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DINAMO PRESS

Amburgo, instaurato il coprifuoco

Dinamo Press
08 01 2014

Cosa sta accadendo in questi giorni nella città tedesca? Dopo le manifestazioni in difesa del Rote Flora, i progetti di gentrification e le mobilitazioni dei migranti, pesantissime limitazioni alla libertà di manifestare.

Amburgo è la seconda città della Germania, e il secondo porto di tutta Europa. Una città con una grande tradizione di conflitti operai, a cominciare dai lavoratori del porto, e dagli anni '80 al centro della scena dei nuovi movimenti giovanili e autonomi.

Nelle ultime settimane Amburgo è stata attraversata da conflitti radicali che hanno invaso le strade per diversi giorni consecutivi. Prima i migranti richiedenti asilo di "Lampedusa ad Amburgo" e il movimento che gli si è sviluppato attorno, con manifestazioni, occupazioni e la resistenza alle deportazioni; poi la mobilitazione in difesa di Rote Flora, un teatro occupato dal 1989 che ora rischia di finire all'asta con il conseguente sgombero, culminata con una imponente manifestazione e duri scontri lo scorso 21 dicembre. Alla mobilitazione della Rote Flora si è sommata poi quella contro un'imponente progetto di gentrification nel quartiere di St. Pauli dove dovrebbero essere abbattuti centodieci appartamenti.

La polizia ha giustificato la creazione di una amplissima "dangerous zone", con due attacchi verificatisi alla stazione di polizia di Davidswache, almeno uno dei quali inventato di sana pianta secono gli attivisti.

Dentro questa amplissima zona rossa di fatto è impedita qualsiasi possibilità di manifestare o riunirsi, i controlli sono sommari e continui contro chiunque le forze dell'ordine ritengono "pericoloso". Per protestare contro la "dangerous zone" manifestazioni si sono svolte il 5 e il 6 gennaio: in piccoli gruppi gli attivisti si sono riuniti all'interno della zona interdetta alle manifestazioni portando striscioni e urlando slogan. Il bilancio è di decine e decine di fermi, alcuni dei quali tramutatisi in arresto.

Nella Germania che impone l'austerità in Europa non è più possibile manifestare liberamente.

Dinamo Press
08 01 2014

I migranti in lotta sono determinati a proseguire la mobilitazione fino a quando il governo non accetterà le loro rivendicazioni, mettendo fine alle leggi autoritarie e razziste a cui sono sottoposti rifugiati e richiedenti asilo in Israele.

Leggi l'appello alla mobilitazione e al sostegno internazionale (trad. italiana di DINAMOpress)

Continua la lotta dei richiedenti asilo africani di Israele, determinati a proseguire fino a quando il governo non accetterà le loro rivendicazioni. Intanto varie associazioni israeliane dei lavoratori, come quella degli albergatori e della ristorazione, si sono schierate a fianco degli scioperanti.

Dopo le mobilitazioni di massa dell’altro ieri, con il corteo dei 30000 confluito in una Rabin square stracolma, e di ieri, davanti agli edifici delle principali istituzioni internazionali e delle ambasciate americana e di i molti Paesi europei, la giornata di oggi è stata segnata da una grande assemblea e poi da una conferenza stampa.

I manifestanti si sono riuniti a Levinsky Park, piazza simbolo della protesta, per discutere su come proseguire la mobilitazione. Numerose forze di polizia, con cavalli e tank pieni di skunk water presidiavano la piazza. Durante l'assemblea, che durerà tutto il giorno, e' stata annunciata una nuova marcia verso Gerusalemme. Moltissimi sono stati gli interventi dei richiedenti asilo e di solidarietà, tra cui quello molto sentito di Reuven Abergel, che negli anni 70 militava tra le pantere nere israeliane: “Voi siete rifugiati, se andrete in prigione, io vi raggiungerò”

La conferenza stampa, ospitata in uno spazio della comunità eritrea, non conteneva tutti i media presenti. Mulugeta, richiedente asilo eritreo, ha ricordato come siano state le politiche israeliane di arresti di massa e di durata indefinita ad averli costretti ad una decisione tanto difficile e gravosa come lo sciopero ad oltranza. I loro lavori erano gia' duri e mal pagati, la loro comunità gia' povera, ma hanno sentito di non avere scelta. Chiede che il governo la smetta di mentire alla popolazione e di istigare odio e paura verso di loro. Chiede che gli sia data una possibilita', almeno fino a quando non sara' possibile per lui tornare a casa in sicurezza.

Zemhret, anch'egli eritreo e da 6 anni in Israele, chiede che il governo cessi gli arresti di massa e liberi i fratelli nelle prigioni in mezzo al deserto. Ricorda come in queste prigioni siano in 130 a condurre uno sciopero della fame e come questi non abbiano accesso all'assistenza medica. Moussa viene dalla Repubblica Centraficana ed e' in Israele da anni. Spiega perche' ora si rivolgono alla comunita' internazionale: il governo israeliano continua, infatti, a sostenere di garantire I diritti umani, continua a dire che in Holot hanno cibo e acqua, “ma che cosa ne e' della liberta' e della giustizia. Cosa ne e' del nostro futuro?” L'appello alle NU e alla sua agenzia per I rifugiati e' forte, chiede che non restino ancora a guardare mentre il governo di Israele continua ad umiliarli, “we have no time to wait”.

Sumaya viene dal Darfour. Secondo lei “la lotta e' stata la migliore scelta possibile. Abbiamo anche mostrato di essere una comunità che rispetta la legge”. E' stato nel momento in cui hanno visto i propri fratelli marciare dalle prigioni nel deserto verso Gerusalemme che hanno capito che il momento di agire era giunto. “Non abbiamo leader, tutti insieme abbiamo deciso di muoverci...Sappiamo di non essere soli, in tutto il mondo ci stanno supportando. Noi non chiediamo molto, solo che Israele rispetti I trattati internazionali che ha firmato, che venga a controllare se siamo rifugiati, o no, che guardi cosa sta succedendo in Sudan ed in Eritrea. Israele e'stato tra i primi a firmare la Convenzione sui rifugiati negli anni 50. Se non vogliono rispettarla, che rimuovano la firma dal trattato.”

Alla domanda se hanno guardato alla storia del genocidio degli ebrei prima di venire qui rispondono: “Si, certamente, ma quello che abbiamo trovato non ha nulla a che fare con l'ebraismo, questo governo non ha nulla a che fare con l'ebraismo”.

Dal canto suo, il governo non sembra disposto a cedere su nessun punto. Il primo ministro ha ribadito la linea dell’esecutivo, secondo cui i manifestanti non sono rifugiati (nonostante la maggior parte provenga da Paesi sconvolti da conflitti interni, come l’Eritrea, il Sud Sudan e il Darfour) ma “infiltrati africani”, cioè migranti economici in cerca di lavoro che non hanno diritto a vivere in Israele. Oltre a respingere le richieste dei manifestanti, il governo ha anche deciso di infischiarsene delle decisioni dell’Alta Corte di Giustizia, che ha recentemente condannato le misure legislative che riguardano le forme, i tempi e le procedure di detenzione, dichiarandole contrarie al diritto alla libertà individuale e alle leggi fondamentali dello Stato di Israele.

Il governo è estremamente preoccupato ed è intenzionato a tenere il pugno di ferro perché il significato della lotta dei richiedenti asilo africani va oltre le richieste di riconoscimento della protezione internazionale e di garanzia dei diritti, ma riguarda lo stesso futuro di Israele, in bilico tra opposte possibilità. Quella di uno Stato multiculturale in cui anche i non ebrei possano godere di diritti e libertà, o quella di uno stato monolitico dal punto di vista religioso e razziale, determinato a inseguire la propria sicurezza interna attraverso il genocidio dei palestinesi e la deportazione di tutti i migranti africani.

Per il 22 gennaio, i richiedenti asilo hanno lanciato un appello alla mobilitazione internazionale a sostegno della loro lotta, invitando a manifestare davanti alle ambasciate e ai consolati israeliani per aumentare la pressione sul governo di Netanyahu

 

Diaz, il senso di giustizia dello Stato

DinamoPress
04 01 2014

La violenza di Stato durante il g8 del 2001 è impressa nella coscienza di milioni di uomini e donne, al di là delle sentenze dei tribunali: "Il punto è che Genova non è finita perché per Jimmy, Marina, Fagiolino e Luca non è ancora finita".

Già sono stati scritti fiumi d'inchiostro in questi giorni sulle condanne ai domiciliari, tredici anni dopo, dei super poliziotti Spartaco Mortola, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri per la mattanza alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 a Genova.

Vale la pena ribadire alcune cose sottolineate in ordine sparso in questi giorni. Prima di tutto la mitezza della pena (non che siano le condanne in tribunale a scrivere la "sentenza" della storia e la coscienza diffusa sulle vicende del g8 genovese): otto mesi di domiciliari per Spartaco Mortola, da dirigente della Digos di Genova a questore dal pugno di ferro a Torino, un anno per Giovanni Luperi, ex dirigente Ucigos nel 2001 ora pensionato, nonché per Francesco Gratteri, terza carica della poliza italiana. Non può poi che balzare l'ennesima volta agli occhi la folgorante carriera di tutti gli uomini coinvolti nella gestione dell'ordine pubblico genovese, nonostante le inchieste e i giudizi di ogni tipo di organismo internazionale in difesa dei diritti umani. In ultimo le motivazioni della sentenza: i giudici hanno rifiutato le misure alternative a questi fedeli servitori dello Stato perché questi non si sono mai pentiti, non hanno mai risarcito, neanche parzialmente, le vittime massacrate di botte e torturate.

Di fatto la "macelleria messicana" avvenuta alla Diaz non avrà mai dei veri responsabili, certo qualche uomo con il manganello e lo scudo è stato condannato a pene lievissime, alcuni alti papaveri ormai a fine carriera sono stati condannati per lesioni gravi e per aver dichiarato il falso, ma la catena di comando e le responsabilità politiche rimangono fuori dalle sentenze. Ecco perché questi uomini sono stati sempre promossi e trattati come "fedeli e indispensabili servitori", come sono stati a più riprese definiti.

L'impunità sostanziale dell'operato delle forze dell'ordine non riguarda solo il g8 genovese ma tutti quei casi di malapolizia che abbiamo denunciato in questi anni, senza bisogno di fare il triste elenco in questa sede degli omicidi in strada, nelle carceri, delle violenze nelle caserme, nei commissariati, nei Cie.

Poi c'è l'altra faccia della medaglia. I processi ai manifestanti condannati a pene durissime grazie a un reato da ancien regime, devastazione e saccheggio, eredità del Codice Rocco, che punisce con pene altissime reati contro la proprietà o addirittura la sola "compartecipazione psichica" ai fatti di piazza. Questo è il punto: Genova non sarà finita non fino a quando i poliziotti saranno condannati e puniti, ma fin quando questi compagni e queste compagne non saranno fuori dal carcere. Genova non è finita perché per Jimmy, Marina, Fagiolino e Luca non è ancora finita.

E. Everhard   

Reminiscenze di Gezi

Dinamo Press
30 12 2013

In migliaia scendono in piazza in tutta la Turchia per chiedere le dimissioni di Erdogan. A Istanbul la polizia attacca.

Il livello di indignazione del popolo turco per lo scandalo corruzione che ha travolto il governo di Erdogan è alto, lo dimostrano le migliaia di persone che ieri sono tornate nelle piazze di varie città .

Ad Istanbul si è deciso, per sottolineare la gravità della situazione, di tornare a Piazza Taksim, interdetta da mesi alle manifestazioni e tendenzialmente aggirata negli ultimi appuntamenti per evitare scontri e relativo carico di feriti e arrestati. Difatti mentre ad Ankara, Izmir, Edirne, Antakia le proteste si sono potute dispiegare senza particolari problemi, puntualmente a Istanbul le forze di polizia hanno cercato di impedire lo svolgersi della manifestazione, blindando la piazza e attaccando i manifestanti. Sulla centralissima via Istiklal e le vie adiacenti per ore si sono riproposti scenari di guerra, quelli che avevamo imparato a conoscere nei giorni della rivolta di Gezi Park.

Le forze di polizia hanno utilizzato idranti, gas lacrimogeni, pallottole di gomma e fucili a salve, le sirene delle ambulanze accorse a soccorrere feriti e intossicati si confondevano con quelle dei blindati lanciati a tutta velocità su via Istiklal allo scopo di disperdere i gruppi che non desistevano. L’odore dei lacrimogeni si è addensato per tutta la sera e parte della notte nei vicoli e nei locali della Taksim notturna. Una parte dei manifestanti ha risposto erigendo barricate, lanciando bottiglie e pietre, sparando fuochi d’artificio. Il bilancio è di due feriti gravi e 31 arrestati, fra cui tre avvocati.

E’ inevitabile tornare con la mente alle giornate di Gezi Park - mentre in quei giorni si urlava “Ogni luogo è Taksim, ogni luogo è resistenza”, lo slogan ironico ma esaperato che echeggia ora nei cortei è “Ogni luogo è furto, ogni luogo è corruzione”, e la richiesta è unanime: dimissioni.

Dimissioni che non arriveranno, questo Erdogan e i suoi sono determinati a tenere duro ed arrivare in piedi all’appuntamento elettorale di marzo. Ma gli argini si sono rotti e non è detto che nei prossimi giorni altri nomi e fatti non vengano alla luce, la brace di uno scontento che dura ormai da molto potrebbe tornare a dare nuove fiammate. A differenza di alcuni mesi fa, però, nell'AKP (il partito di Erdogan) oramai è tutti contro tutti, e non è detto che regga l'urto di un'altra ondata di rivolta.

Oggi, a parte qualche tensione ad Ankara, è per il momento una giornata di commozione, dedicata alla commemorazione dei due anni dal massacro di Robosky, quando 34 civili, di cui molti bambini, vennnero uccisi da un'incursione aerea militare turca alla ricerca di militanti PKK in fuga. Una vicenda su cui non è stata fatta alcuna luce e per la quale centinaia di persone in diverse parti della Turchia stanno manifestando in questo momento. Non è detto che nelle prossime ora questa protesta non vada a sommarsi a quella antigovernativa.

Serena Tarabini

Israele. Migranti in marcia nel deserto

Dinamo press
20 12 2013

Ad una settimana di distanza dall`approvazione della nuova legge sull`immigrazione in Israele, 200 richiedenti asilo si sono messi in cammino dalle prigioni nel deserto verso Gerusalemme per chiedere rispetto e dignità per ogni essere umano.

Humans, not cancer

Sono circa 50000 gli immigrati africani in Israele, la maggior parte dei quali proviene dal Sud Sudan, dal Darfour e dall’Eritrea. Per questi uomini attraversare il Sinai é stata l’unica scelta disponibile per poter continuare a vivere. Nonostante siano arrivati con un documento dell’UNHCR ricevuto in Egitto, Israele si é sempre rifiutata di esaminare individualmente i loro casi.

Ciò nonostante il Paese sia firmatario della Convenzione dell’ONU del 1951 in materia di rifugiati. In tal modo, chi é riuscito ad entrare senza essere bloccato alla frontiera, si é ritrovato in un limbo fatto di povertà e disperazione ed é andato a popolare i quartieri meridionali di Tel Aviv già afflitti da una cronica assenza di servizi essenziali. Il cuore della comunità è diventato Levinsky park, nel quartiere Neve Sharan.

Nel 2011, proprio quando i cittadini israeliani scendevano in piazza per chiedere livelli di vita piú alti, la risposta del governo é stata un’infuocata campagna mediatica volta a demonizzare i “sudanesi”, secondo l’appellativo mainstream. Dichiarazioni irresponsabili da parte dei membri della coalizione di governo hanno definito i “sudanesi” il “cancro” della società (Miri Regev, Likud) ed hanno sostenuto che “i musulmani che arrivano qui non credono nemmeno che questo Paese appartenga a noi, all’uomo bianco” (Eli Yishai, Ministro dell’Interno). I risultati di questa campagna razziale sono stati pogrom, raid notturni, manifestazioni xenofobe ed un clima d’intolleranza diffusa nei quartieri meridionali di Tel Aviv.

Nello stesso anno é stata approvata la legge contro gli “infiltrati”, che riprende un termine contenuto in una legge del 1954 finalizzata ad evitare il ritorno dei palestinesi dopo la Nakba nel 1948. Cambiano le vittime, ma lo scopo della legge é identico: completare la pulizia etnica al fine di costruire un monolitico stato ebraico.

La legge, duramente contestata da attivisti ed associazioni dei diritti umani, prevedeva una detenzione amministrativa fino a 3 anni o in alcuni casi a tempo indeterminato. Ai migranti, arrestati alla frontiera o vittime di retate poliziesche, in carcere non é stato notificato il loro diritto di fare richiesta d`asilo, ma gli sono stati presentati dei formulari già compilati per il “rimpatrio volontario”: un biglietto di sola andata verso la morte, un’offerta che non si poteva rifiutare.

Prima di questa legge, Israele, che non ha mai emanato una legislazione interna in materia di rifugiati, non ha concesso loro la residenza, ma solo un visto a “rilascio condizionato” da rinnovare ogni 3 mesi e che proibiva loro di lavorare o di inviare soldi all’estero, costringendoli cosí a lavori in nero ed a condizioni di schiavitú.

Il 16 settembre di quest'anno, attraverso lo sforzo di un legal team, coordinato da Asaf Weisen dell’associazione Hotline for Migrant Workers, si é riusciti a far pronunciare la Corte Suprema ed a buttare giu` questa legislazione. La Corte ha giudicato la legge “sproporzionata”, nonché contraria alla Dichiarazione d'Indipendenza del 1948, la Legge fondamentale dello Stato in quanto lesiva della dignità umana e della libertà.

La decisione della Corte prevedeva il rilascio dei richiedenti asilo sotto detenzione amministrativa entro 90 giorni. Tuttavia, il 10 dicembre, il governo, anziché ottemperare alla prescrizione ed iniziare il rilascio, con un grandissimo sforzo legislativo é riuscito a far approvare, dalla Knesset una nuova legge contro l’infiltrazione illegale nel Paese. La legge prevede la detenzione amministrativa fino ad un anno e lo stanziamento per il 2014 di 440 milioni di shekel (88 milioni di euro) per aumentare la sicurezza nei quartieri meridionali di Tel Aviv (130 poliziotti in più) e la costruzione del più grande impianto di detenzione “ad hoc” al mondo - non ancora a pieno regime, se completato conterrà fino a 10000 persone.

È inoltre prevista una “ricompensa” per i migranti che decideranno di lasciare “volontariamente” il Paese. L’intento dichiarato é quello di “conservare la natura ebraica e democratica dello Stato e riportare la sicurezza tra i cittadini d’Israele”, parola del Primo Ministro Netanyahu. I soldi necessari, sono stati presi da tagli al settore pubblico.

La nuova “open facility”, Holot, adiacente al carcere di Saharonim, si trova nel mezzo del deserto del Negev. Nella nuova struttura, chiusa di notte, ma aperta di giorno, i migranti saranno liberi di uscire dalle 6 alle 22, dovendo rientrare 3 volte al giorno per firmare e non dargli la possibiltà di trovare un lavoro.“Liberi di uscire” nel bel mezzo del deserto.

Il carcere è stato reso operativo, per le prime 1000 persone, 48 ore dopo l’approvazione della legge. L’11 dicembre gli “infiltrati” sono stati tradotti nella “open facility” dopo aver passato tutti almeno 18 mesi di detenzione amministrativa in carcere. Se le autorità si aspettavano esplosioni di gioia per l’arrivo nella nuova prigione con le porte aperte sono però rimaste deluse. È subito iniziato uno sciopero della fame di massa e, passati i 5 giorni della disastrosa tempesta che ha investito il Paese, i richiedenti asilo hanno intrapreso, con una grande azione di disobbedienza civile, la “marcia per la dignità e la libertà”. La marcia ha l’obiettivo da subito dichiarato di raggiungere Gerusalemme e portare la protesta davanti alla Knesset.

Il 15 dicembre durante le 6 ore di marcia che li ha portati nella capitale del Negev, Be’er Sheva, sono stati raggiunti da alcuni attivisti, che oltre a portare scarpe, vestiti, cibo, bevande, sigarette e solidarietà, hanno offerto un buon supporto organizzativo. Dopo 6 ore di marcia i migranti hanno passato la notte nella stazione ferroviaria della città e, dopo l`arrivo della polizia, in una galleria d’arte.

Il secondo giorno di marcia, iniziato la mattina alle 8, ha percorso, in una lunga fila silenziosa e determinata, la road 40, una delle principali arterie stradali i del Paese. Prima che la polizia dell’Autorità sull’immigrazione, che scortava la marcia, potesse intervenire con gli arresti sarebbero dovute passare 48 ore. Consapevoli che il tempo loro concesso non sarebbe bastato a raggiungere Gerusalemme, i richiedenti asilo hanno accettato, intorno alle 17 di prendere degli autobus messi a disposizione per portare a termine il loro obiettivo.

Con un immenso sforzo di solidarietà sono stati accolti per la notte all’interno del kibbutz di Nach Shon, distante mezz’ora d’auto da Gerusalemme. Sono aumentati gli attivisti, é arrivato un membro della Knesset e giornalisti di ogni testata. Qui la notte é trascorsa tra cibo caldo preparato da attivisti e residenti, assemblee e poche ore di sonno. L’attesa per il giorno seguente era grande. Qualcuno ha ascoltato musica africana per tutta la notte, qualcun’altro osservava entusiasta la solidarietà espressa loro da rifugiati in ogni parte del mondo sui vari account facebook. Intanto, arrivavano con degli autobus altri richiedenti asilo usciti dal carcere di Saharonim e diversi richiedenti asilo da Tel Aviv, nonostante per questi ultimi essere lì significasse il rischio dell’arresto come per tutti gli altri.

Mubarak, dell'associazione Sudanese Refugees Organization, ha raccontato come non sia la prima manifestazione per i loro diritti. Una imponente é stata fatta nel Giugno 2012 di fronte agli uffici dell’UNHCR di Tel Aviv, l’autorità che dovrebbe occuparsi di loro. Hanno scritto una lettera a Ginevra per chiedere protezione, ma senza alcuna risposta. La disperazione oggi a Tel Aviv è ben visibile e come associazione hanno deciso di concentrare i propri sforzi sulla comunità, attivando scuole per i bambini (molti asili in Israele rifiutano i “neri”) o cercando ripari per i senza fissa dimora. La marcia ha dato loro nuovo coraggio e in molti hanno deciso di esserci e di affrontare gli arresti insieme agli altri.

La mattina del 17 Dicembre gli autobus hanno lasciato il kibbutz diretti verso Gerusalemme. La polizia presente ha avvertito che gli arresti sarebbero scattati alle ore 12. Poco prima delle 10 gli autobus sono arrivati a Gerusalemme di fronte agli uffici del primo Ministro. Quando sono scesi con i cartelli preparati durante la notte, per molti è stato difficile tr attenere le lacrime: i loro sguardi non piú carichi solo di sofferenza, scintilllavano di orgoglio per essere riusciti nell’impresa. Sanno come andrà a finire: non fa differenza in quale prigione verranno rinchiusi, se questa ha le porte aperte o meno, chiedono il riconoscimento del loro status di rifugiati, chiedono rispetto, dignità, libertà di movimento.

Chi parla al megafono si domanda come sia possibile che Israele, una nazione nata dall`arrivo di centinaia di migliaia di affamati da guerre e torture di ogni genere, gente con diverse nazionalità, lingue, colore della pelle, possa ora trattarli con tanto odio.
Forse non sanno che Israele sta cercando di costruire il primo “stato bunker” al mondo, etnicamente “puro”, una “villa nella giungla” (ex PM Ehud Barak), circondato da mura e protetto da armi di ogni tipo. Secondo Ilan Pappe, questa mentalità della società israeliana deriva dal sionismo delle origini: una società che desidera vivere murata pur di non doversi mescolare ai vicini “primitivi”, una società che pensa se stessa come parte dell’Europa e non del Medio Oriente e che la porta a relazionare se stessa con il mondo solo in termini di forza.

Freedom not prison

Scattata l’ora dell’arresto i richiedenti asilo sono aumentati, così come gli attivisti israeliani, poche decine purtroppo. La polizia non è intervenuta ed intorno alle 13 i richiedenti asilo hanno deciso di mettersi nuovamente in marcia, questa volta in mezzo alla neve, camminando sui marciapiedi per non andare contro la legge e non cadere in provocazioni. Riescono a raggiungere la Knesset.

Si fermano di fronte al palazzo e restano immobili per ore continuando ad urlare gli stessi slogan (molti non parlano l’inglese o l’ebraico e hanno imparato solo quelle poche parole durante i tre giorni). intorno alle 16 e 30 hanno visto arrivare gli autobus che li porterà in carcere. La presenza della polizia dell’ Autorità dell’immigrazione era massiccia e supportata da altri reparti. Sono stati circondati. Hanno deciso di provare a muoversi, di entrare dentro la Knesset, urlando ossessivamente “freedom, freedom”.

Hanno iniziato ad essere trascinati sugli autobus. Qualcuno piangeva, alcuni si sentivano male, altri nella giornata hanno cercato di fuggire, i piú hanno continuato a urlare “freedom, freedom”. Gli attivisti provavano ad offrire come scudi i propri corpi, ma venivano strappati e sbattuti per terra. La reazione della polizia è stata sproporzionata, arrogante, violenta. Alcuni poliziotti sono neri, ebrei di origine etiope, gli viene chiesto come fanno ad accettare tutto questo, se non si sentano coinvolti direttamente, in fondo sono stati discriminati anche loro per il colore della pelle. Lo sanno e restano impassibili.

Restano le lacrime, gli sguardi tristi dai finestrini sugli autobus che si allontanano. Resta la rabbia, tanta rabbia. Resta una lotta straordinaria.

Nella notte i richiedenti asilo sono stati portati nella vecchia progione di Sahalonim. Vi resteranno 3 mesi prima di essere nuovamente trasferiti nella “open facility” di Holot. Avevano già messo in conto di iniziare un nuovo sciopero della fame, l’ennesimo. Gli attivisti preparano per oggi un sit-in contro la brutalità della polizia alle ore 19 a Jaffa.

Quella di Israele non è solo una guerra contro i diritti umani ed i richiedenti asilo, ma è anche una guerra alla dignità, alla memoria e alla coscienza umana, un altro passo per costruire la “casa omogenea”, una persecuzione per preservare se stesso. Deportazioni, persecuzioni e abusi: è questa la vita nell’unica democrazia del Medio Oriente. Se Israele, o qualunque altro paese, pensa però che attraverso leggi, barriere, campi di detenzione, soldati e armi potrà fermare le grandi migrazioni di persone provocate dalle conseguenze dirette ed indirette delle guerre dell’Occidente, non ne ha capito la portata storica.

Il mondo di domani sarà meticcio. That’s the way it’s going to be.

Luca Magno

 

Lampedusa non ha nazione. L'Europa meticcia in piazza

Dinamo Press
18 12 2013

È il 18 dicembre e le immagini di Lampedusa stanno facendo di nuovo il giro del mondo. A soli 2 mesi dalla strage di migranti del 3 ottobre, la più grave del XXI secolo nel Mediterraneo, ancora una vergogna per l’Italia. Su quotidiani, siti e telegiornali rimbalzano le immagini di alcuni dei superstiti ai naufragi umiliati e vessati all’interno del Centro di detenzione dell’isola. Commentatori, parlamentari, ministri gridano allo scandalo. Ma di cosa si scandalizzano? Questa è la condizione diffusa a cui sono costretti i migranti nei centri di identificazione e espulsione (chiamati in alcuni casi di accoglienza!!). Questa è la condizione dei CIE che migranti, associazioni e movimenti denunciano da anni.

Il 18 dicembre, tragica ironia della sorte, è la “Giornata internazionale per i diritti di migranti e rifugiati”. Una tra le tante date del calendario che celebra con ipocrisia e per un solo giorno i soggetti sociali che durante il resto dell'anno sono vessati e ricattati nel silenzio generale.

Sappiamo bene che il 18 dicembre è anche questo: una giornata in cui coloro che hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero, diviso le nostre società per produrre nuove gerarchie e guerre tra poveri, stabilito che esistono persone illegali, prenderanno parola per mettere in mostra il loro finto lato umano, per dirsi capaci di comprendere le disgrazie delle persone più sfortunate.
Anche per questo, crediamo sia importante riempire quello spazio con i corpi, le voci e le rivendicazioni di chi tutti i giorni lotta per affermare diritti e dignità, per riappropriarsi della libertà di movimento e del diritto di scegliere dove vivere, per dire che la società che vogliamo è meticcia e non ha frontiere. Senza vittimismi e con grande passione e determinazione.

Negli incontri di Agora99 (Roma) e della Blockupy Conference (Francoforte) numerosi collettivi meticci europei e mediterranei hanno aderito alla mobilitazione del 18 dicembre, proponendo un'alternativa dal basso e conflittuale alla classica parata istituzionale.

In Grecia diversi cortei attraverseranno le principali città per reclamare la chiusura dei campi di detenzione per migranti. Quei centri che distruggono qualsiasi forma di dignità umana, impedendo il pieno riconoscimento dell’asilo politico e della libertà di movimento a uomini e donne.

In Germania, nel “cuore della bestia”, migranti, rifugiati e cittadini europei scenderanno in piazza contro il regolamento di Dublino per rivendicare diritti politici e sociali per tutti, mobilità attraverso le frontiere interne ed esterne dell’Unione Europea, la fine del business della detenzione amministrativa dei cittadini stranieri e l’abolizione di Frontex.

Le manifestazioni in Grecia e Germania ci parlano della necessità di costruire un nuovo spazio europeo, non più segnato dagli egoismi nazionali né dalla militarizzazione delle frontiere, ma al contrario capace di garantire la libertà di movimento di tutte le persone, senza alcuna distinzione di origine o status giuridico.

In Italia ci saranno numerose mobilitazioni. A Bologna e in altre città, cortei e azioni chiederanno la chiusura definitiva di tutti i CIE. A Mineo, in Sicilia, dove si trova il CARA più grande d’Italia, migranti e attivisti denunceranno ancora come l’accoglienza sia stata trasformata in una fonte di profitto per i privati. In tutta Italia, infatti, poche cooperative, quasi sempre le stesse, prendono in appalto la gestione dei centri di accoglienza, senza applicare le tutele minime stabilite dai trattati internazionali per le persone in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni e senza garantire loro alcuna dignità.

Anche a Roma scenderemo in piazza. Quest’autunno le mobilitazioni nella nostra città sono state segnate da una straordinaria composizione meticcia. A partire dalla riappropriazione del diritto all’abitare, tantissimi migranti hanno rivendicato libertà di movimento, chiedendo l’abolizione della Bossi-Fini e di tutte le leggi razziste, contestando il reato di clandestinità e il regolamento di Dublino. Migliaia di persone hanno reclamato un’accoglienza dignitosa e capace di promuovere l’inserimento socio-lavorativo dei cittadini stranieri, l’accesso ai servizi e la tutela dei diritti politici e sociali.
Tutte tematiche che vivranno nella manifestazione del 18 dicembre e che porteremo anche a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio, quando sull’isola associazioni e movimenti italiani, europei, mediorientali e nordafricani si incontreranno per scrivere la Carta di Lampedusa.

Le recenti vicende politiche nazionali, però, hanno impresso un segno nuovo alla giornata di migranti e rifugiati. Il 18 dicembre le manifestazioni si svolgeranno in contemporanea alla annunciata adunata dei cosiddetti “forconi”. Questa sarà quindi anche un’occasione decisiva per rompere la cappa del dibattito politico e delle cronache dei giornali delle ultime settimane: forconi, tricolori, jaguar che mirano all’egoismo nazionale per uscire dalla crisi.

Vogliamo dirlo chiaramente e senza ambiguità: la crisi continua a colpire settori sociali sempre più ampi, ma le risposte nazionaliste e corporative fomentano solo nuove guerre tra poveri. Queste retoriche populiste nulla hanno a che fare con l’urgenza generalizzata di maggiori diritti, dignità e reddito. L’Europa dell’austerity, delle banche e dei mercati finanziari impoverisce, discrimina e uccide quanto l’Europa degli stati nazionali, delle piccole patrie e dei nazionalismi.

Ormai è chiaro a tutti che nella maggior parte delle città, e soprattutto a Roma, tra i cosiddetti “forconi” hanno trovato spazio organizzazioni neofasciste e lobby corporative e padronali. Un’accoppiata che nel corso della storia si è ripetuta spesso, soprattutto nei momenti di crisi. Nonostante questa evidenza, però, non dobbiamo chiudere gli occhi sul fatto che esiste una composizione sociale fortemente impoverita e disgregata che ha visto in quella mobilitazione una possibile risposta alla crisi. A loro, ai ceti medi impoveriti e ai precari sempre più poveri, vogliamo parlare anche a partire dalla piazza del 18 dicembre.

Vogliamo dire che è interesse di tutti che in Italia e in Europa milioni di persone non siano più ricattabili, clandestini e costretti in molti casi alla schiavitù. L’abbassamento della soglia di diritti e salari a cui sono costretti i migranti è lo strumento per costringere tutti alla disoccupazione o ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. Di questo parlano le grandi lotte dei lavoratori (in grande maggioranza migranti) del settore della logistica e del trasporto di merci. Di questo parlano le prime proteste dei migranti che continuano a pagare tasse, versano o accumulano contributi INPS di pensioni e welfare che non vedranno mai. Nella crisi dobbiamo lottare insieme, italiani e migranti, attraverso inedite forme di mutualismo e di coalizione, perché alimentare l’egoismo, le divisioni sociali e il corporativismo è funzionale soltanto a perpetrare i ricatti e a renderci più deboli. Tutti quanti.

Per questo abbiamo immediatamente risposto alla provocazione della Questura di Roma, che fino a ieri vietava il corteo a causa della concomitante concentrazione dei “forconi”, affermando che non avremmo accettato restrizioni. Sotto le pressioni delle reti antirazziste e dei movimenti per il diritto all’abitare, le forze dell’ordine sono state costrette ad autorizzare la manifestazione.
Un primo risultato da sottolineare, quindi, è che oggi, al contrario di chi sarà circondato in Piazza del Popolo, la Roma meticcia sfilerà in corteo e si prenderà le strade della città. Partiremo da piazza Esquilino, a dispetto di qualsiasi presenza e retorica neofascista, e finiremo a piazza Indipendenza, vicino al palazzo occupato da centinaia di rifugiati a cui le istituzioni non hanno garantito l’accoglienza a cui hanno diritto.

Siamo convinti che le piazze del 18 dicembre non debbano essere soltanto le piazze dei migranti. Nella crisi si combatte insieme, abbiamo detto. Abbiamo una grande occasione per dimostrarlo. Invitiamo tutti i cittadini migranti e italiani, le associazioni antirazziste, gli studenti medi e universitari (caricati nei loro spazi dalla stessa polizia che davanti ai tricolori si toglieva il casco), i lavoratori precari che si organizzano insieme rifiutando le divisioni tra italiani e stranieri (come nella logistica) a partecipare al corteo e a mostrare che lotte contro l’austerity non hanno frontiere!

18 dicembre, la Roma meticcia scende in piazza

Dinamo press
17 12 2013

I movimenti conquistano l'agibilità di attraversare in corteo Roma nonostante le minacce di divieto della Questura.

Nella giornata mondiale per i diritti dei migranti e dei rifugiati appuntamento a Roma ore 16,30 a Piazza dell'Esquilino per manifestare in contemporanea a tante altre città d'Italia e di Europa

Mercoledì 18, in moltissime città del mondo e d'Europa, si terranno manifestazioni che rivendicheranno con forza diritti e libertà per migranti e rifugiati.

Nel mondo, infatti, dilagano guerre e disuguaglianze, uno sfruttamento sempre più feroce saccheggia territori e si abbatte sulle vite del 99% della popolazione mondiale. A garanzia di un modello di sviluppo che produce soltanto povertà e sfruttamento, si impongono frontiere sempre più arcigne e militarizzate allo scopo di sbarrare il passo a chi cerca, migrando, un presente ed un futuro diverso.

Frontiere che uccidono, come è accaduto soltanto poche settimane fa a Lampedusa e come continua ad accadere in tutto il Mediterraneo. Frontiere che costringono chi riesce a penetrare nelle spesse mura della “fortezza Europa” ad essere perennemente ricattato, soggiogato da un lavoro sempre più precario, dentro una società che vorrebbero individualista e divisa, in preda a meccanismi di rivalità e concorrenza, di isolamento se non di conflitto fra culture, territori, persone.

Del resto, la strage di Lampedusa sembra già dimenticata ed archiviata da una governance italiana ed europea che continua ad avere come unico scopo quello di portare avanti il massacro delle politiche di austerity e precarietà. Nulla, infatti, è cambiato nelle politiche d'immigrazione e d'asilo. Le modifiche al trattato di Dublino, che entreranno in vigore dal primo gennaio 2014, sono insufficienti e non garantiscono la libertà di movimento dei rifugiati. Mentre l'impianto repressivo e ricattatorio disegnato dalla Turco-Napolitano prima e dalla Bossi-Fini poi, rimane sempre lo stesso.

Per queste ragioni abbiamo deciso di scendere in piazza il prossimo mercoledì 18 dicembre, per affermare ancora una volta che il potere non può annientare la dignità dei migranti e dei rifugiati, come non può soffocare la rabbia e le lotte di chi vuole riconquistare i propri diritti.

La Roma meticcia, la Roma delle lotte sociali e dell'antirazzismo, attraverserà le strade del centro cittadino perché non vuole dare tregua a questo “democratico” governo ed all'Europa dei banchieri e dei potenti. Perché vuole inchiodare alle proprie responsabilità gli enti locali e le altre istituzioni competenti, sempre più immobili, indifferenti e per questo complici.

Chiudere la vergogna dei CIE. Stracciare la Bossi-Fini senza tornare alla Turco- Napolitano. Conquistare una legge organica che garantisca il diritto d'asilo. Spazzare via il business dell'accoglienza per conquistare condizioni di vita degne per chi arriva in Italia, partendo dal diritto alla casa e all'abitare.

Vogliamo questo e molto altro.

Vogliamo determinare insieme un'alternativa ad un presente e ad un futuro che vorrebbero già scritto. Un'alternativa che già vive, in embrione, nelle lotte e nei processi di riappropriazione che si realizzano in tante città del nostro paese ed in tanti luoghi del mondo. Un'alternativa che non può prescindere dall'affermazione concreta dell'uguaglianza nella diversità, come del diritto alla libera circolazione delle persone.

Rifiutiamo con forza ogni rivendicazione identitaria e nazionalista, ogni richiesta di “poteri autoritari nazionali”. Le “risposte italiane” all'austerity significano solo nuove guerre tra poveri. Per questo, invitiamo la Roma meticcia, quella che non si identifica con i tricolori sventolati in tante piazze d'Italia, a partecipare al corteo per dire che le strade appartengono a chi lotta. Solo le lotte meticce possono permetterci di riappropriarci veramente di diritti, dignità e reddito.

Abbatteremo i muri e le frontiere che ingabbiano le nostre vite, anche quelli più invisibili.


Occupazione dei Rifugiati di piazza Indipendenza

Movimenti Sociali di Roma

Scuole di italiano degli spazi sociali

Sportelli di tutela dei diritti di migranti e rifugiati

Associazioni antirazziste

Cosa evocano i forconi?

DinamoPress
11 12 2013

La pietra filosofale della composizione sociale perfetta non esiste. La radicalità della crisi ci espone quotidianamente a situazioni confuse, poco etichettabili, difficili da catalogare a prescindere. Accadrà sempre più di frequente. Ci aspettano tempi caotici e pieni di ambivalenze. Tempi confusi, che è bene affrontare con la barra dritta. Abbiamo bisogno di strumenti d'analisi elastici ma non deboli. C'è il rischio di abbandonarsi al relativismo, di mettersi da un lato e stare a vedere cosa succede senza riuscire a dire e fare nulla di significativo ma illudendosi di navigare sull'onda dell'indignazione diffusa.

Una banalità necessaria: la protesta dei cosiddetti “forconi” coinvolge anche molte persone colpite realmente dalla crisi economica. È un'affermazione quasi scontata ma anche una premessa importante. Alla quale deve seguire un'altra domanda. Qual è il contenitore che ha dato forma e parole a questa protesta? Da settimane se ne sono accorti tutti i siti di movimento: non è un mistero che i blocchi e le piazze dei forconi siano gestiti da piccole organizzazioni corporative e da minuscoli apparati in cerca di ruolo e visibilità. Al loro fianco, accanto al codazzo complottardo e qualunquista che si mobilita nei social network (fatevi un giro sull'account Facebook “Attivismo”, per capire la cultura profonda di questa gente), si vanno disponendo alcune formazioni di estrema destra. C'è sicuramente Forza Nuova, a Roma e al sud sono comparsi CasaPound e persino i malati illusi dalla propaganda del “metodo Stamina”.

Lo spazio in cui si agita la protesta dei forconi è lo spazio italiano, definito dalla crisi istituzionale e dalla decomposizione del quadro politico parlamentare. Alla decadenza di Berlusconi fa eco la Corte Costituzionale affermando l’illegittimità dell’intero quadro parlamentare. Anche per questo non sorprende che emergano lotte e conflitti segnate da rivendicazioni nazionaliste o reazionarie – come definire altrimenti punti programmatici come il ritorno alla lira, il protezionismo, l’invocazione di un “governo di polizia” contro la Casta dei politici – che trovano consenso proprio in quella base sociale di piccoli imprenditori, commercianti, artigiani che costituiscono una parte importante dell’attuale base sociale delle destre, in Italia come in Europa.

D’altronde anche il segno distintivo della comunicazione politica gira attorno a due elementi: da una parte il richiamo ossessivo alla "nazione", come luogo omogeneo di ricostruzione identitaria e "comunitaria" che deve difendersi dal "complotto mondialista"; dall'altra, l'individuazione del nemico principale nella rappresentanza politica e sociale (partiti e sindacati) e nel sistema fiscale, senza mai toccare i veri protagonisti della crisi: i grandi poteri economici, industriali e finanziari. Le contrapposizioni di interessi e "di classe" devono lasciare il posto alla dicotomia “italiani onesti/classe politica corrotta”.

Ma bisogna anche chiarire che non c'è stata nessuna rivolta che ha bloccato il paese! C'è stata qualche manifestazione e pochi blocchi, nella maggior parte di casi si parla di poche decine o centinaia di persone organizzate da piccole organizzazioni. Non abbiamo visto una insubordinazione spontanea dei ceti medi impoveriti o di settori di lavoratori, nessun mare in cui nuotare, in cui aprire contraddizioni o costruire alleanze sociali come accadde nel caso delle esplosioni dei cicli di lotta studenteschi degli anni 2000, quando sapevamo di stare in piazze complesse e contraddittorie eppure non ci siamo mai sognati di mettere da parte la pregiudiziale antifascista.

Allo scoccare della protesta dei “forconi”, ha cominciato a diffondersi in rete la scena che aleggia da tempo nell'inconscio collettivo. È una scena che da mesi viene evocata (malgré Pasolini) per depotenziare le future ribellioni, disinnescare ogni conflitto e inverare il frame della comunità interclassista e postideologica che si costituisce in una massa rancorosa ma immobile. Si è svolta a Torino, probabilmente solo a margine di uno dei blocchi: le forze dell'ordine si tolgono i caschi tra gli applausi di qualche decina di manifestanti che urlano “Siete come noi” rivolti agli uomini in divisa. Come sempre più spesso capita all'epoca della tecnopolitica, quella scena ha assunto un significato che prescinde dal reale contesto in cui si è svolta. Sono solo pochi secondi, ma le immagini viaggiano più veloci delle parole e con maggiore potenza. Quelle immagini si staccano dalla scena sociale e materiale e si spalmano nella sfera digitale. È inutile nasconderselo: quei fotogrammi agli occhi di chi di chi la diffondono alludono alla richiesta di un blocco d'ordine in mezzo al caos. Si tratta di un immaginario che punta a costruire una gerarchia della legittimità del conflitto sociale: da comprendere e sostenere se riferito a quelle "categorie produttive" abbandonate nella competizione globale (artigiani, piccole imprese, reti del commercio e dei servizi); da reprimere senza tanti complimenti se riguarda giovani, studenti, precari e migranti, soggetti esterni al "patto produttivo" nazionale e generazionale.

Soldati e poliziotti diventano, nell'inconscio profondo del paese che condivide slogan e filmati nei social network, l'alleato indispensabile contro “La Casta” che affama “gli italiani”.

È un motivo per sperare che i cittadini in buona fede se ne tornino a casa e rimettano nel cassetto le maschere di V per Vendetta? Certamente no. Da mesi ormai andiamo spiegando che uno dei limiti principali del grillismo è quello di tenere vuote le piazze, intese non solo come spazio di protesta ma anche come luogo di incontro e organizzazione dal basso. Per questo non saremo noi a lamentarci di un qualche sommovimento, seppure confuso e persino se vagamente nazionalista. Tuttavia, il più relativista dei relativisti non potrà fare a meno di notare che in politica il contenitore e il contenuto sono in relazione stretta e biunivoca. Si è parlato giustamente di “ambivalenza”, parola che fa capolino di frequente nei nostri discorsi e che ci aiuta a non essere manichei. Da quando esistono i conflitti di classe essi non si danno mai in termini netti, emergono sempre in termini spuri, complessi, mai fino in fondo definiti. Al tempo stesso, però, assumere l’ambivalenza delle lotte non può farci abbandonare l’attenzione verso la direzione politica che prendono i processi sociali, specialmente quando essi assumono natura nazionalista, corporativa, reazionaria.

Oggi più di ieri la comunicazione non è un orpello sovrastrutturale. La comunicazione contamina il fine e i mezzi. Le parole d'ordine vaghe e il linguaggio generico dei Forconi non rivelano ingenuo spontaneismo ma – ancora una volta – nascondono l'impossibilità degli organizzatori di prendere posizione, di essere realmente partigiani e di riversare questa capacità di essere “di parte” nelle proposta di redistribuire la ricchezza, nella rivendicazione di diritti e nell'individuazione dell'avversario di fronte alle drammatiche urgenze della crisi.

Dinamo press
10 12 2013

We refuse to die in silence

Venerdì 6 Novembre, la gente di Nabi Saleh, un villaggio sito a nord-ovest di Ramallah, riunita all'interno del Comitato di Resistenza Popolare, ha nuovamente marciato unita ed in maniera non-violenta contro l'occupazione sionista della West Bank.

La storia dei Comitati è ormai decennale. Era infatti il 2003 quando, mentre la Seconda Intifada era ancora attiva, gli abitanti di Budrus, un villaggio situato sempre nel distretto di Ramallah, iniziarono a manifestare contro il pericolo di essere tagliati fuori dal resto della West Bank a causa della costruzione della barriera di separazione pianificata da Israele (dal 2004 la Corte Internazionale di Giustizia intima ad Israele di sospendere la sua costruzione, che se completata correrà per l'85% all'interno della Green line, la linea che segna i confini del 1967). Gli abitanti di Budrus, forti del sostegno di decine di attivisti israeliani ed internazionali, scelsero allora come forma di resistenza la lotta popolare e non violenta. Ed in effetti il governo di Israele, dopo più di un anno di lotta e decine di manifestazioni, decise di riportare il muro all'interno dei confini del 1967. La tattica si diffuse così ad altri villaggi: Ni'lin, Bili'in, Kufr Qaddum, Al Ma'asara. Insieme queste piccole lotte riescono ancora oggi, dopo gli esiti nefasti della Seconda Intifada, a provocare diversi problemi allo Stato israeliano.

Nabi Saleh è stato uno tra gli ultimi villaggi a mobilitarsi, ma in breve tempo è divenuto uno dei più attivi nella West Bank. Il villaggio sorge in buona parte su quella che, per gli Accordi di Oslo, Israele considera Area C (ovvero il 61% della West Bank, area sotto totale controllo civile e militare israeliano) e sulla collina di fronte, dal 1977, sorge la colonia illegale di Halamish, in continua espansione.

Nell'estate del 2008 i coloni presero il controllo anche della piccola fonte d'acqua chiamata Ein Al-Qaws, da sempre appartenuta alla famiglia Tamimi (tutti i 550 abitanti di Nabi Saleh sono legati da vincoli di sangue o di matrimonio e condividono lo stesso cognome, Tamimi). Questo episodio segnò un punto di non ritorno. Dovette passare più di un anno perché gli abitanti riuscissero ad organizzare la loro prima marcia, non contro il furto della fonte in sé ma contro il sistema di controllo attraverso cui Israele controlla la West Bank.

In quattro anni di lotta Nabi Saleh ha dovuto sopportare circa 500 feriti (di cui 200 minori e 70 donne) e 200 arresti (di cui 15 donne, 10 bambini con meno di 14 anni e 30 ragazzi di età compresa fra i 14 ed i 18). Due ragazzi, Rushdie e Mustafa, sono stati uccisi.

Questo venerdì il comitato ha ricordato il secondo anniversario della morte del giovane Mustafa Tamimi, ucciso a sangue freddo dalle forze d'occupazione israeliane nel 2011, mentre partecipava con i suoi compagni alla consueta marcia del venerdì. La sua morte è documentata in un video che mostra chiaramente l'accaduto: c'è un soldato per strada che lancia lacrimogeni, fino a quando non rientra nella sua jeep. Dalla stessa si apre la porta posteriore, emerge una mano che spara un ultimo lacrimogeno. La porta si chiude e la jeep va via, lasciando Mustafa steso a terra.

Il 5 Dicembre 2013, il giorno prima della manifestazione, Israele si è autoassolto, dichiarando che il soldato non poteva vedere dove sparava. Verrebbe da chiedere ad Israele se le regole d'ingaggio dei suoi soldati permettono di sparare lacrimogeni ad altezza d'uomo senza avere una corretta visuale, specialmente durante una manifestazione non violenta (la decisione segue quella presa per l'omicidio di Bassem Abu Rahme di Bili'in, documentata nel pluripremiato “5 Broken Cameras”), ma la domanda, seppur coerente, non troverebbe risposta.

A fianco degli abitanti, questo venerdì hanno marciato persone dei villaggi vicini, nonché attivisti israeliani ed internazionali, condividendo la stessa rabbia e la stessa volontà di porre fine all'occupazione sionista. La marcia, partita come consuetudine dopo la preghiera di mezzogiorno dal centro del villaggio, è passata davanti casa di Ekhlas, la madre di Mustafa, intonando i cori della resistenza palestinese. Durante la marcia la foto di Mustafa è stata deposta nel punto dove il giovane è stato ucciso, ad indicare la costante azione del suo popolo per il suo sacrificio. Qualche centinaia di metri più avanti sono state le donne del villaggio a fronteggiare i soldati, che numerosi attendevano la marcia sin dalle prime ore del mattino. Il corteo è stato attaccato con lacrimogeni, bombe sonore e proiettili rivestiti in gomma, senza dare rilevanza al gran numero di bambini che partecipavano alla marcia.

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Il movimento ha inoltre espresso profondo cordoglio per la morte del combattente per la libertà Nelson Mandela, considerato padre della resistenza palestinese, e lo ha ricordato nella sua lotta contro le ingiustizie, definendo la perdita di Mandela una grave perdita per l'umanità nel suo difficile cammino che ancora l'attende verso la libertà.

 


The Third Intifada will be global

Il 7 Dicembre gli abitanti di Nabi Saleh, insieme al Coordinamento dei Comitati di Resistenza Popolare (PSCC) e agli attivisti israeliani hanno organizzato un grande evento con una forte valenza simbolica. Il 7 Dicembre è, infatti, la data che segnò l'inizio della Prima Intifada nell'ormai lontano 1987, nonché la prima manifestazione popolare del villaggio di Nabi Saleh.

L'evento è stato dedicato alla memoria di Rushdie e Mustafa. Dal palco allestito al centro del villaggio, nella Martyr's square, dopo l'intervento di Ekhlas, la madre di Mustafa, sono intervenuti, oltre ad i membri del PSCC ed agli attivisti israeliani, i rappresentanti dei drusi in Israele, che hanno ricordato l'incarcerazione ad inizio settimana di Omar Sa'ad, rifiutatosi di prestare il servizio di leva obbligatorio. Hanno preso parola, inoltre, esponenti della lotta contro il Prawer Plan e Muhammad Barakeh segretario generale di Hadash (il partito socialista israeliano che unisce ebrei e arabi palestinesi e che siede nella Knesset). Nessuna bandiera di partito era presente nella piazza, soltanto la gigantografia dei due ragazzi uccisi. La partenza del corteo è stata preceduta dalla , danza tradizionale palestinese, eseguita dai bambini del villaggio. Insomma, un evento che ha tenuto insieme tante anime, unite dalla resistenza popolare.

Dietro all'evento sta la volontà del PSCC di realizzare, a partire da questa data, eventi simili un sabato al mese in ogni villaggio coinvolto nelle settimanali manifestazioni del venerdì. Lo scopo è far sentire gli abitanti meno soli nella dura lotta, con la consapevolezza di essere l'unica resistenza attiva nella West Bank, anche se limitata a pochi villaggi, e che desistere oggi dalla lotta comporterebbe l'accettazione definitiva dell'occupazione. Questo è infatti il periodo peggiore che gli abitanti dei villaggi si ritrovano a vivere: i sacrifici compiuti in questi anni sono stati enormi e la tentazione di abbandonare tutto per rifugiarsi nella vicina e più sicura Ramallah è forte. Inoltre, le condizioni di vita sono molto peggiorate dallo scoppio della Prima Intifada: check point, raid notturni, il sistema dei permessi, le prigioni, hanno provocato quotidianamente più umiliazioni di quante ogni uomo possa sopportare.

Tutti, almeno 300 persone, si sono dunque mossi in corteo, ma appena partito questo è stato subito attaccato dall'esercito con un fitto lancio di lacrimogeni. La marcia si è subito riorganizzata e pacificamente è avanzata fino al gate posto davanti alla torretta militare sulla strada. Qui c'è stato un primo confronto corpo a corpo con i soldati, che intimando di arretrare, avevano esposto un'ordinanza militare con cui si dichiarava “area militare chiusa” il territorio del villaggio per l'intera giornata . Ci sono stati 3 fermi, tra cui quello di Bilal Tamimi, che in ogni manifestazione si occupa delle riprese video, indossando un gilet verde fluorescente. I 3 sono stati rilasciati dopo poco.

Gli shebab, i giovani palestinesi, sono invece passati per i campi ai lati della collina ed incuranti dei lacrimogeni sparati massicciamente e dei proiettili rivestiti di gomma, hanno ingaggiato un duro confronto con l'esercito che è durato fino al tramonto.

In questo costante confronto le pietre non hanno tanto il valore di arma, raramente riescono a ferire i soldati, ma assumono una forte valenza simbolica: sono il simbolo della lotta palestinese, sono una sfida, un rifiuto di sottomettersi all'occupazione indipendentemente dalle probabilità di successo. Anche i soldati simboleggiano qualcosa con le loro armi: lo strapotere economico e tecnologico dello Stato sionista.

I Comitati respingono fermamente ogni questione morale sulla violenza. La resistenza popolare e non violenta è per loro è una scelta strategica, che non lascia la decisione politica a pochi gruppi armati che durante la Seconda Intifada hanno portato la causa palestinese sull'orlo della catastrofe. Secondo Bassem Tamimi, uno dei più importanti leader della causa palestinese non solo a Nabi Saleh, il diritto di resistenza dei palestinesi è assoluto ed inalienabile. Egli è fermamente convinto che una terza Intifada possa dilagare ed attraverso i Comitati vuole offrire un modello per l'agire della sua gente.

Il primo ferito oggi è stato Oday Tamimi, il fratello di Mustafa, a cui un proiettile rivestito in gomma ha rotto la mascella. Il giovane è stato subito portato in ospedale per essere operato. Il confronto ha visto gli shebab correre su ogni lato della collina, spinti sempre più lontani dai proiettili e dal vento carico di gas. Poco prima del tramonto, dopo ore di confronto l'ultimo assalto dell'esercito, partito dagli ulivi sopra il villaggio, arrivava fin dentro le case, intossicando tutti, donne e bambini compresi. Numerosi a fine giornata i ragazzi lievemente feriti dai rubber-coated bullet e molti di più quelli intossicati.

L'evento odierno ha ricordato non solo a parole la sollevazione del 1987. È stata una grande giornata di lotta portata avanti con le stesse armi di allora: le pietre, le barricate, la determinazione, la solidarietà e l'autorganizzazione popolare all'interno dei Comitati, i quali ancora oggi ci ricordano che “our destiny is to rexist”.


*attivista Sci italia

 

Una larga intesa per un welfare minimo

Biagio Quattrocchi, DinamoPress
3 dicembre 2013
  
"La misura introdotta con la Legge di Stabilità non è semplicemente scarsa o inadeguata alle condizioni di nuova povertà che vanno esplodendo nella società.

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