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DINAMO PRESS

Il 19 ottobre e quello che viene dopo

DinamoPress
22 10 2013

La giornata del 19 ottobre, letta in combinazione con lo sciopero generale dei sindacati di base del 18, lascia un segno importante, da cui occorre partire per avanzare domande e proposte nuove nel e per il movimento.

Due giorni di mobilitazioni, imponenti nei numeri, significative nella radicalità. E tutto questo nonostante la fase, qualificata più che mai da un'offensiva padronale, quella propria della gestione neoliberale della crisi economica, tutt'altro che tenera, o in affanno.

Per chi, come noi, ha deciso di raccogliere produttivamente la sfida del 19, lanciata dalla rete Abitare nella crisi, e ha contribuito, anche nei giorni precedenti, alla sua riuscita, un dato più degli altri ha positivamente sorpreso: la robustezza della partecipazione. 70.000 persone hanno attraversato la città, fin sotto ai ministeri (Economia e Infrastrutture), responsabili di sottrarre risorse all’abitare e al welfare per dirottarli verso le banche, nonostante fosse diffusa la percezione, anche e soprattutto a causa dell'aggressione mediatica delle scorse settimane, che si sarebbe trattato di una manifestazione “complicata”.

A indicare che, indipendentemente dai contenitori politici e dalle retoriche roboanti, c'è una domanda assai ampia di partecipazione radicale, un desiderio potente, fino in fondo esito della precarietà che marchia la pelle, di esprimere, anche praticamente, la propria indignazione. Doveva essere una sollevazione, nei fatti è stata una grande e importante manifestazione conflittuale. È stato anche conquistato un tavolo di trattativa sulle questioni abitative con il Ministro delle infrastrutture e con diversi sindaci. In questo senso la descrizione mainstream, delusa nel non trovare la tanto attesa “guerriglia”, sarebbe patetica, se non fosse pericolosamente liberticida e forcaiola.

Roma, poi, ha fatto la differenza; da fuori, infatti, visto il consueto blocco della mobilità di Trenitalia, la partecipazione è stata limitata in rapporto alle dimensioni della piazza. La nostra metropoli si dimostra un laboratorio politico effervescente, animato da decine di esperienze di occupazione e autogestione, abitative, sociali e culturali, ma anche da una consistente e radicata iniziativa, in qualche modo unitaria, del sindacalismo di base. Un'anomalia che, senza equivoci o incertezze, si conferma e si rinnova. Anche lo spezzone da noi promosso e organizzato insieme ad altri, e segnato dai vessilli dell'Europa pirata, si è distinto per la ricchezza, la qualità e la partecipazione di migliaia di studenti e precari.

Oltre i numeri, la composizione. Innanzitutto la prova di forza, straordinaria, del movimento di lotta per l'abitare: decine di migliaia di senza casa e occupanti, in prevalenza migranti, hanno aperto il corteo e definito il tratto più qualificante della giornata. I soggetti più colpiti dalla crisi e dalla sua gestione hanno sfilato con la determinazione di chi non si arrende all'ineluttabile, ma qui e ora, attraverso la riappropriazione, impone nuovo welfare, esercitando il proprio diritto alla città. Da anni, decenni, Roma è la metropoli in cui più estesa è la lotta per la casa, mai come questa volta, però, i numeri della piazza sono stati così significativi.

Assieme ai movimenti per il diritto all'abitare, una variegata, e anche in questo caso mai tanto robusta, presenza di gruppi politici e reti sociali metropolitane, dai centri sociali agli studenti. La scena generazionale, precaria e senza futuro, che pur avendo negli ultimi anni (dall'Onda in poi, per intenderci) segnato l’intensità dei movimenti, fatica a tradurre la potenza evidente nelle piazze, anche e soprattutto in quella del 19, in radicato contro-potere nei luoghi di lavoro. I numeri di sabato scorso, e la massiccia partecipazione di precari dei servizi e del commercio alla manifestazione sindacale del 18 ottobre, fanno davvero ben sperare.

Doverosa, procedendo con l'analisi, la comparazione tra la piazza del 19 e quella del 12, alla quale, come chiarito con il nostro ultimo editoriale, avevamo deciso di non aderire. Una manifestazione enorme e radicale, quella di sabato scorso, nonostante gli allarmi e il maltrattamento mediatico. Una manifestazione arretrata nei contenuti, in alcuni casi ostile ai movimenti (pensiamo alla presenza di Travaglio che, in consonanza con Grillo e i cinque stelle, si batte contro l'amnistia... vergogna, occorre gridare!), e poco partecipata, quella del 12, nonostante il sostegno di buona parte della stampa, oltre che di ciò che resta della sinistra politica.

La comparazione è utile, non tanto a consolidare rancori, anzi, quanto a promuovere con forza la riflessione sulla fase in cui siamo immersi: è possibile una posizione politica “debole” (cosa vuol dire difendere la Costituzione che impone il pareggio di bilancio? Come si può chiedere l’applicazione della Costituzione agli stessi partiti che la distruggono?) nel momento in cui, senza l'eccessiva mediazione dei tecnici, PD e CGIL gestiscono la crisi per conto della Troika?

Nel bilancio positivo della giornata, meglio, della settimana di mobilitazione, segnaliamo due domande, questioni che poniamo a noi stessi e al movimento tutto. In primo luogo l'Europa. Ci sembra necessario, e su questo insistiamo da tempo (soprattutto praticamente), trascinare oltre i confini nazionali il conflitto anti-austerity. Assumere fino in fondo questa necessità, significa costruire uno spazio comune di movimento e reti sociali di scopo, per un verso da subito transnazionali nell'estensione, per l'altro capaci di adottare nuove grammatiche della partecipazione e della decisione politica, distanti anni luce dalla competizione tra gruppi che spesso va per la maggiore in Italia. Il secondo meeting euromediterraneo Agorà99, che quest'anno si svolgerà a Roma, può essere un'occasione importante per andare in questa direzione.

In secondo luogo il radicamento e la continuità. In un autunno fin ora tutt'altro che bollente, il 18 e 19 aprono strade interessanti, da percorrere con passione. Non rinviabile, in questo senso, il consolidamento di esperienze pratiche che sappiano dislocare nei luoghi di lavoro e della formazione, nelle metropoli, il conflitto che nei grandi eventi di piazza sa fare la sua comparsa. La riappropriazione sul terreno abitativo è un pezzo, l'offensiva nella scena del lavoro precario e attorno alla questione del reddito di base è il nodo da affrontare. Così la sollevazione generale può dismettere i panni dell’evocazione e divenire processo sociale.

Con attenzione a queste domande, consegniamo al dibattito pubblico il nostro bilancio del 19 ottobre, le ipotesi di ricerca politica da fare nei mesi a venire.

In conclusione, come purtroppo ci troviamo a fare sempre più spesso al termine dei cortei, chiediamo con determinazione l’immediata liberazione di tutte le compagne e i compagni fermati durante la manifestazione e per cui nei prossimi giorni invitiamo a mobilitarsi in occasione dell’udienza di convalida dell’arresto.

Cops' favorite sport

Dinamo Press
8 ottobre 2013

Sugli stupri perpetrati da funzionari e agenti del Commissariato di San Basilio.
In un paese in cui vengono uccise due donne a settimana dai loro compagni, mariti, conviventi, ex-fidanzati, l'ennesimo stupro ai danni di una ragazza detenuta ai domiciliari, rischia di passare inosservato

New York, torna la pena di morte

Dinamo Press
25 09 2013

Non è solo la pena capitale, è tutto il sistema che non funziona

Sono passati cinquant'anni. Era dal 1963 che a New York non veniva eseguita una sentenza capitale. Ed è proprio nella corte di Brooklyn, città nella città tanto osannata per la sua originalità con cui attrae turisti e circuiti culturali e politici alternativi, in cui si è deciso di uccidere ancora. A Ronnell Wilson, 31 anni, verrà fatta l'iniezione letale per aver ucciso due poliziotti sotto copertura, dieci anni fa.

Non appena letta la sentenza gli occhi erano puntati tutti su di lui, Wilson, un giovane afroamericano che è stato impassibile. Non ha mosso un muscolo. Negli ultimi mesi, ha chiesto scusa, ha cercato i famigliari delle vittime. Ma loro non ne hanno voluto sapere: "E' troppo tardi, deve pagare per i suoi errori".

C'è qualcosa di mostruoso nel condannare a morte una persona. Ma negli Stati Uniti pare sia una pratica a cui proprio non vogliono rinunciare. Una giustizia in nome di quel moralismo che li fa sentire i migliori e unici depositari della verità. Ma qui di giusto c'è proprio molto poco. Le ingiustizie dettate dai pregiudizi sono all'ordine del giorno. Tanti, troppe persone innocenti sono finite in prigione perché qualcuno li aveva riconosciuti, magari solo dal colore della pelle. E la presunzione di innocenza non vale proprio per nessuno. E' una spirale da cui è molto complicato uscire.

C'è pure un'aggravante: se si confessa un crimine non commesso, le probabilità di venire scagionati sono pochissime. Nemmeno se c'è una prova del dna. Tantomeno se ci sono 18 persone pronte a testimoniare che eravate con loro proprio il giorno e il momento in cui il crimine è stato commesso. La firma su un pezzo di carta in cui si ammette il coinvolgimento, vale più di qualsiasi altra prova. Eppure nell'era di Csi, o tutti quei polizieschi, con pseudo "eroi" ci sarà una maniera ribaltare la sentenza. Niente di tutto questo, ma c'è un team di avvocati che cerca di aiutare chi è stato condannato ingiustamente. The Innocence Project da oltre 15 anni assiste gratuitamente (anche perché la maggior parte dei loro assistiti non si può permettere un avvocato) e si batte per la loro innocenza. "La maggior parte dei nostri casi riguardano stupri degenerati in omicidi. E' molto più facile provare che il crimine non è stato commessa da una persona se sulla scena del crimine c'è del dna di qualcun altro", ha spiegato Peter Neufeld a capo del progetto.

Già ma tante volte i procuratori non vogliono arrendersi nemmeno davanti all'evidenza. Come Michael Mermel, della contea di Lake, che a un giornalista ha spiegato di non volere rivedere il caso perché la vittima (11 anni) " poteva aver scelto di fare sesso con qualcun altro, prima di essere uccisa". L'arrestato Juan Rivera, che poi sarà scarcerato, aveva confessato. Una bella firma in cui raccontava come aveva stuprato e ucciso una bambina.

Ma se lui non ha commesso il crimine, perché lo ha ammesso? Bella domanda. E la risposta molte volte è semplice: lo hanno indotto. Il sistema americano permette l'uso della forza durante gli interrogatori. Coercizione e repressione. "Ti possono lasciare ore senza essere assistiti a un avvocato", manco a dirlo se la prendono con i ceti più bassi. E troppe il volte il colore della pelle è un indizio per i ranger. Come nel caso di Brenton Butler, 15 anni, che è stato arrestato per aver sparato e ucciso una donna. Il ragazzo era stato fermato perché camminava nei paraggi due ore dopo. Il marito lo ha riconosciuto: "E' stato lui". Il giovane si è fatto più di dieci anni di prigione prima di essere stato esonerato. Ci sono tanti troppi casi in cui i pregiudizi contano più della realtà. Solo Innocence Project è riuscito a far scarcerare quasi 300 persone. Ma per quattro uomini è stato troppo tardi, sono finiti sulla sedia elettrica pur non avendo fatto niente. Tu, chiamala se vuoi giustizia.

Circolo Poligrafico: giù la maschera!

Dinamo Press
29 07 2013

Sgomberato lo spazio dove neofascisti e localari speculavano in nome della "cultura".

Qualche giorno fa DinamoPress aveva ripreso un'inchesta apparsa in rete dal titolo Ombre nere dietro il Circolo Poligrafico?, in sostanza quello che gli autori si chiedevano era: com'è possibile che un locale alla modo della movida estiva capitolina sorga in uno spazio occupato da un gruppo di neofascisti vicina alla Destra di Storace? Com'è possibile che uno spazio occupato da Giuliano Castellino (un vero camaleonte della destra radicale romana, abituato a passare da una formazione politica all'altra a seconda della propria convenienza personale, e approdato recentemante alla Destra) e i suoi a seguito dello sgombero del Cinema Augustus nella centralissima via Vittorio Emanuele, in poche settimane perda ogni coloritura politica per presentarsi come un normale 'spazio culturale'?

Per settimane su facebook e a voce molti hanno chiesto agli organizzatori degli eventi del Circolo Poligrafico risposte, ricevendo in cambio solo mugugni, una sequela di imbarazzanti "non so" oppure "presto scriveremo un comunicato". Versioni ritrattate ogni volta che al puzzle si aggiungeva una tessera, come le informazioni raccolte da Pierfrancesco Demilito e pubblicate su MediaPolitika. A gestire il Circolo Poligrafico e le sue attività sarebbe stata infatti l'Srl "Arte, virtù, musica", registrata in fretta e furia mentre montavano le polemiche e il cui amministratore unico è Andrea Natoli, già candidato guarda caso con la Destra in II municipio. Alla fine il comunicato del Circolo Poligrafico arriva ma non risponde a nessuna delle domande poste, si limita ad elencare tutte le belle attività che si svolgono nella struttura sul Tevere promosse da "associazioni noprofit" e da "imprese", per poi sottolineare che "se lo spazio ci sia stato dato totalmente a titolo gratuito, da esponenti che operano ufficialmente in ambiti politici, non ci interessa". E dove finiscono i soldi dei coktail da dieci euro e degli ingressi? Questo non è dato saperlo, ne é dato sapere come uno spazio occupato possa essere gestito da aziende che ci lucrano sopra per fini esclusivamente privati e commerciali.

Ieri mattina lo sgombero dello spazio e la maschera che cade, Giuliano Castellino che va su tutte le furie e, dopo essersi messo prudentemente nell'ombra, esce allo scoperto e la ributta in politica con un comunicato che recita: "Questa mattina ancora una volta abbiamo subito lo sgombero da parte delle forze dell'ordine. Un altro avamposto sociale, battente bandiera tricolore, è stato chiuso". Ma come? La politica non c'entrava niente? Poi Castellino parte per la tangente parlando di "una campagna di criminalizzazione di Spazio Tevere (ex Poligrafico) e come sempre accade la forza mediatica dei radical chic e l'infamia di chi ancora campa di antifascismo e di opposti estremismi ha avuto la meglio. Ancora una volta pennivendoli rossi e centri sociali ordinano e le istituzioni e le forze repressive eseguono". Ma insomma il Circolo Poligrafico era un'occupazione tricolore o un locale apolitico? E radical chic a chi visto che nel Circolo Poligrafico non si consumava ne si entrava esattamente a prezzi popolari?

Da parte degli "ingenui" organizzatori di eventi non una parola, il silenzio più totale. Evidentemte gli resta solo il rimpianto di non aver più una gallina dalle uova d'oro, poco importa se gestita con un pezzo dell'estrema destra della città sottraendo uno spazio pubblico per i propri affari. Non una scusa verso tutte quelle persone che ignare della realtà che si celava dietro il Circolo Poligrafico hanno partecipato ad eventi ed iniziative.

Ai fascisti non ci resta che consigliarli di aprire un locale in maniera onesta, di misurarsi con il mercato e di pagare le tasse se vogliono diventare imprenditori. Le occupazioni sono un'altra cosa, la loro leggittimità viene dalle lotte che portano avanti, dai servizi e alle possibilità che offrono a tutti, dalla trasparenza e le scelte portate avanti alla luce del sole. Per questo le occupazioni, quelle vere, quelle come i tanti centri sociali o teatri occupati della nostra città non vengono sgomberate "per esercizio commerciale abusivo" come accaduto alla cricca di Castellino e ai loro amici localari due volte in pochi mesi, prima al Cinema Augustus, tramutato in discoteca e poi al Circolo Poligrafico.

Omofobia: tra una legge inutile e nessuna legge

QueerLab lgbtqi, Dinamo Press
25 luglio 2013

"Ce l'abbiamo fatta". La notizia, per come la riporta Ivan Scalfarotto sul suo blog, è che le "Norme urgenti in materia di discriminazione etnica, razziale, religiosa o fondata sull'omofobia o transfobia" arrivano, il 26 luglio, in Aula. Poco conta che durante l'iter in Commissione giustizia la proposta di legge, originariamente scritta dalla Rete Lenford – Avvocatura LGBT e basata sull'estensione della Legge Mancino-Reale ai reati motivati dall'omofobia e transfobia, arrivi a Montecitorio completamente snaturata;

#OccupyGezi - DinamoPress da Istanbul

Dinamo Press
03 06 2013

Serena Tarabini è un'attivista romana e una redattrice di DinamoPress. Da diversi mesi si trova a Istanbul e in questi giorni sta vivendo in prima persona la rivolta turca. Questo è il reportage che ci ha inviato nella notte tra il 1 e il 2 giugno.

La prima cosa che ho pensato assistendo a quello che sta avvenendo a Istanbul da tre giorni è stato "è arrivata la primavera araba". Un pensiero frutto più dell'emozione che di un'analisi, perchè è ovviamente difficile fare una valutazione del genere, e lo è ancora di più per un paese socialmente e politicamente sui generis come la Turchia. Una paese a metà strada tra l'Europa e il Medioriente, che porta i segni di entrambi senza essere completamente parte di nessuno, e che in termini di movimento fin'ora non si è connesso ne' con la primavera araba ne' con il movimento degli indignados. Quello che è sicuro è che una mobilitazione di questa entità non si verificava da decine di anni, e che dentro questa protesta si sfoga la frustazione e cresce la speranza delle persone che in questi ultimi anni hanno assistito a un progressivo restringimento degli spazi di democrazia ed ad un subdolo cambiamento della società, in termini di rislamizzazione dei costumi, portata avanti dal Premier Erdogan.

Le persone che vedo scendere in piazza sono di ogni tipo, età ed estrazione sociale, dagli studenti ai lavoratori, dagli anarchici alle tifoserie. Persone comuni, moltissimi giovani ma anche famiglie ed anziani sono coinvolti dalla protesta, che dilaga dalle piazze, attraversa le strade, si infila in bar e negozi, si affaccia dalle finestre delle case e rimbalza di quartiere in quartiere. Uno tsunami che si ingigantisce man mano che avanza, e che è partito da Gezi Park, parco pubblico antistante Piazza Taxim, in una municipalità , quella di Beyoglu, al centro di un radicale piano di trasformazione urbana con annessa speculazione edilizia. Il progetto, nonostante la cittadinanza abbia in più occasioni dimostrato la sua contrarietà con eventi, pertizioni, appelli, vuole sacrificare il poco verde rimasto per consentire la costruzione di un centro commerciale e di una moschea moderna; il taglio dei primi alberi ha dato il via all'occupazione del parco stesso.

La violenza con cui le persone accampatesi, alcune centinaia, sono state spazzate via dalle forze di polizia, a suon di idranti, lacrimogeni ad altezza d'uomo e gas urticanti, ha scatenato la protesta. Che è diventata generale e generalizzata e si è diffusa in svariati quartieri della città, oltre che nelle storiche Taxim e Istiklal Caddesi. Ovunque vi sono scenari di guerra, il fumo dei lacrimogeni e degli incendi è visibile in diversi punti, si rincorrono le notizie di scontri in questo o quel quartiere, riecheggiano da parti diverse ed ad ogni ora del giorno e della notte i cori dei cortei spontanei che si formano nella città da tre giorni e che coinvolgono un numero crescente di persone. Ieri 40 mila persone hanno attraversato a piedi il ponte che collega la parte europea di Istanbul a quella asiatica, oggi il colpo d'occhio sul parco, rioccupato, piazza Taxim, piena, Istiklal caddesi, piena, e le notizie proveinienti dagli altri quartieri, fanno pensare ad almeno un milione di persone coinvolte, in una dinamica che ha tutte le caratteristiche del movimento spontaneo. Non c'è organizzazione dall'alto, non ci sono direttive, il ruolo di sindacati, associazioni, movimenti organizzati è limitrofo, i protagonisti sono uomini e donne che in 600 alberi in pericolo hanno scovato una minaccia per la democrazia.

A fronte di tutto ciò i mezzi di comunicazione nazionali, schierati con il governo o dallo stesso tenuti sotto scacco, negano l'evidenza, minimizzano in modo patetico i numeri, danno voce ad interpretazioni ridicole della protesta. In tutto questo il ruolo dei social media è stato e continua ad essere fondamentale, per diffondere il reale stato delle cose dentro il paese come all'estero, e come sempre funzionare da collettore, attraverso le notizie,le immagini, i tweet, le emozioni che circolano frenetiche dai telefoni ai tablet ai computer.

Mentre sto scrivendo le persone affollano ancora le strade, sono in corso scontri nel quartiere di Besiktas, alla mia finestra oltre all'odore acre dei lacrimogeni arrivano da direzioni diverse i suoni di una protesta che andrà avanti per tutta la notte, ancora molte persone occupano il parco, si vocifera un pesante attacco delle forze di polizia all'alba, ma niente è sicuro. L'unica cosa sicura è che la violenza inaudita della polizia non ha indebolito la mobilitazione, diffusasi anche in altre città, e che domani sarà un'altro giorno di lotta.

I diritti non sono stranieri

Dinamopress
31 05 2013

Come associazioni antirazziste, operatori del terzo settore, collettivi che lottano con i migranti per i diritti di tutti sentiamo il bisogno di prendere parola sulle tante questioni sollevate di recente rispetto al complesso delle politiche migratorie italiane. Con questo appello chiamiamo un presidio sotto il Parlamento per venerdì 31 Maggio, dalle ore 14.30, perché crediamo necessario affermare di fronte alle istituzioni, italiane ed europee, la nostra incompatibilità con le posizioni espresse in queste settimane da diversi esponenti politici e con il tono del dibattito che si è generato a partire dalle proposte di riforma della cittadinanza, del reato di clandestinità e dei C.I.E. Siamo consapevoli che il “governissimo” di Pd e Pdl non ha nessuna intenzione di uscire dal solco delle politiche migratorie, repressive e inconcludenti, degli ultimi due decenni. Proprio per questo siamo convinti che soltanto dal basso si possano e si debbano imporre nell’agenda politica i temi che riguardano i diritti dei cittadini stranieri e l’urgenza di un ripensamento globale delle politiche migratorie.

Invitiamo tutte le realtà che lavorano quotidianamente per una società aperta e meticcia a sottoscrivere questo appello e a farlo circolare (per adesioni inviare una mail a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.). Invitiamo le associazioni, i collettivi, le occupazioni, gli operatori sociali e i lavoratori del terzo settore, i cittadini migranti e quelli italiani a partecipare al presidio.

Di seguito l'appello della manifestazione e i primi firmatari

Negli ultimi mesi, le questioni legate ai diritti dei migranti sembravano scomparse dal dibattito politico locale e nazionale. In poche settimane, invece, è bastata la nomina simbolica di un ministro nero per scatenare innumerevoli reazioni. Prima il becero razzismo verso il ministro Kyenge, poi gli attacchi contro le sue proposte politiche in tema di cittadinanza, C.I.E. e reato di clandestinità, e, più recentemente, i tragici fatti di Milano sono serviti da pretesto per dare forza all'ennesima campagna razzista e securitaria. Tutto ciò rappresenta l’ennesimo prodotto di vent’anni di politiche migratorie che hanno trattato un grande fenomeno sociale alla stregua di un problema di ordine pubblico.

Eppure, nonostante gli ostacoli predisposti dalle leggi restrittive sulle migrazioni, l'Italia è già una società meticcia. Più di cinque milioni di cittadini migranti vivono in Italia, una presenza che attraversa tutti gli ambiti della vita pubblica, dalle scuole agli ospedali, fino ai luoghi di lavoro. Un'esistenza spesso tormentata dalle continue discriminazioni e dalla mancanza di riconoscimento legale e sociale. Nell'ultimo decennio, poi, e mai come ora nel contesto della crisi economica, l'Italia é di nuovo un paese dal quale si emigra verso altre mete. Le misure di austerità, che impongono disoccupazione, precarietà e tagli al welfare, sono la molla che spinge molti cittadini, sia italiani che migranti, a lasciare il paese.
In questa situazione, l’Italia è diventata, dopo la Grecia, il nuovo “paese non sicuro” per richiedenti asilo e rifugiati. La pesante situazione nazionale si ripercuote in maniera ancora peggiore sulla città di Roma: solo pochi giorni fa il Delegato dell’UNHCR per il Sud Europa ha scritto ai candidati sindaco della Capitale, denunciando “la quasi totale mancanza di un sistema d’integrazione per i rifugiati e per gli altri beneficiari di protezione internazionale”. Prima l’espulsione dai centri di accoglienza dei rifugiati provenienti dalla Libia, senza alcuna prospettiva per il loro futuro, dopo due anni di “parcheggio” in luoghi utili soltanto a generare enormi profitti per i potenti professionisti dell’accoglienza romana. Poi l’accanimento del Comune contro i giovani migranti del Bangladesh, perseguitati nei centri di accoglienza e rinchiusi nei C.I.E., che rischiano la condanna a una clandestinità senza vie d’uscita. Infine, l’uso di retoriche esplicitamente razziste nei tentativi di criminalizzazione dei movimenti di lotta per la casa, unica risposta reale alla grave emergenza abitativa.
La distanza tra la nuova società meticcia e le politiche migratorie razziste e inconcludenti degli ultimi due decenni, impone l’urgenza di un loro ripensamento complessivo, funzionale a riconoscere e garantire i diritti e la dignità di tutti. Sentiamo l’esigenza e la necessità di prendere parola pubblicamente e lanciare un messaggio nei confronti di chi pensa ancora di poter continuare nel solco delle politiche che hanno condannato migliaia di persone alla clandestinità e all’esclusione sociale, e in molti casi alla detenzione in strutture inumane come i C.I.E. Vogliamo farlo tutti insieme, di fronte al Parlamento, raccogliendo in una piazza le tante istanze e i molteplici desideri che animano il nostro lavoro e le nostre vite.
Lo faremo nel giorno in cui a Francoforte, nel cuore dell’Europa del capitale finanziario e dell’austerità, verrà bloccato il principale aeroporto europeo di deportazione dei cittadini migranti indesiderati. Questa circostanza non è casuale, ma esprime la consapevolezza che oggi lo spazio dello scontro tra chi alza muri e chi costruisce ponti può essere soltanto quello europeo.
Invitiamo i cittadini, migranti e italiani, le associazioni, le scuole d'italiano, gli operatori sociali e tutti coloro che credono sia necessario aprire un dibattito politico per ripensare globalmente e profondamente le politiche migratorie italiane ed europee, a partire dal sistema di accoglienza, a partecipare al presidio che si svolgerà in piazza Montecitorio, il 31 Maggio alle ore 14.30.

Chiediamo:
- L’introduzione dello ius soli e la semplificazione delle procedure e dei tempi di acquisizione della cittadinanza per residenza, che è un diritto e deve finire di costituire soltanto una concessione.
- La chiusura dei C.I.E., luoghi inumani, dove le persone vengono torturate e detenute in condizioni vergognose, senza aver commesso alcun reato.
- L'abolizione del reato di clandestinità.
- Un nuovo piano di accoglienza per rifugiati, richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati. L'immediata chiusura dei grandi centri, al fine di promuovere un nuovo sistema di accoglienza decentrato e su piccola scala. In tal senso è necessario che gli stanziamenti non siano spesi per arricchire poche aziende, come nel caso della “Emergenza Nordafrica”, ma siano finalizzati ad allargare le maglie dello SPRAR per permettere l'accesso a tutte le persone che vi fanno richiesta.
- La fine dell’accanimento del Comune di Roma nei confronti dei giovani migranti del Bangladesh, l’interruzione immediata delle retate e dei controlli, per trovare una soluzione politica che tuteli i loro diritti e la loro dignità.
- La revisione del regolamento Dublino II, ormai incapace di regolare l’asilo a livello europeo e fonte di sofferenze e violazioni per tanti cittadini migranti, con l’obiettivo di garantire loro il diritto di scegliere dove vivere e la libertà di movimento.

Primi firmatari:

Arci-Roma, Esc Infomigrante, Laboratorio 53, Lab!Puzzle, La Strada, Scuola di italiano Astra 19, Servizio Civile Internazionale, Senza Confine, Yo Migro, Rifondazione Comunista, Scup!, Csoa Sans Papiers, Pirati Roma, Action, Confederazione Cobas, ZaLab, Focus-Casa dei Diritti Sociali, Gajamente Critical Forum GLBTQ, Assalti Frontali, Centro Donna L.I.S.A., Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Ass. CEMEA del Mezzogiorno, SEL, Ass. Casa Africa, Anthea cooperativa sociale...

A volte ritornano: l’aborto clandestino

Dinamopress
31 05 2013

E' di pochi giorni fa una bella inchiesta di Maria Novella De Luca uscita su la Repubblica. Parla del ritorno degli aborti clandestini in Italia. L'articolo si intitola '194, così sta morendo una legge'.

Il motivo è semplice: Da Roma in giù oltre l'80 per cento dei ginecologi, e oltre il 50 per cento degli anestesisti e degli infermieri, si rifiutano di applicare la 194. Si dichiarano obiettori di coscienza, ma la verità è che laddove governano il centrosinistra prono alla chiesa più gretta o la destra – perciò ovunque - chi non obietta non fa carriera. Nel Lazio, per esempio, i ginecologi obiettori sono il 91 per cento del totale.
Il risultato è che le donne devono affrontare un percorso a ostacoli umiliante e non trovano nella sanità pubblica accoglienza né aiuto né ascolto, e comunque, umiliazioni a parte, il risultato è che negli ospedali non c'è posto. Le donne vengono respinte e abbandonate, come prima della legge, al destino, alla solitudine e alla paura. Poi semplicemente fanno quello che possono.
Così, quelle senza soldi muoiono o diventano sterili, ingollano dosi massicce di farmaci contro l'ulcera (un blister da dieci pillole costa cento euro al mercato nero, meno su internet), abortiscono nei cessi pubblici (in casa qualcuno potrebbe capire). Le più fortunate o ricche si affidano a “professionisti” in grado di fare, in fretta, un lavoro “pulito” per qualche migliaia di euro, oppure vanno all'estero, ma in quel caso oltre che ricche bisogna essere colte.

Dice l'inchiesta di Repubblica: “Ventimila gli aborti illegali calcolati dal ministero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008, quarantamila, forse cinquantamila quelli reali. Settantacinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall'Istat, ma un terzo di questi sono il frutto probabilmente di interventi 'casalinghi' finiti male. Cliniche fuorilegge, contrabbando di farmaci: sul corpo delle donne è tornato a fiorire l'antico e ricco business che la legge 194 aveva quasi estirpato”.
Sul sito degli eroi solitari della Laiga (la Libera associazione di ginecologi in difesa della 194, qui il sito) c'è il testo di una lettera consegnata al cardinale Augusto Vallini il 2 febbraio 2013 dai docenti delle cattedre di Ostetricia e Ginecologia delle Università di Roma, tutte, La Sapienza e Tor Vergata comprese, intitolata “Riflessioni su una legge dello Stato”. Dice, tra l'altro: “Per il feto è necessario che siano chiari, e maggiormente conosciuti, i suoi diritti, anche non scritti, concernenti la sua vita e le condizioni previste per il suo sviluppo, per permettere alla madre una decisione compiutamente responsabile”. Conclude: “Le Università stimolano la ricerca nei campi di frontiera fra la medicina, la biologia, l’etica, che operano tutte congiuntamente per definire le più avanzate responsabilità dell’uomo”.

L'uomo, il cardinale, il medico – quante responsabilità e quanti poteri senza nessun potere davanti alla scelta di una sola donna. Loro non sanno che “l'aborto” non esiste, come non esiste “la vita”. Esistono le vite ed esistono gli aborti, che sono cose sulle quali decidono le donne, a ogni costo. Ma il femminismo insegna che le vite sono la politica (come Roma del resto, e questa è un'altra storia). E lo è dunque la violenza – chiamiamola con il suo nome – sulle donne dei medici, degli anestesisti, degli infermieri obiettori, i quali non conoscono e non rispettano nessuna vita, neanche le proprie, effettivamente vite un po' di merda, perché dedicate al sopruso per convenienza e obbedienza. Forse non abbiamo fatto abbastanza per rompere il silenzio omertoso sull'obiezione di “coscienza” alla 194, ma il nuovo inizio che dopo l'esperienza elettorale ci attende può cominciare anche da qui.

Giovani bangladeshi in lotta

Dinamo Press

Martedì 21 maggio, ore 15.00

Manifestazione sotto il Parlamento

I giovanissimi migranti bangladeshi affidati ai centri di accoglienza della capitale, oggetto da circa due mesi di una pesante procedura persecutoria su regia del Comune di Roma, invitano a scendere in piazza al loro fianco. I ragazzi annunciano una lettera aperta al governo e al Parlamento per un urgente intervento istituzionale all’insegna della reale tutela dei giovani stessi e chiedono l'immediato rilascio dei due ragazzi attualmente trattenuti presso il Cie di Ponte Galeria.

Facciamo i conti con l'azzardo - Parte II

Dinamo Press
20 05 2013

Leggi Facciamo i conti con l'azzardo - Parte I

“Il gioco è una attività non soggetta a costrizioni, ma anche priva di conseguenze per la vita reale. Implica un'atmosfera di distensione o di divertimento. Il gioco riposa e diverte. Si contrappone alla serietà della vita reale. Il gioco non produce alcunchè: né beni né opere. I giochi a base di denaro, scommesse e lotterie, non fanno eccezione: non creano ricchezze , le spostano soltanto”
(Roger callois, I Giochi e Gli uomini, 1981)

Il gioco vero non ha nulla a che vedere con il gioco d'azzardo, che di conseguenze sulla vita reale ne produce sin troppe. Le dinamiche speculative invadono le nostre vite colonizzando anche quello che era il “tempo libero”, dello svago, di una sfera di vita slegata dall'attività produttiva, secondo il vincente modello borghese di suddivisione del tempo.

Di tempo se ne perde un casino a giocare d'azzardo. Maurizio Fiasco ha calcolato che il tempo di vita investito davanti a una slot machine, tradizionale oppure online, o ai gratta e vinci è di 69.760.000 giornate lavorative. Tempo sottratto ad altro, per esempio alle relazioni. Il gioco uccide le relazioni, gli affetti, genera un tipo di solitudine molto triste. Dal 2001 al 2009 il consumo di antidepressivi è aumentato del 59,7%. Un dato che parla di un'ansia societaria generalizzata, di un'insicurezza di massa non trascurabile.

Il gioco d'azzardo patologico è esattamente il contrario del gioco inteso come come attività ricreativa e formativa: è formalizzato, piuttosto che informale, solitario piuttosto che sociale, appiattito sull'elemento aleatorio piuttosto che incentrato sull'abilità, è fisicamente contestualizzato. Il ruolo del giocatore è perlopiù passivo: nel caso delle slot machine si riduce a schiacciare un tasto, per cercare una combinazione vincente comunque suggerita dalla macchina. Genera, come in altre forme di dipendenza patologica, un intenso desiderio e un senso di mancanza, un coinvolgimento irragionevole, una sindrome di astinenza, una forte impulsività e una mancanza di controllo, e una progressiva autoemarginazione.

La capacità di mentalizzare le proprie emozioni è ridotta a zero, annichilita dal bombardamento dal registro di televisione e pubblicità tutto giocato sulla manipolazione delle emozioni. Uno degli spot della Snai si chiama “L'ormone della felicità”. Altro che felicità: gli effetti per la persona e per la famiglia sono devastanti sotto il profilo psicologico, sociale, economico.
A livello clinico, il gioco d’azzardo patologico (GAP) compare nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD IX) nel 1977 e nel 1980 viene inserito nel capitolo dei “Disturbi del controllo degli impulsi non altrimenti classificati” del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM III). I criteri diagnostici che definiscono il gioco d’azzardo patologico nel DSM-IV TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali - quarta edizione - revisione del testo) risalgono al 2000.

Quando si invoca il diritto di cura per il GAP e il suo inserimento tra le patologie coperte dal sistema sanitario nazionale, non si tiene conto del fatto che l'attuale classificazione del disturbo è vecchia, e che occorre innanzitutto aggiornarla adeguandola ad una contemporaneità caratterizzata dalla diffusione di massa del gioco d'azzardo.

Ci sembra importante sottolineare il fatto che l'odierno proliferare delle nuove patologie è anche una diretta conseguenza del mutato scenario economico e sociale di cui le istituzioni sono in gran parte responsabili. Assistiamo basiti ad un circolo vizioso in cui le condizioni di vita sempre più dure imposte da politiche sbagliate generano nuove patologie per la cui cura e prevenzione si stanziano poi fondi pubblici. E' un sistema assurdo quello che incentiva il gioco d'azzardo, si astiene dal regolamentarlo, per poi promuovere e finanziare iniziative volte alla sua cura. Similmente, è assurdo che le concessionarie del gioco tentino di lavarsi le coscienze devolvendo parte del ricavato del gioco al finanziamento della ricerca scientifica e in altre nobili cause, come nel caso del ben pubblicizzato finanziamento di Telethon da parte dell'Aams.

Lo Stato guarda dall'altra parte, i cittadini no.

Siamo stati invitati a Genova per un incontro a Palazzo Ducale promosso dalla Comunità di San Benedetto al Porto, in occasione dell'entrata in vigore del nuovo regolamento comunale, restrittivo, sul gioco d'azzardo. A fine febbraio la città era scesa in piazza per manifestare contro l'apertura di un casinò a Pegli. Avevamo provato un'emozione bella e forte nel vedere il nostro logo Casi-No in un'altra piazza, fisicamente lontana, idealmente vicina. Il titolo del convegno era esplicativo: “Città e Comunità. Comunità nella Città”. Il ruolo della comunità è fondamentale nell'opporsi tipicamente alla trasformazione del territorio, causato dalla mancata regolamentazione del gioco, e a tutto ciò che ne deriva. Il Comune di Genova si è dimostrato all'altezza del compito, prendendo le parti dei cittadini, e introducendo un regolamento specifico, oggetto di studio da tempo grazie all'istituzione di una Consulta Comunale sul gioco d'azzardo.

Il Cinema Palazzo è fondato sul senso di Comunità: della difesa e della tutela del territorio ha fatto il proprio cavallo di battaglia, da ultimo con la nascita della Libera Repubblica di San Lorenzo. L'impegno sul territorio è quotidiano, per ristabilire i nessi e i legami fondamentali della comunità, contro le logiche della speculazione che invadono le nostre vite e i nostri spazi. La partecipazione, la riattivazione di dinamiche di controllo e di decisione sulle nostre vite e sul territorio che abitiamo è il primo passo per contrastare fenomeni di solitudine e di disagio sociale spesso favoriti proprio dalla conformazione dello spazio urbano.

Ne abbiamo parlato Sabato 11 maggio in un incontro all'interno di un ciclo di iniziative portato avanti dalla rete territoriale di San Lorenzo per la Salute Bene Comune, un’assemblea formativa che ha coinvolto Nuovo Cinema Palazzo e NeuroPsichiatria Infantile - Policlinico Umberto I, introdotta dalla bella relazione degli urbanisti Rossella Marchini e Antonello Sotgia: “Perdersi in città. Per non essere più soli: dall'esclusione alla riconquista dello spazio urbano. Il caso di San Lorenzo.” Recinzioni, ostacoli, cancelli, panchine disegnate appositamente per impedire che ci si possa stendere: la città come luogo dell'isolamento, della separatezza, dell'asocialità. Il Cinema Palazzo ha trattato la trasformazione del territorio nell'articolo Las Tiburtinas pubblicato da Dinamo Press, su gioco d'azzardo e tessuto urbano.

Si prospetta un lavoro interessante con Neuropsichiaria Infantile, una realtà da tempo attiva a San Lorenzo, minacciata dalle politiche prepotenti dell'Università che anziché rappresentare un importante centro e motore di cultura toglie spazi al quartiere senza apportare alcun beneficio alla comunità. Nell'intervento di Graziella Bastelli e Ignazio Ardizzone: “Umorismo ed Ironia del gioco contro le forme dell'isolamento sociale contemporaneo” si è parlato dell'importanza di ridare valore al gioco come strumento di sviluppo della personalità sofferente e non, come momento importante di sperimentazione della relazione sana con l'altro, con la vita, con il mondo esterno. Immaginiamo una serie di iniziative comuni per portare la nostra idea di gioco nelle piazze e nei cortili di San Lorenzo.

Il 18 maggio siamo stati a Pavia con i compagni di Senza Slot, una realtà giovane e fortissima, per dire no alle slot machine, per dare vita ad una rete nazionale dal basso contro il gioco d'azzardo, per elaborare il nostro ragionamento sulla tematica, dalla parte dei cittadini, dei nuovi poveri, dei nuovi sfruttati.

Il collettivo Senza Slot apparentemente fa una cosa molto semplice: mappa i bar senza slot machine, dove il caffè è più buono. Il successo anche mediatico che ha immediatamente riscosso è dovuto proprio all'interessamento delle comunità locali al fenomeno del proliferare del gioco d'azzardo e al conseguente impoverimento dei giocatori. E' indicativo che i gestori dei bar spesso tolgano le slot machine dai loro bar, nonostante il profitto che ne deriva, non per l'introduzione di una qualche norma restrittiva, ma per semplice sensibilità umana: di fronte al triste spettacolo dei propri clienti regolari che si giocano tutto, vince la relazione.

Per questo, per dare spazio alle relazioni, al gioco e la divertimento siete tutti invitati al Cinema Palazzo per il Terzo Torneo Popolare di Briscola e Tresette con Elio Germano, il 14, 15 e 16 giugno. Per un gioco autentico, per una socialità vera, per una città a misura di tutti.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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