DINAMO PRESS

Da Blockupy verso un maggio europeo

Dinamo press
03 12 2013

Dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest, da oltre il mar mediterraneo, oltre gli Urali… l’Europa è il nostro spazio minimo…

#democracy #commons #solidarity

ENGLISH VERSION

Di ritorno dalla Blockupy Action Conference, in Ucraina scoppiano manifestazioni di massa per far sì che il governo sigli l’accordo con le istituzioni Europee per iniziare le trattative sulla pre-adesione all’Unione. C’è forse da chiedersi cosa sia meglio tra l’autoritarismo russo e la dittatura della Troika? L’unica alternativa possibile è quella di un’altra Europa, che può nascere solo dal basso, a partire dall’idea che non vi è più alcun riformismo possibile, questa Europa va cambiata dalla base, rifondata a partire da nuovi processi costituenti.

La Blockupy Action Conference è stata un nuovo tassello nel percorso che da Amsterdam, passando per Atene e Roma, ci sta portando a costruire uno spazio comune delle lotte europee, basato su un linguaggio condiviso. Uno spazio dove non ci si incontra solo per raccontarsi ciò che si fa o ciò che si è, ma per connettere le lotte locali e organizzarle a livello transnazionale.

Siamo arrivati a Francoforte a partire dal meeting di Agora99 che si è tenuto a Roma all’inizio di novembre, e con lo stesso metodo abbiamo voluto attraversare questa conferenza: un processo aperto per costruire una prospettiva comune.

L’università di Francoforte è stata attraversata da centinaia di persone provenienti da decine di paesi, che si sono incontrate per discutere e costruire insieme decine di workshop e diversi momenti assembleari, uniti dalla forte tensione per costruire delle grandi giornate di lotta contro la prossima apertura della Banca Centrale Europea.

Il nuovo palazzo della BCE verrà inaugurato nel prossimo autunno, alla presenza di tutti i più grandi leader mondiali ed europei, gli stessi che con le loro decisioni stanno impoverendo intere aree del nostro continente. La Blockupy Action Conference è stata chiara su questo: ci riapproprieremo di quella festa! Nessuna Banca Centrale potrà aprire senza la “partecipazione” di tutti cittadini che subiscono ogni giorno le sue politiche. In autunno costruiremo la possibilità per tornare a Francoforte e ribadire il nostro NO alle misure di austerità, alla privatizzazione dei beni comuni e alle politiche neoliberali.

Su questo vogliamo essere chiari: non andiamo a Francoforte per dare più forza ai movimenti tedeschi, ma al contrario pensiamo che costruire il processo che ci porterà a Francoforte renderà più forti i movimenti sociali in tutta Europa, al di là di qualsiasi barriera nazionale. Blockupy non è importante per il singolo evento in sé, non vogliamo costruire l’ennesimo controvertice, ma un processo che sappia coinvolgere tutti nell’opposizione a questa Europa, costruendo il senso e dando forza alla manifestazione che invaderà le strade e le piazze della capitale finanziaria dell’Unione Europa, affinché tutti coloro che vivono la crisi possano sentirsi partecipi.

A Francoforte abbiamo messo un tassello in più verso la costruzione di una mobilitazione coordinata a maggio, ad oggi non sappiamo se sarà un mese, una settimana o un giorno solo, ma ciò che ci interessa connettere sono le lotte già preseti nei territori e che sono già accomunate da un senso comune. Vogliamo trovare una cornice attraverso cui queste resistenze possano parlarsi ed avere più forza.

Oggi combattere contro i mini-jobs in Germania non è già opporsi anche alla precarietà in Italia o alla riforma del mercato del lavoro in Portogallo? A fine maggio ci saranno le elezioni europee perché non utilizzare quelle date per ribaltare il senso di Europa, per non trovarci schiacciati tra pro-europeisti tecnocrati e neoliberali e anti-europeisti populisti, nazionalisti e razzisti? Il maggio europeo può essere all’altezza di questa sfida?

Dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest, da oltre il mar mediterraneo, oltre gli Urali… l’Europa è il nostro spazio minimo…

#democracy #commons #solidarityania Cantatore portavoce)

28 novembre, Scup rischia lo sgombero.

Dinamo Press
27 11 2013

Torna per la terza volta l'ufficiale giudiziario, che ha chiesto l'intervento della Questura. Mobilitiamoci contro l'arroganza della proprietà e dell'Unieco.


Scup è il centro di sport e cultura popolare nato dall'occupazione di uno stabile abbandonato nel cuore di S.Giovanni, a via Nola 5.

Non si tratta solo di difendere uno spazio, che già è tanto. Si tratta di prendere posizione tra due visioni in conflitto.

Da una parte, c'è il meccanismo che ha portato alla richiesta dello sgombero, fatto dell'armamentario peggiore dei mali del nostro Paese, del suo Capitalismo e della Classe dirigente.

C'è lo Stato - e in particolare il secondo Governo Berlusconi - che ha dismesso lo stabile ( dentro un pacchetto di 4 miliardi di beni pubblici), senza interpellare i cittadini, con un meccanismo di fondi immobiliari e scatole cinesi ( qui trovate i particolari dell'operazione).

Uno Stato che ha poco a che fare con il concetto di "pubblico". La finanza creativa di Tremonti, non era una parentesi, era l'anticipazione di un modello; ma non ci siamo fermati in tempo.

C'è UNIECO, un colosso della lega delle cooperative, che ha comprato lo stabile ad un terzo del suo valore tramite un prestanome. Ma UNIECO ha le mani in pasta nell'expo, nell'inceneritore di Parma e in quello di Napoli est, nel terzo valico di Genova, per fare degli esempi.

La UNIECO è sull'orlo del fallimento e ha fatto un accordo con le banche in cui si impegna a vendere beni per 107 milioni. Vogliono privare la città di Scup per darla alle banche.

Il mutualismo è la storia, il presente è fatto di speculazioni e di operazioni losche.

C'è dunque la penetrazione in tutti gli aspetti dell'organizzazione sociale della dittatura della finanza che ha portato alla crisi. E soprattutto manca la democrazia.

Dall'altra parte c'è Scup e ciò che rappresenta.

Precari e cittadini, che stufi di essere sfruttati da un mercato impazzito, non rassegnati a fuggire all'estero o a cadere nella depressione, usano la loro passione e professionalità, fornendo servizi per tutti ( pubblici dunque) e restituendo un bene alla comunità che ne era stata privata.

Palestra, osteria, bar, radio, sportello di consulenza psicologico, ludoteca e spazio bimbi, biblioteca, aula studio e corsi di lingua, orto. Corsi di teatro e spazi per seminari e convegni, Wi fi libero e mercato di produttori e artigiani. Tutto popolare.

Scup si pone sulla scia delle numerose occupazioni produttive che si sono susseguite negli ultimi anni, spazi che individuano nella cooperazione, nel mutualismo e nella messa in comune di professionalità e passioni un modo per uscire dalla crisi.

Spazi di democrazia dove le comunità territoriali tornano a decidere sulle sorti del proprio territorio. Spazi che contribuiscono a costruire una idea di città a misura di chi la vive e non di chi la aggredisce.

Se lo Stato con il pretesto del debito gioca a fare il Broker, le comunità inventano nuove istituzioni, provano a rifondare la democrazia.

Di fronte a tutto questo la proprieta privata deve arretrare.

Questo il punto.

Il mito della proprietà, l'esclusione, la scarsità e l'egoismo che la caratterizza, deve fare un passo indietro rispetto ai beni comuni.

E così, del resto, si realizza concretamente quella "funzione sociale" che la costituzione assegna alla proprietà, ma che è rimasta lettera morta, usata per espropriare i piccoli proprietari che hanno la sfortuna di impattare con una inutile grande opera. Cosìla Costituziona ha un senso, se no è un simulacro.

La classe politica, e soprattutto il sindaco Marino, devono decidere da che parte stare. Dalla parte del benessere di tutti o da quella dell'interesse di qualcuno.

Noi abbiamo deciso. Il 28 novembre e tutte le volte che servirà, saremo al fianco di Scup per resistere ad uno sgombero illegittimo oltre che insensato.

Noi stiamo dalla parte di Scup.

Non è solo una questione di femminicidio

Dinamo Press
27 11 2013

Oggi tutte le donne vivono delle piccole violenze quotidiane, perpetuate come normalità. Ciò che interessa ribadire questo 25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne - è che questo non è un problema semplicemente delle donne, ma deve interrogare la società tutta nel suo insieme.

“L’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. […] Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. […]. Studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali…E poi ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore […], rassegnazione.” Goliarda Sapienza, L’arte della gioia

Tacita Muta era una dea infera onorata presso i romani. Tacita è la dea del silenzio, Muta appunto. Zitta due volte. Ovidio (Ovid. Fast. II, III) ci narra la sua storia: in principio si chiamava Lara (dal greco laleo = parlare ). Lara parlava, svelava i suoi pensieri, comunicava, ma secondo l'opinione pubblica, la parola non rientrava fra le virtù femminili. “Alla donna il silenzio reca grazia”, scriveva Sofocle (Soph. Aj., 293) Nello status di donna nella società romana non rientrava la facoltà di usare parola, di dimostrare le proprie tesi dunque, in sostanza di avvalersi di uno strumento di affermazione e di lotta politica.

Tacita osò svelare l'amore che Giove provava per lei. Per questo le venne prima strappata la lingua, poi fu violentata da Mercurio, cui era stata affidata nella sua discesa agli inferi. Questo mito ci svela un dato che doveva essere assunto dalla società tutta: Lara era stata punita perché parlava, e parlava a sproposito perché era donna. Le cronache quotidiane ci ricordano che in Italia ogni giorno viene uccisa una donna, semplicemente perché donna. Perché si oppone e reagisce, perché tenta di svincolarsi da relazioni che incatenano o, magari, perché decide di dire no ... insomma, perché si autodetermina.

E' stato coniato il termine "femminicidio" per sottolineare e isolare il fenomeno, per non lasciare che passi inosservato un mirato e volontario atto di smantellamento della libertà e dignità della donna: gli atti di prevaricazione, i maltrattamenti, la violenza, sia essa di natura sessuale, psicologica, sul lavoro, economica, negli spazi privati e in quelli pubblici, interrogano la società in tutti i suoi strati, in tutta la sua complessità: palesando cioè un problema di natura strutturale, culturale, tutt'altro che emergenziale! Ancora, mettono in evidenza un fenomeno (quasi per nulla tematizzato dai diretti interessati) che potremmo genericamente definire come una vera e propria crisi del maschile.

Non c'è delitto passionale che tenga. La passione non c'entra con la possessività, il controllo e l'assenza di garanzie. Si tratta di crisi, di insicurezza che si tramuta in violenza, in odio di genere. I compagni o gli ex compagni non riescono ad accettare nella maggior parte dei casi la fine di una storia o l’abbandono. Ma questi non sono semplici fatti di cronaca nera, come ce li raccontano i giornali, tanto meno sono piccole vicende di degenerazione familiare come tentano di farle passare i talk show quotidiani del primo pomeriggio. Non sono delitti passionali dove il problema è il troppo amore, come tanto piace raccontare a Barbara d’Urso e colleghi/e, che con i loro programmi costruiscono narrazioni inquietanti, condite di perversi toni voyeuristici, col solo scopo di vendere anche la violenza, trasformandola in entertainment. In questo senso la rappresentazione mediatica della violenza sulle donne sostenta e nutre l'opinione comune che serpeggia nel quotidiano.

Al contrario Il femminicidio ci parla della degenerazione delle relazioni sociali ed affettive nella nostra società. Nonostante la famiglia tradizionale non sia più un modello reale ma un fragile e artificioso schema, essa continua ad esserci imposta come unico modello relazionale di riferimento. Un mito che serve a “giustificare” la funzione sociale ed economica del welfare familiare, unica fonte di sostegno economico nel contesto della crisi. Anche se le relazioni tra i sessi sono in continua traformazione e non più semplificabili a partire da una definizione unica e ben perimetrata, il solo modello che sembra esserci proposto è ancora quello della "coppia monogama eterosessuale". L’ordine del discorso vigente continua a marginalizzare stili e forme di vita altri, portatori di nuove possibilità di relazione.

Nell’Italia (forse non ancora) post-berlusconiana c'è forse da chiedersi quale sia lo statuto relazionale che vige tra uomo e donna e, più in generale, tra i generi. Basti pensare alla vicenda delle baby prostituite romane, agli ultimi casi di adolescenti omosessuali che danno voce al loro disagio attraverso il suicidio e alle narrazioni che sono state costruite ad hoc attorno a questi fatti, per comprendere che il tema delle relazioni e della loro rappresentazione non può più essere liquidato in termini "emergenziali". In un paese in cui la discriminazione sul lavoro per le donne è in aumento (l'Italia è al 124° posto per la disparità salariale tra uomo e donna), in cui le strutture del welfare vengono smantellate e la legge 194 sull'aborto continuamente minacciata, non è forse la stessa autodeterminazione delle donne a essere messa in discussione?

Nonostante il problema sia per sua natura strutturale e necessiti, dunque, di tempi lunghi di discussione, di mobilitazioni e pratiche politiche tanto radicali quanto efficaci, del rifinanziamento effettivo dei centri antiviolenza, dell'attivazione di politiche di prevenzione e di tutela, la risposta di questo governo è stata un decreto legge (n. 119/2013) basato sull'emergenza. Approvato in tempi record, questo decreto, nell'avvalersi del termine femminicidio, ne confonde il senso, individuando ancora una volta nella figura della donna un "soggetto debole", da controllare e difendere perciò, in quanto tale, in termini esclusivamente securitari. Il problema del femminicidio, con tale decreto, è stato utilizzato come copertura per un vero e proprio pacchetto sicurezza, che vede al suo interno da misure di inasprimento legate alle lotte contro la Tav fino a questioni che riguardano la Protezione Civile o il commissariamento delle Province. Chi vi si è opposto è stato tacciato di essere contro le donne tout court, nonostante questa legge aggiri il problema reale e si ponga come unico scopo il potenziamento del controllo e delle pene, se non la messa in discussione della stessa libertà femminile (è il caso del noto articolo sulla irrevocabilità della querela).

Tante sono dunque le questioni che rimangono irrisolte: prevenire la strutturazione di stili relazionali che possono determinare la precipitazione in comportamenti violenti; grarantire alle donne che denunciano la possibilità di abbandonare il contesto in cui vivono, motivo di rischio per la loro salute e fisica e psicologica; attivare politiche di prevenzione e sensibilizzazione già a partire dalle scuole... questo, solo per citarne alcune. La legge che è stata approvata rappresenta l'ennesimo tentativo di affrontare il problema in termini esclusivamente emergenziali e, quindi, securitari, tenendo fuori o ritenendo marginale tutto ciò che accade nella vita reale e quotidiana delle donne in questo paese. Seguendo il percorso degli ultimi eventi, la stessa dinamica si riproduce rispetto al fenomeno delle "baby prostitute". La questione importante diventa l'affermare, il definire, il giudicare (possibilmente in termini moralistici) "cosa" sono le ragazze minorenni coinvolte nel giro di prostituzione dei Parioli e dare luogo a una narrazione mediatica che, spesso e volentieri, non ripropone altro che la vecchia dicotomia, tutta ideologica, tra la donna-vittima impotente e la donna-virago seduttrice e manipolatrice.

Più sicurezza, più polizia (non serve nemmeno ricordare i drammatici episodi di stupri e violenze nelle caserme), non risolveranno un problema che è in prima istanza storico, culturale e sociale. Oggi tutte le donne vivono delle piccole violenze quotidiane, perpetuate come normalità. Ciò che interessa ribadire questo 25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne - è che questo non è un problema semplicemente delle donne, ma deve interrogare la società tutta nel suo insieme. Non basta dire “Io No” come recita la campagna della Regione Lazio contro la violenza sulle donne. Non bastano i comportamenti e "l'impegno" degli attori e degli uomini più consapevoli (come se poi non esercitare violenza su una donna, non dovesse costituire la normalità, ma richiedesse invece, da parte degli uomini, addirittura un impegno difficile, duro e tenace!) Per citare una battuta tratta dal film We want sex: “non bere, non menarmi, non usarmi violenza, non ti rende un buon compagno, è solo il minimo che tu possa fare"

Dinamo Press
26 11 2013

Riflessioni sulla giornata di ieri e sulla violenza delle polizia contro la manifestazione romana che contestava la presenza di Vladimir Putin.

La giornata di ieri è stata animata da decine di iniziative che, in diverso modo, hanno portato al centro del dibattito il tema della violenza contro le donne: piazze gremite di scarpe rosse, flash mob, concerti. Perfino il Campidoglio si è illuminato di rosso per tutta la sera (a dispetto delle esigenze dettate dalla spending review per le quali interi quartieri della capitale restano al buio nelle ore notturne).

Il 25 novembre le istituzioni ci ricordano che il tema della violenza contro le donne è di fondamentale importanza ed è a loro estremamente caro. Si è dunque pensato di celebrare la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne invitando in Italia uno dei più illuminanti personaggi politici del Mondo, specialmente sul versante della tutela dei diritti delle donne: Vladimir Putin.

Mentre le 20 automobili del Corpo Diplomatico russo si apprestano a scortare il Presidente dall'albergo in cui risiede nei pressi di piazza della Repubblica all'incontro con Napolitano al Quirinale, un folto gruppo di donne e uomini ha organizzato una spumeggiante “festa di accoglienza” lungo la strada.

L'intenzione è quella di comunicare al soggetto in questione di essere un ospite decisamente indesiderato, in particolar modo il 25 novembre. L'intenzione è quella di manifestare tutta la nostra solidarietà nei confronti delle attiviste del collettivo Pussy Riot, alcune delle quali ancora in stato di arresto per aver manifestato contro le politiche omofobe e misogine di cui Putin è il principale responsabile. L'intenzione è quella di denunciare tutta la miseria e l'ipocrisia della legge sul femminicidio, una vero e proprio pacchetto sicurezza che pretende di rispondere alla violenza sulle donne attraverso la repressione penale e strumentalizzando il corpo delle donne. Sono bastati pochi minuti per capire che questo “comitato di benvenuto” non era gradito alle forze dell'ordine; le stesse che, secondo la legge di cui sopra, dovrebbero tutelare le donne e i loro diritti di fronte alle minacce e alle azioni di violenza.

Possiamo dire che c’eravamo ed eravamo in molt*, che la verità l’abbiamo osservata e subita, che essa viene limpidamente chiarita dalle foto scattate da Yara Nardi. All'autodeterminazione delle donne si oppone la violenza della polizia e quindi giù a schiaffoni e gomitate per spingerci verso il marciapiede, perché è lì che dobbiamo stare. E per festeggiare con noi la giornata contro la violenza sulle donne hanno ben pensato di urlare: “oggi vi pestiamo!”, “io non meno nessuno, manco mia moglie che se lo meriterebbe”, “ma tu fotografi solo quando noi spingiamo?”. E infine l’immancabile: “reparto, carichiamo!” perché il classico paternalismo all’italiana –che dipinge le donne come soggetti deboli da tutelare perché facili da spaventare– si esprime nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle sedi istituzionali.

Ciò che è accaduto ieri sera fa emergere con forza il fatto che, in Italia, il problema della violenza contro le donne non è certo di natura emergenziale. È una questione strutturale che determina gli stili e i vincoli di relazione che caratterizzano la società e che si manifesta in modalità e in contesti diversi con la stessa drammaticità: i fatti di ieri sera ne sono l’esempio lampante.

Ma la manifestazione del #25N e il trattamento che ci ha riservato la polizia chiariscono anche che in questo paese sta diventando giorno dopo giorno impossibile manifestare, esprimere il dissenso, aprire uno striscione, agitare dei cartelli.

La violenza sta nell'impossibilità, per le donne che la subiscono all'interno delle loro relazioni, affettive, lavorative, famigliari, di abbandonare il tetto coniugale e di trovare luoghi che possano accoglierle. La violenza sta nei ripetuti attacchi alla 194 (legge sull'aborto), che minano la libertà di scelta. La violenza sta nella totale assenza di politiche di welfare adeguate alla durezza dei tempi. La violenza sta nel divieto di manifestare in qualsiasi forma.

Ecco perché, di fronte a tutto ciò, la legge proposta e approvata da questo governo è, a dir poco, un insulto. Ecco perché per noi tutti i giorni è il 25 novembre.

La nostra sicurezza –l’unica sicurezza possibile– sta nell'autodeterminazione e nella garanzia di welfare e diritti.

 

Lander e Aingeru di nuovo liberi

Dinamo Press
20 11 2013

Non capita spesso di poter prendere parola per comunicare una bella notizia. Dopo più di due anni di campagna portata avanti dal comitato uncasobascoaroma e dalle reatà solidali in molte città, possiamo dare il bentornato in libertà a lander e Aingeru.

Mentre scriviamo sappiamo che i due compagni stanno rientrando in Euskal Herria per ricevere un caldo abbraccio dai compagni e le compagne che insieme alle famiglie li stanno aspettando nel quartiere di Santutxu, a Bilbao. Lander e Aingeru, finalmente liberi, potranno ritrovarsi in strada dopo più di dieci anni nei quali sono stati costretti dietro le sbarre a causa delle diverse carcerazioni subite da francia e spagna.

Non ci aspettavamo nessun tipo di giustizia da un tribunale speciale come l’Audiencia Nacional spagnola, erede del franchista Tribunal de Orden Publico. L’assoluzione avviene dopo che entrambi sono stati privati della propria libertà per molto tempo.

Ricordiamo che Lander venne sequestrato nelle strade di Roma a giugno 2012 da uomini in passamontagna con armi alla mano mentre usciva dalla sua abitazione a Garbatella dove viveva da diversi mesi alla luce del sole.

Dopo diversi giorni in carcere viene mandato agli arresti domiciliari dove trascorre quasi dieci mesi prima di essesere nuovamente sequestrato ed estradato dallo stato italiano per conto della spagna. Messo su un volo speciale, trattato come un pericoloso terrorista e messo in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Soto del Real, prima di essere trasferito nel carcere di Estremera dove è rimasto per quasi sette mesi in attesa del processo. A tutto questo va aggiunta la campagna diffamatoria portata avanti dai mezzi di informazione ufficiali tra i quali si è distinta per infamità l’agenzia di stampa EFE che in questi due anni non ha mai smesso di diffondere menzogne e falsità smentite dai fatti.

Nessuna assoluzione potrà restituire il tempo rubato e le violenze subite.

Sin dall’inizio la campagna è stata portata avanti dal comitato in maniera ampia e plurale. Innumerevoli le iniziative pubbliche, convegni, sanzionamenti e i presidi che hanno goduto del sostegno di singoli e singole compagne, delle molte realtà di movimento, di giuristi, ricercatori universitari e anche parlamentari.

In ogni occasione è stato detto forte e chiaro che Lander non è un terrorista ma un militante politico della sinistra indipendentista basca contro il quale si è abbattuta un’assurda e spietata persecuzione politica.Una persecuzione alla quale ha contribuito attivamente lo stato italiano che servilmente si è prostrato alle richieste di Madrid, subordinando il rispetto dei più basilari diritti umani alla ragion di stato.

Abbiamo anche ribadito con forza che quello di Lander e Aigeru è un caso tra i tanti che colpiscono chi lotta per la libertà del paese basco.La battaglia per cercare di fermare l’estradizione di lander è stata una battaglia per dare voce a quanti e quante in Euskal Herria subiscono quotidiananmente torture, violenze e carcerazioni che hanno il sapore della vendetta che lo stato spagnolo riserva alla dissidenza politica e sociale basca. Dopo più di due anni dalla fine della lotta armata il governo di Madrid invece di impegnarsi per l’avvio di un vero processo di pace continua a colpire duramente e criminalizzare centiania di militanti del paese basco sventolando lo spauracchio del terrorismo per governare con la paura gli effetti di una crisi economica e sociale devastante.

Quello di oggi è un solo un passaggio nella battaglia per la liberazione di tutte e tutti i prigionieri politici baschi, un’altra goccia nel mare della risposta popolare che in Euskal Herria e a livello iternazionale chiede con forza la fine dei processi politici contro la dissidenza basca e l’avvio di una fase veramente risolutiva del conflitto.

Terrorista è lo stato spagnolo che reprime e tortura non chi lotta ogni giorni per la libertà, con loro continueremo a lottare compilci e solidali.

Ongi etorri Lander eta Aingeru!

Euskal preso eta ihesleriak etxera!

UnCasoBascoARoma

Nascono le CLAP

Dinamo Press
19 11 2013

Il 18 e 19 Novembre a Roma aprono le Camere del lavoro autonomo e precario (CLAP)

La precarietà è la condizione contemporanea del lavoro e della vita. Ha cominciato ad esserlo, soprattutto per le giovani generazioni, a partire dalla metà degli anni '90, si è consolidata negli anni zero, con la crisi è divenuta, propriamente, condizione generalizzata. Tanto che sono venute meno le demarcazioni, ancora evidenti solo un decennio fa, tra lavoro precario e lavoro stabile e, con l'approfondimento della catastrofe economica nell'Eurozona, tra lavoro e disoccupazione.

Sarebbe più opportuno, per afferrare con una parola il mercato del lavoro, e raccontare le nostre vite, usare la nozione di transizione: da un lavoro precario all'altro, dalla partita Iva al contratto precario (e viceversa), dall'impiego stabile alla disoccupazione. Ancora: da un paese all'altro, assumendo che oggi le migrazioni non riguardano più soltanto le popolazioni del Sud o dell'Est del mondo, ma coinvolgono con forza giovani e meno giovani del Sud Europa.

Ci sono almeno quattro elementi comuni che, nella frammentazione drammatica, uniscono figure lavorative ed esistenziali così diverse: salari o retribuzioni bassi; completa assenza di diritti (maternità, malattia, ferie ecc.); mancato accesso al welfare (reddito di base e previdenza in primo luogo); bassissimi, a volte nulli, livelli di sindacalizzazione o di organizzazione collettiva.

CLAP, le Camere del Lavoro Autonomo e Precario, nascono dalla federazione di esperienze di lotta e auto-organizzazione in diversi territori di Roma. Partiamo dalla necessità di unire ciò che è diviso e ricattabile, il lavoro contemporaneo nella crisi, mettendo al centro i quattro aspetti/problemi comuni appena segnalati.

Obiettivi prioritari delle Camere dunque sono:

organizzare o favorire l'auto-organizzazione dei non-organizzati, il lavoro senza diritti, precario e intermittente, quello gratuito (stagisti e tirocinanti), i disoccupati, le partite Iva con bassi redditi;
conquistare diritti e welfare, a partire dal reddito di base, per chi non ne ha;
promuovere solidarietà e nuove forme di mutualismo in alternativa alla frammentazione e alla solitudine del lavoro e delle lotte
Camere territoriali, quattro per partire, dislocate in diversi quartieri di Roma, nella fabbrica occupata Officine Zero e in spazi sociali come Esc, Puzzle, Corto Circuito, con un riferimento non casuale all'archeologia del movimento operaio e sindacale italiano. Riteniamo, infatti, che non sia più sufficiente organizzare la rappresentanza del lavoro partendo dalle categorie. È necessario, piuttosto, sostenere l'auto-organizzazione del lavoro a partire dalle piccole o grandi vertenze che investono la metropoli come spazio privilegiato della produzione e dello sfruttamento contemporanei. Non c'è categoria, peggio, ordine professionale, che possa tenere assieme lavoratori dei call center e delle pulizie, grafici e disoccupati, ricercatori e operatori sociali. Esistono comuni sciagure e bisogni e, a partire dall'insistenza territoriale, è possibile costruire il comune delle lotte e della solidarietà.

Oltre al sostegno all'auto-organizzazione, cosa trovate nelle Camere del Lavoro Autonomo e Precario?

Assistenza legale e ufficio vertenze
Consulenza fiscale e previdenziale
Formazione sulle normative relative al lavoro e sulla gestione della partita Iva
Alcuni servizi del CAAF
Slogan delle prime organizzazioni sindacali americane, alla fine del XIX secolo, quando si trattava di superare il sindacato di mestiere e favorire l'organizzazione di una forza-lavoro immigrata, intermittente, fortemente mobile era: «un torto fatto a uno di noi è un torto per tutti». La sfida del nostro tempo è conferire, nelle lotte e nelle rinnovate forme di mutualismo, attualità a questo slogan.

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Quando e dove?
A partire da lunedì 18 novembre (2013):
tutti i LUNEDI', dalle 17:30 alle 20, presso Officine Zero (via Partini 20 – via di Portonaccio/Casal Bertone)
tutti i MARTEDI', dalle 18 alle 20, presso Esc, Atelier autogestito (via dei Volsci 159 – San Lorenzo), Lab Puzzle (via Monte Meta 21 – Tufello), Csoa Corto Circuito (via Filippo Serafini 57 – Lamaro/Cinecittà)

Info/contatti:
www.clap-info.net
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Fb: CLAP
Tw: CLAP

Biagio Quattrocchi, DinamoPress
14 novembre 2013

E' stata depositata al Senato una proposta di legge del M5S per istituire in Italia il "reddito di cittadinanza". L'iniziativa ha avuto una notevole visibilità sui media mainstream e ha anche già stimolato la reazione stizzita del Sottosegretario all'economia Fassina: che si sà, fa ormai questioni di principio solo nei confronti di Maradona e dei grillini.

Centinaia di persone a colazione per difendere Scup

Dinamo Press
05 11 2013

L'ufficiale giudiziario tornerà il 28 novembre: "non ci sfratterete mai, saremo di nuovo qua"

Caffè e té, la diretta radiofonica di RadioSonar.net, la rassegna stampa e i libri della biblioteca popolare, il tatami montato in giardino con le esibizioni sportive della palestra popolare [...] , lo spazio bimbi e i fornelli della trattoria accesi. Tutta la ricchezza di Scup in strada per difendere lo spazio dallo sfratto, voluto dalla Unieco, uno dei giganti della "rossa" Lega delle cooperative, che qua pare voglia farci un supermercato dopo aver acquistato all'asta a prezzo stracciato lo stabile.

Contro l'arroganza della proprietà e per difendere uno spazio comune assieme agli occupanti centinaia di persone venute a portare la loro solidarietà: cittadini del quartiere, ragazzi e ragazze che si allenano nella palestra o animano l'aula studio, altre occupazioni della città. Alla fine l'ufficiale giudiziario se ne va ma la festa continua: "questo è Scup - dice al microfono JoJo - questa è la ricchezza che produciamo in questo posto. Una ricchezza sociale e comune al tempo della crisi che non può essere cancellata da un progetto di speculazione privata. Ogni volta che torneranno qua per cacciarci ci troveranno sempre in di più, a fare quello che facciamo tutti i giorni".

L'autunno della Fortezza Europa

Dinamo Press
29 10 2013

L'operazione "Mare Nostrum" e la dimensione transnazionale delle lotte dei cittadini migranti

Una nave da assalto anfibio, due fregate lancia missili, due pattugliatori, quattro elicotteri, un drone, due sofisticati elicotteri con radar a bordo, vari aerei da pattugliamento, circa 800 marinai.[...] No, non stiamo preparando lo sbarco per la liberazione dell'Italia. Si tratta delle forze messe in campo dall'operazione «Mare Nostrum», inaugurata lo scorso 18 ottobre nelle acque del Mediterraneo. A tutti gli effetti è una campagna militare, a cui con il solito tic da centro-sinistra europeo viene aggiunta la parola umanitaria. Il governo delle larghe intese si propone di estendere queste ampie vedute anche nell'ambito delle politiche migratorie conciliando il «soccorso in mare» (Letta) con il «rafforzamento della protezione della frontiera» (Alfano). Tuttavia, basta leggere i nomi dei mezzi schierati per capire che di soccorso ce ne sarà ben poco, del resto anche chi non è avvezzo al linguaggio militare può facilmente intuire che le fregate lanciamissili e le navi da assalto non sono mezzi adibiti al salvataggio dei naufraghi, tutt'altro. Dietro questo massiccio dispiegamento di forze e di soldi (secondo fonti del Sole24ore, i costi si aggirerebbero intorno ai 10 milioni di euro al mese) si nasconde, con molta probabilità, l'intenzione di praticare nuovamente i respingimenti in mare, usando i mezzi della marina sia come deterrente, sia per sbarrare la strada al transito delle navi. Un'eventualità che fa venire alla mente i ricordi tragici di quasi venti anni fa, quando una corvetta speronò nel canale di Otranto una nave carica di profughi albanesi provocando la morte di circa 80 persone.

I segnali provenienti dall'Unione Europea sembrano confermare questo trend, il governo italiano si è opposto al coinvolgimento di Frontex nel Mediterraneo, con la volontà malcelata di avere le mani libere nella gestione dei flussi. Gli accordi con i Paesi di transito, saltati a seguito delle rivolte nord africane, sono più che mai necessari per fermare gli sbarchi e l'arrivo di profughi dal corno d'Africa e dalla Siria. Per questo, le cancellerie europee si stanno affrettando a stringere accordi con i nuovi governi: è notizia dei giorni scorsi l’arresto di circa 800 profughi siriani effettuato dalla polizia egiziana. Per il momento la tanto richiesta gestione europea delle migrazioni si è tradotta in maggiori fondi da destinare al business dell'accoglienza e alle spese militari per il pattugliamento. La recente approvazione di Dublino III va a rafforzare la suddivisione tra nazioni confinanti, con il ruolo di contenitore, e Stati centrali, che pretendono la diminuzione degli arrivi dei rifugiati. Forse a questo si riferisce il premier Letta quando dichiara che l'immigrazione è finalmente un tema europeo. Ma si possono fermare le migrazioni? Sembrerebbe di no, almeno a giudicare dai progetti dei nostri veri governanti: le banche. Gli istituti creditizi da settimane tappezzano quartieri romani ad alta densità di cittadini stranieri con la pubblicità di nuove filiali e prodotti che si rivolgono ai soli migranti. Questi si trovano sempre più stretti nella morsa tra chi ipocritamente annuncia di volerli rimandare a casa e chi, più realisticamente, ne percepisce la rilevanza economica e li attrae verso l'indebitamento. In questa situazione, l'esclusione politica e sociale è solo una strategia per includere sottomettendo.

Uno schema ormai alle corde. Le lotte delle ultime settimane lo dimostrano chiaramente: c’è un filo che congiunge il corteo romano del 19, le proteste dei rifugiati afghani a Bruxelles e la rivolta nel Cara di Mineo. Il 19 ottobre, proprio il giorno successivo all'inaugurazione dell'operazione “Mare Nostrum”, è sfilato per le strade di Roma il più grande corteo di migranti degli ultimi anni, una presenza che è andata ben oltre le aspettativa e ha contribuito in maniera decisiva al successo della manifestazione. Migliaia di cittadini stranieri hanno trovato come punto di aggregazione la lotta per la casa: se nell'immediato le richieste principali sono state per il diritto all'abitare, la rivendicazione unitaria che ha attraversato tutto il corteo, unendo gli occupanti ai lavoratori della logistica (anch’essi in larga parte cittadini migranti!), è stata l'abolizione della Bossi-Fini.

Nei prossimi mesi si giocherà una partita fondamentale rispetto all'abolizione della Bossi-Fini e alla revisione delle leggi europee. La scommessa è aprire un percorso che sappia andare oltre l'emotività della tragedia e riesca a dettare l'agenda europea nei prossimi mesi, anche a fronte di una possibile affermazione transnazionale di formazioni xenofobe di estrema destra o di nuovi partiti/“movimenti” a carattere espressamente nazionalista.

Dall’1 al 3 novembre ospiteremo a Roma il secondo meeting euro-mediterraneo Agorà99. I diritti politici e sociali dei cittadini migranti, Dublino III e il diritto d’asilo europeo, le pratiche di auto-organizzazione e di welfare autonomo saranno alcuni dei temi di cui discuteremo con esperienze di lotta italiane ed europee, per iniziare a disegnare insieme un nuovo spazio di conflitto e mobilitazione all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

Sogni contro imbrogli! il 5 novembre difendiamo Scup

Dinamo Press
23 10 2013

SCuP è sotto sfratto.

Il 5 novembre si presenterà alla nostra porta l'ufficiale giudiziario assistito dalle forze dell'ordine per restituire il bene alla proprietà.La proprietà è la UNIECO, un colosso della lega delle cooperative che, usando un'altra società come scudo, ha comprato a un terzo del suo valore lo stabile di Via Nola. Pare vogliano fare un centro commerciale.

Scup non va via. Troppo da difendere: Pplestra, osteria e bar, biblioteca, aula studio e corsi di lingua, spazio bimbi e corsi per bambini, sportello di ascolto psicologico, web radio e laboratorio di immagini, un mercato di produttori e artigiani, un orto popolare e un laboratorio di progettazione, spazio per prove teatrali, wi-fi gratuito e spazio per formazione, seminari e assemblee. Tutto popolare.

Non si tratta di difendere un luogo, ma di promuovere un’idea e un sogno, che Scup assieme a tanti persegue. Ed è grazie al sostegno e la solidarietà di tanti che, in seguito allo sgombero del 25 gennaio, SCUP è rinata dopo soli 15 giorni con la rioccupazione.

Difendiamo il sogno...

Di una generazione, insultata dalla politica e svilita dal mercato, di rispondere alla crisi usando al meglio la propria generosità, professionalità e competenza, partendo dal mutualismo e la messa in comune delle conoscenze.

Di ricostruire il welfare che non c'è più, distrutto da tagli e speculazioni.

Di promuovere lo sport come strumento di emancipazione e solidarietà.

Di conquistare il diritto alla città in cui viviamo per renderla a misura di chi ci vive e non di chi specula.

Di dare dignità ai beni comuni, all'aria, all'acqua, alla cultura, alla conoscenza e a tutto quello che è di tutti e che non può diventare merce.

Contro una proprietà che si nasconde e che ha progetti oscuri, noi ci difendiamo mostrando quello che siamo e facciamo.

I nostri sogni contro i loro imbrogli.

Invitiamo tutte e tutti a venire il 5 novembre dalle 9.00, Ci sarà la colazione, lezioni sportive aperte e tanto altro….

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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