sta accadendo in questi giorni? Sono concrete secondo te le possibilità di una Terza Intifada?

Penso che i palestinesi, soprattutto in questo momento, stiano realizzando l’importanza della resistenza popolare, come fu durante la Prima Intifada e in parte nella Seconda. La possibilità di una terza sollevazione popolare è parte di un processo ancora aperto, e credo che se le violazioni e gli abusi quotidiani di Israele non cesseranno si andrà in quella direzione.

Questo ragionamento non è valido soltanto per i Territori Occupati, ma anche per quelli della Palestina del 1948 (oggi Israele, ndr) dove sempre più palestinesi con cittadinanza israeliana si stanno attivando contro le discriminazioni e per far valere il loro diritto al ritorno. Penso ci voglia ancora tempo, ma la Terza Intifada non è da affatto da escludere, perché la resistenza durerà finché Israele non rispetterà il diritto internazionale, la Convenzione di Ginevra, i diritti umani e tutte le convenzioni internazionali che è obbligata ad onorare.

Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni

 

Speculazioni Mondiali

Dinamo Press
25 06 2014

In molti mi hanno chiesto più volte come fosse vivere all'estero proprio durante l'anno in cui i Mondiali di calcio si giocano nel tuo paese. Proverò a raccontare qui alcune cose che stanno avvenendo, molte di queste per nulla legate al calcio. Iniziamo dal 2007 quando è stato annunciato che il Brasile avrebbe ospitato i mondiali del 2014. [ENGLISH VERSION]

Due anni più tardi il Comitato Olimpico Internationale ha annunciato che Rio De Janeiro sarebbe stata la sede dei Giochi Olimpici del 2016. Non ho festeggiato, come molte altre persone hanno fatto, ma una cosa era sicura, sapevamo già che ci sarebbe stata tanta corruzione. Invece, scopriamo oggi come un progetto molto più diabolico si celasse dietro la corruzione.

Il primo passo è stato l'individuazione delle città che avrebbero ospitato le partite dei mondiali di calcio. Cominciò una battaglia interna, e si scelsero città senza squadre di calcio o senza alcuna tradizione calcistica. Città con problemi sociali, specie riguardo il sistema scolastico e sanitario. L'unica ragione che spiega questa scelta, secondo me, è politica.

Non ho molte altre informazioni a riguardo, ma è evidente che ogni città sede dei mondiali ha dato il via ad una politica volta all'attrazione di capitali stranieri, mettendosi di fatto in vendita sul mercato globale. Approfondirò qui il discorso su Rio de Janeiro, la città dove sono nato e cresciuto, e dove ho potuto vedere coi miei occhi cosa stava succedendo. Credo che dietro le falsità del ritornello sulla valorizzazione commerciale del brand delle città si nasconda un crudele processo di pulizia sociale. A Rio è stato creato un nuovo apparato di polizia che si chiama UPP, che sta per Unità di Polizia di Pacificazione. L'idea principale è quella di sottrarre le favelas al controllo dei trafficanti di droga. Un processo truculento, nel quale la polizia entra nelle favelas alla caccia di trafficanti di droga (se conoscete il film brasiliano "Tropa d'elite" avete un'idea di cosa parlo).

Una volta che la favela è liberata dalla polizia, ci si potrebbe aspettare un intervento nelle favelas basato sull'istruzione pubblica, la sanità o l'introduzione del sistema fognario. Non è così. In pratica le favelas sono rimaste invece occupate dalla polizia per tener lontano gli spacciatori, e in questa maniera imporre la Pace. Ci si potrebbe chiedere il perchè di tutto ciò. Se si guarda alla mappa della città, si nota che le UPP in pratica sono distribuite vicino alle spiagge, agli hotels, ai dintorni del Maracanà e lungo la strada che collega l'aereoporto al centro, mentre le aree più pericolose rimangono "non pacificate".


Così ora le favelas sono controllate dalla polizia, rinomata per la sua violenza tanto che le Nazioni Unite hanno già raccomandato di porre fine a queste occupazioni che garantiscono semplicemente ai turisti di potersi godere tranquillamente la loro permanenza a Rio De Janeiro.

Ma questo progetto non finisce qui. La sicurezza non è abbastanza, anche l'occhio vuole la sua parte. In Brasile in molti lavorano o vivono per strada. Dal momento che siamo stati scelti per ospitare le Olimpiadi, molti di questi lavoratori hanno cominciato ad avere problemi con la polizia, che gli dice che non possono più vendere per strada, e in alcuni casi usano la violenza per imporre questa "norma". Un fenomeno analogo è avvenuto con i senza tetto. Molti di loro hanno problemi di dipendenze, è vero; ma in nome di una procedura di cura, lo Stato li ha presi dalle strade con la forza e messi in centri di cura, anche se non tossicodipendenti.

Infine, gli sgomberi che sono avvenuti a Rio de Janeiro. L'idea di base degli sgomberi è che ci sono alcune opere che vanno realizzate per le Olimpiadi (strade, strutture sportive, etc), anche se di fatto tutte le aree di maggiore interesse sono già occupate. Allora, invece di usare le Olimpiadi per intervenire in favore delle aree più marginali, lo stato sta provando a spostare le favelas che si trovano in zone ad alto interesse speculativo verso quelle a basso interesse.

Le Nazioni Unite sostengono che questo operazione può avvenire solo in presenza di una compensazione economica o di una casa alle stesse condizioni se non migliori; in questo caso il cittadino è costretto ad accettare l'offerta. Per quanto queste aree di basso interesse siano carenti per servizi di istruzione, salute, sicurezza e sistema fognario, le persone interessate dal processo comunque non intendevano accettare l'accordo. Perciò, invee di rimanere là, sono stati brutalmente sgomberai, mentre le loro case sono state demolite dalle ruspe. Segnalo infine che si stima che le persone sgomberate sianofino ad adesso oltre 250mila.

Questi sono stati i preparativi in Brasile per la Coppa del Mondo, e per questa via si continuerà verso le Olimpiadi. Anche se ci sono stati giornalisti che hanno raccontato questa crudele politica, i grandi media hanno nascosto ed ignorato tutto ciò. La pressione dei media internazionali ci ha aiutato molto nel denunciare questi fatti, e spero proprio che queste mie parole arrivino a destinazione. Mentre in tanti sorridono negli stadi, tanti altri si mobilitano gridando in cerca d'aiuto.

#MaiPiuCie "Nessuno ci può giudicare"

Dinamo Press
24 06 2014

Questa mattina, nella "giornata mondiale del rifugiato", gli attivisti di RM_ResistenzeMeticce hanno occupato la sede del Giudice di Pace di Roma per denunciare l'illegalità e l'incostituzionalità del ruolo dei giudici di pace nella detenzione amministrativa dei migranti nei CIE.

I Centri di identificazione ed espulsione (CIE) sono istituzioni da cancellare, non si possono né rendere umani né riformare. I CIE sono campi di detenzione in cui i migranti vengono rinchiusi e privati della libertà senza aver commesso alcun reato.

La legge definisce questa effettiva carcerazione come “trattenimento”, in realtà è una misura che coincide con la principale fra le sanzioni penali, la detenzione. Un procedimento in totale contrasto con la costituzione che all'art. 13 sancisce come “la libertà personale è inviolabile”. Solo in casi eccezionali può essere limitata ad opera delle autorità di polizia. Il “trattenimento” invece è sempre disposto dal questore.

Il governo Berlusconi per evitare che questa normativa fosse facilmente impugnata davanti la Corte Costituzionale ha previsto un escamotage, ovvero che la convalida del trattenimento fosse predisposta dal giudice di pace. Si tratta solo di un atto formale che sostanzialmente non modifica l'incostituzionalità del procedimento. Di fatto il CIE è incostituzionale.

Formalmente il Giudice di Pace si ritrova ad essere l'unico garante della libertà personale dei migranti finiti nella trappola dei CIE.

Ma chi è un Giudice di Pace?

Un giudice non togato il cui compito principale è la conciliazione ma che nel corso del tempo ha visto aumentare sempre più le proprie competenze in materia di immigrazione: dai reati legati alla “clandestinità”, alla valutazione della legittimità dei decreti di espulsione, fino alla competenza per la convalida e la proroga del trattenimento nei CIE.

Il Giudice di Pace ha assunto competenze penali solo a partire dal 2000: una scelta nata dall'esigenza di alleggerire il sovraccarico di lavoro dei tribunali, scaricandoli dei procedimenti per reati di scarsa gravità e con l'intento di creare una figura più vicina alle persone, che puntasse soprattutto alla conciliazione fra le parti anche attraverso un regime sanzionatorio particolare che non prevede in nessun caso la detenzione.

La costituzione sancisce che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”

Il processo condotto dal Giudice di Pace può essere considerato imparziale?

Le udienze di convalida e proroga del trattenimento si svolgono sempre all'interno dei CIE e nei locali messi a disposizione dalla questura. Le udienze, come denunciato in questi giorni dai reclusi di Ponte Galeria attraverso l’ennesimo sciopero della fame e la scrittura di alcune lettere, sono delle pure formalità: durano pochissimi minuti, non lasciano ai migranti alcuna possibilità di esprimere le proprie motivazioni, convalidano o prolungano la detenzione motivando con mere formule di rito. Le tutele garantite dalla legge per limitare la privazione della libertà personale distinguono i sistemi democratici da quelli autoritari, in cui le forze dell’ordine o i militari possono arrestare i cittadini senza alcuna autorizzazione. Ai migranti quali tutele sono garantite? La risposta è semplice, nessuna.

Parliamo al Giudice di Pace in questo particolare momento, in cui incombe lo spettro della retorica pubblica dell'emergenza sbarchi, anche per portare alla luce il lato meno conosciuto della gestione degli arrivi dei migranti via mare. Dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre scorso, infatti, il governo ha finanziato l'operazione “umanitaria-militare” chiamata Mare Nostrum. Si tratta a tutti gli effetti di un'operazione militare, tesa non solo al salvataggio ma anche e soprattutto al controllo delle coste e dei flussi migratori. Molti dei migranti accompagnati dalle navi della marina militare fino alle coste siciliane, sono poi direttamente trasferiti nei diversi CIE per essere al più presto rimpatriati. È il caso eclatante dei cittadini nigeriani trattenuti nel CIE di Roma-Ponte Galeria già a partire dallo scorso febbraio e a cui, illegittimamente, è stato consentito di formalizzare la propria richiesta di asilo solo dopo la quasi scontata convalida del trattenimento.

Oggi ci rivolgiamo al giudice di pace per chiedergli di rivendicare le proprie funzioni e competenze, che non sono quelle di confermare supinamente – come spesso accade – le decisioni della polizia nei confronti dei migranti e che non hanno (né possono avere) niente a che fare con la limitazione ingiustificata e sproporzionata della libertà personale delle persone. Invitiamo tutti i Giudici di Pace a rispettare i diritti fondamentali delle persone, costituzionalmente riconosciuti, e per questo a rifiutarsi di convalidare e prolungare i fermi amministrativi e a rifiutarsi di essere complici delle "galere etniche" per migranti.

Nessuno ci può giudicare! Libertà per tutti i migranti reclusi nei CIE! Mai più CIE!

RM_ResistenzeMeticce

Dinamo Press
20 giugno 2014

Dopo settimane di mobilitazione il 19 giugno è stata approvata all'unanimità, in aula consigliare, la mozione salva canili e gattili comunali.
Il 17 giugno a Piazza del Campidoglio, i lavoratori e i volontari dei canili comunali si sono ritrovati, per il terzo consiglio comunale consecutivo, per chiedere il ritiro della vergognosa delibera 148.

Dinamo Press
20 06 2014

Roma, dopo settimane di mobilitazione ieri è stata approvata all’unanimità, in aula consigliare, la mozione salva canili e gattili comunali.

Il 17 giugno a piazza del campidoglio, i lavoratori e i volontari dei canili comunali si sono ritrovati, per il terzo consiglio comunale consecutivo, per chiedere il ritiro della vergognosa delibera 148.

Con grande soddisfazione possiamo dire di aver vinto questa battaglia, la mozione che abbiamo presentato insieme al consigliere di Sel Gianluca Peciola è stata approvata all’unanimità.

Gli effetti sono l’immediata sospensione degli effetti attuativi della delibera, quindi lo stop immediato dei licenziamenti e della deportazione degli animali in strutture private. Questa vittoria apre uno squarcio in questa maggioranza che si appresta a varare il piano di rientro da un miliardo di euro. Piano di rientro che devasterà’ quel che rimane dei servizi pubblici.

La speranza è che la nostra battaglia diventi la lotta di tutte le migliaia di lavoratori che nei prossimi mesi si troveranno nelle nostre condizioni. Pur nella consapevolezza che il percorso che porta al definitivo ritiro della delibera 148 è ancora lungo, oggi possiamo dire che questa vittoria è frutto della mobilitazione di ogni singolo lavoratore, dei volontari, degli animalisti e di tutti quelli che ci hanno sostenuto.

LA LOTTA PAGA.

Lavorator* e volontar* dei canili e gattili comunali


Di seguito l’appello all’assemblea pubblica: “Per i servizi pubblici contro le privatizzazioni e i licenziamenti”. Lunedì 23 ore 18 presso Acrobax. Roma non si vende. Roma si riprende!

E’ sotto gli occhi di tutti. Chiunque vive a Roma e usufruisce di servizi pubblici, sa che è in atto un depotenziamento totale, uno stillicidio quotidiano, dall’assistenza ai disabili ai servizi sociali, dalla situazione nelle scuole ai trasporti pubblici.

E’ sotto gli occhi di tutti/e. Chi lavora nell’amministrazione, nei servizi o nelle aziende comunali sa che dovrà aspettarsi tagli al salario, aumento della mole di lavoro o direttamente il licenziamento.

E’ sotto gli occhi di tutti. Chi è ponto a spartirsi la torta e fare profitti sulla ricchezza sociale di Roma, sta lavorando nell’ombra per poter approfittare del prossimo piano di privatizzazioni.

E’ evidente che si sta costruendo una tabula rasa dei servizi pubblici, per poter costruire la privatizzazione e la speculazione sui beni comuni. E’ una questione che riguarda tutti e che ci interroga su diversi aspetti di questo processo. A partire dal decreto “SalvaRoma” o meglio “AmmazzaRoma”.

Stanno immaginando una metropoli in cui i diritti non sono esistono, ma solo bisogni da soddisfare dietro pagamento. Per questo è necessario costruire una mobilitazione che stabilisca contenuti di radicale alternativa con relazioni sociali forti e dal basso, per proporre un modello altro.

Per questo invitiamo cittadini/cittadine, lavoratori/trici, sindacati conflittuali, spazi occupati e movimenti sociali a partecipare ad un’assemblea pubblica, Lunedì 23 alle ore 18, ad Acrobax (ex-cinodromo via della vasca navale n 6 sotto ponte marconi).

Resistenze Meticce, per lottare insieme

Dinamo Press
18 06 2014

Resistenze Meticce è un progetto che ha l’ambizione di coniugare conflitto e mutualismo sul terreno dei diritti dei migranti.

Migranti che arrivano, se il mare non li uccide, e hanno diritto ad un’accoglienza degna; migranti “che passano” in Italia e guardano all’Europa, sognando e provando a raggiungere altri Paesi; italiani che rimangono migranti perché le leggi negano loro la cittadinanza[..] ; lavoratori che siccome sono migranti vengono sfruttati di più; migranti che restano, almeno per un po’, e hanno diritto a vivere degnamente, così come noi, precari, studenti, disoccupati del terzo millennio che lottiamo ogni giorno per un presente e un futuro diversi, migliori.

La nostra sfida è quella di tenere assieme l’istinto a ribellarsi a condizioni e prospettive di vita ingiuste, spesso indegne, e la capacità di costruire quotidianamente esperienze mutualistiche fatte di servizi gratuiti, solidali e aperti a tutti: scuole di italiano, sportelli di tutela legale, sportelli di difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, punti informativi per il diritto alla salute, momenti di formazione e di socialità. Siamo luoghi e soggetti diversi disseminati nella metropoli romana, non vogliamo chiamarci “rete” per non rischiare di rimanerci impigliati. Proveremo ad essere dove vedremo desiderio di rivolta e bisogno di libertà, dove sentiremo rivendicazioni di diritti e voglia di dignità. Insieme, migranti e non. Insieme, meticci.


Vi aspettiamo venerdì 20 @Scup per discutere de "L'Europa dei Cie" e presentare le nostre Resistenze Meticce.


Chi siamo, dove siamo, cosa facciamo:


ESC INFOMIGRANTE

via dei Volsci, 159 - ESC Atelier Autogestito (www.escatelier.net)

Scuola di Italiano ESCOOL

Mercoledì e giovedì 18-20 (riaprirà a settembre con nuovi orari)

Sportello di autotutela legale

Martedì 18-20

Contatti:

infomigrante.wordpress.com


SCUOLA DI ITALIANO LAB!PUZZLE

Via Monte Meta 21

lunedì-martedì-giovedì 20.33-22.00

Contatti:

fb: Puzzle Welfareinprogress

www.labpuzzle.org


YO MIGRO

Via Umberto Partini, 21 Casalbertone (RM) bus 409-545

Sportello di supporto legale - martedì dalle 18-21

Scuola di italiano - martedì e giovedì dalle 19.30-21

Corso di patente (preparazione all'esame scritto) - martedì dalle 19.30-21

Ambulanti / Centro di orientamento sanitario - martedì e giovedì dalle 19-21

contatti:

fb: Yo Migro cell:388.7724819

fb: Ambu lanti cell: 380.1823173


ASAILUM

viale Carlo Felice, 69a - C.S.O.A. Sans Papiers #occupybankitalia

via Nola, 5 - S.Cu.P. Sport e Cultura Popolare

Scuola di italiano @ S.Cu.P.

Lunedì e venerdì 18-20

L'unica garanzia è il reddito di base

Dinamo Press
17 06 2014

Azione comunicativa di precari, neet e studenti presso il Centro per l'Impiego di Cinecittà

Partono stamani, nel Lazio, i colloqui con i primi 200 iscritti al programma “Garanzia Giovani”. Parte stamani la campagna di comunicazione e di inchiesta organizzata e promossa da precari, neet e studenti di Roma che vogliono dire la verità e svelare l'imbroglio. 1,5 miliardi di euro vengono stanziati dall'Unione Europea a sostegno delle imprese e delle politiche attive in Italia; nulla viene fatto per rendere universale il welfare e introdurre un reddito di base e incondizionato, l'unica alternativa al lavoro gratuito, quello sottopagato e senza diritti. Anche se decine di migliaia sono state le iscrizioni al programma di “Garanzia Giovani”, altrettante saranno le aspettative deluse: tirocini e formazione non risolveranno di certo il problema della disoccupazione giovanile, semmai integreranno la sottoccupazione e le misure di workfare che governo Renzi e Parlamento si apprestano a varare (Jobs Act, Disegno di legge delega).

Respingiamo l'imbroglio, vogliamo subito un reddito, per non accettare il ricatto del lavoro purché sia!

Oggi al Centro per l'Impiego, domani in assemblea, alle ore 17 presso la facoltà di Scienze politiche di Roma Tre, per rilanciare la mobilitazione contro il Jobs Act, verso Torino (11 luglio) e l'autunno. Mercoledì alle 19:30 presso Puzzle (via di Monte Meta 21) e giovedì alle 18 presso Alexis/Neet Bloc (via Ostiense 124) due appuntamenti per approfondire criticamente il DL Poletti e il Disegno di legge delega su lavoro e welfare (Jobs Act), il programma “Garanzia Giovani”, per decostruire le retoriche sulla disoccupazione giovanile e i neet, per ribadire con forza che il reddito di base è la soluzione.

#GarantiamociUnFuturo

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Il volantino distribuito questa mattina:

Ma quale Garanzia Giovani?!? Vogliamo reddito e diritti!

Gli ultimi dati Istat per il 2014 ci dicono che la disoccupazione giovanile è arrivata al 46%! Un dato drammatico quanto eloquente: dopo sei anni di crisi la sottoccupazione, la precarietà, lavori intermittenti e sottopagati sono la normalità per milioni di giovani uomini e donne nel nostro paese. Con i disoccupati aumentano anche i così detti "Neet", ovvero ragazzi fuori da percorsi di formazione e dal mercato del lavoro: bamboccioni e fannulloni per ministri e sottosegretari, precari a vita a cui si vuole togliere la possibilità di costruirsi un futuro degno.

Per il governo Renzi una delle principali risposte alla crisi dell’occupazione giovanile quella che giornali, partiti, sindacati non esistano a definire una situazione drammatica è la così detta "garanzia giovani", ovvero un miliardo e mezzo di euro proveniente dall'Unione europea.

In migliaia ci siamo iscritti alla Youth Guarantee con la promessa di un lavoro "vero", per poi scoprire che si tratta di una vera e propria truffa! Non solo ci hanno convocato in ritardo nei centri dell'impiego, ma non hanno nulla da offrirci. Inoltre, quando ci proporranno apprendistati, stage, corsi di formazione arretrati, freejob, lavoro volontario come all'Expo di Milano, a guadagnarci sul nostro lavoro sottopagato o grazie ai finanziamenti saranno soprattutto le aziende e gli enti di formazione.

Questo è il business della disoccupazione giovanile nascosto dietro la retorica delle politiche attive!
È passato oltre un mese e mezzo da quando sono partite le iscrizioni al programma Garanzia Giovani e per ora constatiamo che è una scatola vuota, visti i ritardi istituzionali (ministero e regioni in primis) per organizzare le attività.

Siamo stanchi di lavori precari, mal pagati (leggi "lavori di merda") in nero che siamo costretti a fare per sopravvivere, siamo stanchi di essere sempre "formati" passando da uno stage all'altro, siamo stanchi di quello che quotidianamente ci viene sottratto e negato: reddito, tempo e sogni. Per questo vogliamo organizzarci assieme: per monitorare l'attività e le proposte che arrivano dalla Youth Guarantee, per tutelare i nostri diritti, per pretendere un reddito incondizionato di esistenza e di libertà che non deve essere legato alla nostra disponibilità ad accettare qualsiasi tipo di lavoro e che, soprattutto, non è carità per i poveri, ma è una reale redistribuzione della ricchezza!

Per dire basta a tutto ciò e per contestare le politiche del governo Renzi saremo anche a Torino il prossimo 11 luglio per contestare insieme a tanti altri il vertice europeo sulla disoccupazione giovanile che avrà al centro proprio la garanzia giovani.

Vediamoci, incontriamoci, organizziamoci negli Youth Corner:

CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario) - ogni lunedì, dalle 18 alle 20, presso le Officine Zero (via Partini 20, zona Portonaccio) e ogni martedì, dalle 18 alle 20, presso Esc (via dei Volsci 159) e Puzzle (via di Monte Meta 21);

Neet Bloc - ogni mercoledì dalle 18 presso Alexis Occupato (via Ostiense 124)


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Egitto, Free Alaa free speech!

Dinamo Press
12 06 2014

Un tribunale egiziano ha condannato il blogger ed attivista per i diritti umani Alaa Abdel Fattah a 15 anni di carcere. Alaa, una delle figure più importanti delle proteste anti Mubarak, era stato arrestato, insieme ad altri 25, per aver violato la legge anti proteste lo scorso Novembre.

Il giudice, nella sentenza odierna, pronunciata in assenza degli imputati, con un procedimento farsa che non ha lasciato alcuno spazio alle difese, ha ritenuto gli stessi colpevoli di aver violato la cosiddetta legge anti-proteste del Novembre 2011, che vieta raduni di più di 10 persone e limita fortemente la libertà d’espressione in Egitto. Due giorni dopo l’emanazione di quella legge, centinaia di attivisti inscenarono una protesta pacifica fuori dal Consiglio della Shūra, il Senato egiziano, per protestare contro la norma che prevede il Tribunale militare anche per i civili. La protesta fu repressa e diversi attivisti arrestati. Oggi il giudice li ha ritenuti colpevoli di aver aggredito i poliziotti, aver rubato un walkie-talkie, hooliganismo, blocco stradale e distruzione di proprietà pubblica.

La sentenza è la prima da quando il capo dell’esercito Abdel-Fattah al-Sisi è stato eletto Presidente la scorsa Domenica. Negli undici mesi in cui i militari hanno guidato il paese - tra il colpo di stato che ha deposto il primo Presidente eletto post-rivoluzione Morsi e l’elezione di al-Sisi - la repressione nei confronti dei movimenti islamici ha portato a centinaia di morti, oltre 16.000 arresti e centinaia di condanne a morte. Al-Sisi nel suo discorso d’insediamento ha ribadito la linea dura contro le proteste, affermando che ogni libertà in Egitto dovrà essere rigorosamente strutturata “all’interno di principi religiosi e morali” e che non ci sarà alcuna tolleranza per chi vuole “disturbare la nostra marcia verso il futuro”.

Alaa Abdel Fattah, blogger e co-fondatore della piattaforma indipendente Mada Masr era già stato arrestato altre volte da quando nel 2011 esplosero le proteste contro il regime di Mubarak. Alaa si era opposto fortemente alle politiche del governo dei Fratelli Musulmani e ne aveva appoggiato la rimozione, ma ancora più duramente la sua voce si è levata contro il ritorno alle politiche autoritarie dei militari.

Con le pesantissime condanne odierne il cerchio della restaurazione pare essersi definitivamente chiuso con il feroce ritorno alle politiche dell’era Mubarak. Se l’ex-Presidente ha scontato meno di 3 anni di carcere, oggi un difensore per i diritti umani ne dovrà scontare 15 per aver organizzato una protesta pacifica. Le istanze di cambiamento che in quei 18 giorni avevano rovesciate il regime sono tutte ancora da realizzare. Il regime sta cercando di seppellirle sotto il peso dei corpi di centinaia di martiri e di anni di prigionia. Obama e la comunità internazionale continuano ad appoggiare silenti tutto questo, forse in attesa che la prossima ondata rivoluzionaria trascini anche loro nel baratro della storia.

#freealaa

Luca Magno

 

Dinamo Press
10 06 2014

Pesantissime cariche delle forze dell’ordine contro i richiedenti asilo del Cara di Castelnuovo di Porto, che avevano inscenato un blocco stradale nelle prime ore di stamattina per protestare contro Auxilium, l’ente gestore.

Sono circa le 06:30 di oggi, martedì 10 giugno, quando gli ‘ospiti’ di uno dei più grandi centri di prima accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati d’Italia, il Cara di Castelnuovo di Porto, all'estrema periferia di Roma, tornano a mobilitarsi. Escono dal centro e iniziano a sedersi per terra e bloccare il traffico su Via Tiberina, la via di snodo che porta verso l’adiacente autostrada Roma-Firenze.


Sui cartelli che hanno preparato, reclamano i diritti che vengono loro quotidianamente negati e puntano il dito contro l’ente gestore, la cooperativa Auxilium, in particolare per la pessima qualità del cibo e la mancata erogazione del pocket money. È passato circa un mese dalle prime proteste, ma nonostante le promesse della dirigenza di Auxilium e delle istituzioni coinvolte, al Cara di Castelnuovo di Porto nulla è cambiato.


Poco dopo l’inizio del blocco stradale, su via Tiberina arriva un folto schieramento di forze dell’ordine. Polizia, carabinieri, persino i militari di stanza al Cara che escono in assetto anti-sommossa. Non si tenta nessun dialogo con i migranti, che nel frattempo sono esposti alle intimidazioni degli automobilisti, senza che nessun agente e nessun responsabile dell’ente gestore cerchi di avviare una mediazione e recepire le istanze dei richiedenti asilo in mobilitazione. Gli attivisti delle reti antirazziste e della redazione di Dinamopress, presenti sul posto, vengono identificati e intimati di andarsene.


Dopo le otto del mattino, gli agenti iniziano a trascinare via di peso le donne e gli uomini seduti a terra, e in breve parte la carica. I richiedenti asilo vengono inseguiti e malmenati lungo tutto il tragitto che porta verso i cancelli del Cara. Gli attivisti arrivati da Roma vedono i migranti venire buttati a terra, trascinati per i capelli, presi a pugni e calci. Almeno quattro di loro vengono portati via. La carica continua fin davanti ai cancelli del Cara. Stando a quanto riferiscono via telefono i migranti dall’interno del centro, alle nove di mattina l’intervento delle forze dell’ordine in assetto antisommossa si sarebbe portato fin dentro la struttura.

 

 

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