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DINAMO PRESS

deLiberiamoRoma, occupato il Governo Vecchio

Dinamo Press
22 04 2014

Centinaia di persone aderenti alla campagna deLiberiamo Roma hanno aperto le porte del Governo Vecchio, la vecchia sede della casa delle donne per pretendere l'utilizzo sociale del patrimonio immobiliare pubblico. Oggi pomeriggio alle 15 in Campidoglio saranno consegnate le proposte sulle quattro delibere cittadine d'iniziativa popolare su acqua, scuola, patrimonio, finanza pubblica.

I cultori dell’estimo edilizio definiscono Palazzo Nardini di via del Governo Vecchio (rimasta nell’immaginario cittadino “la casa delle donne” che nel 1976 l’occuparono a seguito di una manifestazione notturna dipanatasi nell’intera città al grido “riprendiamoci la notte”) “un limbo catastale” perché le istituzioni (Comune e Regione) che, da decenni nulla fanno per la sua manutenzione, si scaricano a vicenda la proprietà. Il risultato? Oggi un arrugginito catenaccio e un altrettanto terrificante lucchetto, serra il portone quattrocentesco di questo edificio misurando, come un qualsiasi metro alla Moccia, il doppio bugnato a punta di diamante che l’incornicia.

Eppure siamo all’interno di quel sistema viario che il Papa del Rinascimento Sisto IV, su suggerimento del Bramante (che alcuni vogliono come autore anche di questo edificio), volle realizzare per aprire e connettere il Vaticano, ad oriente, oltre il Tevere, con lo sviluppo della città.

Quella che oggi chiamiamo “Governo Vecchio” è infatti la vecchia via del Parione che, con via di Panico e dei Coronari rappresentava il sistema dei percorsi urbani disegnati nella pianta della città “a ventaglio” che, convergenti verso il ponte di Castel S.Angelo, esaltavano l’accesso al Vaticano. Una via importantissima che ha determinato una sistemazione urbanistica restata immutata fino agli sventramenti fascisti degli anni ’30.
Oggi Palazzo Nardini è stato riaperto con un occupazione simbolica fatta dai molti (oltre 70 le organizzazioni che animano la campagna “deLiberiamo Roma”) che lo hanno assunto quale convitato di pietra del riutilizzo a fini sociali del tanto abbandonato e inutilizzato patrimonio immobiliare cittadino, che Renzi e Marino vorrebbero alienare per “fare cassa”. Riprendersi l’esistente come “diritto alla città” però non basta. Le delibere d’iniziativa popolare, che oggi stesso saranno presentate al Comune per iniziare la raccolta delle firme e poi discuterle in aula Giulio Cesare, così come impone lo statuto capitolino, sono quattro. Insieme a strappare agli energumeni della rendita e all’appetito del mercato immobiliare il patrimonio pubblico, le delibere interessano la ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero: la difesa del referendum del 2011; spezzare il Patto di Stabilità interno con "l’introduzione di altre misure di finanza pubblica e sociale che contrastino gli effetti che la crisi economico-finanziaria rovocano nella popolazione"; il diritto allo studio, il potenziamento delle risorse per le scuole pubbliche e dire basta ai finanziamenti alle scuole private.

Un panorama "romano"molto diverso da quello che Marino e i suoi assessori si accingono a disegnare, in ossequio a Renzi e al co-sindaco Alfano, fatto di austerità, tasse e privatizzazioni. L’inizio della raccolta delle firme è fissato per il 25 Aprile nel corso delle molte iniziative che ricordano la fine della tirannide fascista.

Firme e parole per continuare a riportare Roma a riprendersi i propri diritti non poteva che avere inizio, molto più che simbolicamente, dal palazzo di via del Governo Vecchio, dove le donne riuscirono a reinventare, con quella lunga occupazione sul finire degli anni ’70, le tematiche del movimento con cui seppero parlare alla città. Governo e Sindaco oggi vogliono continuare a minare questo rudere e criminalmente abbandonarlo a vantaggio di una miriade di luoghi del consumo alimentare e del vestiario, che giorno dopo giorno cancellano il suo essere stato nel corso dei secoli, pur per motivi differenti, uno spazio pubblico della città. A noi impedire questo e tanto altro.

Ordinaria violenza

DinamoPress
18 04 2014

Polizia. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Una strategia della deterrenza che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata dietro un buon numero di vittime.

Il «cre­tino», quello che scam­bia il corpo di una gio­vane ragazza per uno zai­netto impu­ne­mente cal­pe­sta­bile, il poli­ziotto in bor­ghese esi­bito ripe­tu­ta­mente da gior­nali e tele­vi­sioni come sim­bolo media­tico di ogni vio­lenza poli­zie­sca «fuori dalle regole», l’uomo messo all’indice dalla recita dello stato di diritto che «non guarda in fac­cia nes­suno» non dovrebbe sen­tirsi troppo solo.

Pas­sano pochi giorni dalle cari­che di piazza Bar­be­rini ed ecco che i suoi col­le­ghi, nel corso dello sgom­bero vio­lento di una palaz­zina nel quar­tiere romano della Mon­ta­gnola, que­sta volta in divisa, si acca­ni­scono a colpi di man­ga­nello su chi giace inerme in terra. Con tutta evi­denza non può essere scam­biato per uno zaino o un sacco della spaz­za­tura. Sono corpi ben rico­no­sci­bili e del tutto incapaci di difen­dersi quelli che ven­gono ripe­tu­ta­mente, deli­be­ra­ta­mente, col­piti a san­gue da un folto gruppo di poliziotti.

È uno sgom­bero di occu­panti, di senza casa, di sfrat­tati, non ci sono Palazzi del potere da difen­dere, zone rosse o piazze da tenere sotto con­trollo. Si tratta solo di fare male e di fare paura. Di una stra­te­gia della deter­renza dif­fi­cil­mente ricon­du­ci­bile al puro e sem­plice pia­cere poli­zie­sco di menar le mani.

Il video che ritrae il pestag­gio è, se pos­si­bile, ancora più crudo di quelli girati durante le cari­che di sabato scorso. Non offre «immagini-simbolo» tenere o com­mo­venti su cui fare cat­tiva poe­sia. Solo la testi­mo­nianza di quell’ordinaria vio­lenza che quotidiamente si eser­cita nelle caserme, nelle car­ceri, per le strade e che, nel corso degli ultimi anni, si è lasciata die­tro un buon numero di vittime.

*da il Manifesto del 17/04/2014

La gra­tuita bru­ta­lità messa in campo alla Mon­ta­gnola non può che signi­fi­care due cose. O che ciò che dicono i ver­tici della poli­zia e il Mini­stero degli interni conta meno di niente, che gli agenti se ne infi­schiano alta­mente. O che, «con­tror­dine ragazzi! Nes­suno vi vieta di pestare a pia­ci­mento, anzi». A dire il vero c’è anche una terza pos­si­bi­lità: che tutta que­sta indi­gna­zione per i diritti (e i corpi) cal­pe­stati dei cit­ta­dini non sia altro che una mise­ra­bile messa in scena. E forse è pro­prio quest’ultima even­tua­lità la più pro­ba­bile. Gli «eccessi» di poli­zia in Fran­cia li chia­mano «sba­va­ture», qui da noi ci si con­sola con la trita sto­riella delle «mele marce». Ma tutti sanno che il pro­blema sta nel frut­teto e, ancor più, nel suo coltivatore.

Marco Bascetta

La banalità della “emergenza immigrazione”

Dinamo Press
15 04 2014

Con l'arrivo della primavera sono ricominciati gli sbarchi sulle coste siciliane: solo negli ultimi due giorni sono stati soccorsi circa 4 mila migranti dalle navi di Mare Nostrum. Un evento prevedibile non solo perché migliaia di persone continuano a guardare l’Europa come speranza di futuro e con il “mare calmo” si presenta la loro unica occasione, ma anche a causa dell'instabilità politica di alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo. L’Europa dell’austerità e dei confini invalicabili continua a dichiarare guerra a questi esseri umani che una volta affrontato il mare si trovano ad affrontare come noi le contraddizioni delle democrazie occidentali e la ferocia della crisi economica.

La guerra civile in Siria e gli scontri armati in Libia mettono seriamente in crisi la politica europea di esternalizzazione dei confini. I nuovi governi libici non riescono a controllare il territorio e dunque il tentativo degli esecutivi europei di replicare gli accordi stretti anni prima con Gheddafi, non funziona da soluzione ed in questo senso possiamo anche tirare un sospiro di sollievo, considerando le torture e le ingiustizie subite dai migranti nei centri di detenzione nel deserto libico. Al tempo stesso, le immagini delle tragedie umane che si stanno consumando sul territorio siriano, costringono milioni di persone a spostarsi verso le aree confinanti. Ogni giorno carovane di profughi raggiungono le zone di frontiera, con l'obiettivo di mettersi al sicuro. Nei campi profughi sorti in Turchia, in Libano, in Giordania, molti siriani sperano di fuggire verso l'Europa.

Il quadro geopolitico appena accennato basta per comprendere come l’ aumento degli sbarchi in primavera fosse del tutto prevedibile. Eppure tutte le istituzioni sembrano esser state colte di sorpresa: le navi schierate dalla marina militare non sono sufficienti per salvare tutti i barconi in transito verso l'Italia; i centri di accoglienza in Sicilia sono già stracolmi, il sistema di accoglienza italiano non ha la capienza adeguata per ospitare l'elevato numero di arrivi. Dunque la soluzione sembra essere il lancio dell'ennesima emergenza immigrazione “eccezionale” che apre il campo ai consueti provvedimenti “eccezionali” per fronteggiare un problema tutt'altro che inatteso, spesso in barba al rispetto dei diritti umani.

Così almeno pensa di agire Alfano, che nei giorni scorsi ha dichiarato come "l'emergenza si fa sempre più grave, non c'è uno stop agli sbarchi”. Il ministro dell'Interno ha reso noto ai giornalisti un fantomatico rapporto dei servizi segreti che annuncia l'arrivo di mezzo milione di migranti, una “valanga umana” pronta ad imbarcarsi verso la Sicilia. Un'affermazione rivolta al governo italiano e all'Ue, per avere dal primo interventi rapidi, dal secondo fondi aggiuntivi per gestire il flusso.

Verrebbe da dire “siamo alle solite”. Lo spettro di un'improbabile invasione viene agitato per ricorrere a misure fuori dall'ordinario, ma sappiamo bene cosa comportano questi provvedimenti. Da più di venti anni, governi di differenti schieramenti agiscono in questo modo, con effetti a dir poco disastrosi. Lo stato di emergenza continua da una parte ha arricchito le vere e proprie lobby del settore, dall'altra ha costantemente calpestato i diritti dei migranti. Tutto ciò avviene senza approntare alcun miglioramento al sistema di accoglienza, la cui capienza è costantemente sotto-determinata, nonostante le misure sporadiche e comunque insufficienti come il recente rinforzo dello Sprar.

Il sistema dell'emergenza sembra funzionare in automatico, un circolo continuo che riproduce costantemente se stesso: strutture di accoglienza insufficienti-sbarchi-allarme invasione- emergenza e così via all'infinito.

Tuttavia, a ben vedere, si possono notare alcune differenze con le esperienze precedenti. L'emergenza è ormai diventata una banalità, ovvero non è più necessario che avvenga un fatto eclatante, almeno per l'opinione pubblica, per giustificare l'attuazione di un “piano emergenza” fuori controllo e privo di senso. Il ruolo che le autorità avevano assegnato all'isola di Lampedusa, come area di raccoglimento per i migranti in arrivo dall'Africa è stato ripartito tra alcuni paesi della costa siciliana. Lampedusa adesso è un fortino in mezzo al Mediterraneo, occupato per lo più dalle forze dell'ordine in tutte le sue articolazioni, dall'esercito fino alla guardia di finanza. Al suo posto adesso leggiamo sui giornali nomi di altri comuni: Pozzallo, Porto Empedocle, Augusta. In realtà si tratta solo di porti dove non c'è alcuna struttura di accoglienza. I prefetti delle aree interessate hanno già chiesto l'aiuto della Protezione Civile. Finora la notizia, priva di stragi (sempre e solo grazie alla buona stella, non ad altro) non ha ancora propriamente “bucato lo schermo” mainstream. Scarseggiano le reazioni razziste della Lega Nord e le notizie degli sbarchi sono relegate all'interno dei quotidiani, con poca visibilità. Il “mostro” di Lampedusa pare scomparso, il simbolo dell'immaginaria “invasione dei clandestini” ha perso parte della sua funzione di allarme sociale.

Nelle prossime settimane la partita si giocherà negli aeroporti, nei CIE e nei porti dove i migranti che non avranno diritto all'accoglienza verranno spostati per essere rimpatriati e, chissà, forse per trovare la morte nei loro paesi o per ricominciare da zero e tentare un nuovo “viaggio della speranza”. Costruire un’Europa dei diritti e dell’accoglienza è un’urgenza. Anzi un’emergenza.

La banalità della "emergenza immigrazione"

Dinamo Press
14 04 2014

Con l'arrivo della primavera sono ricominciati gli sbarchi sulle coste siciliane: solo negli ultimi due giorni sono stati soccorsi circa 4 mila migranti dalle navi di Mare Nostrum. Un evento prevedibile non solo perché migliaia di persone continuano a guardare l’Europa come speranza di futuro e con il “mare calmo” si presenta la loro unica occasione, ma anche a causa dell'instabilità politica di alcuni paesi della sponda sud del Mediterraneo. L’Europa dell’austerità e dei confini invalicabili continua a dichiarare guerra a questi esseri umani che una volta affrontato il mare si trovano ad affrontare come noi le contraddizioni delle democrazie occidentali e la ferocia della crisi economica.

La guerra civile in Siria e gli scontri armati in Libia mettono seriamente in crisi la politica europea di esternalizzazione dei confini. I nuovi governi libici non riescono a controllare il territorio e dunque il tentativo degli esecutivi europei di replicare gli accordi stretti anni prima con Gheddafi, non funziona da soluzione ed in questo senso possiamo anche tirare un sospiro di sollievo, considerando le torture e le ingiustizie subite dai migranti nei centri di detenzione nel deserto libico. Al tempo stesso, le immagini delle tragedie umane che si stanno consumando sul territorio siriano, costringono milioni di persone a spostarsi verso le aree confinanti. Ogni giorno carovane di profughi raggiungono le zone di frontiera, con l'obiettivo di mettersi al sicuro. Nei campi profughi sorti in Turchia, in Libano, in Giordania, molti siriani sperano di fuggire verso l'Europa.

Il quadro geopolitico appena accennato basta per comprendere come l’ aumento degli sbarchi in primavera fosse del tutto prevedibile. Eppure tutte le istituzioni sembrano esser state colte di sorpresa: le navi schierate dalla marina militare non sono sufficienti per salvare tutti i barconi in transito verso l'Italia; i centri di accoglienza in Sicilia sono già stracolmi, il sistema di accoglienza italiano non ha la capienza adeguata per ospitare l'elevato numero di arrivi. Dunque la soluzione sembra essere il lancio dell'ennesima emergenza immigrazione “eccezionale” che apre il campo ai consueti provvedimenti “eccezionali” per fronteggiare un problema tutt'altro che inatteso, spesso in barba al rispetto dei diritti umani.

Così almeno pensa di agire Alfano, che nei giorni scorsi ha dichiarato come "l'emergenza si fa sempre più grave, non c'è uno stop agli sbarchi”. Il ministro dell'Interno ha reso noto ai giornalisti un fantomatico rapporto dei servizi segreti che annuncia l'arrivo di mezzo milione di migranti, una “valanga umana” pronta ad imbarcarsi verso la Sicilia. Un'affermazione rivolta al governo italiano e all'Ue, per avere dal primo interventi rapidi, dal secondo fondi aggiuntivi per gestire il flusso.

Verrebbe da dire “siamo alle solite”. Lo spettro di un'improbabile invasione viene agitato per ricorrere a misure fuori dall'ordinario, ma sappiamo bene cosa comportano questi provvedimenti. Da più di venti anni, governi di differenti schieramenti agiscono in questo modo, con effetti a dir poco disastrosi. Lo stato di emergenza continua da una parte ha arricchito le vere e proprie lobby del settore, dall'altra ha costantemente calpestato i diritti dei migranti. Tutto ciò avviene senza approntare alcun miglioramento al sistema di accoglienza, la cui capienza è costantemente sotto-determinata, nonostante le misure sporadiche e comunque insufficienti come il recente rinforzo dello Sprar.

Il sistema dell'emergenza sembra funzionare in automatico, un circolo continuo che riproduce costantemente se stesso: strutture di accoglienza insufficienti-sbarchi-allarme invasione-emergenza e così via all'infinito.

Tuttavia, a ben vedere, si possono notare alcune differenze con le esperienze precedenti. L'emergenza è ormai diventata una banalità, ovvero non è più necessario che avvenga un fatto eclatante, almeno per l'opinione pubblica, per giustificare l'attuazione di un “piano emergenza” fuori controllo e privo di senso.

Il ruolo che le autorità avevano assegnato all'isola di Lampedusa, come area di raccoglimento per i migranti in arrivo dall'Africa è stato ripartito tra alcuni paesi della costa siciliana. Lampedusa adesso è un fortino in mezzo al Mediterraneo, occupato per lo più dalle forze dell'ordine in tutte le sue articolazioni, dall'esercito fino alla guardia di finanza. Al suo posto adesso leggiamo sui giornali nomi di altri comuni: Pozzallo, Porto Empedocle, Augusta. In realtà si tratta solo di porti dove non c'è alcuna struttura di accoglienza. I prefetti delle aree interessate hanno già chiesto l'aiuto della Protezione Civile.

Finora la notizia, priva di stragi (sempre e solo grazie alla buona stella, non ad altro) non ha ancora propriamente “bucato lo schermo” mainstream. Scarseggiano le reazioni razziste della Lega Nord e le notizie degli sbarchi sono relegate all'interno dei quotidiani, con poca visibilità. Il “mostro” di Lampedusa pare scomparso, il simbolo dell'immaginaria “invasione dei clandestini” ha perso parte della sua funzione di allarme sociale.

Nelle prossime settimane la partita si giocherà negli aeroporti, nei CIE e nei porti dove i migranti che non avranno diritto all'accoglienza verranno spostati per essere rimpatriati e, chissà, forse per trovare la morte nei loro paesi o per ricominciare da zero e tentare un nuovo “viaggio della speranza”. Costruire un’Europa dei diritti e dell’accoglienza è un’urgenza. Anzi un’emergenza.

#12a Milano, molto più di 194

Dinamo Press
11 04 2014

Il 12 aprile a milano ci sarà il corteo del comitato NO-194, gruppo di estremisti cattolici fanatici che vogliono abolire la legge 194, che regola il diritto all’aborto. Inoltre sono contrari all’eutanasia, alla sessualità libera e non riproduttiva e all’omosessualità, ma difendono come unico modello di famiglia quello tradizionale, composta solo da uomo e donna uniti nel sacro vincolo del matrimonio.

La legge 194 viene già svuotata di gran parte del suo senso dall’altissimo tasso di obiettori di coscienza, che rendono difficilissimo abortire. Basti pensare che in Lombardia il 68% dei ginecologi, il 50% degli anestesisti e il 40% del restante personale sanitario si dichiara obiettore. Rendere illegale l’aborto non significa cancellarlo.

Le donne hanno sempre saputo come interrompere gravidanze indesiderate, la legge ha permesso che gli aborti venissero fatti in condizioni di sicurezza, inoltre, prevedendo un lavoro di prevenzione, con la legalizzazione il numero di aborti è sensibilmente calato. Abolire questa legge significa che le donne che se lo potranno permettere andranno ad abortire all’estero, mentre tutte le altre ricorreranno a mezzi clandestini che mettono a rischio la loro salute e la loro vita.

Questi sono attacchi alla nostra autodeterminazione: cioè la libertà di ognuna e ognuno di decidere consapevolmente del proprio corpo, della propria sessualità e della propria vita. Non devono essere morale, stato e religione a decidere per noi.

Noi vogliamo invece che tutti e tutte abbiano le conoscenze, i mezzi e le strutture per praticare una sessualità consapevole e sana, che sia libera dai rischi delle malattie sessualmente trasmissibili e da gravidanze indesiderate.

Noi vogliamo godere, esplorando tutte le potenzialità del nostro corpo e scoprendo ogni sfumatura del piacere. Vogliamo consultori laici aperti 24H, vogliamo gli anti-abortisti fuori da scuole-ospedali-farmacie, vogliamo contraccettivi gratuiti, vogliamo lubrificanti di prima qualità: per i nostri corpi, decidiamo noi.

il 12 aprile sarà l’occasione di far valere il nostro diritto all’autodeterminazione, ci riuniremo tutte e tutti in piazza e la riempiremo con musica, spettacoli teatrali e controinformazione!

Appuntamento in colonne di san lorenzo alle 15.00

Rete collettive femministe

 

L'Armata dei Sonnambuli

Dinamo Press
08 04 2014

Il "romanzo del Terrore" dei Wu Ming: nel clima infuocato della Rivoluzione avanza un nuovo tipo di restaurazione. Un eroe mascherato, un uomo di scienza e una donna del popolo cercheranno di fermarla

Prima di cominciare a leggere procuratevi la colonna sonora; alzate il volume del vostro dipositivo e cliccate sul tasto destro sul mouse qui

“Te lo si conta noi, com'è che andò. Noi che s'era in piazza della Rivoluzione”: pare di sentirlo davvero, il racconto che sgorga dal corpo sociale che popola gli anfratti maleodoranti, eccitati e in preda alla febbre e al trambusto del Terrore rivoluzionario che viene fuori dalle quasi 800 pagine de “L'Armata dei Sonnambuli”, il nuovo romanzo collettivo dei Wu Ming.

Va a finire (ma non vi preoccupate, quello che segue non è uno spoiler, la trama la scoprirete da soli assieme al finale) che in questo affresco corale, umanissimo e radicale, potente e mai caricaturale, realismo e favola si contaminano e a loro volta tracimano con le pagine della vita vera, perché nelle ultime pagine il romanzo entra nella storia approfondendo il percorso degli Oggetti Narrativi non Identificati wuminghiani. Lasciamo alle settimane che seguiranno, e alle discussioni che verranno, di trovare analogie e differenze tra le discussioni sulle incombenze dei giorni che ci tocca vivere e la storia narrata dell'Armata dei Sonnambuli. Per ora concentriamoci sul racconto, che scorre fluente ma che come al solito non contiene tesi semplicistiche o allegorie a chiave.

Si affonda dentro le strade bagnate di sudore, lastricate di sangue e annaffiate di alcolici di pessima qualità. Siamo a Parigi, l'epicentro dello scandaloso evento storico che arbalta il mondo. Ma si aprono anche i sentieri selvaggi delle regioni a qualche giorno di viaggio dalla città della Bastiglia ma separate anni luce dalle scosse telluriche repubblicane. I due luoghi, la città e la provincia, rappresentano rispettivamente l'effervescenza terragna della sommossa permanente e l'arretratezza quasi metafisica della servitù. Due universi contigui ma inconciliabili, parte della stessa nazione che si ritrova nel fervente subbuglio con gli occhi del mondo antico puntati addosso: chi sta in alto in preda al terrore e chi sta in basso impegnato a riscaldare con combustibile di fortuna l'ardore rivoluzionario.

Nel mezzo, tra il passato superstizioso e il futuro agguantato con rabbia, vi troverete in un altro luogo: nella fortezza biopolitica del castello di Bicêtre, istituzione totale e paradigma panottico che si staglia alla periferia meridionale della capitale francese. La struttura viene impiegata simultaneamente come orfanotrofio, prigione, manicomio e ospedale. Nel castello degli orrori mentali si sperimentano forme nuove di comando e obbedienza: quelle provenienti dall'ancien régime non sono più efficaci. Bisogna andare oltre la pura “restaurazione”. “La controrivoluzione è a sua volta una rivoluzione, oppure non è nulla”, si legge in uno dei passaggi chiave del romanzo nel quale cominciamo a scoprire le mosse dei nemici del popolo. Bicêtre è il laboratorio delle tecniche governamentali citato anche da Foucault nella sua “Storia della follia nell'età classica”. Perché non basta sostituire le catene con la camicia di forza per giungere a condizioni di trattamento più umane: l'ipnosi, il mesmerismo, il magnetismo sono discipline nuove, affilate e adatte ai tempi nuovi. Consentono di muovere massa di sonnambuli forzando la loro volontà. I fluidi elettrici che attraversano il corpo sociale possono essere manovrati dall'alto e non necessariamente a fin di bene.

Uno dei personaggi principali, il medico Orphée d'Amblanc intraprende una cavalcata nel cuore di tenebra delle province sperdute che lo porterà a vivere esperienze angoscianti, il corpo ancora pulsante delle ferite ancora doloranti delle guerre d'America. È in missione per conto della polizia giacobina. Sono pagine che si leggono col fiato sospeso, quelle che raccontano l'indagine nelle terre dei bifolchi timorati di Dio che non sanno ancora cos'è la rivoluzione, in mezzo alle genti ancora sottomesse all'incantesimo del potere assoluto. Il potere funziona come un'ipnosi collettiva, una fascinazione magnetica che spinge anche all'autodistruzione, riesce anche a mandarti a morire in trance, senza farti sentire il dolore fisico. La restaurazione che si spaccia per rivoluzione è in agguato.

 

Proprio all'inizio del romanzo, il monarca sconfitto Luigi XVI sale su un palcoscenico davanti ad una platea urlante per finire con la testa mozzata. Perché il potere nella temperie dell'immediato post-ottantanove come nelle cerimonie del lusso nobiliare prima, è anche spettacolo, rappresentazione. La rivoluzionaria (e attrice teatrale) Claire Lacombe durante il passaggio dal Terrore al Termidoro, descrive gli eventi che accadono nella Convenzione della sala da spettacoli del Palazzo delle Tegolerie: “Questi politici si alzano sui banchi per i loro discorsi come un attore calcherebbe le scene. Per loro il popolo è un pubblico, nient'altro”. Ad esperire la relazione tra messa in scena e sovranità, e a rendersi conto di come “rappresentare il popolo” significhi “agire per conto suo” ma anche “metterlo in scena”, l'attore goldoniano e di origine bolognese Léo Modonnet, al secolo Leonida Modonesi, che veste i panni di un vendicatore rivoluzionario con tanto di maschera nasuta di Scaramouche. Prende a saltare sui tetti e a combattere contro i muschiatini reazionari della “Gioventù Dorata” perché non ha più senso stare al chiuso di un teatro quando, grazie alle scosse rivoluzionarie che hanno fatto saltare le regole, il palcoscenico è “divenuto grande quanto Parigi”: “Gli spettacoli più emozionanti erano quelli dove la gente perdeva la testa per davvero, i cannoni tuonavano e poteva capitare, da un momento all'altro, che gli spettatori si trovassero a recitare”.

Leonida interpreta fuori dal palcoscenico un eroe rivoluzionario che non ha nulla a che vedere col suo omonimo spartano della battaglia delle Termopili. Per questo si accorge che “Uno da solo non basta” e che per tagliare la testa del serpente controrivoluzionario bisogna costruire un'alleanza. A fargli prendere coscienza, e condurre più in là la riflessione dei Wu Ming sull'uso dal basso dei miti e delle narrazioni, c'è il personaggio di Marie Noziére, donna del popolo che vive sulla sua pelle il limite della Rivoluzione borghese: quando si tratta di attaccare i “monopolisti”, quelli che speculano sulla fame e sul lavoro dei diseredati, il Terrore che con le sue compagne aveva provato a scatenare contro affaristi e taglieggiatori cambia verso, colpisce a morte Marat, ghigliottina Danton e Robespierre, si insinua presso i rivoluzionari dei foborghi. Il medico-investigatore, l'artista di strada e la donna rivoluzionaria sono in primo piano, a segnare una maturità espressiva e una capacità altissima di rappresentazione dei personaggi. Dietro di loro si muove una moltitudine di uomini e donne, ritratti qualche volta appena abbozzati e altre volte più approfonditi, che disegnano un mondo pieno di sfumature vergate con leggerezza e tratti forti marcati con mano sicura: solo così si può raccontare una rivoluzione e si intende la forza materiale (e rivoluzionaria) delle tante vite che almeno per un attimo sollevano lo sguardo oltre l'orizzonte: a più voci e intrecciando più sguardi. Vi capiterà di affezionarvi a qualcuno dei “comprimari” (ne citiamo qui solo alcuni: il ciabattino e guardia rivoluzionaria Treignac, l'allibratore Bernard La Rana, il debole commissario Chauvelin, la femministra Pauline Léon) per accorgervi che in una rivoluzione non esistono personaggi secondari e che in un racconto rivoluzionario che si rispetti tutti hanno una funzione chiave che muove la storia. A meno che non vi capiti di essere arruolati nell'Armata dei Sonnambuli.

Dinamo Press
03 04 2014

Ieri a Roma, in piazza Montecitorio siamo stati a manifestare, assieme a tanti studenti e studentesse di medicina di molte, moltissime Facoltà sparse per tutta Italia.

Accenti meridionali si mischiavano nei cori ai meneghini, la calata romana assieme alla bolognese. Eravamo in piazza per un motivo molto semplice: richiedere un finanziamento ulteriore per i contratti formazione specialistica, le borse di specializzazione, attualmente disponibili solo per meno di un terzo dei neolaureati che proveranno il test.

Molti, non soltanto noi, già prima di entrare in quella piazza ci siamo resi conto che non si può parlare di questo senza fare un ragionamento complessivo sul sistema sanitario di oggi. Partendo dal taglio delle borse di specializzazione (1200 in meno quest'anno) va allargato il discorso: in quanto questo taglio, sommato all'alto tasso di pensionamenti medici, determinerà un calo del numero dei medici di circa 18000 unità in 10 anni, che il blocco del turn over , i tagli in spending review non permetteranno di rimpiazzare.

La risposta che si dà è che i medici in Italia già ci sono e sono troppi (4,2 ogni mille abitanti), ma noi rispondiamo: quanti di questi lavorano nel SSN, cioè in una sanità davvero pubblica? Solo 1,83 ogni mille abitanti. Se poi i conti li si fa sui posti letto e i posti letto continuano a essere tagliati è ovvio che questo giochetto non può continuare! E' dunque chiaro come il taglio delle borse di specializzazione sia perfettamente conforme al disegno di smantellamento del sistema sanitario italiano in atto: ricordiamo che nel 2012 9 milioni di cittadini hanno rinunciato alle cure per motivi economici. In piazza oggi eravamo dunque anche con questo obiettivo: gridare a tutte e tutti che o si investe e si fanno riforme strutturali, sulla formazione con aumento delle borse e reale miglioramento della formazione medica, e sulla sanità oppure la salute diverrà un miraggio per ancora più persone di quante già oggi non riescono ad avervi un completo accesso.

La risposta del Palazzo è stata per molte ore un silenzio assordante. Erano attesi diversi parlamentari e anche l’ex ministro Carrozza, ma soltanto l’onorevole Crimì, sensibile da tempo alla questione e che ha proposto di sanare la follia dell’aumento della durata delle scuole di specializzazione (da 4 a 5 anni) decisa con decreto 7 anni fa senza la copertura economica necessaria. Scendendo da Montecitorio, ha trovato una piazza avida di notizie - e sopratutto carica di proposte - e stanca di ricevere soltanto vaghe promesse e nessuna risposta certa; c’è un’ interrogazione parlamentare, ci si sta provando. Alla richiesta di spiegazioni sul come mai si tende ad investire sempre di meno sulla salute e sulla formazione si fa un po’ spallucce. Insomma, se non è un pugno di mosche, è decisamente troppo poco!

Eppure non ci sentiamo tristi, infelici o sconfitti. Perchè abbiamo imparato, e non certo da oggi, che affidarsi solo a chi sta in quel palazzo non ci risolve i problemi, che la soluzione non arriverà da lì dentro, se non siamo noi ad essere determinati, a partecipare, a “creare un problema” dentro questo Paese con la nostra partecipazione consapevole. I diritti si strappano, una formazione degna va conquistata, così come ogni giorno lo facciamo in corsia.

Allora, ci si potrà chiedere, perchè andare a Montecitorio? Rispondiamo, per incontrarci, guardare negli occhi chi vive e soffre la stessa precarietà da Roma a Milano, da Padova a Salerno, da Bologna a Bari e capire che non siamo soli, e che tutti e tutte insieme possiamo costruire un movimento largo e ampio che sappia strappare allo stato e alle regioni i fondi necessari per le borse e costruire i presupposti per un concreto cambiamento della formazione medica e del sistema sanitario tutto.

Da dove cominciare? Uno dei passi più importanti l'abbiamo sicuramente fatto oggi: scambiarsi contatti, conoscersi e confrontarsi, con l'obiettivo di dar vita ad un percorso che già da settimane nelle città di Roma, Pisa, Torino, Bologna si sta dando. Un prossimo passo, a nostro avviso cruciale, sarà la giornata dell'8 Aprile: una giornata in cui al Policlinico saremo di nuovo protagonisti di un flashmob, come di certo accadrà in molte altre città, nell'ambito della campagna #sullasalutenonsischerza.

E sicuramente non ci fermeremo, fino a che questi obiettivi non verranno ottenuti. Oggi l’assenza di tanti interlocutori ha provato a scoraggiarci, a fermarci, ma non ci siete di certo riusciti. Anzi, d'ora in poi daremo battaglia al governo e se sarà necessario ad ogni Regione affinchè si impegnino a investire sul nostro futuro, sulla nostra formazione, sulla nostra salute!

Follow the white coat...!

#SullaSaluteNonSiScherza

Assemblea di Medicina

Dinamo Press
25 03 2014

Mobilitazioni in tutta la Francia contro il "patto di responsabilità", cortei e occupazioni di decine di teatri da parte degli intermittenti della cultura e degli studenti in mobilitazione. Questa notte a Parigi, dopo la chiusura delle urne delle elezioni municipali, la polizia ha sgomberato violentemente il #carreaudutemple occupato da due giorni.

Il 2014 è per la Francia l'anno dell'attacco ai diritti. Il presidente Hollande l'ha detto chiaramente nella conferenza stampa di gennaio: c'è bisogno di un “patto di responsabilità” tra i lavoratori ed il padronato, perché il sistema francese non è sostenibile in questa fase di crisi ed il paese deve recuperare competitività. E allora chiavi in mano al Medef, il sindacato padronale, ed alle sue proposte.

I primi soggetti attaccati sono stati gli intermittenti della cultura e dello spettacolo, beneficiari di un regime speciale che il governo vuole rivedere al ribasso, mentre intermittenti, precari e disoccupati denunciano da tempo l'inadeguatezza del sistema delle 507 ore lavorate su 10 mesi (necessarie per accedere ai benefici) che taglia fuori più della metà dei lavoratori. La strategia è quella di attaccare per primo il mondo della cultura, in modo da aprire una breccia nel sistema degli “annexes”: le piccole garanzie per il mondo del precariato e del lavoro interinale (dai servizi alla ristorazione) che potrebbero costituire un esempio positivo per tutta Europa ed invece devono cadere sotto i diktat della competitività.

Sin dall'apertura del tavolo di contrattazione, circa due mesi fa, la Francia è stata attraversata da una mobilitazione che, a partire da artisti, tecnici ed altri lavoratori della cultura, ha saputo coinvolgere moltissimi precari, occupati e non. Cortei, occupazioni (come quella della Corte dei Conti parigina) e scioperi che hanno bloccato numerosi spettacoli ed anche alcune serie televisive molto conosciute. Fino al grande corteo del 20 marzo (8000 persone nella sola capitale) che ha visto l'invasione delle sedi del Medef in molte città e dell'Opera Garnier a Parigi. Dentro le mobilitazioni c'è stato un inatteso (per chi viene dall'Italia) protagonismo della CGT: il grande sindacato, equivalente transalpino della CGIL, sta tenendo un atteggiamento del tutto differente dal suo omologo italiano. Sempre in appoggio alle pratiche di occupazione e blocco, si sta dimostrando intransigente verso le proposte di governo e padronato. In queste giornate di lotta stanno tornando sulla scena anche i CIP: Comitati di Intermittenti e Precari nati durante le mobilitazioni del 2003-2004 (che portarono all'occupazione del festival di Cannes e alla cancellazione del festival di Avignone), una delle più interessanti forme organizzative del lavoro intermittente e non garantito. È dentro la rete dei CIP che si sono sviluppati un discorso sulla fine del pieno impiego ed interessanti proposte per la tutela del lavoro cognitivo, intermittente e precario che anche la CGT, nonostante il suo impianto lavorista, ha saputo in parte recepire.


Dopo l'Opera, la mattina del 21 marzo è stato occupato a Parigi il Carreau du Temple, un grande spazio culturale a due passi da Place de la Republique da dove seguire la contrattazione fiume ed organizzare il proseguo della lotta. Nella notte tra 21 e 22 marzo un accordo è stato effettivamente raggiunto: col Medef hanno firmato CFDT, CFTC e FO, tagliando fuori la CGT, il sindacato di gran lunga più rappresentativo. Si è deciso di mantenere gli “annexes” dei lavoratori dello spettacolo ma con una generale diminuzione degli indennizzi (fino a meno 300€ al mese!) e l'introduzione di un tetto massimo mensile al reddito lordo totale (stipendio + indennizzi). Anche le garanzie per i disoccupati vengono attaccate.

L'accordo raggiunto ha di fronte a sé ancora un lungo percorso che passa per la ratificazione da parte del governo e per la sua effettiva attuazione. Dal Carreau du Temple e da tutta la Francia gli intermittenti non si dicono disposti a cedere: proprio al Carreau il 23 marzo doveva cominciare l'allestimento di un'importante mostra d'arte, allestimento impedito dagli occupanti rivendicando la loro centralità nell'industria culturale e chiedono spazi per organizzarsi. La notte tra 23 e 24 marzo, alla chiusura delle urne del primo turno delle elezioni municipali, il Carreau è quindi stato sgomberato con la forza. L'amministrazione socialista ha gettato la maschera ed ha violentemente evacuato gli occupanti. Immediata la reazione, nonostante la tarda ora un centinaio di persone hanno raggiunto il comitato elettorale del PS per gridare “Hidalgo la honte!” (Hidalgo vergogna) al sindaco di Parigi Anne Hidalgo.

Dopo questa ultima tesissima notte, la mobilitazione promette di rilanciare ancora il conflitto contro le “negoziazioni” a senso unico che mirano solo ad impoverire e precarizzare. Perché i padroni sono rappresentati al 50% nelle sale di discussione? Da quando la Francia è composta per il 50% da padroni? Perché solo loro possono fare proposte? Il 99% che crea la ricchezza anche qua non è disposto a chinare la testa. Stanchi ma convinti e sorridenti, in tantissimi sono pronti a rispondere all'attacco di Medef e governo socialista. Quello che abbiamo visto fino ad ora, “ce n'était qu'un début...”


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Brasile, il paradiso può attendere

Dinamo Press
19 03 2014

Un racconto dal paese che attende i mondiali di calcio 2014. Tra le contraddizioni della crescita economica, movimenti e conflitti sociali, un nuovo assalto alle enormi risorse naturali del paese.

Nel candomblé brasiliano, religione sincretica e totemica africana trapiantata in Brasile all’epoca delle deportazioni coloniali, Xango é l'orixà vendicatore: ha un carattere collerico e imprevedibile ed un temperamento violento, é un giustiziere che castiga i malvagi e riporta l'equilibrio dopo un passaggio distruttore, per queste caratteristiche è spesso stato assurto a simbolo di riscatto degli schiavi contro i colonialisti. La sua indole coraggiosa fa di lui un cacciatore: dai suoi amori si generano altri orixas minori, alcuni semidei che, mescolati tra gli uomini, crearono stirpi semi-divine. Come in altre filosofie religiose, la cosmogonia animista crede fortemente che dallo scontro tra le forze elementari nasca continuamente il mondo e che la continuità con l'universo e la natura si acquisisca attraverso l’abbraccio di una forza sacra che fluisce in tutte le cose, un caos creatore contenuto in tutti gli esseri viventi.

Il Brasile é un gigante nervoso ed impaziente come il suo orixà: luccicano come le sue lame alcuni quartieri delle megalopoli, ma meno splendente é l'astro che illumina molti altri agglomerati urbani in cui si stima vivano quasi 12 milioni di persone lungo tutto il paese; il colore verde-oro della bandiera nazionale “ordem e progresso” ha assunto progressivamente tinte piú fosche, fino a virare ad un tono piú cupo: verde petrolio.

Dal 2003 in avanti, una nuova corsa spasmodica é iniziata nel paese piú ricco di risorse naturali di tutto il Sud America, la quale non ha risparmiato nemmeno ciniche polemiche sulla paternitá federale o statale dei profitti ricavati dallo sfuttamento dell'oro nero, ed un impulso senza eguali (negli altri Brics) é stato dato alla ricerca di giacimenti sia interni che off-shore e conseguentemente alle trivellazioni per sfruttare, anche attraverso tecnologie di fracking, enormi quantitá di idrocarburi.

Un sintomo conosciuto agli economisti piuttosto che ai medici, il cosiddetto "male olandese" si profila all'orizzonte brasiliano, una febbre che sembra aumentare inesorabilmente la temperatura sociale del paese, oltre che contribuire fortemente a quella globale: la relazione esistente fra la repentina allocazione di investimenti economici governativi per lo sfruttamente delle risorse naturali, in un settore decisamente capital-intensive ed il parallelo declino del settore manufatturiero con vocazione invece fortemente occupazionale. Ovvero quando la scoperta di ciclopiche quantitá di idrocarburi possa rappresentare una condanna piuttosto che una fortuna, facendo innalzare troppo rapidamente la rendita proveniente dalle commodities del nuovo settore estrattivo, innescando una spirale di deindustrializzazione e facendo crollare la competitivitá dei settori precedentemente sviluppati, dei suoi indotti e dei servizi ad esso collegati. Essa causa l'apprezzamento dei tassi di cambio della moneta e comporta la ripida salita dei prezzi delle materie prime, degli investimenti stranieri, dei sussidi e dei finanziamenti esteri al debito pubblico. Il Brasile finora ha minimizzato il fenomeno, rallentando tale aumento, in un periodo favorevole di forte crescita dei prezzi delle materie prima, conservando una parte di queste rendite in fondi speciali all’estero per poi riportarli dentro il paese poco alla volta. E’ stato possibile perché di fatto il paese era in presenza di un surplus pubblico e perché al momento consuma internamente la totalità del greggio che estrae, riuscendo a tenere sotto i livelli di guardia l'inflazione strutturale (che inizia però a dare segni di instabilità), ma nei prossimi anni, se punterà come è intenzionato, ad esportare globalmente questo bene dovrà compiere complesse manovre monetarie e tributarie per l’attenuazione di fenomeni di dissesto economico.

La gara per l'esplorazione e lo sfruttamento dell’immenso campo off-shore di Libra ubicato nel bacino di Santos che secondo l´Agenzia Nazionale del Petrolio (ANP) ha un potenziale estrattivo di greggio in situ stimato tra gli 8 e i 12 miliardi di barili di petrolio e 120 miliardi di metri cubi di gas all'anno, e' stata assegnata a un consorzio sino-europeo composto per il 40% dalla britannico-olandese Shell e dalla francese Total (20 % ognuno) e per il 20% dalle due statali cinesi CNPC e CNOOC (10% a testa), nonchè partecipato per il 40% dalla Petrobras (la societá nazionale degli idrocarburi a capitale misto pubblico-privato). La concessione avra' una durata di 35 anni e non sara' rinnovabile. Alla gara ha partecipato il solo consorzio vincitore, che si e' aggiudicato l'appalto per il valore minimo previsto con un "profit oil" in favore delle autorita' locali del 41,65% della produzione totale. Le societa' del consorzio dovranno versare alla firma del contratto “solo” 15 miliardi di Reais (ca. 4,5 mld di Euro). Questa seppur considerevole somma di denaro é pari solo ad 1/20 della rendita che il giacimento potrebbe generare per lo stato brasiliano ma il governo di Dilma Roussef ha concluso questo accordo giustificandolo con l’ottenimento di ingenti royalties (ca 330 miliardi di euro per i 35 anni) da spostare sul nuovo piano di istruzione e sanitá nazionale, dopo essere stata inchiodata alle sue responsabilità dalle recenti dimostrazioni di piazza...comunque briciole, per un paese con un tale tasso di analfabetizzazione e dalle condizioni critich in cui versa il sistema sanitario nazionale.

Non é nuovo il paese alle febbri: la prima coinvolse i colonozzatori portoghesi sul finire del XVII sec. che scoprirono l’oro e cominciarono ad aprire e coltivare miniere nell’ínterno del paese. Queste, soprattutto nel secolo successivo, avranno un peso determinante nell’economia locale e nello sfruttamento della manodopera degli schiavi e furono presto oggetto di contesa tra l’aristocrazia e la corona portoghese determinando un crescente malcontento tra nuovo e vecchio continente e contribuendo all’indipendenza ed alla formazione del nuovo stato. L’estrazione di metalli rari e preziosi prevede tutt'ora l'utilizzo di cariche detonanti per sbriciolare le rocce e l’uso di sostanze altamente inquinanti (acidi forti, cianuro e mercurio) per processare i minerali: per estrarre circa 30 grammi d’oro ancora oggi, vengono rimosse 250 tonnellate di roccia. Nella localitá amazzonica di Altamira, oltre alla costruzione di una colossale diga per produrre energia idroelettrica che sconvolgerà il bacino del fiume Xingù allontanando circa 15000 abitanti della foresta, è in corso un nuovo progetto della multinazionale mineraria canadese Belo Sun per aprire e coltivare Volta Grande, la più grande miniera d’oro del paese, e che dovrebbe utilizzare la manodopera di circa 5000 lavoratori, quelli celebramente immortalati da Salgado nei suoi crudi reportage.

Dopo la crisi energetica e finanziaria nel '74, il paese optò una scelta di emancipazione per sfruttare un carburante di cui aveva maggiore capacità produttiva come l'etanolo, derivato di fermentazione di biomasse ed in particola dalla canna da zucchero. Ad esso furono collegati enormi fenomeni di disbocasmento e distruzione della foresta primigenia in favore di monoculture a sistema intensivo. Oggi restano i motori flex dei veicoli, che possono facilmente passare da un carburante all'altro, ma il paese ha cominciato una progressiva inversione di rotta, e dimostra di voler andare nella direzione dello sfruttamento delle faraoniche riserve petrolifere. Nonostante si sia frenata parzialmente la distruzione della foresta amazzonica, resta fortissimo l’orientamento zootecnico delle politiche agricole federali vocato all’alleveamento di enormi mandrie, e rimane conseguentemente molto pronunciato il problema di disboscamento e sovrasfruttamento dei terreni agricoli per la coltivazione intensiva dei foraggi, la perdita costante di biodiversitá, il crescente impoverimento dei suoli e la desertificazione di alcune aree. In vetta alla lista delle prime dieci multinazionali nel settore dell’ allevamento, compare proprio la brasiliana JBS (in Italia presente come Gruppo Cremonini), colosso proteico dal volume di affari stimato intorno ai 28 miliardi di euro, legato a doppio filo alle societá di monopolio delle sementi, alle case farmaceutiche ed alle industrie chimiche per antibiotici,anabolizzanti, fitofarmaci e fertilizzanti. Nel settembre 2013 la JBS é stata condannata, in via definitiva, a pagare 9miliardi di Reais per la violazione di numerosi articoli in materia di diritti dei lavoro, agli impiegati del polo produttivo della cittá di Juruena, costretti ad atroci condizioni di lavoro ed orari massacranti, esposti ad elevatissimo rischio di infortuni per la difformitá dei locali mancanti dei requisiti minimi di sicurezza, al contatto costante con gas nocivi e alla mancanza di condizioni igienico-sanitarie idonee.

Rio de Janeiro. Nella cittá e nello stato di Rio tutto sembra assumere facilmente toni coloriti e allegri, soprattutto nel periodo carnevalesco, salvo poi vedere trasformarsi il lieto fine in riso amaro; qui si contrappone continuamente la cartolina turistica di un abbraccio redentore, con la passione tutt'altro che mistica che compone il quotidiano in cui sono immersi i carioca. Il periodo aureo, che la città ha vissuto dalla fine dei ’90 ad oggi, è stato sublimato con la candidatura per i giochi olimpici del 2016, facendo leva sul gioioso spirito di competizione agonistica tipica di un popolo amante dello sport. Alcune fasce della società osservano orgogliose il dispiegarsi di una enorme macchina organizzativa che vuol tirare a lucido porzioni di cittá abbandonate a se stesse per decenni, divenute improvvisamente di grande importanza economica per la loro vicinanza ai quartieri piú in voga; molte altre compagini sociali giudicano queste grandi opere più simili ad interventi di cosmesi per truccare cattedrali nel deserto, pretestuosi investimenti che danno slancio a fenomeni gentrificatori e operazioni militari di “pacificazione” delle favelas di interessante ubicazione. Dietro il velo perbenista di questa parola infatti, si intravede una ingiustificata eradicazione di intere comunitá, espulse da zone della cittá precedentemente in mano ai narcos, ma che con questi non avevano necessariamente a che fare. Nella città con la favela di maggiore estensione di tutto il sud-america, la Rocinha, e con molte altre comunità costrette ad una segregazione effettiva, non sono state efficaci le leggi varate agli inizi del nuovo millennio dall’allora neo eletto Lula: la Bolsa Familia, il reddito garantito per le madri, già di per sè non generoso, non essendo stata affiancato da progetti di sostegno e di emancipazione delle donne in una società dagli spigoli sessisti molto pronunciati, ha creato un corto circuito di responsabilità che ha complessivamente aumentato il numero di ragazze madri e degli abbandoni dei neonati. Altri provvedimenti come il “Fame zero” sono stati semplicemente scavalcati per sopraggiunte necessità di interesse, come il varo, in queste settimane, di un clamoroso piano di costruzione di 5 nuovi porti marittimi privati, e simmetricamente gli appalti per la costruzioni autostrade, idrovie e ferrovie hanno subito un rigonfiamento vertiginoso di prezzi; un rincaro da far pagare ovviamente alla collettività sul prelievo fiscale.

Il Brasile, in realtà sta attraversando una contrazione della vertiginosa crescita degli anni passati (negli ultimi 5 anni dal 8% all’1,5%) in cui deve arrestare la divaricazione dei ceti sociali e ridefinire l’equilibrio tra sviluppo e sistema sociale: la sanità ad esempio, altro grande vulnus del gigante, soffre un simile sintomo, ad oggi diversi ospedali sono stati ridimensionati in oganico, personale, strumentazione e fondi gestionali, alcuni sono stati chiusi o addirittura demoliti per cambi di destinazione d’uso dei terreni; in uno di questi dove era nato un movimento spontaneo di resistenza si è verificato l’ingresso della polizia militare che ha cacciato con l’uso della forza medici, infermieri e anche degenti in gravi condizioni di salute. Attualmente é stato confermato il previsto piano di ingresso di 15000 medici di nazionalitá cubana, uma mossa che há fatt riprendere la presidente Dilma nei sondaggi ma che ha anche generato un terremoto sindicale nella categoria interessata e negli universitari in tale formazione professionale.

Nel Brasile multiculturale, un paese che continua disperatamente a varare leggi per arginare la discriminazione razziale e di genere, applicando tali norme ai più disparati segmenti sociali e lavorativi, il modello di coesistenza controllata mette in luce i costanti pregiudizi che serpeggiano fra le diverse etnie che compongono la nazione, e si intende come alcuni processi di formazione della stessa obbediscano ad imposizioni segregazioniste dove il proletariato di origine creola ancora non riesce ad “uscire dal ghetto” se non per fornire la manodopera necessaria a risvegliare la città quotidianamente, provvedendo a quel lavoro dequalificato che rappresenta il motore effettivo della crescita economica. Sono scarse le prospettive di emancipazione per i giovani delle favelas che vorrebbero costruire il proprio futuro nel lavoro cognitivo: il sistema scolastico pubblico non consente di ottenere una preparazione adeguata per superare i rigidi test di ammissione alle università, esso è un dispositivo congengnato per perpetuare un meccanismo di esclusione a sfondo razziale con l’alibi dell’eguale opportunità fornita a tutti.

I movimenti nati dal basso nella passata stagione, che sono riusciti ad imprimere una svolta radicale al dibattito pubblico mettendo al centro della discussione le contraddizioni legate all’utilizzo delle grandi risorse finanziarie per eventi circoscritti, è riuscita anche a stigmatizzare la corruzione strisciante, le occasioni perse di mutamento sociale per ogni contratto strappato alla Fifa e al Comitato Olimpico e a far emergere la dismissione degli interventi di cui il paese ha disperato bisogno. L'enorme e giovane classe media brasiliana, creata in quindici anni di politiche macroeconomiche e sociali coerenti che hanno prodotto un decennio di crescita e un nuovo welfare più inclusivo, oggi conta circa quaranta milioni di brasiliani in più che si sono lasciati alle spalle la soglia della povertà ed ora reclamano giustamente maggiori opportunità di formazione professionale, di impiego, una reale mobilità sociale e soprattutto meno corruzione: appannaggio storico delle destre neoliberiste sudamericane, ma che nell’ultima decade è divenuta dote anche delle amministrazioni progressiste. Il nuovo ceto medio è così passato all’economia formale iniziando a pagare imposte elevate benché i servizi erogati dallo stato rimangano del tutto insufficienti, e resta sdegnata del recente crollo del potere d'acquisto dei propri salari, che non hanno visto adeguamenti sostanziali alla crescita del costo della vita e degli affitti, e alla mancanza di nuove intuizioni per continuare a muovere gli ingranaggi dell’ascensore sociale. La sfida per il PT (Partido dos Trabalhadores), vittima in un certo qual modo dei suoi stessi successi, è dunque quella di creare un equilibrio che sappia tener conto dei bisogni della nuova classe media, rispetto al suo rapido indebitamento.

I movimenti sociali nati dal casus belli dell’aumento del costo dei trasporti pubblici di 25 centesimi, deciso proprio mentre il governo Dilma aumentava gli investimenti per la costruzione di impianti sportivi, innescarono una spirale propulsiva che domandava una complessiva riforma sociale, diedero voce a campagne già radicate territorialmente e più avanzate politicamente che scontavano peró una eco medatica debole: medici, insegnanti e lavoratori di cooperative entrarono in stato di agitazione per pretendere un cambio di rotta rispetto alle vaghe promesse dell’amministrazione e furono portate alla ribalta dalla collera giovanile contro i simboli della finanza e delle competizioni sportive di ultima concezione. Una spontanea e a volte disarticolata opposizione sociale ha fatto da volano per altre vertenze di carattere locale e nazionale e motore di un presa di coscienza foriera di nuove istanze di partecipazione. A distanza di alcuni mesi, è ancora attiva l’organizzazione “Passe livre” soprattutto nello stato di Sao Paulo che reclama una mobilità gratuita per tutti, ma la repressione delle proteste con il ritorno a leggi speciali di stampo dittoriale, attraverso la possibilità di arresto preventivo per organizzazione criminale, ha frenato lo slancio ribellista e l’orizzonte propositivo dei movimenti ed è riuscita a ridurre ampiamente il ventaglio di conflitto. E’ probabile che ci si trovi ad una fase di quiescenza che prelude ad una nuova percussione quando i riflettori mondiali saranno puntati nuovamente sugli stadi, innervatura folcloristica del panem et circenses, a condizione che si riesca ad uscire dal guado della scomposizione tra i movimenti e le parti sociali, dall’incomunicabilità generazionale e dalla diatriba fra attivismo urbano e militanti per la riforma agraria, e si riesca a generalizzare un conflitto che sembra avere ancora due differenti e inconcibili anime, progressista e riformista una e decisamente più scettica e nichilista l’altra. Trovare una consonanza che esca dal mero duello di piazza e stabilisca una dialettica organizzativa, superando l’insorgenza autoreferenziale per aprire una prospettiva di contrattazione con il (quasi certo) prossimo governo Dilma sembra l’unica opzione percorribile per non dissipare tutto quel che è stato raggiunto.

#IoDecido, dopo l'8 marzo rincontriamoci

Dinamo Press
18 03 2014

Un'assemblea pubblica per continuare il percorso che dal il 1 febbraio sotto l'Ambasciata spagnola, ci ha visto in piazza in solidarietà delle lotte e delle rivendicazioni in Spagna, dove il Ministro Gallardòn ha proposto una modifica della legge sull'interruzione volontaria di gravidanza [..] , limitando fortemente la possibilità di abortire e restringendo sensibilmente l’autonomia e la libertà di scelta delle donne.

La campagna #yodecido ha visto nascere una mobilitazione spontanea e diffusa che ha coinvolto migliaia di persone con azioni e cortei nelle principali città della Spagna. A Madrid un gruppo di donne, lesbiche e transgender ha occupato uno spazio abbandonato alla speculazione e alla corruzione per portarlo a nuova vita.

A Roma abbiamo creato una rete cittadina aperta, allargata, che è riuscita a costruire un 8 marzo di lotta, con azioni e interventi nei giorni precedenti, occupando simbolicamente l'ordine dei medici, sotto lo slogan OBIETTA GLI OBIETTORI, dove abbiamo potuto assistere ancora una volta alle reazioni violente delle forze dell’ordine.

L’ 8 marzo abbiamo deciso di far parlare i nostri corpi e i nostri desideri, spingendoci oltre i soliti rituali che vedono quella data svuotata di senso, e lo abbiamo fatto scendendo in piazza in 2000 con un corteo-street parade autoconvocato, riprendendoci le strade di Roma, in connessione con le lotte in altre città italiane, spagnole, francesi, tedesche, polacche, turche.

Una mobilitazione in opposizione alle misure di austerity che si abbattono sui nostri corpi e sulle nostre vite, e che definisce potenzialmente uno spazio di lotta e rivendicazione comuni a livello europeo e globale sul tema della salute, quale diritto universale per tutt*.

Un tema, questo, che abbiamo deciso di declinare in termini ampi ed estensivi: rifinanziamento di ospedali e consultori pubblici, possibilità di un aborto libero sicuro e garantito, lotta all'obiezione di coscienza, reale libertà di scelta tra aborto chirurgico e farmacologico (RU486), accessibilità alla pillola del giorno dopo h24, tutela della maternità consapevole, depatologizzazione della condizione transgender.

Ora non vogliamo fermarci qui! Pensiamo ci sia la necessità di continuare questo percorso di lotta e rivendicazione.

Vogliamo che la 194 sia una legge che ci tuteli realmente in quanto donne al di là della nazionalità, vogliamo stanare tutti gli obiettori, vogliamo poter decidere sui nostri corpi e sulla nostra sessualità. Per questo invitiamo tutt* il 18 marzo alle ore 19.00, presso Communia in via dello scalo San Lorenzo n. 33 per continuare questo percorso.

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