×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

DINAMO PRESS

"Il mio sogno è chiudere il lager dove vivo"

Dinamo Press
19 02 2014

Dopo il grande corteo del 15 febbraio sotto il Cie di Ponte Galeria abbiamo intervistato uno dei detenuti, per capire esattamente la situazione dentro, farci raccontare le nuove proteste e sapere come hanno vissuto dall'interno la manifestazione.

Ieri una nuova protesta è scoppiata nel Cie di Ponte Galeria, i pochi migranti detenuti nel centro si sono rifiutati di uscire dalla mensa. Chiedono che venga riparato il fax, ormai fuori uso da oltre venti giorni. Per comunicare i propri dati personali agli avvocati sono costretti ad utilizzare il telefono dell'ufficio immigrazione del Cie. Noi esprimiamo la massima solidarietà ai ragazzi reclusi e chiediamo alla cooperativa che gestisce il centro di intervenire al più presto accettando le rivendicazioni dei migranti.

Tutto questo avviene a pochi giorni dal grande corteo del 15 febbraio, che è arrivato fin sotto il Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria sradicando oltre 50 metri di reti e chiedendo la definitiva chiusura di queste “galere etniche”. Per capire cosa sta succedendo nel centro abbiamo intervistato telefonicamente Assam, usiamo un nome di fantasia, attualmente recluso. Dal suo racconto emerge la forza che il corteo è riuscito a trasmettere ai detenuti. Rimane la difficoltà di una vita quotidiana passata dietro le sbarre, senza comprendere per quali colpe sia stata inflitta questa punizione

Le notizie che giungono da Ponte Galeria sono molto confuse, puoi dirci esattamente cosa sta succedendo all'interno del Cie?

Ieri hanno portato via un egiziano. Domenica un paio di persone hanno tentato di scappare, ma visto che qua c'è un sistema di allarme più efficace della Banca d'Italia. Un sistema di allarme allucinante. Appena sono arrivati su hanno trovato la polizia in tenuta anti-sommossa. Qua è come Guantanamo, sai cos'è Guantanamo? Servizi di sicurezza come qui dentro non li ho visti da nessuna parte del mondo: militari, finanza, carabinieri, polizia, telecamere a 360 gradi, grate, sbarre dappertutto.

I ragazzi che hanno tentato la fuga adesso dove sono?

I ragazzi sono stati ripresi e lasciati qui dentro. Ma quando lo bombardano questo posto? Non sono più cie sono lager. Questo schifo lo abbiamo vissuto negli anni '40. “Il diario di Anna Frank”, qui ci sono best seller, non diari di storie come quello dalla povera Anna Frank.

Sappiamo che oggi avete fatto una protesta perché non funziona il fax, che lo strumento con il quale comunicate con l'ufficio immigrazione...

Sai da quanto tempo non funziona il fax? Da venti giorni e oltre. Ma ti rendi conto? In venti giorni l'essere umano è riuscito ad arrivare sulla luna. In 20 giorni qua non riescono ad aggiustare un fax. L'unico fax che funziona è quello dell'ufficio immigrazione perciò se voglio mandare qualcosa che serve alla mia causa devo per forza farlo passare tramite l'ufficio immigrazione. Proprio loro che hanno il compito di espatriarci. Dov'è la legge sulla privacy? Il fax è utilizzato per cose private, se io ho da ricevere un foglio e non voglio farlo vedere all'ufficio immigrazione, non posso farlo, perché l'unico fax che funziona è il loro. Allora spiegami perché quello del cie è da 20 giorni che sta fermo.

Venerdì scorso due ragazzi della protesta delle “bocche cucite”sono stati rimpatriati, gli altri dove sono?

I ragazzi che si sono cuciti la bocca qualcuno è stato rimpatriato gli altri sono tutti qua.

Quante persone vivono adesso dentro il Cie?

Siamo rimasti in poche decine. Ti dico sembra che qua stanno tenendo Riina e Provenzano. Stanno tenendo qua i boss dei boss. Stanno tenendo i peggiori terroristi del mondo e siamo dieci gatti, dieci poveracci. Qua paga l'Europa, per questo non lo chiudono sto posto di merda perché ci mangiano su. Non gliene frega niente se sei padre di famiglia, se hai vissuto 20 o 30 anni qua.

Parli molto bene la lingua italiana, conosci a fondo la storia e gli avvenimenti italiani degli ultimi venti anni. Ti posso chiedere allora come si finisce in un Cie?

Le persone che si trovano nei Cie sono tutti extracomunitari che non hanno documenti e permesso di soggiorno o se li hanno sono scaduti. Da allora sei considerato clandestino e questo il posto dove mandano tutti i clandestini. Qui portano sia persone che escono dal carcere, cioè con precedenti penali, sia persone che camminano per strada con le buste della spesa. È una specie di vaso di pandora. Metti tutti quanti qua e poi aspetti la tua sorte, questa è la realtà dei fatti. Mesi e mesi della tua vita portati via, e poi chi te li ridà indietro? Nessuno, nessuno perché ti mangiano su. Il foglio di via serve sette giorni, se ti scade un documento in sette giorni ce la fai a metterli a posto? Non ti danno l'opportunità di metterti in regola, già solo per fare un documento è passata una settimana. Dopo questi giorni ti ritrovi di nuovo in strada, senza aver fatto i documenti e ti considerano un clandestino. Quando cammini per la strada ti devi girare a destra e a sinistra, perché il primo controllo ti riportano di nuovo qua.

Com'è la vita quotidiana in un Centro di Identificazione e Espulsione?

Vedi il gioco della roulette russa, metti una pallottola la fai girare e spari. Così noi viviamo perché non sappiamo durante il giorno cosa può succedere. Se ci svegliamo e aprendo gli occhi troviamo sulle nostre teste quelli dell'ufficio immigrazione, significa espatrio per tutta un'intera famiglia. Non si tratta soltanto di un essere, ma di un'intera famiglia. Tutti qua hanno una responsabilità sul collo. Se una persona rimane qua può mandare un pezzo di pane alla sua famiglia. Rimandandolo a casa è condannato alla povertà assoluta. Qui le nostre vita sono più annoiate di quelle del bestiame, tranne che per mangiare e andare a dormire non facciamo un cazzo, niente. La notte ci mettiamo a contare le stelle, per dormire dobbiamo prendere psicofarmaci. Qui ci uccidono il cervello a mano a mano, stanno giocando sulle nostre speranze, sui nostri sentimenti. La vita è uno schifo, lo spettro degli anni '40 degli anni del terrore, dello stato di pulizia delle SS. Siamo la. Siamo tutti traumatizzati, tutti. Io sono stufo anche della mia vita, siamo tutti stufi della nostra vita, ci manca la dignità, vaffanculo, senza la dignità non siamo niente. Non siamo nessuno, nel 21 secolo nella capitale del cristianesimo.

Ieri a Torino è stata approvata una mozione per l'abolizione dei Cie, che ne pensi?

Cerchiamo di cambiare le regole, perché le leggi le fanno gli uomini, non sono le leggi che fanno gli uomini. Sappiamo bene la Bossi e Fini che fine hanno fatto. Hanno fatto della legalità il loro motto. Ad uno hanno scoperta una casa a Montecarlo, l'altro ha fatto diventare la “trota” assessore. Guardano a noi stranieri come persone pericolose, che portiamo malattie e delinquenza, ma chi sono i delinquenti?

Un'ultima domanda, ma la più importate per noi. Avete sentito il corteo dello scorso sabato?

Se qui dentro le persone avessero le ali, in quel momento, le avreste trovate accanto a voi. Eravamo fuori dalla nostra pelle per la felicità. Delle persone fuori stavano combattendo per noi, siamo qua isolati dal mondo nel vero senso della parola, dietro le sbarre e i muri dire diritti non ha molto senso.

Io sono ottimista, penso che sia la volta buona. Possiamo chiudere i Cie.

È il sogno della mia vita.

Dinamo Press
13 02 2014

Dopo un autunno in cui ha preso corpo nelle strade e nelle piazze un movimento meticcio, siamo stati a Lampedusa per scrivere una nuova pagina delle lotte contro le frontiere e per la libertà di movimento. Il prossimo 15 febbraio andremo a Ponte Galeria per dire "Mai più Cie", un punto d'inizio per arrivare alla definitiva chiusura dei lager per migranti.

L’autunno appena passato è stato segnato da una serie di episodi che hanno messo a nudo i meccanismi di governo e le dinamiche di resistenza prodotti dalle migrazioni e dalla stratificazione su base "etnica" della nostra società.

L'ipocrisia delle dichiarazioni istituzionali dopo ogni nuova strage nel Mediterraneo, la campagna razzista della Lega Nord e delle organizzazioni neofasciste, la scoperta mediatica dei migranti denudati e "disinfestati" nel centro di Lampedusa sono l'evidenza più recente della barbarie delle politiche italiane ed europee di governo delle migrazioni. Allo stesso tempo, la presenza migrante nelle mobilitazioni dell’autunno, la composizione soggettiva degli scioperi della logistica, la rivolta nel CARA di Mineo, il grande corteo romano e la mobilitazione al CIE di Bologna del 18 dicembre, la protesta delle “bocche cucite” e lo sciopero della fame a Ponte Galeria segnalano l’esistenza di un decisivo spazio di possibilità per un intervento dal basso che pretenda libertà di movimento, diritti e accoglienza per tutti e la fine della detenzione amministrativa dei migranti “irregolari”.

Qualche settimana fa, in tanti siamo stati a Lampedusa e ci siamo impegnati a scrivere la "Carta di Lampedusa", un documento che non chiede niente a Stati e governi, ma che afferma con determinazione le libertà inalienabili e le battaglie necessarie per trasformare radicalmente i meccanismi di esclusione e sfruttamento che definiscono la nostra società. Un tentativo ambizioso di immaginare, oltre la contingenza e le mosse della controparte, un programma scritto dal basso, dalle lotte e dai desideri di chi rifiuta un modello di governo della mobilità umana funzionale a perpetuare sfruttamento, disuguaglianze ed emarginazione.

Da Lampedusa siamo tornati a Roma con la forza delle parole sancite dalla Carta, ma anche con le immagini dell'isola/confine dell'Europa: un luogo che al di fuori della stagione turistica ti "schiaffeggia" con le sue contraddizioni; un lembo di terra che, oltre alle varie forme di esclusione patite dai luoghi periferici, è costretto a pagare il prezzo della militarizzazione causata dalla trasformazione della periferia in confine militare. Sull’isola abbiamo ascoltato le voci dei suoi abitanti e abbiamo ritrovato nelle loro rivendicazioni parole d’ordine che portiamo in piazza tutti i giorni: più welfare e diritti sociali, meno forze dell’ordine e militari; più istruzione e sanità, meno centri di detenzione; più giustizia globale, meno “emergenze migratorie”. I lampedusani ci hanno ricordato un punto molto preciso: le battaglie per i diritti dei cittadini migranti non riguardano solo gli “altri”, gli “stranieri”, ma interessano tutti perché la posta in gioco è la società stessa e i principi fondamentali intorno cui essa viene organizzata.

Siamo tornati a Roma con il desiderio di dare continuità al percorso iniziato il 18 dicembre dello scorso anno, quando la "Roma Meticcia" ha invaso le strade della città, rifiutando con forza qualsiasi ipotesi di soluzione nazionale alla crisi e ricordando che “le lotte contro l’austerità non hanno frontiere”. Dopo quella giornata, le lotte auto-organizzate dei migranti hanno rimesso al centro del dibattito le questioni dei diritti e delle libertà negati ai cittadini stranieri: manifestazioni di massa a Mineo, davanti al centro di confinamento e segregazione più grande d’Europa; bocche cucite a Ponte Galeria; rivolte e danneggiamenti nel CIE di Torino.
Con molta onestà e umiltà, dobbiamo riconoscere che la mobilitazione che ci porterà sabato 15 febbraio a pretendere la chiusura di Ponte Galeria è la risposta dovuta alle proteste dei reclusi, ben più efficaci di ciò che in questi anni è venuto fuori dalle soggettività di movimento. Sono gli scioperi, le rivolte e le fughe che hanno reso i Centri di Identificazione ed Espulsione dei luoghi ingovernabili, spostando il dibattito politico su un terreno che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile e rendendo quantomeno possibile la chiusura di tutti i CIE.

Diciamo questo senza alcuna fiducia illusoria nelle promesse istituzionali piovute in questi mesi e ben sapendo che l’attenzione di parte del governo, e anche del Presidente della Repubblica, si sta concentrando sulla riduzione dei tempi di detenzione. A maggior ragione, riteniamo fondamentale praticare l’obiettivo e impegnarci fino in fondo per relegare i “lager di Stato”, le “galere etniche”, in una pagina passata della nostra storia.

In questo senso, il corteo del 15 febbraio sarà una tappa importante di una mobilitazione che ha bisogno di generalizzarsi, imponendo il tema della chiusura dei CIE a chi spera di riformarli e umanizzarli, raccogliendo il consenso di quelle componenti sociali che hanno espresso in forme diverse il rifiuto di strutture detentive in cui le persone sono private della libertà personale senza aver commesso alcun crimine. É una sfida non da poco, che il movimento deve saper raccogliere. Anche perché, su questo tema specifico, a partire da storie e percorsi soggettivi differenti abbiamo condiviso – dentro il movimento e oltre, con numerose associazioni e singoli che lavorano quotidianamente con i migranti e ne conoscono bene le condizioni materiali di esistenza – la rivendicazione determinata e radicale della chiusura di Ponte Galeria e di tutti i CIE.

Sappiamo infine che la chiusura dei CIE è necessaria ma non sufficiente a garantire diritti e libertà per tutti. Pensiamo debba essere un punto di partenza da cui iniziare a trasformare radicalmente il complesso sistema di governo delle migrazioni e di produzione di clandestinità, ricatti e sfruttamento. Un sistema che trova le sue basi nello stretto rapporto tra soggiorno regolare e lavoro previsto dal Testo Unico sull’Immigrazione, nelle normative europee funzionali a filtrare e differenziare i movimenti dei cittadini dei paesi terzi verso e dentro lo spazio Schengen, nelle pratiche criminali di contrasto alle migrazioni attraverso l’esternalizzazione dei controlli di frontiera.

Chiudere i CIE, aprire le frontiere, garantire diritti e accoglienza per tutt*: con queste parole d’ordine ci prepariamo a scendere in piazza il 15 febbraio, in aperta sintonia e condivisione con il corteo che il giorno successivo sfilerà davanti al mega-CARA di Mineo. L’appuntamento è alle 15 di fronte al centro commerciale Parco Leonardo (fermata del trenino Parco Leonardo).

Dinamo Press
12 02 2014

"Di nuovo, in Europa la xenofobia è alimentata da questioni di natura sociale ed economica e di nuovo il nemico da colpire è colui che è chiamato a rappresentare, a costo della propria sussistenza e della propria dignità, il fallimento delle politiche economiche liberiste degli ultimi decenni"

«La Svizzera dice di no all’immigrazione di massa, bravi!»: lo scrive su twitter la leader del Front National francese, Marine Le Pen. «Bene. Presto un referendum anche in Italia promosso dalla Lega». Così il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, commenta l’esito del referendum. (Il secoloXIX, 9 febbraio 2014)
Gli svizzeri hanno approvato il referendum "contro l’immigrazione di massa" promosso dal partito di destra antieuropeista dell’Unione democratica di centro (Udc/Svp) e dalla Lega Ticinese: i sì hanno raggiunto il 50,3%. L’iniziativa referendaria chiede la reintroduzione di tetti massimi e contingenti per l’immigrazione di stranieri in territorio svizzero, compresi i transfrontalieri (60 mila in tutto, soprattutto italiani). A fondamento del referendum l’insofferenza dilagata negli ultimi anni, nei confronti degli “effetti collaterali” dell'afflusso di manodopera europea – accentuata dalla crisi economica – come il dumping salariale [cioè la tendenza a comprimere i salari e a peggiorare le condizioni lavorative], la pressione sugli impieghi, l’aumento degli affitti, i trasporti sovraffollati, la carenza di strutture.

Di nuovo, in Europa la xenofobia è alimentata da questioni di natura sociale ed economica e di nuovo il nemico da colpire è colui che è chiamato a rappresentare, a costo della propria sussistenza e della propria dignità, il fallimento delle politiche economiche liberiste degli ultimi decenni. Di nuovo, il confine, la frontiera, il divieto di circolazione vengono utilizzati come dispositivi assoluti di inclusione ed esclusione.

In Italia siamo avvezzi alle esternazioni della Lega e al trionfo delle dicerie populiste “i migranti ci rubano il lavoro” e, purtroppo, siamo anche testimoni della capacità di una definizione allarmistica di diventare oggettiva, e quindi dominante. Proprio per questo dovremmo guardare questi risultati elettorali “di confine” che coinvolgono molti lavoratori italiani in terra straniera con particolare interesse.

Nel nostro paese la politica della competitività sulla contrazione dei costi (e dei diritti), inscindibile dalla precarizzazione della nuova forza lavoro giovane e immigrata, non solo non produce crescita economica, ma ha provocato un evidente espansione del bacino di lavoro precario quando non irregolare o fortemente sfruttato in cui sono incappati, ovviamente, i lavoratori immigrati. La possibilità di accedere a forza lavoro a basso costo e “sommersa” ha infatti enfatizzato e accresciuto la concorrenza sleale tra le imprese, l’evasione fiscale e contributiva, ma ha anche raggiunto un risultato più drammaticamente rilevante: ha inasprito la cosiddetta “guerra tra poveri”, confondendo i responsabili delle condizioni materiali soggettive e generando fenomeni allarmanti. Tra tutti basta citare il “movimento dei forconi” e la sua pericolosa deriva populista e reazionaria.

Le politiche migratorie italiane dell’ultimo ventennio, dalla Turco Napolitano alla legge Bossi Fini, hanno determinato all’interno di un mercato del lavoro permantemente in crisi, condizioni di lavoro peggiori, segregazione occupazionale, forti differenziali retributivi e dunque anche in Italia un pericoloso effetto dumping salariale e sociale. Tali politiche, completamente dipendenti dalle direttive europee (e/o dalle carenze in materia di asilo e accoglienza), sono l’evidenza del fallimento del “divieto di entrata”. Questo ha prodotto soltanto un complesso di meccanismi che selezionano e distinguono lo status giuridico dei migranti che comunque continuano a entrare nello spazio Schengen, alla faccia di proibizioni e divieti. Migranti che attraverso questo sistema sono diventati merce di scambio nei rapporti di politica internazionale e di negoziazione economica. Come più volte è stato affermato in passato, in barba ai confini e alle ipocrisie istituzionali, i migranti hanno costituito “le cavie” da laboratorio per la messa a punto di dispositivi che non guardano più al colore della pelle nel momento in cui è in gioco l’espulsione dal mercato del lavoro o l’accesso a diritti e servizi.

L’esito della consultazione svizzera rischia sì di mettere in pericolo gli accordi di libera circolazione con l’Unione Europea, la maggior parte dei quali dovranno verosimilmente essere rinegoziati, ma in gioco c’è molto di più. Basta guardare al quadro alquanto eterogeneo descritto dagli ultimi dati Eurostat sull’Immigrazione Europea: un quadro che afferma la coesistenza di nuovi scenari accanto alla persistenza di quelli vecchi attraverso la contrapposizione tra le crescenti migrazioni interne (giovani e meno giovani) e il consolidamento di quelle più tradizionali dai paesi terzi.

Come sempre, tocca ai migranti, ai movimenti, ai lavoratori precari che pagano quotidianamente le conseguenze della crisi economica, affermare un diritto di circolazione e di movimento che non sia risultato di “due pesi e due misure”, di confini interni o esterni, di selezione all’origine della forza lavoro, quanto piuttosto del diritto universale di tutti e tutte a transitare e risiedere nello spazio europeo con uguali diritti.

In Italia, diventa sempre più urgente la chiusura di tutti i Centri di Identificazione ed Espulsione e l’abolizione della Legge Bossi Fini e del “pacchetto sicurezza”, voluto da un precedente ministro degli Interni che, non a caso, anima il partito che guarda la Svizzera di oggi ipotizzando un referendum analogo in Italia.

Dinamo Press
11 02 2014

Si moltiplicano a Roma, dall'università ai territori, i momenti di approfondimento e discussione di un movimento meticcio, che vuole chiudere i Cie e rompere le mura della Fortezza Europa.


Si comincia martedì 11 alle 16,00 alla Facoltà di Sciene Politiche della Sapienza, con un incontro intitolato "Contro i lager di Stato la nostra Europa non ha frontiere", a cui parteciparenno Francesca De Masi, della cooperativa sociale BeFree che si occupa di violenza, tratta e discriminazione, Salvatore Fachile dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, Serena Chiodo della Aps Lunaria, che ha contribuito al dossier "Costi disumani", che denuncia il costo delle politiche di contrasto all'immigrazione irregolare e dei respingimenti. A seguire aperito e proiezioni.

Al Csoa Sans Papier giovedì 13 dalle 19,00 una serata "Da Lampedusa a Ponte Galeria", per continuare a discutere della Carta di Lampedusa stilata sull'isola simbolo delle stragi di migranti nel Mediterraneo dal 31 gennaio al 2 febbraio scorsi. Alle ore 20,30 sarà presentato il reportage realizzato proprio dal Csoa Sans Papier durante i giorni del meeting. Venerdì 14 al Csa Astra 19 verrà invece presentato il documentario "EU013 l'ULTIMA FRONTIERA", con la presenza degli autori Alessio Genovese e Raffaella Cosentino. Il documentario si sessanta minuti è girato nei Cie e nei Cara della nostra penisola e lungo le frontiere italiane.

Sabato 15 febbraio chiudiamo Ponte Galeria, appuntamento ore 14,00 a Piazzale Ostiense ore 15,00 a Piazzale Caravaggio (Parco Leonardo)

Chiudiamo Ponte Galeria

Dinamo Press
04 02 2014

Il 15 febbraio i movimenti in corteo per chiudere il lager di stato di Ponte Galeria, il 5 febbraio assemblea pubblica al Nuovo Cinema Palazzo ore 17,00

CHIUDIAMO PONTE GALERIA

Mai più CIE – Diritti e accoglienza per tutti

Sabato 15 febbraio 2014 corteo al Centro d'Identificazione ed Espulsione di Roma-Ponte Galeria

Dopo le mobilitazioni dell’autunno per casa e reddito, la Roma Meticcia è tornata in piazza il 18 dicembre. Un corteo numeroso e determinato ha attraversato le strade della capitale nella “giornata internazionale dei migranti” per chiedere una legge organica che garantisca il diritto d’asilo, la chiusura dei CIE, un’accoglienza dignitosa contro il business delle cooperative a partire dal diritto all’abitare e l’abrogazione di tutti i provvedimenti legislativi in materia di immigrazione che minano la libertà e il diritto di scelta delle persone a muoversi e risiedere dove meglio credono. La mobilità transnazionale dei migranti sfida infatti le politiche neoliberali di austerity e confinamento, ponendo il tema della costruzione di un nuovo modello sociale, di una diversa modalità di vita in comune, che forza gli angusti confini degli stati nazionali ed al tempo stesso le retoriche bipartisan dell’accoglienza e del multiculturalismo.

Mentre da piazza del Popolo qualche “forcone” rivendicava una “soluzione italiana” alla crisi, noi affermavamo con determinazione che “le lotte contro l’austerità non hanno frontiere”. Pochi giorni dopo in diversi nodi decisivi del sistema di governo dei flussi migratori esplodevano proteste auto-organizzate. A Mineo, nel CARA più grande d’Italia, i richiedenti asilo riprendevano la mobilitazione contro le condizioni di vita indegne e i tempi di attesa infiniti. A Lampedusa, i migranti intrappolati sull’isola e trattati come animali nel Centro di Prima Accoglienza chiedevano dignità e il trasferimento immediato. A Ponte Galeria, numerosi reclusi si cucivano la bocca e iniziavano uno sciopero della fame contro una detenzione ingiusta e illegittima e per la liberazione di tutti i migranti imprigionati nei Centri di Identificazione ed Espulsione.

Anche nel dibattito politico le questioni connesse con le migrazioni e con il carattere meticcio della nostra società sono all’ordine del giorno dall’inizio dell’autunno appena trascorso. Da una parte, la Lega Nord e le formazioni neofasciste continuano a usare il colore della pelle di un ministro per promuovere una campagna razzista e dare visibilità alle posizioni anti-immigrati. Dall’altra, dopo ogni nuova strage in mare o "scandalo" sulla gestione dei CIE, i partiti di governo si lanciano in false dichiarazioni d’intenti, senza avere in realtà intenzione di modificare le politiche di controllo dell’immigrazione, se non in senso peggiorativo o per operazioni di facciata. La questione del reato di clandestinità e l’emendamento ipocrita appena approvato al Senato sulla materia ne sono l’ultima dimostrazione.

In questo contesto, crediamo necessario mobilitarci per rivendicare dal basso una radicale trasformazione delle leggi che governano la vita di migliaia di cittadini migranti. In continuità con le proteste degli ultimi mesi dentro e fuori i CIE, chiediamo l’immediata chiusura di questi lager, dove migliaia di persone vengono detenute senza aver commesso alcun reato, dove i diritti fondamentali vengono calpestati quotidianamente. I CIE costituiscono uno degli ingranaggi del sistema di governo dei flussi migratori, che rende la popolazione migrante illegale e ricattabile, ai fini dello sfruttamento nel/del lavoro e nella/della vita e della collocazione in un ruolo subalterno nella società. I CIE hanno un costo umano e un costo economico - di soldi pubblici - che non abbiamo più intenzione di pagare.

Al momento, oltre la metà dei CIE italiani sono stati chiusi grazie alle rivolte e alle proteste che li hanno interessati. È arrivato il momento di chiudere anche Ponte Galeria! Proprio oggi i cittadini migranti detenuti in quel luogo si sono cuciti nuovamente la bocca, ricominciando lo sciopero della fame: perché le promesse fatte dai rappresentanti delle istituzioni dopo la protesta di dicembre non sono state mantenute, perché i CIE non si possono riformare ma vanno chiusi per sempre. Vogliamo sostenere questa mobilitazione, aprendo una campagna condivisa e includente per mettere fine all’orrore di Ponte Galeria. Vogliamo farlo con i migranti auto-organizzati delle occupazioni, i movimenti per il diritto all’abitare, le reti e le associazioni anti-razziste, le comunità straniere e tutti coloro che credono che non debba esserci alcuno spazio per i CIE e per le leggi discriminatorie.

Vogliamo avviare questa campagna nel mese di febbraio, anche verso un 1 marzo di mobilitazione meticcia che non lasceremo alle passerelle dei politici, recuperandone il significato originario della partecipazione e della pratica dei diritti messa in atto dai migranti.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare a un’assemblea pubblica mercoledì 5 febbraio alle ore 17.00 al Nuovo Cinema Palazzo, per discutere insieme della campagna che ci porterà il 15 febbraio in corteo a Ponte Galeria per dire “mai più CIE” e “diritti e accoglienza x tutti”.

Reti antirazziste

Movimenti per il diritto all'abitare


#cieNO #FacciamoliUscire #RomaMeticcia


Mercoledì 5 febbraio h. 17:00

Assemblea pubblica

Nuovo Cinema Palazzo (piazza dei Sanniti 9A)

Sabato 15 febbraio h.15:00

CORTEO AL CENTRO D’IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI ROMA

#MAIPIUCIE chiudiamo Ponte Galeria

#CartaDiLampedusa, terzo giorno: le lotte

Dinamo Press
04 02 2014

Si sono conclusi ieri i lavori della Carta di Lampedusa, in un'assemblea ancora una volta molto partecipata, che si è impegnata a far vivere concretamente nei territori i principi affermati in questo sforzo collettivo. Un'assemblea che ha ospitato una pluralità di voci, per cultura politica e storia, che hanno affermato e arricchito il senso e la sfida della scrittura della Carta.

La giornata è iniziata con le donne e mamme dell'isola di Lampedusa che ogni giorno sono costrette a lottare, lontane dai riflettori, per ottenere servizi fondamentali quali l'educazione dei bambini e l'assistenza sanitaria di base, proprio su quest'isola ormai nota in tutto il mondo per la capacità di accoglienza dimostrata. E' stata poi la volta dei familiari dei giovani tunisini dispersi in mare, seguiti da un fiume di interventi serrati che hanno ribadito l'importanza della convergenza delle lotte dei migranti, dei lavoratori, di chi si batte per un'Europa dei diritti contro quella dei confini e dell'austerità. La data del 1 marzo è stata individuata, anche a livello transnazionale, come momento comune in cui far vivere la Carta di Lampedusa in tutti i territori, per sottrarre questa data a passerelle politiche, ipocrisie istituzionali e false promesse.

Da ieri è partita poi la sfida per raccogliere in tutta Europa almeno un milione di adesioni alla Carta, che dovrebbero costituire il corpo delle battaglie concrete per la libertà e i diritti dei migranti. Tra tutti la libertà di circolazione e di movimento tra le due sponde del Mediterraneo e in tutta Europa.

Infine molti gli appuntamenti presentati e già in costruzione a testimonianza della ricchezza di questi tre giorni. Tra le proposte, le piú imminenti: la manifestazione per la chiusura del CIE di Ponte Galeria a Roma il 15 febbraio e al Cara di Mineo il 16. Per il mese di marzo la proposta di rivedersi per dare continuità al processo messo in moto in questa tre giorni.


Leggi la Carta di Lampedusa

#CartaDiLampedusa, secondo giorno: la carta

#CartaDiLampeduasa, primo giorno: l'isola

¡Mi Bombo Es Mio!

Dinamo Press
31 01 2014

Contributo dal laboratorio d'inchiesta su corpi e desideri di Esc_Atelier - #IoDecido verso la mobilitazione internazionale del 1 febbraio.

Ha fatto il giro del mondo e dei social la notizia che in Spagna siamo piombati di nuovo nell'oscuro Medioevo. Con la vistosa differenza che nel Medioevo era possibile esercitare il controllo sul proprio corpo e sul parto[..] mentre nella società attuale il corpo e il parto diventano oggetto passivo del controllo economico e statale.

Veniamo ai fatti: il Ministro Gallardón attraverso un disegno di legge, sostenuto con entusiasmo dal partito di Rajoy, cercherà di cancellare con un colpo di spugna i diritti di migliaia di donne spagnole, marcando un passo indietro non solo rispetto alla legge del 2010, ma persino a quella, già restrittiva, del 1985.

La proposta della Ley del Aborto limita la possibilità di abortire a due soli casi: la violenza sessuale, e il comprovato rischio per la salute psichica e fisica della donna. Nel testo non si fa alcun riferimento ai casi di grave malformazione del feto e si obbligano le minorenni a richiedere il consenso dei genitori. Al di fuori di questi casi scegliere di abortire sarà un reato.

In Europa la situazione – per i 18 paesi in cui è possibile abortire– è grossomodo omogenea e il termine limite per praticare un aborto è fissato a 12 settimane. Con delle vistose eccezioni, se si considera il caso maltese per cui l'aborto viene considerato tutt’oggi un reato perseguibile con il carcere o quello olandese, che estende invece il termine limite a 24 settimane per gravidanza indesiderata. E con delle significative differenze, se si pensa che la pratica abortiva più diffusa in Francia è quella farmacologica e che, al contrario, in Italia la sperimentazione della RU486 è stata prima approvata e poi duramente osteggiata dalle politiche regionali.

Vogliamo ripartire da una campagna, mutuata sulle parole d'ordine spagnole: #PorqueYoDecido! #MiBomboEsMio!

Farlo non significa solamente esprimere solidarietà. Italia e Spagna hanno molto in comune: la pesante ingerenza di una cultura cattolica, la misoginia di cui essa è portatrice; l'attacco alla sanità pubblica sistematicamente definanziata, smantellata nelle strutture e nei servizi, in cui si distingue legislativamente tra cittadini meritevoli di cure e migranti che possono anche morire in silenzio.

In Italia la situazione in tema di IVG è durissima e in costante rischio di peggioramento: la legge 194, frutto di una conquista delle donne e che formalmente garantisce la possibilità per le donne di scegliere e di abortire viene quotidianamente svuotata di senso, resa inefficace dalle politiche governative e dal numero abnorme dei medici obiettori (in Lombardia, Basilicata, Molise e Sicilia il numero degli obiettori supera l'80%, mentre nel Lazio si va oltre il 90%). L'obiezione di coscienza sull'aborto garantisce la carriera di molti medici, diventa misura del ricatto, cattiva abitudine che si insinua lentamente nelle pratiche correnti degli ospedali nostrani e che rallenta e di fatto impedisce a centinaia di donne di poter scegliere per sé. Non a caso, di fronte agli ostacoli e alle umiliazioni che ogni donna deve subire, in Italia sta tornando a crescere il numero degli aborti clandestini e “fai-da-te”, fatti in casa con mezzi impropri, che portano a seri rischi per la vita delle donne.

Leggi che restringono la libertà di scelta, come quella spagnola, o rese impossibili nell’applicazione, come quella italiana, non portano a un minor numero di aborti, ma a più aborti clandestini e insicuri.

Scegliere (e avere la possibilità) di abortire in modo legale, sicuro, gratuito è un diritto fondamentale per tutte le donne, così come usufruire liberamente e gratuitamente di tutti i dispositivi medici di prevenzione e contraccezione (condom, pillola contraccettiva, pillola del giorno dopo). Crediamo che una maggiore consapevolezza si raggiunga anche attraverso il maggiore e continuo finanziamento di politiche informative e scientifiche sulla salute sessuale e sulla contraccezione.

Ed è proprio questo che vogliamo: più informazione, diritto alla salute e accesso alla sanità gratuito.

Come se ve ne fosse bisogno, oggi ci troviamo a dover riaffermare che le donne non sono soggetti deboli da sottoporre al paternalismo statale, né contenitori per finalità altre, né merce di scambio per trattative ed equilibri politici. Siamo soggetti pensanti con capacità di scegliere e autodeterminarsi!

Il 1 febbraio in tutta Europa si terranno manifestazioni in solidarietà con la Spagna, per affermare che per tutte le donne l'aborto deve essere legale, sicuro, gratuito e praticabile!

Esc_Infosex

Chiudiamo Ponte Galeria... ora!

Dinamo Press
27 gennaio 2014

E' riesplosa la protesta nel Cie romano di Ponte Galeria: tredici migranti si cuciono la bocca e iniziano lo sciopero della fame. Il 15 febbraio i movimenti in corteo per chiudere il lager di stato, il 5 febbraio assemblea pubblica al Nuovo Cinema Palazzo.

Turchia, due giorni di protesta due paesi

Dinamo Press
21 01 2014

Piazze piene contro la nuova legge liberticida del governo Erdogan che mette nel mirino internet e per chiedere verità e giustizia per l'omicidio del giornalista Hrant Dink, a sette anni dall'assassinio.

Sabato sera le vie del centro di Istanbul sono tornate campo di battaglia: a scatenare la guerra questa volta una nuova legge su internet in discussione al parlamento. Il progetto di legge stabilisce un controllo più severo dei contenuti del web, limitando l’accesso ai siti di condivisione di filmati e dando al governo il potere di ottenere le attività di ogni utente conservate per due anni. In base a queste nuove disposizioni, giustificate dalla necessità di tutelare i minori e oscurare le pagine che incitano all’odio razziale, etnico o religioso, il governo potrà ordinare la chiusura di una pagina web senza l’ok previo della magistratura e il server che la ospita dovrà oscurarla entro quattro ore. Le aziende che ospitano i siti web dovranno poi aderire a un nuovo organismo, “l’Unione dei provider”, sottoposto al controllo del ministero delle Telecomunicazioni e quello dei Trasporti che terrà una banca dati delle pagine visitate da tutti gli utenti turchi negli ultimi due anni.

Provvedimenti che rappresentano un’ulteriore restrizione alle libertà individuali, una tomba per attivisti e la censura della libera informazione. Insorgono i partiti d’opposizione, che leggono un’iniziativa del genere alla luce della necessità di limitare la diffusione delle notizie sullo scandalo che ha travolto il governo a pochi mesi dalle elezioni, insorge anche la Confindustria turca, che parla apertamente di rischio censura, e insorgono naturalmente i cittadini turchi, che a migliaia sabato si sono radunati in diverse città del paese. A Istanbul le circa duemila persone che in forma spontanea hanno confluito a piazza Taksim, appena aperti gli striscioni e subito dopo i primi slogan vengono accerchiate e respinte con scudi e “toma”, gli ormai famosi blindati dotati di cannoni ad acqua. Ma la gente non ci sta, da punti diversi dell’enorme piazza e da Corso Istiklal partono altri slogan, cortei, fischi, si cerca di aggregarsi, di far sentire il proprio dissenso. E’ sabato sera, in pieno centro, nell’ora di punta , migliaia di persone passeggiano o sono sedute ai tavoli esterni in quest’ inverno tiepido che assomiglia di più alla primavera, e in pochi minuti le strade si trasformano in campo di battaglia: rimbombano gli scoppi dei gas lacrimogeni, ruggiscono i motori dei blindati lanciati a tutta velocità, si alzano le fiamme dalle barricate, scroscia l’acqua dagli idranti, forze di polizia si spostano a frotte da un punto all’altro, scoppiettano le pallottole di gomma, si vedono trascinare via i primi arrestati, la gente si piega sotto i gas, arrivano le prime ambulanze. La resistenza dura alcune ore, si sposta in diversi punti di Istiklal, che per l’ennesima volta vedo ricoperta di acqua e di bossoli di lacrimogeni, con la pavimentazione divelta e i resti delle barricate in fumo. Mi chiedo: e domani?

Domani sembra un altro paese, la Turchia in cui manifestare è possibile, un paese che fa i conti con i propri scheletri nell’armadio. Sono passati 7 anni da quando Hrant Dink, giornalista e scrittore turco di origine armena, viene assassinato con tre colpi di pistola alla gola a Istanbul, davanti alla sede del suo giornale Agos. La mano che premette il grilletto fu quella di un ultra-nazionalista turco ai tempi ancora minorenne, ultimo anello di una catena molto ramificata sulla quale non è mai stata fatta luce. Per il paese fu uno shock, in centomila accorsero ai suoi funerali e a tutt’oggi la sua commemorazione è uno degli appuntamenti più sentiti dal popolo turco. La richiesta di giustizia per questo delitto incarna il desiderio di un paese di proseguire sul cammino della democrazia e della libertà, superando le divisioni e mettendo fine alle violenze. In migliaia anche domenica 19 gennaio quindi, hanno sfilato in corteo da Piazza Taksim al luogo del delitto, composti e commossi, chi portando fiori, chi cantando, chi piangendo, chi urlando, chi ascoltando con attenzione gli interventi dalla testa del corteo. Imponente lo spiegamento di forze di polizia, disposti ovunque in tenuta antisommossa, decine e decine di blindati collocati sin dalla mattina a presidiare l’intero percorso del corteo, ma questa volta non avvengono scontri, le persone incredibilmente possono radunarsi e sfilare, unirsi nei cori, agitare bandiere e striscioni dall’inizio alla fine. Questo accade nonostante inevitabilmente sulla commemorazione convergano anche le ragioni delle proteste che hanno attraversato la Turchia da quest’estate, che serpeggiano tra gli slogans e sui cartelli, mentre assieme alle tante foto di Hrant spiccano anche quelle di Ethem, Abdullah, Ali Ismail, Ahmet, Mehmet, le giovani vittime della violenza utilizzata dal Governo durante le proteste di Gezi Park.

“Domani” sembra davvero un altro paese.

Dinamo Press
09 01 2014

Quarto giorno di sciopero dei richiedenti asilo, mentre il Parlamento continua ad essere sordo alle richieste dei migranti.

Leggi la lettera degli organizzatori della March for Freedom dal carcere di Saharonim (traduzione di DINAMOpress).

Il quarto giorno di sciopero dell'intera comunità dei richiedenti asilo in Israele è stato un nuovo successo per partecipazione e determinazione. In 20.000 si sono ritrovati nel parco di Gan Hvradim, a ridosso del Parlamento di Gerusalemme. Lo stesso luogo dove meno di un mese fa 150 richiedenti asilo erano stati arrestati dopo aver marciato per 3 giorni dalla prigione di Holot, nel deserto del Neghev, fino ad una Gerusalemme coperta di neve. Oggi, quei 150 uomini hanno scritto una lettera dalla prigione di Saharonim, dove sono rinchiusi, per far sapere che da domenica sono in sciopero della fame in solidarietà con la lotta di questi giorni.

Per portare tutti gli scioperanti da Tel Aviv a Gerusalemme non sono bastati gli 85 pullman organizzati ieri durante la notte e pagati di tasca propria dai manifestanti. Non è bastato che questi pullman facessero due volte il tragitto Tel Aviv-Gerusalemme.

Almeno 5.000 persone sono state costrette a rimanere a Levinsky Park, dove hanno continuato a discutere in assemblea.

Soltanto da Tel Aviv, dunque, sono arrivate oltre 10.000 persone, a cui se ne sono aggiunte tantissime altre da Gerusalemme e dalle diverse città d'Israele.

La comunità si è dimostrata anche oggi determinata ad andare avanti ad oltranza, fino a quando non saranno accettate le sue rivendicazioni: libertà per i detenuti, fine delle leggi razziste e rispetto del diritto internazionale per i richiedenti asilo.

Dalla coalizione di governo continuano ad arrivare proclami d'odio e il presidente della Knesset (Yuli Edelstein, lo stesso che ha rappresentato Israele ai funerali di Mandela) ha rifiutato di accogliere i richiedenti asilo che volevano consegnare una lettera, giudicandola una provocazione che avrebbe disturbato i lavori parlamentari.

Luca Magno Giansandro Merli

facebook