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DINAMO PRESS

Dinamo Press
20 05 2014

Il segno di classe e antidemocratico del decreto che dichiara guerra ai movimenti e agli ultimi.

Esattamente come accaduto per il lavoro (e cioè le “tutele progressive” e “gli 80 euro” in più in busta paga forse un domani mentre la precarietà e la fine di ogni diritto alla formazione subito con il decreto legge Renzi – Poletti n. 34 del 20 marzo) lo stesso ha fatto il Governo sul cd “piano casa” con il decreto legge gemello Renzi – Lupi n. 47 del 28 marzo.

Ed infatti le misure previste per fronteggiare l’emergenza abitative sono del tutto vaghe, future, senza investimenti pubblici e basate sulla solita fallimentare miscela di svendita del patrimonio immobiliare pubblico, costituzione di “fondi di garanzia” (pubblici) che andranno a finanziare programmi di edilizia popolare “in convenzione con cooperative edilizie”, un altro taglio delle tasse per i proprietari di immobili e la replica del cd “modello Bertolaso” per le grandi opere con la deregolamentazione della normativa urbanistica per l’Expo di Milano. Ma se sin qui siamo alla solita politica degli annunci che avrà quale risultato solo un ulteriore sostegno a costruttori e immobiliaristi e che ha accompagnato da sempre la politica sulla casa in Italia, l’aspetto veramente straordinario del decreto 47 è che sostanzialmente l’unica norma immediatamente operativa nel nostro ordinamento dal 28 marzo è quella prevista all’art. 5 che stabilisce come “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge.”.

E – se si tiene conto di come notoriamente ad oggi decine di migliaia di famiglie impoverite siano costrette a vivere in immobili occupati abusivamente - non può non rilevarsi la beffarda ironia del Presidente Napolitano che ha immediatamente controfirmato il decreto rendendolo vigente con provvedimento che testualmente giustifica il ricorso straordinario ed eccezionale al decreto legge “considerata, in particolare, la necessità di intervenire in via d’urgenza per far fronte al disagio abitativo che interessa sempre più famiglie impoverite dalla crisi” (sic).

Ma per spiegare il “segno di classe” estremo a cui mai era giunto nessun governo repubblicano occorre qui brevemente ricostruire l’evoluzione del concetto giuridico di residenza.

E’ utile precisare infatti che l’ottenimento della residenza è un completo diritto soggettivo del cittadino che trova tutela e fondamento nei principi generali dell’ordinamento e nella Carta Costituzionale.

Il concetto giuridico di residenza è contenuto nell’art. 43 del codice civile il quale dispone “il domicilio di una persona è nel luogo in cui ha stabilito la sede dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La distinzione operata dalla norma tra domicilio, inteso come sede degli affari, e residenza, intesa come dimora abituale, è meritevole di attenzione. Tale distinzione ha fatto il suo esordio nel 1865 con il primo codice civile dell’Italia Unita, con la volontà di riconoscere alla persona la possibilità di avere una sede personale – la residenza appunto – distinta dal luogo in cui esercita gli affari. Con tale scelta, confermata dal codice civile vigente che è stato approvato nel 1942 , si decise quantomeno di equiparare il profilo economico e quello personale ed affettivo, concependo il domicilio come luogo di imputazione delle situazioni patrimoniali e la residenza come luogo delle esigenze personali e di vita, dando a queste ultime una rilevante dignità giuridica. L’emergere nell’ordinamento del concetto di residenza va di pari passo cioè con il passaggio da una società fondata sugli status, ad una società caratterizzata dalla nozione di cittadinanza e dalla parità giuridica fra cittadini propria dello Stato di Diritto. Non a caso la prima legge anagrafica risale al 1791 nella Francia immediatamente post rivoluzionaria ed uno dei passaggi fondanti della nascita dello Stato Italiano è consistito proprio nella costruzioni di un ordinamento anagrafico. E’ evidente che tale distinzione presenta una dimensione qualitativa, poiché mentre il domicilio attiene ad una condizione giuridica (elettiva) del soggetto, la residenza qualifica una situazione di fatto, relativa alla dimora abituale del soggetto. Ma il diritto all’accertamento di tale fatto risulta di primaria importanza, poiché con il riconoscimento della residenza implica numerosi diritti – e anche degli obblighi - relativi alla condizione di cittadino.

In primo luogo, sancisce una sorta di diritto di affermazione dell’esistenza, ovverosia di registrazione quale cittadino residente ai fini di tutte le rilevazioni statistiche e alla distruzione delle risorse e all’imputazione delle imposte. Senza contare che il corretto censimento dei residenti è un aspetto dell’ordine pubblico (ad esempio se crolla un edificio occorre sapere chi potrebbe esservi sotto le macerie, ecc.)

In secondo luogo, la residenza è precondizione dell’esercizio dei diritti politici, con particolare riferimento all’iscrizione nelle liste elettorali e la possibilità di esercitare l’elettorato passivo. Senza la residenza non è possibile, poi, godere a pieno del diritto alla salute in quanto è condizione per ottenere l’assegnazione di un medico di famiglia e del diritto allo studio in quanto è condizione dell’accertamento dell’obbligo scolastico. Ed infine la “residenza legale” in Italia è necessario requisito per ottenere la cittadinaza italiana ai sensi dell’art. 9, lett. f), L. n. 91/92. Infine ogni sussidio, agevolazione o servizio viene presuppone la condizione – si ripete oggettiva - della residenza.

Alla luce di tali considerazioni appare evidente il legame che corre tra la residenza è l’esercizio di diritto fondamentali di portata Costituzionale.

La residenza, anzitutto, è legata all’esercizio dei diritti fondamentali di cui agli artt. 2 e 16 Cost. della costituzione. L’art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia come singolo “sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e l’art. 16 stabilisce che “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”.

Inoltre, tenendo conto che con il decreto Renzi – Lupi viene negato anche il diritto alle utenze, la Costituzione tutela tutti i diritti per il cui esercizio è funzionale la residenza sopraelencati ( diritto alla salute : art. 32; diritto allo studio art. 34; il diritto alla distribuzione delle risorse e alla fruizione dei servizi di welfare: art. 3; diritto ad una vita libera e dignitosa: art. 36 ). Insomma con il piano caso di Renzi – Lupi non si esce solo dalla Costituzione ma si torna indietro all’Italia preunitaria.

Va al riguardo detto come – in effetti – norme simili negli effetti siano state adottate dalle giunte leghiste per escludere i non “nativi” presenti sul territorio ma tali provvedimenti sono sempre stati annullati dal T.a.r. in quanto “è opinione comune in giurisprudenza che la residenza di una persona è determinata dalla sua abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, ossia dall'elemento obiettivo della permanenza in tale luogo e da quello soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rilevata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali; pertanto, qualora la residenza anagrafica non corrisponda a quella di fatto, è di questa che bisogna tener conto con riferimento alla residenza effettiva, quale si desume dall'art. 43 c.c., e la prova della sua sussistenza può essere fornita con ogni mezzo, indipendentemente dalle risultanze anagrafiche o in contrasto con esse” (T.A.R. Lombardia Milano Sez. I, Sent., 20-12-2012, n. 3157, si veda anche Cons. Stato, sez. IV, 2 novembre 2010, n. 7730).

E ciò infatti discende direttamente dalla normativa nazionale pregressa (che, paradossalmente non è stata abrogata a riprova non solo dell’odio di classe dell’attuale Governo ma anche della sua totale impreparazione tecnica). Ed infatti la legge 1228/54 stabilisce che “è fatto obbligo ad ognuno di chiedere per sé e per le persone sulle quali esercita la patria potestà o la tutela, la iscrizione nell'anagrafe del Comune di dimora abituale”, senza contenere alcuna limitazione relativa alla condizione abitativa del richiedente. Il regolamento anagrafico (dpr 223/89) stabilisce che “per persone residenti nel comune si intendono quelle aventi la propri dimora abituale nel comune”. Nella stessa direzione si pone la Circolare del Ministero dell’Interno del 29/5/95 per cui “la richiesta di iscrizione anagrafica non appare vincolata ad alcuna condizione, né potrebbe essere il contrario, in quanto in tale modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Costituzione”. La circolare afferma, poi, che tale accertamento non implica una “discrezionalità dell’amministrazione”.

E del resto ciò spiega come la residenza sia stata sempre concessa in alloggi di fortuna, quali roulette, tende, camper e immobili senza titolo. E proprio perché la pubblica amministrazione si limita ad accertare un fatto – la dimora abituale – e non a concedere uno status che il dpr n 223/89 (regolamento anagrafico) all’art. 19 limita l’accertamento dell’ l’ufficiale di anagrafe “a verificare la sussistenza del requisito della dimora abituale”.

Ciò premesso, a seguito del decreto Renzi Lupi le “famiglie impoverite” costrette a vivere in immobili occupati “abusivamente”

• non potranno più votare,

• non potranno più iscrivere i figli a scuola,

• non potranno più accedere all’assistenza del servizio sanitario,

• non potranno più ottenere, se stranieri, la cittadinanza italiana

E per altro non potranno avere più l’allaccio alle utenze di acqua, luce e gas e il tutto SENZA CHE SIA PREVISTA PER ESSI NESSUNA ALTERNATIVA ALLOGGIATIVA se non, letteralmente, trasferirsi sotto un ponte (ove essi – nuovo amaro paradosso – continuerebbero ad avere il diritto alla residenza in base ai principi giurisprudenziali sopra richiamati).

E ciò non solo in contrasto con la nostra Costituzione – anzi con tutti i principi cardine dello stato di diritto liberale precedente – ma anche con la normativa comunitaria in materia prevedendo la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (cd Carta di Lisbona) che “con l’obiettivo di combattere povertà e esclusione sociale, l’Unione riconosce e rispetta il diritto alla casa e all’housing sociale, al fine di assicurare un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non siano in possesso delle risorse minime, in accordo alle regole stabilite dalla legislazione Comunitaria e dalla legislazione e pratiche internazionali” (Articolo 34.3 EUCFR). Ed essendo per altro tali principi già sanciti dall’Articolo 13 della Carta Sociale dell’Unione Europea e sugli Articoli 30 (che include l’obbligo a promuovere una serie di servizi, compreso l’abitare) e 31 (che promuove l’accesso a un’abitazione di standard adeguato per prevenire e ridurre il fenomeno della homelessness nella prospettiva della graduale eliminazione della stessa e l’accessibilità dei prezzi per coloro che non possiedano le risorse necessarie).

Con il decreto Renzi – Lupi i poveri vengono espulsi dallo stato diritto e privati del diritto basilare all’esistenza (in nessun altro modo è definibile venire deprivati di acqua, luce, riscaldamento, diritti di elettorato, assistenza medica, diritto all’istruzione e alla cittadinanza italiana per gli stranieri). E questo francamente non può essere accettato.

Il Forum Diritti Lavoro

• chiede quindi che venga messo nella piattaforma della manifestazione del 12 aprile - come parte integrante alla lotta al Jobs act di cui al decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – anche l’art. 5 del decreto legge n. 47 del 28 marzo.

• E si dichiara disponibile, nei propri modesti limiti, ad affiancare le famiglie che vivono in alloggi abusivi nella lotta giudiziaria per affermare il proprio basilare diritto ad esistere.

 

Auxilium complice dei lager #maipiucie #maipiucara

DinamoPress
16 05 2014

Ieri mattina i circa 800 rifugiati e richiedenti asilo “ospitati” nel CARA di Castelnuovo di Porto hanno protestato contro le indegne condizioni di vita del centro (stanze sporche, topi, cibo immangiabile, mancanza di assistenza sanitaria e legale, isolamento) e contro gli insostenibili tempi di attesa [...] per la richiesta di asilo e la data della commissione.

Accusano la cooperativa Auxilium, che ha vinto di recente la gara d'appalto per la gestione della struttura, di aver peggiorato rapidamente le già precarie condizioni di vita e di negare loro il pocket money di 2 euro e 50 cui hanno diritto per soddisfare le minime necessità quotidiane. Mentre i migranti protestavano in maniera pacifica, bloccando l'ingresso al centro e impedendo ai lavoratori di entrare, le forze dell'ordine sono intervenute disperdendo il picchetto con gli idranti e caricando selvaggiamente. 7 migranti sono rimasti feriti e sono stati trasportati in ospedale. 8 risultano invece in stato di fermo.

Chiediamo l'immediata liberazione dei manifestanti fermati. Denunciamo per l'ennesima volta l'operato della cooperativa Auxilium che gestisce anche il lager di Ponte Galeria e che ha fatto delle vite di centinaia dei migranti una fonte di profitto. Pretendiamo la chiusura di tutti i CIE e di tutti i mega-ghetti chiamati CARA, a favore di un'accoglienza diffusa che tuteli i diritti, la dignità e l'autonomia delle persone.

Sempre ieri, in serata c'è stato un incontro tra i rifugiati del centro ed il direttore che non ha però risolto la situazione ma anzi ha generato ulteriori proteste e tensioni. Uno dei feriti è ritornato nel centro ma non è in buone condizioni di salute ed intanto la polizia è tornata a bloccare le entrate del centro. I rifugiati del Cara sono determinati nel voler riconquistare le minime risorse utili a vivere dignitosamente un luogo che già di per sé non garantisce nemmeno la minima vivibilità, per questo rilanciano per altri blocchi e proteste.

Reti antirazziste

Movimenti per il diritto all'abitare


Dinamo Press
14 05 2014

In Grecia gli ospedali hanno smesso di coprire le spese per le vaccinazioni dei bambini di famiglie non abbienti. Isole di solidarietà e resistenza, gli Ambulatori Volontari Sociali in Grecia curano migliaia di cittadini rimasti ormai senza assicurazione sanitaria [...] , formando una rete di assistenza per le cure primarie che copre le necessità dei cittadini più deboli che, a causa del "riassestamento dei conti pubblici", non sono più l’eccezione, ma la regola, e accogliendoli non come emarginati ma come ammalati, come si dovrebbe fare in qualsiasi paese civilizzato.

Proponiamo questo testo di Dina Karatziou tradotto da atenecalling, in continuità con le precedenti interviste sul tema a cura di dinamopress: Attrversando la Grecia: gli ambulatori socialie l'intervista ad un medico di AteneResistiamo in Salute.

Gli ambulatori non si limitano a fornire solo servizi medico-farmaceutici ma, attraverso azioni politiche e interventi, chiedono che lo stato si assuma le sue responsabilità nei confronti di migliaia di cittadini oggi esclusi dal sistema pubblico sanitario. Gli ambulatori sociali sono strutture volontarie del tutto indipendenti che non si trovano sotto la tutela dei partiti politici o di altri interessi economici o imprenditoriali e che sono riuscite a mantenersi indipendenti finanziandosi esclusivamente attraverso le donazioni dei cittadini.

Il giornale “Eleftherotypia” presenta un’intervista a quattro medici di quattro ambulatori sociali del paese, ponendo come argomenti centrali di riflessione il numero sempre crescente di cittadini sprovvisti di un’assicurazione sanitaria, quello dei bambini non vaccinati e il tema dell’esercizio della medicina come atto politico di resistenza nei confronti di un sistema sanitario statale da cui sono ormai esclusi tre milioni di cittadini. Per i medici volontari Eleni Ioannidou, dell’Ambulatorio Medico di Solidarietà Sociale di Retimno (Creta), Spilios Xenòpoulos, dell’Ambulatorio Medico di Corinto, Kristina Kydona, dell’Ambulatorio Medico Solidale di Salonicco e Ghiorgos Vichas, dall’Ambulatorio Metropolitano Sociale di Ellinikò, l’esercizio etico della medicina è un atto quotidiano e non solo un residuo abitudinale previsto dal giuramento di Ippocrate.

Tutti coloro che partecipano all’ambulatorio sono volontari. Prendiamo le nostre decisioni durante le assemblee generali dei volontari. Funzioniamo come una democrazia partecipata diretta, basata sull’uguaglianza tra tutti i membri. Tutte le decisioni che riguardano la nostra attività e i nostri obiettivi vengono prese dall’assemblea generale, a cui tutti possono partecipare; la salute non può essere una questione di volontariato e non può fondarsi su tentativi isolati, ma deve essere garantita dallo stato mediante le istituzioni>>, dicono.

Ambulatorio Volontario di Solidarietà Sociale di Retimno – Eleni Ioannidou, medico

“Abbiamo cominciato con i migranti, siamo sommersi dai greci”

- Come crede che si stia evolvendo oggi la situazione dei cittadini sprovvisti di un’assicurazione sanitaria, come la vive da volontaria dell’Ambulatorio Medico di Solidarietà di Retimno?

Un’importante peculiarità del nostro ambulatorio è che è stato fondato nel 2008, prima della crisi – al contrario degli altri ambulatori del paese nati a causa della crisi finanziaria – per sottolineare la totale mancanza di assistenza sanitaria nei confronti di un gruppo di persone invisibili per lo stato, in un periodo in cui a non avere l’assicurazione sanitaria erano soprattutto migranti senza documenti. Oggi, sei anni dopo, seguiamo più di 2.500 pazienti e contiamo oltre 6.000 visite ad adulti o bambini.

Dal 2010, con la crisi finanziaria e ancor di più negli anni successivi, l’ambulatorio ha cominciato a riempirsi di persone che avevano perso la loro assicurazione perché rimasti disoccupati, lavoravano in nero o non riuscivano a pagarsi l’assicurazione, con un picco nel 2013 quando, in base ai dati ufficiali, i cittadini senza un’assicurazione sanitaria sono arrivati ad 1/3 della popolazione. A parte l’aumento generale nel numero delle visite, sono sempre di più i greci che vengono all’ambulatorio. I migranti senza documenti sono molti meno di prima, quelli che vengono da noi ormai risiedono quasi tutti regolarmente nel paese e sono nella stessa situazione dei greci.

Al contempo, il sistema pubblico ha chiuso le porte in faccia a chi che ha più bisogno, cioè i più poveri, anche per casi gravi e urgenti. Sempre più persone vengono da noi disperate dopo essere state ricoverate per gravi problemi di salute in ospedale, dove vengono loro chieste somme enormi che non sono in grado di coprire. I problemi dei pazienti sono sempre più gravi e necessitano di ricoveri, di cure specializzate o di interventi chirurgici. Ci sentiamo sempre più spesso incapaci di aiutare i nostri pazienti. Così l’ambulatorio, nato come rifugio per i perseguitati, si è trovato, nel mezzo della più grande crisi umanitaria degli ultimi anni, ad alzare la voce, a porre questioni ideologiche e a trasformarsi inevitabilmente in un luogo di resistenza nei confronti di tutto ciò che sta accadendo.

- La partecipazione attiva a una struttura sanitaria volontaria è quindi anche un atto politico di resistenza a quanto sta accadendo?

E’ uno degli obiettivi. L’azione politica degli ambulatori mira mediante la lotta quotidiana a rivendicare l’accesso alle cure mediche gratuite dei pazienti senza assicurazione sanitaria presso gli ospedali pubblici e l’abolizione della prassi delle esclusioni. Chiediamo allo stato di assumersi le sue responsabilità. Promuoviamo la creazione di una rete nazionale per il coordinamento delle azioni e delle iniziative comuni per rivendicare il diritto alla salute per tutti. In tutti gli ambulatori sociali l’opposizione alle attuali politiche è chiara così come la volontà di rovesciarle. Da più di due anni facciamo parte di una rete di quasi quaranta ambulatori sociali che chiede allo stato di assumersi l’onere che gli spetta, cioè prendersi cura della sua gente. Sono state tenute due assemblee nazionali e dalla seconda è scaturito un testo che delinea i nostri obiettivi comuni.

- Ci descriva cosa accade esattamente con le vaccinazioni dei bambini senza un’assicurazione sanitaria.

Quasi un anno e mezzo fa il ministero della Sanità ha lanciato un’enorme campagna dichiarando fermamente che si sarebbe assunto la responsabilità di vaccinare tutti i bambini senza assicurazione sanitaria per le famiglie non abbienti. A tutte le province è stata inviata una circolare in base alla quale il ministero della Sanità avrebbe fornito le vaccinazioni a tutti coloro che erano sprovvisti di un’assicurazione sanitaria e ai non abbienti. Qui bisogna chiarire che i non abbienti sono coloro che hanno un libretto sanitario, cioè cittadini con un reddito basso che ricevono i farmaci e le vaccinazioni dall’ospedale. D’ora in poi in base alla nuova circolare tutte queste persone e quanti erano sprovvisti di un’assicurazione sanitaria sarebbero stati vaccinati dalle direzioni sanitarie delle province.

In realtà lo stato non ha fornito le vaccinazioni necessarie e anche in seguito alle richieste del personale sanitario per specifiche quantità di vaccini, questi non vengono inviati; i nomi dei cittadini senza assicurazione sanitaria vengono registrati, con la rassicurante promessa che verranno avvertiti appena arriveranno i vaccini. Inoltre l’ospedale, basandosi su una circolare, ha smesso di coprire le vaccinazioni dei bambini con libretto sanitario. Il risultato è stato che molti sono venuti all’ambulatorio sociale per poter essere vaccinati! Così, dopo due mesi, ci siamo resi conto di quanto stava accadendo e grazie all’intervento dell’ambulatorio l’ospedale è stato costretto a ritornare alla situazione precedente. Da sottolineare che, anche dopo la promessa di un finanziamento di 1.500.000 euro per un concorso pubblico per la fornitura delle vaccinazioni per i non abbienti e quelli senza assicurazione sanitaria, a distanza di dieci mesi, ancora non è successo nulla e non crediamo che succederà qualcosa.

L’assistenza sanitaria è un dovere dello stato, nbon deve essere abbandonata a strutture volontarie

Spilios Xenòpoulos, oculista, medico volontario presso l’Ambulatorio Sociale di Corinto.

“Il 70% dei pazienti sono greci”

- Che idea che si è fatto, come medico volontario presso l’Ambulatorio Sociale di Corinto, sul problema dei pazienti senza assicurazione sanitaria?

I cittadini senza assicurazione sanitaria diventano sempre di più a causa della disoccupazione e dell’incapacità delle piccole imprese di pagare l’assicurazione. Così la maggior parte dei cittadini sprovvisti di un’assicurazione sanitaria sono i disoccupati da molti anni o i liberi professionisti che devono soldi alle loro assicurazioni e perdono la loro copertura sanitaria. Poi ci sono i migranti e chi ha un lavoro in nero.

Inoltre, dopo un enorme aumento della partecipazione dell’assicurato per le spese dei farmaci, anche i cittadini con un’assicurazione sanitaria si rivolgono agli ambulatori sociali. Costoro, per colpa dell’alto costo della partecipazione alle spese dei farmaci e a causa del basso reddito, non sono in grado di comprare farmaci. Infine, vale la pena dire che in queste strutture di solidarietà il 70% dei pazienti sono greci. Queste strutture corrono il rischio di diventare delle valvole di sfogo del sistema, se non accompagnate da informazioni date ai pazienti e da forme di rivendicazione. I veri ambulatori sociali e solidali, oltre ai servizi che offrono, attirano l’attenzione anche sui motivi per i quali i cittadini si rivolgono a questi e ovviamente rivendicano il funzionamento di un sistema sanitario nazionale, semplicemente perché sanno di non poterlo sostituire>>.

- La partecipazione a una struttura sanitaria volontaria è al contempo anche un atto politico di resistenza?

La solidarietà è il primo passo della resistenza. Ti sostengo, ti aiuto a stare in piedi per poter resistere tutti insieme alla barbarie che stiamo vivendo. Abbiamo stampato del materiale informativo per i pazienti che vengono per la prima volta, organizziamo eventi, informiamo la gente che si rivolge a noi. Purtroppo però ci vogliono ancora molto lavoro e molto tempo perché la gente abituata a cercare soluzioni individuali impari che solo attraverso un’azione collettiva si eviterà quello che stanno preparando, che sarà ancor peggio di quanto finora vissuto.

- Ci parli del problema dei bambini non vaccinati e ci dica in che modo state affrontando questa situazione.

Anche se il ministero è obbligato a vaccinare tutti i bambini indipendentemente dal loro stato assicurativo, non dispone dei fondi necessari per acquistare i vaccini; molti bambini non vengono vaccinati e c’è il rischio che ricompaiano malattie dimenticate. Noi, come Ambulatorio Medico di Solidarietà di Corinto, troviamo i vaccini con l’aiuto della gente comune o delle scuole e dei comitati che ce li forniscono. In più voglio citare i medici venuti dalla Normandia che ci hanno aiutato abbastanza in questo tentativo e li ringraziamo per questo.

Gli ambulatori medici credono che la salute, individuale e pubblica, sia una questione statale e non debba essere gestita da strutture del movimento o volontarie. L’investimento più grande di uno stato è la sua gente. Questa è il suo capitale. Gli interessi e l’indice dei titoli sono la loro buona salute. La tutela della loro dignità, della loro salute e della loro educazione sarà il fondamento per lo sviluppo, l’autosufficienza, l’indipendenza e al contempo distruggerà le condizioni che fanno nascere la corruzione.

Cristina Kydona, volontaria presso l’ambulatorio medico di Salonicco

“La solidarietà, atto di resistenza politica”

Oggi i cittadini senza assicurazione sanitaria sono 1/3 della popolazione attiva e il 50% dei giovani che lavorano in nero e sottopagati. Con l’implementazione della feroce politica fiscale e della commercializzazione della salute le spese dello stato nel fondamentale settore della salute e del Welfare sono state ridotte drammaticamente e lo stato non si assume la responsabilità di coprire anche i bisogni sanitari più basilari di gran parte degli abitanti del paese. Nel novembre 2011 si rivolgevano a noi soprattutto migranti e persone provenienti da gruppi vulnerabili ed emarginati (tossicodipendenti, rom).

Poco a poco le cose sono cambiate e la grande maggioranza delle persone che si rivolgevano a noi erano greci di mezza età e migranti diventati cittadini greci, integrati cioè nella società greca da un ventennio, che sono stati violentemente esclusi dal sistema sanitario con la riforma del 2011. Da allora le spese della Cassa Assicurativa o di un cittadino sprovvisto di assicurazione sanitaria sono aumentate in media di sette volte. Da questo autunno si rivolgono a noi sempre più persone che appartengono alla vecchia classe media.

Sempre più cittadini vengono esclusi dalle cure medico-sanitarie. Questo non è altro che un crimine commesso dallo stato. Tra poco ci saranno più morti che in guerra. Quando un giovane dipendente dall’insulina senza assicurazione sanitaria viene ricoverato in ospedale in coma e muore perché non può pagare per il suo farmaco, la sua morte viene registrata come incidente patologico e non come un crimine del ministero della Sanità>>.

- Affrontate molti casi estremi?

>. - Ci parli del problema dei bambini non vaccinati.
A un certo punto ci siamo trovati di fronte a un dilemma e abbiamo pensato di smettere di effettuare vaccinazioni per convincere lo stato ad assumersi le sue responsabilità. Molte volte il ministero competente ha annunciato che avrebbe procurato i vaccini, ma fino a oggi non ha fatto nulla. Lo stato si è adagiato sul funzionamento degli Ambulatori Sociali perché effettivamente siamo una valvola di sfogo nella crisi sociale-umanitaria in cui ci troviamo, ma non ha alcun diritto di utilizzare la nostra attività a scapito dei cittadini. Per noi la solidarietà è un atto politico di resistenza e oltre all’assistenza sanitaria siamo attivi nel movimento per fermare l’esclusione dei cittadini dal servizio sanitario pubblico. Abbiamo già realizzato quattro incontri pubblici e ci prepariamo con un gruppo di avvocati solidali a procedere mediante denunce e ogni altro tipo di azione legale contro tutti coloro che lasciano morire le persone in difficoltà. Dobbiamo far sì che questa barbarie politica sia analizzata, vedere chi sottoscrive cosa e quali sanzioni possono esserci.

Ghiorgos Vichas, cardiologo, medico volontario dell’Ambulatorio Sociale Metropolitano di Ellinikò

“Ho sentito il respiro di Dio”

- Se la percentuale di bambini non vaccinati raggiunge il 30%, il ritorno di alcune malattie come la poliomelite è cosa certa. E’ vero che l’ufficio del ministro della Salute rimanda pazienti non assicurati all’ambulatorio sociale di Ellinikò?

Sì, è successo davvero. Ma vorrei dire cosa è successo dopo. Non so se potrò comunicare cosa ho vissuto poco fa all’ambulatorio, non so come comunicare la tensione e la solennità di un momento, un momento capace di fermare il tempo, di farti sentire il respiro di Dio! L’altro ieri mattina mi hanno effettivamente chiamato al telefono dall’ufficio di Gheorghiadis e mi hanno detto di aver dato il mio numero di telefono ai genitori di un giovane di 31 anni con una grave malattia al sistema gastroenterico che aveva urgente bisogno di un farmaco del valore di 2.000 euro. Sì, avete capito bene, il mio numero di telefono gli è stato dato dall’ufficio di Gheorghiadis che, non dimentichiamocelo, è il ministro della Salute (?!) nel nostro paese. È il secondo caso oggi in cui l’ufficio del ministro fornisce il mio numero di telefono a un malato senza assicurazione. I genitori del ragazzo mi hanno telefonato e poco fa li ho incontrati all’ambulatorio. Loro figlio è in una situazione di salute e psicologica molto grave e inoltre la loro dignità è stata calpestata dallo stato che ha chiuso loro le porte in faccia. Ho iniziato subito a cercare di trovare il farmaco, ma sfortunatamente noi non lo abbiamo e ho capito sin dal primo momento che è molto difficile trovarlo.

Mentre i genitori erano di fronte a me pendevano letteralmente dalle mie labbra, io mi sentivo incapace di aiutarli, ma ho provato a consolarli e a sostenerli se non altro con la speranza che il farmaco sarebbe stato trovato, che ci sono persone che sono accanto a loro in questa affannosa e tragica impresa. Non siete soli provavo a dir loro e a convincerli in molti modi. E allora è successo…Mi hanno chiamato dalla segreteria dicendomi che una signora voleva parlarmi urgentemente al telefono. Sono andato subito, ho chiesto cosa volesse e mi sono sentito rispondere: "Appartengo a questa organizzazione di volontariato e ci ha appena chiamato un signore, che non ci ha detto il suo nome, che vuole dare una mano al vostro ambulatorio; è disposto a soddisfare qualsiasi esigenza abbia adesso il suo ambulatorio e mi ha detto di chiamarvi. Di cosa avete bisogno?". La sua domanda è rimasta sospesa per qualche secondo mentre aspettava la mia risposta.

Appena ho potuto ho urlato Sì! e le ho spiegato il caso del ragazzo. Il farmaco è stato ordinato quasi immediatamente dal signore sconosciuto. I genitori del ragazzo sono andati via poco fa dall’ambulatorio con le lacrime agli occhi, ma quelle erano lacrime di commozione, gioia, ottimismo, lacrime che possono essere provocate solo dalla grandiosità e dalla nobiltà della solidarietà. Questa è stata l’ultima frase della madre andando via: "Oggi non è stata salvata la vita di mio figlio, oggi ho capito che esiste la Grecia, ho capito perché non ci piegheremo, oggi è nata di nuovo la speranza dentro di me. Vi ringrazio!".

- Qual è oggi il suo parere sulla questione dei cittadini senza assicurazione sanitaria nel nostro paese?

Il numero dei pazienti senza assicurazione sanitaria che si rivolgono all’ambulatorio è in forte aumento negli ultimi mesi; si tratta di pazienti con malattie croniche che hanno bisogno, oltre che del medico, di farmaci ed esami. Ciò che tutti i medici dell’ambulatorio MKIE osservano durante la prima visita ai pazienti giovani è la mancanza di terapie o sfortunatamente in molti casi l’interruzione delle terapie per molti mesi a causa della loro esclusione dall’assistenza sanitaria pubblica di base. Così abbiamo pazienti con pressione alta, glicemia alta, ecc. Parallelamente aumenta il numero di pazienti che hanno bisogno di ricovero o di un intervento chirurgico o altro e tutti questi pazienti finiscono tragicamente di fronte a una strada senza uscita: essere ricoverati e avere debiti nei confronti dello stato, visto che nel caso in cui non paghino la spesa viene trasferita all’IRS, o non essere ricoverati con tragiche conseguenze per la loro salute o addirittura per la loro vita.

La maggior parte dei pazienti sfortunatamente sceglie di non farsi ricoverare, scelta che determina un vertiginoso aumento nel numero delle gravi invalidità e delle morti. A questo punto dobbiamo dire che anche gli ospedali che ci aiutavano per l’assistenza sanitaria pubblica dei pazienti non assicurati, come il “Sismanogleio”, negli ultimi due tre mesi non accettano più di ricoverare gratuitamente i pazienti non assicurati indipendentemente dalla gravità dei casi>>.

- Che idea si è fatto sulla questione dei bambini non vaccinati?

E’ un problema importantissimo che lo stato deve risolvere immediatamente perché sappiamo che se la percentuale di bambini non vaccinati arriva al 30% il ritorno di malattie come la poliomelite è certo. Una bomba atomica che mina le fondamenta di una società in un paese europeo nel 2014.


Guarda qui l'elenco degli Ambulatori Sociali presenti in Grecia


articolo di Dina Karatziou - Fonte: enet.gr, traduzione di ateneCalling.org

Blocchiamo il JobsAct!

Dinamo Press
13 05 2014

Martedì 13 maggio presidio in Piazza Montecitorio durante il voto sul DL Poletti dalle ore 15,00.

L'assemblea che si svolta ieri presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza è stata un'assemblea importante, per qualità degli interventi e per partecipazione.. Tante e tanti le studentesse e gli studenti, i precari, lavoratrici e lavoratori, disoccupati. Ampia la convergenza delle reti territoriali, del sindacalismo conflittuale, dei collettivi studenteschi, ma anche dei giuslavoristi più coraggiosi, che non intendono rimanere in silenzio di fronte alla mattanza. Un'assemblea che è andata dritta al punto: il DL Poletti è l'ultimo atto, forse il più violento, di un processo di devastazione dei diritti del lavoro, avviato da Treu nel 1997, radicalizzato da Biagi-Maroni nel 2003, accelerato a dismisura dalla crisi esplosa nel 2008. Sacconi, Fornero, e adesso Poletti-Renzi, gli ultimi protagonisti della furia neoliberale che ha come obiettivo principale, oltre all'erosione dei diritti e della possibilità di organizzazione sindacale conflittuale, la compressione al minimo dei salari e, più in generale, del reddito sociale.

Il DL Poletti, con l'introduzione del contratto a termine senza causale di 36 mesi (ogni contratto prorogabile 5 volte) e la nuova regolamentazione del contratto di apprendistato (ormai privo di ogni contenuto formativo), istituzionalizza de facto, come neanche Maroni e Sacconi erano riusciti a fare, la precarietà, la ricattabilità permanente, imponendo ovunque e per tutti il lavoro miserabile o working poor. Nulla invece si fa sul fronte degli ammortizzatori sociale. Si rinvia piuttosto ad un Disegno di legge delega la questione del reddito e del salario minimi, del contratto unico a tutele crescenti. Nulla per quanto riguarda le partite Iva e le aliquote insostenibili, gestione separata dell'INPS in primo luogo, che gravano su di loro. La complicità colpevole dei sindacati confederali, l'elemento che oggi come ieri più caratterizza il disastro sociale e politico in corso.

L'idea emersa con forza da tutti gli interventi è semplice: non si può rimanere fermi e in silenzio. C'è bisogno di una mobilitazione immediata, proprio ora che il DL raggiungerà la Camera per la terza lettura e il voto finale. La prossima, dunque, sarà una settimana importante, già densa di appuntamenti: il 12 maggio varrà la pena partecipare al corteo indetto dai “Movimenti per il diritto all'abitare e contro la precarietà e l'austerity”, segnalando l'opposizione radicale al DL Poletti, oltre che a quello Lupi e al “Salva Roma”; il 13 maggio pomeriggio, in corrispondenza del voto finale alla Camera, sarà fondamentale essere in tante e tanti sotto Montecitorio. Altrettanto, la prossima sarà una settimana di azioni diffuse nei territori, fino a giungere al corteo sui Commons del 17 di maggio, giornata di avvio, tra l'altro, della settimana di mobilitazioni europee Blockupy.

Oltre alla mobilitazione immediata, però, c'è bisogno di una mobilitazione che duri nel tempo, che sappia insistere nella quotidianità dei conflitti dentro e fuori i posti di lavoro, che ricostruisca nuovi strumenti di auto-tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, che sia radicata e, nello stesso tempo, sappia definire un luogo di connessione dinamico e plurale. L'assemblea di ieri, infatti, è nata anche dall'esigenza di animare uno spazio pubblico reale, aperto, in grado di costruire alleanze larghe tra le vertenze precarie, per la maggior parte frammentate, che segnano la nostra città, tra chi si trova a vivere tutti i giorni l'alternanza lavoro-non lavoro, tra i lavoratori autonomi di nuova generazione, i disoccupati e tutti quei soggetti maggiormente colpiti dalla crisi e dalla ristrutturazione del mercato del lavoro. Processo, quest'ultimo, che può essere compreso pienamente – occorre ricordarlo – solo sul piano europeo, pensando ai PIIGS come a delle vere e proprie “zone speciali” dove vengono compressi al minimo i salari ed eliminati diritti e welfare. Ma pensando anche alla Germania di Hartz IV e dei minijobs da 400 euro al mese.

Esigenza comune, dunque, è stata quella di avviare una nuova sperimentazione, un campo di relazioni che, a partire dall'opposizione al DL Poletti e al Jobs Act, rimetta al centro i nodi del rifiuto della precarietà, dell'auto-organizzazione del lavoro, dei diritti sindacali e di nuove forme di mutualismo, del salario minimo e della dignità del lavoro, della pretesa del reddito di base, incondizionato e universale. L'imminente ripresa dell'iniziativa del NeetBloc sarà occasione per rivederci e per stabilire le prossime tappe di discussione. Con all'orizzonte il vertice sulla disoccupazione giovanile dell'11 luglio (Torino) e il contro-semestre o semestre sociale europeo, ma con l'idea di costruire una nuova temporalità, fatta sì di grandi momenti di mobilitazione, capace però di mettere al centro e di far crescere e irrobustire le resistenze di tutti i giorni.

>#STOPJobsAct

Dinamopress
06 05 2014

Una città commissariata e in mano ai poteri forti: questa è Roma al tempo del governo di unità nazionale Renzi-Alfano, quello che ha inaugurato la guerra ai poveri sotto il dettato della troika europea. Il decreto Lupi, il decreto "Salva Roma" e il Jobs Act rappresentano un attacco diretto ai diritti sociali e ai diritti del lavoro : il primo prevede una vera e propria rappresaglia preventiva contro chi occupa case o spazi per recuperarli ad un uso abitativo e sociale; il secondo impone ulteriori tagli e privatizzazioni dei servizi; il terzo istituzionalizza la precarietà e lo sfruttamento, rendendo legali contratti di lavoro al limite della schiavitù.

In questo contesto, l'amministrazione comunale e la sua maggioranza sembrano esautorate da ogni funzione di mediazione politica o di rappresentanza democratica, inermi e silenti davanti alla gestione militare delle questioni sociali - auspicata dal ministro dell'interno Alfano - e alle politiche di austerità imposte dal governo.

Gli sgomberi violenti di alcune occupazioni abitative e di spazi sociali, avvenute nonostante la presenza di tavoli di confronto istituzionali, servono a mandare due segnali precisi: uno a chi si oppone dentro la crisi, l'altro alla politica locale, ridotta a puro esercizio di controllo e di burocrazia punitiva.

Una giunta prigioniera delle politiche liberiste del debito, che producono politiche di tagli e privatizzazione, dismissione del patrimonio pubblico e una resa pressoché generale di poteri privati immobiliarti e finanziari.

Ma c'è un pezzo di città che resiste, lo ha fatto in piazza il 19 ottobre scorso e il 12 aprile, che lo fa ogni giorno ridisegnando dal basso la metropoli, liberando immobili dalla speculazione, affermando il diritto all'abitare e l'accesso alla cultura, costruendo forme di mutualismo nel lavoro povero e precario, autonomo e dipendente, difendendo e risocializzando i beni comuni, a partire dall'acqua, dal patrimonio e dai servizi pubblici.

Questa città vuole tornare in piazza per affermare il diritto alla città dei molti contro gli interessi dei pochi, per difendere le lotte e gli spazi conquistati, per liberarsi dai divieti del governo e della questura. Questa città ha diverse cose da dire al sindaco e alla giunta, che il tempo degli alibi è finito, che non è più possibile far pagare la crisi ai soliti noti.

Lunedì 12 maggio corteo da Piazza della Repubblica al Campidoglio, martedì 6 conferenza stampa ore 11,30 piazza Santa Maria Maggiore di fronte al ministero degli Interni.

Movimenti per il diritto all'abitare e contro la precarietà e l'austerity

Dinamopress
06 05 2014

Tra ieri e oggi in alcune zone di Roma sono comparsi degli striscioni per ribadire a gran voce la nostra opposizione alle parate tristi che vengono organizzate anno dopo anno dai soliti soggetti che mettono enfaticamente in scena il tentativo di voler occupare e dominare i nostri corpi e la nostra sessualità , sbandierando il vessillo della “normalità” che si traduce in un rifiuto di ogni forma di vita “deviata”. Pagliacciate che ritrovano uniti fascismo e cattolicesimo. Contro ogni Marcia sulla Vita #ioDecido!

Leggi il comunicato della Rete cittadina #ioDecido

Il 4 Maggio Roma sarà di nuovo invasa dalla Marcia per la Vita: la sfilata “benpensante” che ogni anno, intorno alla ricorrenza dei referendum sul divorzio e sull’aborto, ribadisce l'avversione alla libertà di scelta in merito a sessualità e maternità .

Ci piacerebbe strizzare l'occhio all'inconfessato feticismo per il feto - fet(o)cismo? - di questi “buffi” figuri, se non si ostinassero ad utilizzarlo come maschera per nascondere il peggior sessismo e la peggiore omofobia. Siamo ben consapevoli che il Popolo per la vita rappresenta la punta dell'icerberg delle politiche che ambiscono a eleggere la famiglia come principale sistema di welfare e unica strada percorribile per sopravvivere alla crisi, quando spesso essa stessa si rivela luogo principale di violenza e sopraffazione.

Anno dopo anno, questi soggetti mettono enfaticamente in scena il tentativo di voler occupare e dominare i nostri corpi e la nostra sessualità, seguendo il tracciato di una più ampia politica di "educazione alla maternità"(?)rivendicata dalla Ministra della Sanità, dello svuotamento della legge 194 attraverso l'obiezione di coscienza, dello smantellamento del welfare - che ci respinge ovvero ci costringe a restare all'interno della famiglia - e delle politiche di austerità che costringono i nostri corpi e i nostri desideri dentro spazi di libertà sempre più ridotti.

Che l'eterosessualità e la maternità imposta (anche quando indesiderata), la famiglia, la coppia non siano l'unico orizzonte del possibile non sentiamo nemmeno il bisogno di ripeterlo: le nostre vite eccedenti lo dimostrano quotidianamente. Non ci stupiamo che a una strenua difesa della Vita con la V maiuscola non corrisponda un'altrettanta risoluta battaglia per le vite di tutte e tutti: sappiamo bene che le politiche di controllo dei corpi - di cui la Marcia per la vita rappresenta il volto folkloristico e improbabile - sono in realtà l'altra faccia della ristrutturazione mortifera del neoliberismo.

Loro difendono il feticcio della Vita, noi rivendichiamo le condizioni per viverla liberamente: vogliamo decidere sui nostri corpi e che il nostro benessere e la nostra salute siano garantiti, rivendichiamo un welfare che risponda ai nostri bisogni e desideri. Siamo sces* in piazza l'8 Marzo con lo slogan ioDecido in tanti e tante per autodeterminare i nostri corpi e le nostre vite, e anche oggi di fronte a questa pagliacciata, che ritrova uniti fascismo e cattolicesimo, vogliamo ribadire a gran voce che non abbiamo nessuna intenzione di farci reprimere.

La vita siamo noi. Voi fatevene una!

Contro ogni Marcia sulla Vita #ioDecido!

Rete cittadina #ioDecido

DinamoPress
02 05 2014

Ascolta anche l'audioreportage Turchia: dalle elezioni al primo maggio

Una lotta fra il governo e chi rivendica libertà di manifestazione che si fa sempre più impari: questo è quello che la MayDay Turca ha evidenziato.

Come ormai è consueto e specialmente per questa occasione, il Premier Erdogan ha posto il divieto sulla storica Piazza Taksim, in ragione di una logica che vuole spostare le contestazioni da uno dei luoghi di maggiore afflusso turistico della città e per timore di dare il via a una nuova ondata di proteste antigovernative.

La celebrazione della festa del lavoro, che chiama a raccolta tutta la sinistra del paese e che quest’anno assumeva un importanza particolare essendo la prima dopo le proteste di Gezi Park, sono state ostacolate ancora prima di avere inizio.

La blindatura della città ha avuto inizio giorni prima, cataste di barriere sono apparse per le strade mentre girava la notizia che sarebbero state dislocate 40 mila unità di polizia (il doppi dell’anno precedente) e 50 mezzi blindati muniti di cannoni idranti.
L’area di Taksim è stata resa impraticabile , frotte di turisti con trolley e valige si dovevano rassegnare a perdere l’aero o non riuscire a raggiungere il proprio albergo, gli abitanti sono rimasti ingabbiati, chi doveva lavorare non ha potuto farlo; la città è stata resa fantasma dal blocco del trasporto pubblico, metropolitana, traghetti, autobus, e dalla viabilità fortemente ridotta.

Sindacati, partiti, movimenti, società civile hanno voluto comunque sfidare il divieto, ma hanno incontrato mille difficoltà anche solo per raggiugere i luoghi previsti per la formazione di cortei che non sarebbero mai partiti. Gli autobus organizzati provenienti da altre città sono stati fermati, innumerevoli posti di blocchi erano disseminati lungo il tragitto verso i concentramenti, impossibile o rischioso muoversi in gruppi superiori alle 2 o 3 unità.

Una volta miracolosamente radunati in qualche migliaia nei due luoghi indicati, la Piazza di Besiktas e l’area di Sisli, dove si trovano le sedi sindacali e dei partiti di opposizione, le cariche sono partite subito, ed è stato impossibile muovere un passo, se non per fuggire dalle nuvole densissime di gas, dai cannoni ad acqua addizionati di sostante chimiche, dalle pallottole chimiche e di gomma. Anche nei corpo a corpo le forze di polizia sono state aggressive, malmenata anche una deputata portatrice di handicap che si trovava nelle prime file del blocco sindacale.

Le cariche per disperdere i manifestanti sono continuate fino al tardo pomeriggio, la città continua ad essere disseminata di polizia, giungono ancora notizie di interventi in vari punti di Taksim.

Il bilancio è di 138 fermi e dozzine di feriti.

Un segnale di forza militare che si affina sempre di più e stritola le dimostrazioni di piazza, e vuole spingerle alla periferia della città: ma dall’altra parte, sindacati in primis, Piazza Taksim resta irrinunciabile , e ciò allude ad altri tentativi che, complice l’anniversario di Gezi Park, non tarderanno ad arrivare.

Serena Tarabini



L'autocostruzione non è reato

Dinamo Press
29 04 2014

Questa mattina, mentre dentro il Tribunale del Riesame si chiedono assurde misure cautelari per 14 persone appartenenti al Comitato Popolare di Lotta per la Casa, centinaia di casette di carta invadono piazzale Clodio. Case auto-costruite, fatte con le proprie mani e insieme, come quelle per cui questi attivisti vengono processati. Casette che ribadiscono che il diritto alla casa è LA PRIMA COSA e che chiedono la libertà per tutti coloro che si battono per esso.

Il 19 marzo Digos e polizia, con un’azione sproporzionata, sgomberavano le occupazioni abitative della ex scuola in via delle Acacie 56 e della ex scuola Hertz all’Anagnina (temporaneamente dissequestrate la sera stessa e nuovamente sgomberate il 23 aprile) e il centro sociale Angelo Mai (tuttora sotto sequestro giudiziario). Perquisivano decine di persone nell’ambito di un’indagine per associazione a delinquere a fini estorsivi e violenza privata, 41 persone appartenenti al Comitato Popolare di Lotta per la Casa entravano nella lista degli indagati.

Questa mattina al Tribunale del Riesame di Roma si tiene un assurdo processo in cui il pm Luca Tescaroli chiede la custodia in carcere per 5 persone e il divieto di dimora a Roma per altre 9.

In sostanza galera e confino per 14 persone che hanno semplicemente occupato vecchie scuole dismesse per trasformarle – a spese proprie, attraverso un fondo cassa comune – in appartamenti dignitosi per famiglie a cui il Comune non ha mai consegnato la casa popolare a cui avevano diritto.

14 persone che hanno diffuso un modello di convivenza basato sulla collaborazione e sulla solidarietà gravemente tradotto in associazione a delinquere.

Sotto accusa è l'autorganizzazione in tempo di crisi. La scelta di lottare per i propri diritti, di proporre e praticare modelli alternativi. Sotto accusa è l’autocostruzione di appartamenti in edifici abbandonati da anni, risposta concreta all’emergenza di chi non ha un luogo in cui vivere e al costoso sistema di deportazione nei residence di privati utilizzato dal Comune di Roma per rispondere all'emergenza casa. Sotto accusa è anche l’autogestione di spazi di socialità e cultura, in una città che patisce da anni la mancanza di politiche culturali.

Sotto accusa è la scelta di cooperare e costruire insieme, di vivere in una comunità solidale ed etica.

Per noi il diritto all'abitare e il diritto a una cultura libera e indipendente sono da sempre LA PRIMA COSA. Per noi è un dovere non cedere alla rassegnazione ma piuttosto aprire spazi del possibile. Non arretriamo di un passo davanti a chi vuole negare il diritto alla città, davanti all'accanimento dissennato di magistratura e polizia e al vuoto della politica che da tempo ha rinunciato a governare Roma.

Liber* tutt*!

DinamoPress
24 04 2014

Considerazioni sul meeting europeo antifascista tenutosi ad Atene dall'11 al 13 aprile 2014. Uno spazio di incontro per condividere analisi, costruire connessioni con esperienze di lotta e movimenti dell'est europeo e dei balcani, immaginare nuovi percorsi comuni di lotta nella crisi. [Leggi l'appello - il documento conclusivo]

Qui l'approfondimento multimediale: le VIDEOINTERVISTE ad attivisti e militanti da Bosnia, Grecia, Ucraina, Croazia, Germania e Bulgaria

Per tre giorni l’accademia di Belle Arti di Corso Pireos ad Atene si è trasformata in uno spazio di discussione e connessione politica tra esperienze di lotta antifascista provenienti da tutta Europa. “There is no alternative”, recita uno striscione all’ingresso dell’accademia, e continua “bisogna contrastare le risposte da destra alla crisi”. Il messaggio è chiaro: assieme alla violenza delle politiche di austerità della troika bisogna costruire un’a ferma opposizione nei confronti dell’autoritarismo nazionalista reazionario, che emerge tanto nelle istanze della destra radicale francese quanto all'interno dei governi e partiti neonazisti dell’est, in crescita anche a livello elettorale. Non a caso accanto alla scritta “Anti Nazi Zone” compare sui muri lo slogan “Stop austerity”, in un’Atene militarizzata per la visita della Merkel, che proprio poche ore prima del meeting aveva attraversato il centro della città, trasformandola in un’enorme zona rossa.

Oltre quattrocento attivisti e attiviste, studenti e migranti, militanti di esperienze autorganizzate, di lotte territoriali e di alcuni partiti della sinistra, hanno condiviso per tre giorni uno spazio in cui costruire nuove relazioni tra le lotte su un livello transnazionale e condividere analisi sulla nuova fase espansiva dei nazionalismi, della violenza neonazista e del razzismo. Per contrastare la codificazione reazionaria delle spinte anti-troika in Europa che rappresentano oggi un’opzione preoccupante, la tre giorni ateniese è stato sicuramente un punto di partenza molto interessante. Innanzitutto, perché ha saputo collocare la discussione all’altezza della fase della crisi, individuando battaglie comuni contro le misure neoliberiste, contro il razzismo, la criminalizzazione della protesta e le diverse forme di neofascismo. Ma anche perché, interrogandosi sull’estensione dello spazio europeo verso est, ha cominciato a costruire connessioni transnazionali che, effettivamente, ad oggi risultano ancora insufficienti.

L’Europa è identificata da tutti come uno spazio che non coincide più solamente con la sua dimensione istituzionale, né tantomeno solo con la sua parte occidentale: diventa semmai, uno spazio che le lotte anti austerità tentano di risignificare e ridefinire, dalla sponda atlantica fino ai paesi ex sovietici (dove molto spesso i discorsi nazionalisti sono parte integrante anche dei linguaggi della sinistra) fino ai Balcani e allo spazio mediterraneo.

Molto interessante è stato, a nostro avviso, l’incontro con i compagni e le compagne dell’est europeo e in particolare con attivisti antifascisti ucraini ed ungheresi piuttosto che alcuni attivisti dei “Plenum”, assemblee popolari del movimento anticapitalista e di massa che ha attraversato la Bosnia in questi mesi. Analizzare assieme, per denunciarla e combatterla, la violenza autoritaria dei governi e l’emergere delle destre neonaziste, i pogrom contro i rom, le relazioni tra razzismo e austerità, serve a tutti per comprendere su quali percorsi comuni costruire un’Europa delle lotte non-eurocentrica, capace di guardare a sud e a est, immaginando e costruendo linguaggi e pratiche conflittuali comuni.

Proprio per contrastare la deriva nazionalista e autoritaria che in molti paesi sta già diventando un’opzione concreta, risulta oggi determinante costruire un’Europa dei movimenti: questo emerge da più parti all’interno del dibattito del meeting. Se analizziamo quanto avviene oggi, dalla Francia all’Ungheria, dall’Ucraina alla Grecia, fino alla Turchia, fermare l’autoritarismo e affrontare i nuovi fascismi, è uno degli obiettivi politicamente urgenti in questa fase della crisi. Ma vediamo anche come sempre più spesso le posizioni reazionarie e le spinte antidemocratiche ed euroscettiche vanno perfettamente a braccetto nell'Europa dell'austerity con il liberismo economico e gli ordini di Bruxelles. Molti interventi durante la tre giorni insistono proprio sull’importanza dello spazio europeo come luogo di costruzione di una democrazia radicale intesa come spazio comune dei conflitti per i diritti sociali e sul lavoro, radicalmente anti-liberista, europeista ed anticapitalista.

Una democrazia radicale dentro, oltre e contro l’Europa neoliberista, per abbattere i confini della “fortezza Europa”, combattere il razzismo di stato e non, smascherare e fermare le retoriche delle piccole patrie, i populismi delle destre radicali, le violenze dei neo-nazisti. Va cercata a partire dai movimenti nello spazio transnazionale una risposta altra, un’alternativa radicale, che coinvolge le contraddizioni della piazza Maidan di Kiev fino alle rivolte di Atene e i conflitti nel cuore dell’Europa continentale.

Non a caso è proprio Atene a ospitare il primo meeting antifascista europeo: l’Atene militarizzata dai MAT, in cui sono estremamente forti e lampanti le connivenze tra polizia e neonazisti - come denunciato da anni dai movimenti e testimoniato anche dall’ultimo rapporto di Amnesty International e dove austerità, nazionalismo e neofascismo assieme alle retoriche degli opposti estremismi hanno cominciato da tempo a collaborare, e a colpire, assieme. Se Alba Dorata oggi affronta una fase difficile, dopo la forte resistenza della società civile e dei movimenti, la crescita delle pratiche di antifascismo militante nei movimenti sociali, gli arresti di alcuni dirigenti albadorati seguiti all’omicidio di Pavlos Fissas, la Grecia continua ad essere segnata quotidianamente ancora dalle aggressioni, dalla povertà, dal razzismo di stato, dai casi di tortura della polizia e dagli omicidi razziali (pochi giorni dopo il meeting è arrivata la condanna per due militanti di Alba Dorata per l’omicidio un giovane migrante).

La plenaria di apertura ha visto l’intervento di una ventina di realtà diverse provenienti da altrettanti paesi, molte della quali si sono incontrare qui ad Atene per la prima volta. La possibilità di entrare in contatto con così tante esperienze di lotta, soprattutto dell’est europeo, è stato di certo un primo elemento utile e importante.

C’è grande attenzione, tanti incontri informali, curiosità, scambi di contatti, interviste, chiacchierate, materiale distribuito in varie lingue. Le mense autogestite garantiscono pranzi e cene a prezzi popolari, gli operai della VioMe – fabbrica occupata di Salonicco – vendono i prodotti di pulizia biodegradabili della cooperativa senza padroni, ci sono riviste e produzioni culturali delle varie realtà che animano la scena politica di movimento in Grecia.

L’assemblea plenaria è ancora in corso quando viene presentato Fascism INC. il documentario autoprodotto dagli autori di Debtocracy e Catastroika, mentre poco dopo salgono sul palco rapper dei quartieri popolari per ricordare Pavlos Fissas, in arte Killah P., e continuare il suo impegno artistico e militante.

Un fitto programma di workshops ha caratterizzato la seconda giornata del meeting. Coinvolgendo il mondo del cinema e dell’arte, giornalisti e intellettuali, attivisti e militanti di tutta Europa, si sono intrecciati workshops e discussioni fino a sera. Dal workshop sulle migrazioni, in cui è centrale oggi la battaglia contro la fortezza Europa e contro i CIE ( in Grecia proprio in questi giorni la detenzione amministrativa è stata estesa fino ai 18 mesi) alle discussioni attorno alle azioni del may of solidarity, la settimana di azioni lanciata da Blockupy, che ha coinvolto lo spazio di Beyond Europe. Quest’ultimo è un network antiautoritario transnazionale, che ha co-promosso un incontro attorno alle giornate di azioni e alle prospettive dell’Europa delle lotte, sperimentando la condivisione con molte realtà dell’Europa dell’est dei percorsi di Blockupy e di Agorà99.

La domenica è la giornata della plenaria finale, dove vengono riportate le discussioni dei vari workshops e si stilano le conclusioni relative alle date di mobilitazione antifascista a livello europeo. Ma quello che è importante di Atene è il processo di costruzione di relazioni, è ciò cui darà vita più che ciò che è stato deciso, è un tassello in più per un percorso comune dei movimenti europei contro il neoliberismo e il neofascismo.

In questo contesto segnato dalla ridefinizione delle politiche di gestione della crisi, in continuità con i diktat neoliberisti rispetto ai tagli alla spesa pubblica, al rafforzamento delle frontiere, alla costruzione di nuove esclusioni interne alla composizione del lavoro e lungo la linea del colore, l’antifascismo per i movimenti sociali incontratisi ad Atene è parte integrante di un processo volto costruire una risposta alle politiche della troika, capace di sviluppare alternative concrete ai paradigmi dominanti per continuare a immaginare e praticare una rottura anticapitalista. Ovvero, della sfida comune dei movimenti radicali oggi in Europa.

Alioscia Castronovo e Natascia Grbic

Hashtag: #AntifaMeetingAthens2014 Profilo twitter: @AntifaAthens_EU

Ordinaria violenza

DinamoPress
22 04 2014

Polizia. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Una strategia della deterrenza che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata dietro un buon numero di vittime.

Il «cre­tino», quello che scam­bia il corpo di una gio­vane ragazza per uno zai­netto impu­ne­mente cal­pe­sta­bile, il poli­ziotto in bor­ghese esi­bito ripe­tu­ta­mente da gior­nali e tele­vi­sioni come sim­bolo media­tico di ogni vio­lenza poli­zie­sca «fuori dalle regole», l’uomo messo all’indice dalla recita dello stato di diritto che «non guarda in fac­cia nes­suno» non dovrebbe sen­tirsi troppo solo. Pas­sano pochi giorni dalle cari­che di piazza Bar­be­rini ed ecco che i suoi col­le­ghi, nel corso dello sgom­bero vio­lento di una palaz­zina nel quar­tiere romano della Mon­ta­gnola, que­sta volta in divisa, si acca­ni­scono a colpi di man­ga­nello su chi giace inerme in terra. Con tutta evi­denza non può essere scam­biato per uno zaino o un sacco della spaz­za­tura. Sono corpi ben rico­no­sci­bili e del tutto inca­paci di difen­dersi quelli che ven­gono ripe­tu­ta­mente, deli­be­ra­ta­mente, col­piti a san­gue da un folto gruppo di poliziotti.

È uno sgom­bero di occu­panti, di senza casa, di sfrat­tati, non ci sono Palazzi del potere da difen­dere, zone rosse o piazze da tenere sotto con­trollo. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Di una stra­te­gia della deter­renza dif­fi­cil­mente ricon­du­ci­bile al puro e sem­plice pia­cere poli­zie­sco di menar le mani. Il video che ritrae il pestag­gio è, se pos­si­bile, ancora più crudo di quelli girati durante le cari­che di sabato scorso. Non offre «immagini-simbolo» tenere o com­mo­venti su cui fare cat­tiva poe­sia. Solo la testi­mo­nianza di quell’ordinaria vio­lenza che quo­ti­dia­na­mente si eser­cita nelle caserme, nelle car­ceri, per le strade e che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata die­tro un buon numero di vittime.


*da il Manifesto del 17/04/2014

La gra­tuita bru­ta­lità messa in campo alla Mon­ta­gnola non può che signi­fi­care due cose. O che ciò che dicono i ver­tici della poli­zia e il Mini­stero degli interni conta meno di niente, che gli agenti se ne infi­schiano alta­mente. O che, «con­tror­dine ragazzi! Nes­suno vi vieta di pestare a pia­ci­mento, anzi». A dire il vero c’è anche una terza pos­si­bi­lità: che tutta que­sta indi­gna­zione per i diritti (e i corpi) cal­pe­stati dei cit­ta­dini non sia altro che una mise­ra­bile messa in scena. E forse è pro­prio quest’ultima even­tua­lità la più pro­ba­bile. Gli «eccessi» di poli­zia in Fran­cia li chia­mano «sba­va­ture», qui da noi ci si con­sola con la trita sto­riella delle «mele marce». Ma tutti sanno che il pro­blema sta nel frut­teto e, ancor più, nel suo coltivatore.

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