×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

DINAMO PRESS

Al Cie di Ponte Galeria è sciopero della fame

Dinamo Press
02 05 2013

La protesta contro le condizioni di vita e la mancanza di diritti.

1 maggio 2013

Noi tutti di questo centro abbiamo deciso di dare inizio ad una protesta pacifica iniziando il rifiuto del cibo che ci viene consegnato per tutto il tempo necessario finchè non vengano esaudite le nostre richieste sotto indicate:

1. Chiediamo che le procedure siano molto più rapide

2. Che il servizio sanitario sia molto più efficiente

3. Che non venga più usata violenza, fisica o psichica, contro di noi (giorni fa è stata somministrata una puntura di psicofarmaci ad un ospite, contro la sua volontà, che ha avuto una reazione dannosa alla salute provocandogli gravi danni. Ancora oggi non può parlare e ha la faccia gonfia)

4. Che venga accolta la richiesta di chi chiede l'espatrio il prima possibile senza trattenimenti di lungo periodo

5. Che le notifiche vengano tradotte nella lingua di origine

6. Che le visite dall'esterno vengano facilitate senza tanta burocrazia

7. Che i tossicodipendenti vengano accolti in un'altra struttura adatta alle loro esigenze di recupero

8. Che chiunque abbia uno o più carichi pendenti possa presenziare al suo processo in modo che non venga condannato in contumacia

9. Per queste e molte altre motivazioni i centri come questo di Ponte Galeria schiacciano la dignità delle persone e andrebbero chiusi per sempre

Noi motiviamo il nostro sciopero della fame, ora voi motivateci il perchè dobbiamo espiare una pena senza aver commesso un reato.

Dinamo Press
26 aprile 2013


"Posso assicurarvi che mi farò carico di veicolare la vostra richiesta al ministero dell'Interno per sollecitare una soluzione che vada incontro alle vostre esigenze e a quelle dei vostri figli".

"Dopo tanti anni di lavoro con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, so bene quanto difficile sia la situazione dei rifugiati e in particolare delle donne. La difficoltà di ritrovarsi da sole, in un Paese straniero, senza conoscere la lingua, senza un sostegno, a reinventarsi una vita spesso con i figli piccoli al seguito. La lettera che mi avete mandato mi ha colpito. Sapere della vostra vita in Italia, caratterizzata da continui trasferimenti, con tutte le conseguenze che ciò comporta, soprattutto per i bambini e la loro iscrizione a scuola evidenzia come l'attuale sistema trascuri le esigenze indispensabili per favorire un processo di integrazione. Mi riferisco in particolare alla difficoltà di dover ricominciare ogni volta da zero, per di più dopo essere state sistemate in zone isolate, lontane dai centri abitati".

DinamoPress
17 04 2013

Mobilitiamoci per dire ancora una volta no all'estradizione dell'attivista basco Lander Fernandez in Spagna.
17/4 ppuntamento ore 17,00 al Colosseo

Abbiamo appreso stamane la decisione della Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione sulla richiesta di estradizione nei confronti di Lander Fernandez.

La Cassazione ha deciso di rigettare il ricorso presentato dalla difesa di Fernandez, avallando - come già la Corte di appello di Roma – l’estradizione richiesta dal Regno di Spagna.

Ancora una volta la Giustizia italiana si piega alle ragioni della diplomazia, calpestando i diritti di un cittadino europeo contro cui la Spagna sta inscenando una vera e propria persecuzione politica.

Ora la palla passa al Ministro della Giustizia che dovrà prendere una decisione tutta politica sul futuro di Lander. Il Ministro potrà decidere se garantire i diritti civili e politici di Lander, sottraendolo all’accanimento giudiziario che si è acceso nei suoi confronti. Altrimenti il Ministro potrà ciecamente acconsentire a questa usurpazione, inviando Lander davanti all’Audiencia Nacional di Madrid: un tribunale speciale - unico in Europa - presso cui verrà intentato un processo fondato su una dichiarazione estorta sotto tortura.

La mobilitazione continua ora più che mai. Come nella giornata di ieri, in cui decine di presidi e striscioni si sono dispiegati in molte città italiane, invitiamo tutte e tutti ad attivarsi per partecipare a questa battaglia di civiltà.

Oggi il nostro comitato parteciperà alla manifestazione per i diritti dei prigionieri politici in tutto il mondo, convocata per le 17 al Colosseo

Vogliamo Lander libero. Vogliamo che Lander non venga estradato in Spagna.

Tout tourne autour de Keny Arkana

Dinamo Press
16 04 2013

Un racconto del concerto e di un incontro con la rapper francese al Forte Prenestino.

Finalmente arriva il 13 aprile, una data a Roma tanto attesa per chi da anni ascolta la rappeuse d'oltralpe, Keny Arkana, sempre al fianco dei movimenti di lotta e resistenza. Le sue canzoni hanno fatto da colonna sonora a moltissime manifestazioni in tutta Italia, e hanno dato voce a diverse istanze, esattamente come è accaduto nelle banlieue francesi emarginate dalle politiche liberali di Sarkozy. Il suo grido di rabbia contro le ingiustizie, la sua celeberrima rage, si è fatta sempre più strada a livello internazionale perchè incarna lo spirito di chi vuole denunciare apertamente le contraddizioni insite al sistema capitalistico, e attaccare con veemenza le politiche neoliberali che tentano di distruggere le relazioni umane tra i popoli. Keny, nel suo attacco ai poteri forti, non risparmia nemmeno i media mainstream, accusati di nascondere troppo spesso la verità di ciò che accade: il testo di V pour verité è in questo senso esemplare, poichè invoca l'unione dei popoli a lottare contro le rappresentanze istituzionali che non sono in grado di dare reale espressione ai problemi dei cittadini in ogni parte del mondo.

La sua voce energica ed il suo accento marsigliese la rendono amabile anche a chi non conosce il significato dei testi perchè è capace di intercettare i sentimenti ed i desideri di chi cerca di costruire un mondo diverso, e riesce a trasmettere i suoi messaggi attraverso dei video-clip che sanno restituire visivamente lo spirito di denuncia e indignazione, oltre che fotogrammi delle lotte portate avanti dai movimenti. Non a caso, in più di un occasione si è dichiarata, più che una rappeuse, una militante che fa del rap.

Sin da giovane, infatti, ha militato tra le fila dei movimenti e nel 2004 ha contribuito alla creazione di "La rage du peuple", un collettivo marsigliese itinerante che ha indetto moltissime assemblee popolari in Francia, Svizzera, Germania e Belgio con l’intento di favorire lo sviluppo territoriale e implementare la partecipazione attiva dei cittadini nella gestione della politica locale. Le tesi altermondiste che il collettivo ha portato avanti anche in seno ai controvertici e ai forum mondiali, e il dialogo diretto e continuo inaugurato con le comunità zapatiste sono due capisaldi che hanno motivato anche Keny a partecipare alla nascita e allo sviluppo di questo movimento politico. D’altronde, il suo amore per l’America centrale e meridionale emerge non solo in molti dei suoi testi più recenti, ma anche e soprattutto dai racconti emozionati dei molti viaggi fatti nelle terre argentine, messicane, colombiane e boliviane. Come lei stessa ha dichiarato: “la mia persona fisica è europea, ma nelle mie vene scorre sangue argentino”.

Alla sua passionalità e determinazione il pubblico italiano ha risposto con altrettanto calore: il centro sociale Forte Prenestino -che ha ospitato il concerto- ha, infatti, registrato più di 4000 ingressi. L’atmosfera, così carica e trepidante, ha fatto pendant con la prorompenza e la vitalità della piccola grande Keny. Le prime dieci file erano stra-gonfie! Abbiamo ballato sui ritmi più variegati: dal drum'n'bass al rap vero e proprio…e poi ogni tanto quel saluto squisitamente francese dal palco: “Grazie mmille Rrrrroma!” (inconfondibile la r).

Credo che ciò che la rende grande e così amata è la sua capacità di raccontare sia la durezza della vita di strada -che lei ha sempre abitato in prima persona- sia, al contempo, la delicatezza dei sentimenti umani universali, come l’amore per les enfants (i bambini), protagonisti in più occasioni dei suoi testi perchè bisognosi di protezione e di un mondo che li sappia accogliere e crescere dignitosamente. Lo sguardo femminile di Keny Arkana dona al rap italiano ed internazionale una visione più integra del mondo di oggi, in cui si avvicendano la necessità di una rivolta dei popoli ed il desiderio di fondare un nuovo modo di vivere tra gli esseri umani più onesto, rispettoso della natura e degli esseri viventi, delle relazioni e dei sentimenti. Una sorta di cosmovisione, insomma, quella di Keny, che sa tenere insieme lotta e amore, materialità e spiritualità entro la sua arte musicale che evoca terre e culture d’oltremare.

Ci ha regalato grandi emozioni, sorrisi ma soprattutto voglia di continuare a urlare la nostra rabbia. La sua semplicità nel presentare ogni componente del gruppo con un divertentissimo e caldissimo “Perfabore”, come a richiamare la grandezza del suo entourage affiatatissimo, si è rispecchiata anche nel dopo-concerto: Keny saltellava anonima tra le persone che via via lasciavano il Forte Prenestino, rifuggiva gli sguardi dei fan ma al tempo stesso non riusciva a fare a meno di abbracciarli tutti per ringraziarli. Proprio in questo frangente, le siamo andati incontro per salutarla: ci ha fatto segno di nasconderci un po’ in penombra e trovato un posticino più apportato ci ha abbracciato con affetto.

Le abbiamo ricordato di ESC e del suo primo concerto a Roma nel 2007, e lei dispiaciuta di non averci rivisto tutti/e, ci ha invitati a tornare il giorno dopo: sarebbe infatti rimasta un giorno in più per godersi il Forte Prenestino alla luce del sole, e per approfittare della piccola oasi di pace che diventa, rifugio lontano dal caos della metropoli. Mi ha fatto promettere di non divulgare la notizia dell’incontro perché ama l’intimità e vuole condividere momenti veri con le persone che incontra. Devo ammettere che in un primo momento questa sua ostentata sfuggevolezza al pubblico mi ha lasciato un pò perplessa: in fondo, il suo pubblico è fatto di persone che con lei condividono la voglia di cambiare il mondo, attivisti e militanti che si spendono con forza ogni giorno per realizzare questo desiderio. Ma il giorno dopo ho dovuto ricredermi, ho compreso la sua sincera voglia di scambiare parole, silenzi e risate senza muri e senza barriere come se ci si conoscesse da una vita.

Lungi da voler rendere formale l’incontro ci ha invitati subito a fare l’”aperò” di fronte alle camere dove lei e gli altri del gruppo hanno dormito, sulla parte alta del Forte,da cui si può vedere tutto il centro sociale. L'incontro è ancora più speciale se ci si immagina il Forte Prenestino di domenica, silenzioso pieno della luce soffusa del tramonto: una piccola oasi di serenità e rifugiodal caos della metropoli. Ancora più gradevole è il sottofondo delle musiche che nel frattempo mandava Omar. Ci siamo goduti così le ultime ore di luce, ascoltando gli incredibili racconti di una quindicenne, che, minuta com’è, cercava di farsi passare per 18enne, e -chissà come mai- nessuno le credeva. Con autoironia ci rinfacciava il fatto che gli italiani la prendessero in giro sulla sua altezza: “ma come fanno a dirmi -Grande Keny!!!- se sono così piccola”.

Ci ha raccontato dei suoi viaggi, di quanto ama il Sudamerica ed in particolare i paesi andini come la Bolivia, l'Argentina ed, in particolare, la Colombia perché mantengono ancora una natura incontaminata dal turismo scellerato e dalla mano pesante del cemento che l'uomo cala dappertutto. Parlava tanto, con entusiasmo, non riusciva a trattenere la voglia di raccontarci i suoi trascorsi a Roma quando da ragazzina a soli 15 anni dormiva tra Villa Borghese, il Villaggio globale ed il vecchio Rialto a via nazionale.

Ci spiegava che senza zaino, senza vestiti, senza soldi viaggiava per tutta Europa senza pagare i biglietti dei treni, e che la prima cosa che ha fatto per passare del tempo in Italia è stata andare al commissariato per dichiarare che gli avevano rubato lo zaino, così da ottenere nuovi documenti che le permettessero di andare in giro senza alcun problema. Le uniche frasi che ricorda in italiano erano “Mi scusi, hai una sigaretta perfabore” oppure “dove posso rubare da mangiare”. Ama tantissimo Roma, come città, e odia i parigini perché credono che la loro città sia la più bella mondo, ma solo perché sono cechi o non hanno mai visto Roma. Ci ha confessato però che non ci potrebbe mai vivere, perché non parla italiano. Ma in fondo nemmeno a Marsiglia, la città in cui lei ha più vissuto, si potrebbe stabilizzare: è come una trottola che non vuole mai fermarsi in nessun luogo e che vuole essere allo stesso tempo dappertutto.

Stephane, il “manager” - perché tutto è fuorché che un manager- ci ha invitato ad andare con loro a mangiare la pizza, senza sapere però il dove, né il quando, tranne che già da tempo venti persone la stavano aspettando fuori in macchina ed il tavolo era prenotato per quindici.

Ci siamo stretti un po' e abbiamo festeggiato con una cena a base di pizza, con brocche di vino che arrivavano continuamente piene e se ne andavano rapidamente vuote! Momento clou della serata quando Samir, l'altro rapper che accompagnava Keny durante il concerto, ha esordito dicendo che a Marsiglia le pizze sono più buone. Non fosse stato che a soli due posti dopo il suo c'era seduto Ciccio di Napoli. Da ciò la disputa Marsiglia vs Napoli, che si è subito risolta con una grassa risata di tutta la tavolata. Keny nel frattempo era stanca, un po' affaticata forse, o più riflessiva: in disparte, osservava la tavolata e ascoltava incuriosita.

La scelta di intrecciare la recensione del concerto con il resoconto di un incontro informale e genuino, che ha saputo restituirci non solo l’immagine dell’artista, ma anche quella della compagna, della straniera, della ragazza di trent’anni che ama le sue terre e lotta per queste, è mirata: volevamo dimostrare che c'è un modo di stare insieme in questo mondo che ci rende tutti uguali, come fossimo sorelle e fratelli. Anche se non ci conosciamo, siamo uniti da obiettivi e progetti comuni che ci rendono “compagni” di viaggio, di strada e di lotta. E Keny Arkana quest'idea di fondo di fratellanza non solo la canta ma la pratica.
“È a nome della bambina di ieri che la [sua] sfacciataggine vi saluta”.

La Casa delle Donne Lucha y Siesta non si tocca

DinamoPress
12 04 2013

Oggi (10 aprile, ndr) due poliziotti in borghese si sono presentati alla Casa delle Donne Lucha y Siesta con fare intimidatorio e inquisitorio per fare quello che loro chiamano “normali controlli”, e cioè sapere quante persone vivono lì e perché.

Questa anomala indagine, in un posto attivo da 5 anni ben conosciuto da tutte le istituzioni locali, arriva nella giornata in cui il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto e il Prefetto minacciano sgomberi, arresti e il ripristino della legalità ad ogni costo contro le risposte trovate a un’emergenza abitativa sempre più pressante dall’autorganizzazione dei cittadini.

Ancora una volta preferiscono il testosterone alla testa e al cuore, ma l’inadeguatezza della carica che svolgono non ci sorprende perché l’abbiamo vista spesso negli ultimi anni: in una città che ha conosciuto solo campagne razziste sulla sicurezza continuano a crescere il numero di donne uccise, maltrattate e violentate (materia sulla quale abbiamo avuto un richiamo dell’Onu e della Commissione Europea).

Negli ultimi tre anni nei Centri Antiviolenza e nelle Case di Accoglienza si è creato il paradosso di liste di attesa, chi oggi è vittima di violenza domestica non può aspettare! In questi anni non solo non sono stati aperti nuovi centri ma sono anche stati definanziati quelli esistenti che continuano a rimanere aperti spesso solo grazie al lavoro volontario delle donne.

Lucha y Siesta in questo panorama è un esperimento innovativo, e possiamo dire anche riuscito: non è una casa di accoglienza né un centro antiviolenza, sebbene il suo sportello di accoglienza faccia parte del circuito municipale antiviolenza; è un progetto di semi-autonomia nato dalla lotta e dall’autorganizzazione delle donne, un luogo che in poco tempo è divenuto un punto di riferimento nel panorama cittadino, che lavora in sinergia con servizi sociali, centri antiviolenza, sportelli per il disagio sociale, con realtà e associazioni delle donne, in un ottica di autonomia e non di assistenza.

Qui sta tutta l’inettitudine di questa amministrazione che non si accontenta di non riconoscere e valorizzare un lavoro prezioso come questo (che per altro non gli costa un centesimo vista la crisi e la maledizione della spending review), ma continua ad osteggiarlo. E questo avviene non soltanto perché i profitti vincono sul benessere di cittadine e cittadini ma anche perché un esempio di autogestione ed autonomia come la casa delle donne Lucha y Siesta spaventa perché dimostra che il loro modello di governo fa acqua da tutte le parti, mentre l’autogoverno è l’unica alternativa funzionante in questa città.

In questi 5 anni di attività la casa delle donne di Cinecittà ha offerto accoglienza, orientamento, percorsi di autonomia, di reddito e formazione a centinaia di donne; ha costruito laboratori di lavoro e formazione, ha creato uno spazio sociale e culturale di cui usufruiscono tutte/i le/i cittadine del quartiere.

Questa è Lucha y Siesta: un patrimonio insostituibile per la città, un modello che andrebbe replicato in tutti i municipi, non un problema di ordine pubblico da gestire con polizia, sgomberi e minacce.

Per questo diciamo a Prefetto, Sindaco e Governatore che non si azzardino a toccarci, la loro prepotenza armata non ci fa paura, le cittadine e i cittadini sanno bene da che parte stare!!

Casa delle Donne Lucha y Siesta
via lucio sestio 10

The answer is blowin'in

Dinamo Press
08 04 2013

Visitando le occupazioni si scopre, guardando bene dietro le facciate, di che pasta è fatta la città.

Il 6 aprile non è stato il cannone del Gianicolo a segnare l’ora del giorno. Alle 13:00, con una puntualità assoluta, fumi colorati si sono levati in più parti di Roma, a salutare l’inizio dello tsunami: il tour scatenato nella città dai movimenti di lotta per l’abitare insieme a studenti e precari. A Casal Bertone (Roma est) sono stati proprio gli studenti ad iniziare le danze, calando un lungo striscione da un palazzo di LAZIOADISU (l’Ente regionale del diritto allo studio) da tempo in ristrutturazione.

Un'occupazione simbolica ma significativa fatta dai giovani di Mushrooms (questo il nome dato allo studentato occupato nel quartiere di Torpignattara e sgomberato lo scorso 14 marzo) per denunciare, invadendo la residenza di Enzo Tarantelli, come l’ente regionale al posto di assegnare gli alloggi persegua di fatto, per fare cassa, l’obiettivo di affittarli a prezzo di mercato.

Mushrooms con quest’azione ha indicato la propria volontà, seguendo l’onda dello tsunami, di incrementare il numero di ulteriori occupazioni e autogestioni di edifici privati da destinare a studentati. L’unica risposta possibile alla crisi e alle politiche di austerity è sottrarre al mercato speculativo privato i giocattoli con cui fanno rendita.

Alla medesima ora altre occupazioni: lungo la via Tiburtina (due edifici) e uno a san Basilio, dove sono ormai molti gli edifici terziari abbandonati. Gruppi di famiglie italiane e di migranti, varcando soglie per troppo tempo serrate, si predisponevano a farle diventare altrettante residenze. Cantieri che iniziati immediatamente non sembrano destinati a conoscere rallentamenti o indecisioni. Pronti come sono a riscattare quegli spazi tenuti chiusi trasformandoli in stanze.

Ad aiutare nei lavori sono arrivati immediatamente molti tra gli occupanti dell’ondata precedente, quelle 850 famiglie che il 6 dicembre scorso hanno occupato le case in questa stessa zona o all’Anagnina.

Alla caccia grossa non poteva mancare un trofeo. Che c'è di meglio - siamo a Ponte di Nona - di un immobile finito e naturalmente invenduto del gruppo Caltagirone? Uno degli oltre 50mila edifici che, pur lasciati inabitati, permettono di ingrossare lo stato patrimoniale di chi in questi decenni ha goduto di una licenza di “rendita” continua.

A dar vita a questa occupazione sono stati 32 nuclei di giovani italiani per lo più con bambini molto piccoli. Gli stessi che, proprio il 6 dicembre scorso, erano stati allontanati con la forza da case poco distanti. Queste sono più belle e più comode. Qui hanno deciso di restare. Anche a loro è giunta la solidarietà dei gruppi che abitano poco lontano: gli ex occupanti di De Lollis (lo storico edificio di San Lorenzo) che con la lotta hanno strappato l’assegnazione della casa a Rocca Cencia.

E’ stato un conoscersi e, per molti, un ritrovarsi. Necessario a fare il punto prima di martedì prossimo, quando un lungo corteo si dirigerà verso la Regione Lazio per vedere se il neo-governatore Zingaretti, a differenza dei suoi predecessori, vorrà considerare l’emergenza abitativa non una patologia incurabile della metropoli, bensì un diritto inalienabile di chi la metropoli l'abita o vorrebbe riuscire a farlo.

Perché visitando le occupazioni si scopre, guardando bene dietro le facciate di ogni edificio, di che pasta è fatta questa città.

Case che vengono affittate ad una Asl – siamo all’Appia in zona Arco di Travertino e anche questa è una nuova occupazione – senza che quest’ultima faccia nessun tipo di verifica in merito alla corrispondenza di quegli spazi alle proprie esigenze.

Succede così che oltre 30 appartamenti siano modificati rispetto alla loro originaria funzione abitativa, per permettere al proprietario di lucrare con un affitto sostanzioso sullo svolgimento di un'attività regionale (la sede di una Asl).

Poi capita che un paziente, come è avvenuto, sia colto da malore e scopra che non può essere soccorso. Perché quei corridoi, costruiti per accogliere un’utenza domestica, non sono larghi abbastanza per far girare una barella…

Una storia di ordinaria rendita basata sulla connivenza tra la proprietà privata (qui rappresentata dai cavalieri dell’Ordine di Malta) e il servizio pubblico (la ASL).

È ancora una ASL a insediarsi in uno stabile di Garbatella. Ancora una dismissione (che si prolunga da oltre quattro anni) e ancora, adesso, un’occupazione. 50 famiglie che, verificata la capienza del posto, si sono subito dichiarate disponibili ad accogliere altre famiglie nella stessa condizione.

Che la Regione Lazio abbia sempre puntato a garantire l’affitto sicuro ai maggiori costruttori cittadini è testimoniato da un’altra occupazione. Questa volta siamo nella zona degli uffici di via del Caravaggio a ridosso della Colombo. Il costruttore, il Gruppo Armellini, ha avuto nella Regione il proprio inquilino privilegiato (e sembra sia tuttora così anche per altri palazzi).

Da ieri, in quello che era stato il dipartimento “casa" della Regione, c’è la nuova casa di un folto gruppo di famiglie. Tutte già organizzate per viverci. Quasi a risarcire con la loro presenza, con i loro corpi, le molte parole vane, le troppe promesse inevase che proprio in quel luogo, per troppo tempo, sono state blaterate sull'emergenza abitativa.

Complessivamente il primo giorno dello tsunami si chiude con il “battesimo” di nove edifici. Non solo occupati, ma anche difesi. E’ il caso dello studentato Degage (zona Nomentana), ora nella disponibilità proprietaria di un fondo immobiliare di un altro energumeno del cemento: il gruppo Parnasi.

Quello che costruisce grattacieli all’Eur senza rischi, visto che è riuscito a piazzarne uno all'ente in dismissione della Provincia ancor prima di costruirlo, e che realizzerà il nuovo (inutile) stadio della Roma. E il gruppo Parnasi, ieri, si è subito affrettato a gridare al leso diritto proprietario e invocare l’intervento della polizia. A fronte della solidarietà espressa da un corteo subito accorso in difesa dell’occupazione, i blindati sono dovuti restare parcheggiati lungo la strada permettendo ai nuovi arrivati di raggiungere lo stabile ed unirsi agli occupanti.
La prima notte, oltre che per organizzarsi, è servita a discutere, a mettere in comune le singole esperienze, decidere le richieste da portare al tavolo previsto alla Regione.

La proposta è secca e molto semplice: Comune e Regione acquistino, a prezzo del costo di costruzione, le case sfitte che sono sul mercato come invendute. Solo così si potrà risolvere l’emergenza abitativa e al contempo, recuperando il dismesso e l’invenduto, si farà riposare la terra sollevandola dal peso di nuove inutili costruzioni.

Roma ha scoperto nel vento la risposta all’emergenza abitativa. The answer is blowin'in.

Come mandare tre minorenni al CIE

Dinamo Press
04 04 2013

Prosegue l'operazione del Comune di Roma contro i ragazzi stranieri ospiti dei centri per minori non accompagnati. Questa settimana nuovi controlli a tappeto. Mentre la settimana scorsa tre minorenni sono finiti al CIE di Ponte Galeria. Per essere infine riaffidati al centro che li aveva in carico, dopo un calvario durato giorni. La testimonianza dei tre ragazzi.

Vedi anche: Non giocate con le nostre vite (28-03-2013)

La pasqua ha solo rimandato di un giorno l’implacabile macchina messa in moto dal Comune di Roma: i malcapitati della settimana saranno visitati oggi (mercoledì 3 aprile), ammesso che non cedano alla tentazione di allontanarsi dal centro, spaventati da quanto subito dai ragazzi sottoposti a controlli prima di loro. Le voci girano veloci e la storia dei ragazzi finiti al CIE ormai, nei centri per minori, la sanno tutti.

Un’operazione voluta in primis dal Comune di Roma, su cui ricade l’onere dell’accoglienza ai minori senza famiglia. E sui cui ricade innanzitutto il dovere di tutela: per lo Stato italiano, il tutore legale dei minori non accompagnati è il sindaco della città. Ma evidentemente Alemanno li considera “figliastri” e se ne vuole sbarazzare.

Non si tratta di qualche caso isolato: a quanto pare, negli accordi stretti con l’ospedale militare del Celio si prevede di sottoporre ad accertamenti medici forzosi fino a 800 ragazzi. Tutti giovanissimi stranieri, da considerarsi colpevoli a priori: è il teorema dei “finti minori”. Un teorema che aleggia in città da tempo, a fronte di un oggettivo abbassamento dell’età dei nuovi flussi migratori, in particolare dal Bangladesh, che andrebbe indagato e compreso meglio. Nuovi giovanissimi migranti per i quali Roma non è più città di transito, come nel caso dei minori afgani o iraniani, che da anni transitano “a frotte” in città senza che il Comune o le autorità muovano un dito. Eppure i traffici di cui sono vittime sono ben noti, e le rotte altrettanto. Ma ora che Roma è diventata la meta finale per nuovi flussi di ragazzi soli, la musica cambia.

Come da noi già denunciato, nel corso delle ultime settimane è stata avviata una procedura speciale che, stando agli elementi raccolti, il Comune di Roma preparava da mesi e che si va a inserire in un’indagine penale condotta dalla Procura di Roma per contrastare il traffico dei migranti e il loro sfruttamento. È inoltre emerso che le modalità della nuova visita di accertamento dell’età sarebbero state concordate anche con il Tribunale per i Minorenni, con il quale sarebbe stato stipulato un protocollo per consentire che i minori già dichiarati tali da una struttura ospedaliera pubblica vengano sottoposti a una nuova visita senza che nei confronti del singolo ragazzo sia stato emanato un ordine della magistratura: viene considerato sufficiente quello emanato dalle forze dell’ordine, su impulso del Comune di Roma.

Un’indagine investigativa che prevede la denuncia per reati molto gravi delle presunte vittime del traffico stesso: vittime che, dopo essere state denunciate, non vengono neppure ascoltate o interrogate ma sono oggetto di un ordine di espulsione immediata. Con tutto ciò che ne consegue, tanto per i diretti interessati quanto in conseguenza dell’effetto paura che questa operazione sta scatenando tra i circa duemila ragazzi stranieri in carico ai centri per minori non accompagnati di Roma.

Tre minorenni al CIE: la testimonianza raccolta da Yo Migro

Amin (nome di fantasia) ci chiama la sera del 28 marzo. È molto agitato: ci dice che i suoi amici sono in pericolo, sono in carcere. Cerchiamo di capire. È stato chiamato dai ragazzi espulsi dal centro. Immaginiamo non si tratti propriamente di carcere, ma del CIE di Ponte Galeria. Stabiliamo un contatto telefonico diretto con uno dei ragazzi trattenuti. Comunicare è quasi impossibile: non parla italiano o altre lingue veicolari. Ci passa un uomo adulto: conferma che i ragazzi sono lì a Ponte Galeria, reclusi come lui. Uno dei tre ragazzi è stato portato un’altra volta in ospedale per accertamenti. Gli altri due sono disperati. Non sanno perché si trovano lì. Le parole pronunciate al telefono sono comunque inequivocabili: carcere – perché? – aiuto!

Questi i fatti così come riferiti dai tre ragazzi*
Lunedì 25 marzo 2013
I ragazzi, accompagnati dall'assistente sociale del centro, si recano in autobus presso degli uffici siti di via Merulana. Hanno un colloquio individuale con 5 persone non meglio identificate e vestite in borghese, in presenza di un mediatore e della responsabile del centro. Ai ragazzi viene chiesto quando e come sono arrivati in Italia, dove vivono e di confermare la propria data di nascita. Vengono informati che, in caso di conferma della minore età, saranno sottoposti a visita medica il giorno dopo. Tornano al centro in autobus, accompagnati dall'assistente sociale.
Al rientro, la responsabile del centro gli dice che fanno ancora in tempo ad andarsene.

Martedì 26 marzo 2013
I ragazzi sono condotti in autobus all'ospedale militare del Celio. Sono accompagnati dalla responsabile del centro, dall'assistente sociale e da un’altra persona. All'ospedale del Celio vengono chieste loro le generalità, in presenza degli stessi 5 individui del giorno prima. Questa volta i cinque sono in divisa: sulle uniformi c’è scritto "Roma Capitale". Ci sono poi tre medici e un mediatore sociale. I ragazzi firmano un documento di cui non conoscono il contenuto. Alla loro richiesta di chiarimenti, il mediatore risponde che non può dire altro.
La visita si svolge in presenza dei 3 medici. I ragazzi vengono denudati e l'osservazione si concentra su dentizione e peluria. Vengono sottoposti ai raggi X del polso. Dopo un paio d’ora di attesa, vengono portati all’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma per il fotosegnalamento. Il trasporto avviene a bordo di due vetture della Polizia Locale di Roma Capitale. Verso sera, sempre le stesse due vetture li portano all’U.O. di Sicurezza Pubblica della Polizia Locale di Roma Capitale, in via Vincenzo Bonifati 93/95 a Ponte di Nona. Firmano dei documenti di cui non capiscono il contenuto e gli viene intimato di ripresentarsi presso quegli stessi ufficio la mattina seguente.
Da Ponte di Nona vengono portati al centro per minori a ritirare gli effetti personali. Gli agenti entrano nel centro. Ogni ragazzo è portato da un agente nella propria stanza e "invitato" a sbrigarsi a prendere le sue cose e andarsene. Questo avviene tra le nove e le dieci di sera. È tardi, il centro per minori è pieno: la scena si svolge davanti a tutti. I ragazzi passano la notte in strada. Qualcuno dei loro coetanei riesce, di nascosto, a portargli delle coperte.

Mercoledì 27 marzo 2013
I tre ragazzi cercano di tornare da soli, come da ordini, all'unità di polizia locale a Ponte di Nona. Non riescono a ritrovare il posto (gli uffici sono stati difficili da individuare anche per l’avvocato e gli operatori di Yo Migro, con tanto di automobile e mappe). Passano un'altra notte in strada. Sono a digiuno: non hanno un soldo in tasca.

Giovedì 28 marzo 2013
I ragazzi, grazie alle indicazioni telefoniche di un coetaneo, riescono a raggiungere gli uffici di Ponte di Nona. Qui firmano dei documenti di cui non conoscono il significato e sono riportati all’Ufficio Immigrazione, dove vengono prese ancora una volta le impronte. Riescono a capire che sorge qualche problema tra gli agenti della polizia di Roma Capitale e quelli dell’Ufficio Immigrazione. Ciascun ragazzo viene condotto in una stanza, dove due agenti della Questura gli chiedono l’età e documenti che la comprovino. I ragazzi esibiscono il referto della prima visita medica di accertamento dell'età. Quella a cui si erano sottoposti, come da prassi, all’atto dell’emersione in Italia e della conseguente presa in carico in quanto minori non accompagnati.
Le due volanti della Polizia Locale di Roma Capitale li portano al CIE di Ponte Galeria.
A Ponte Galeria, un medico chiede loro ancora una volta l'età e l'esibizione di attestazioni al riguardo. I ragazzi mostrano il referto. Uno dei 3 viene riportato a Roma, in un altro ospedale, e sottoposto ancora ai raggi X. Ricondotto a Ponte Galeria, passa la notte con gli altri due.

Venerdì 29 marzo 2013
I tre ragazzi sono riportati all’Ufficio Immigrazione, forse in presenza di un avvocato. Qui il ragazzo sottoposto ai raggi X la sera prima viene riconosciuto minore e ricondotto al centro di accoglienza. Gli altri due sono invece portati a loro volta in ospedale per nuovi accertamenti. Il responso dell'ospedale pare sia per entrambi di 18 anni spaccati. I ragazzi vengono reclusi al CIE per la seconda notte consecutiva, dopo un passaggio all’Ufficio Immigrazione dove viene loro permesso di avere il primo contatto diretto con l'avvocato dell'associazione Yo Migro.

Sabato 30 marzo 2013
In mattinata sono condotti dinanzi a un giudice, in presenza di un avvocato d'ufficio, senza preavviso d'udienza. Non capiscono molto di quanto accade, tranne che saranno riportati al centro per minori. Qualche ora dopo una macchina della Guardia di Finanza li riconsegna al centro di accoglienza. Il centro rilascia loro una dichiarazione di ospitalità accompagnata da certificato di nascita e non più, come avviene di solito, dal referto della prima visita medica: quella che ne aveva accertato in prima istanza la minore età.

*Testimonianza raccolta il 1 aprile 2013 a Roma dagli operatori dell'A.p.s. Yo Migro con l'assistenza di un mediatore linguistico. Ci chiediamo cosa ne sarebbe stato dei ragazzi, se non fossero riusciti a stabilire un contatto l'esterno.

Il parere del dott. Carlo Bracci, di Medici contro la Tortura, sui metodi di rilevazione dell'età. Intervista realizzata con la collaborazione di Esc Infomigrante


 

Video collegato

Intervista con Zied, il fotografo di Amina Tyler

Carlotta Macera e Vanessa Bilancetti, DinamoPress
2 aprile 2013

La storia della "femen" tunisina raccontata da chi ha collaborato all'azione dimostrativa. Zied ci spiega le reazioni della società tunisina e la situazione di Amina. ...

Non giocate con le nostre vite

Dinamo Press
28 03 2013

La denuncia dell’associazione Yo Migro e le testimonianze video raccolte in collaborazione con Esc Infomigrante.

È primavera inoltrata, poco meno di un anno fa, quando riceviamo la prima telefonata. A contattarci è un’operatrice sociale. Sta lavorando in un centro per minori non accompagnati, ci spiega. Aggiunge che i ragazzi ospiti del centro sono tutti stranieri e che non si tratta di una casa famiglia per pochi ospiti, come prevedono le disposizioni in materia di tutela dei minori. È un centro grande, di recente apertura, in estrema periferia. La struttura è piccola e fatiscente, il personale carente. I ragazzi sono parcheggiati lì dalla mattina alla sera: nessuna assistenza legale e psicologica, nessun percorso formativo, attese lunghissime e dagli esiti incerti per concludere l’iter di regolarizzazione (tutela e permesso di soggiorno). L’operatrice ci chiede d’inserire un gruppo di ragazzi nei nostri corsi d’italiano. Creiamo un modulo ad hoc. I ragazzi aumentano di settimana in settimana, sono in maggioranza africani, arrivati durante la cosiddetta “emergenza Nordafrica”.

Ci attiviamo per avviare un percorso a tutto tondo, che li metta in condizione di costruirsi un futuro. Non facciamo in tempo. Con l’arrivo dell’estate, i nostri studenti si volatilizzano. Di starsene parcheggiati non ne volevano sapere. I centri percepiscono dai 50 agli 80 euro al giorno per “accoglierli”, ma solo per ottenere la tessera dell’autobus i ragazzi hanno dovuto fare uno sciopero della fame. Idem per avere dei pasti accettabili. E così, appena parte la stagione della raccolta agricola, i nostri studenti finiscono tutti al sud. Nuove prede per il caporalato.

Ma l’afflusso dei giovani alla nostra piccola scuola non si ferma. Con l’inizio dell’autunno la domanda s’impenna. Ci contattano altri operatori: stesso scenario, stessa richiesta. Altri ragazzi arrivano per passaparola, altri ancora li intercettiamo in strada, a Tor Pignattara. Vogliono venire a scuola, anche loro ospiti di un centro per minori. Un altro centro ancora, sempre in estrema periferia. Cambiano però le nazionalità di questi giovani: adesso sono quasi tutti bengalesi.

Cominciamo ad avere un quadro più preciso. Contattiamo altre associazioni, avvocati, operatori, componiamo una prima mappatura. A quanto pare, a Roma e solo a Roma, contestualmente all’emergenza Nordafrica il Comune ha aperto una quindicina circa di nuovi megacentri per minori non accompagnati. Dove con “minori” si sottintende “stranieri”. I ragazzi italiani continuano ad essere ospitati in case famiglia. Gli stranieri, finiscono nei megacentri. Impossibile sapere esattamente quante e quali sono queste nuove strutture, ma secondo le nostre stime dovrebbero essere circa duemila i giovani stipati al loro interno. Buona parte dei centri sono legati ai canali di finanziamento dell’emergenza Nordafrica, che finisce formalmente a fine febbraio 2013. E il rischio che si smantelli tutto ci sembra elevato. Cominciamo a organizzarci: assemblee con tutti i ragazzi, colloqui individuali. Per non lasciarli soli e fare fronte insieme a ogni evenienza.

Ma ancora una volta, la realtà supera le peggiori previsioni. L’allarme scatta a inizio marzo. I nostri studenti sono nervosi e preoccupati. La storia che ci raccontano sembra assurda, ma cerchiamo comunque d’informarci. E scopriamo che la loro angoscia è più che fondata. La macchina messa in moto dal Comune di Roma è metodica e implacabile: il venerdì un fax del Comune trasmette alla struttura di accoglienza un elenco di 5 o 10 ragazzi, convocati in dipartimento per il lunedì successivo. Qui ai ragazzi viene offerta la possibilità di dichiararsi maggiorenni, lasciare immediatamente il centro e beccarsi un espulsione. In caso di rifiuto, il giorno seguente vengono sottoposti ad una seconda visita medica di accertamento dell’età presso l’Ospedale militare del Celio, e lì dichiarati maggiorenni. Allontanati immediatamente dal centro con in tasca un provvedimento di espulsione e una pesante denuncia penale per esibizione di documenti falsi, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Reati molto gravi: un’eventuale condanna significherebbe non avere mai più alcuna possibilità di vita regolare in Europa.

Presi di mira sono, in questa prima fase, i “centri ordinari”: quelli finanziati direttamente dal Comune e non quelli aperti con l’emergenza Nordafrica – finanziati invece dal Ministero che, alla chiusura del pacchetto “emergenziale”, ha stanziato altri fondi per le strutture che accolgono categorie “vulnerabili” quali i minori stranieri non accompagnati.

Tutto giustificato, a quanto pare, da un’indagine avviata dalla Procura di Roma – con il pieno avvallo del Tribunale dei Minori e in accordo con il Comune – sui cosiddetti “finti minori”. Sembra s’indaghi su un nuovo e redditizio business, in un paese che non prevede nella sostanza alcuna effettiva via di regolarizzazione e continua ad alimentare l’ipocrisia della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ovvero: come soddifare le pulsioni xenofobe e garantirsi al contempo uno sterminato bacino di manodopera priva di qualsivoglia diritto. E sarà esattamente questo l’effetto dell'operazione in corso.

Quello che lascia esterrefatti è che s’indaghi colpendo in primis e così duramente l’ultimo anello della catena, il più debole, chi dei traffici è innanzitutto vittima. Non ci risulta che dai ragazzi si cerchi di avere informazioni sull’ipotizzata truffa: una volta espulsi e denunciati, vengono semplicemente buttati in strada da agenti di polizia che non mancano di insultarli e terrorizzarli.

Intanto i circa 2000 ragazzi ospiti dei centri sono in preda al panico. È facile immaginare che, nel giro di qualche settimana, saranno tanti quelli che si allontaneranno, spaventati, dai centri per riversarsi per le strade della stessa città che ha speculato sulla loro “accoglienza”. E che adesso speculerà sulla loro condizione di irregolarità: lavoro al nero, posto letto al nero, vita al nero. Per la gioia di chi della tua clandestinità farà la sua fortuna.

Quando tutto questo sarà finito, quanti minori non accompagnati avranno ancora il coraggio di emergere? Quante giovani e giovanissime vittime di traffico o truffe saranno disposte a denunciare chi si è approfittato di loro? Sicuramente pochissimi. Gli altri troveranno nuovi faccendieri, pronti a vendergli a caro prezzo la speranza di un futuro migliore.

Con grande lucidità un ragazzo ci ha chiesto: perché giocano con le nostre vite?

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Associazione di promozione sociale Yo Migro – Orgoglio Meticcio
Tra le attività settimanali di YoMigro presso il centro sociale Strike, la scuola di italiano per stranieri, lo sportello di consulenza amministrativa e legale e il centro di orientamento sanitario “Ambulanti”.

Si ringraziano Esc Infomigrante e Amisnet.org per il prezioso sostegno nella raccolta delle testimonianze.

Dinamo Press
11 03 2013

Sul portone principale c'è un cartello sbiadito che avvisa gli utenti che dal giorno 31 ottobre 2009 il pronto soccorso dell'ospedale sarà chiuso e i pazienti dirottati altrove, mentre tutto il perimetro dell'ospedale è stato transennato per evitare che, come recita un altro cartello, calcinacci e pezzi di cornicione cadano sui passanti dato il degrado strutturale dell'edificio e le pessime condizioni metereologiche. Peccato che l'ospedale San Giacomo non cade a pezzi e che la pioggia non può rappresentare un problema in una città normale.

La verità la sappiamo, l'ospedale San Giacomo di Roma è stato chiuso per motivi che non riguardano la fatiscenza, l'abbandono o la mancanza di pazienti. E' un simbolo della dismissione progressiva che minaccia il sistema sanitario nazionale, è l'emblema di come i pezzi pregiati del patrimonio pubblico o le strutture d'eccellenza della sanità italiana cadano vittime di tagli legittimati dalla crisi, dall'insostenibilità dei costi del welfare, dagli sprechi. Sono diversi gli ospedali e i reparti minacciati dalla chiusura e dai tagli prima dal commissario Bondi e ora dal neo-eletto presidente della Regione Lazio Zingaretti, dal governo tecnico prima e da quelli che seguiranno dopo.

Per questo donne, studenti e precarie insieme al Coordinamento per la Salute hanno dato luogo a un flash mob, un blitz per bussare alle porte dell'ospedale San Giacomo, per riaffermare il diritto alla salute come diritto universale e incondizionato, per respingere le politiche di austerità che sottraggono terreno e reddito a quei corpi irregolari, non pienamente garantiti, non completamente riconosciuti, che pagano in prima persona la crisi.

Il concetto di universalità va declinato in un quadro di complessità e differenze per coglierne il senso e per fornire risposte adeguate all'oggi: 'per tutti' non significa 'uguale per tutti' ma 'differente per ognuno'.

La Sanità pubblica fatica sempre di più a divenire strumento flessibile e accessibile e a corrispondere alle domande di una società in continua mutazione. Viceversa, dismette la sua vocazione inclusiva e ridefinisce quindi il diritto alla salute su presupposti non più legati alla concezione (estensiva) di cittadinanza ma su criteri di merito e sostenibilità economica.

Nell'accesso ai servizi sanitari e sociali si definiscono così linee di differenziazione che tagliano fuori segmenti di società perchè sempre più apertamente individuati come improduttivi e non meritevoli: la stigmatizzazione di soggetti definiti devianti e a rischio e la clandestinità come dispositivo di esclusione dei senza documenti dai diritti fondamentali rappresentano gli esempi più eclatanti.

Abbiamo pensato che l'8 marzo fosse la giornata giusta per mettere al centro questo tema. Fuori dalla retorica dei festeggiamenti istituzionali e del “valore della donna” abbiamo voluto affermare che le donne oggi sono sempre più spesso precarie, disoccupate, impossibilitate a scegliere liberamente il loro percorso di vita e la loro sessualità, subiscono la violenza domestica e politica, vengono sacrificate sull'altare dell'austerità, tra le lacune spaventose del welfare. Nella crisi odierna però, in un certo senso, siamo tutti donne, siamo tutti migranti, siamo tutti precarie e precari.

Connettendoci con la mobilitazione del Coordinamento per la Salute, vogliamo contribuire a un percorso di ricomposizione che passa per una nuova articolazione del concetto di salute. Non solo, quindi, chiediamo il rifinanziamento di una sanità pubblica, laica e accessibile a tutti, ma vogliamo immaginare degli esperimenti di connessione che rovescino il rapporto operatore/utente, che ricolleghino la sanità ai territori e alla cittadinanza, che rompano le maglie della medicalizzazione forzata, e rimettano al centro una salute che non può che essere sociale, che non può che passare per la cooperazione, per la prevenzione e per una nuova idea di welfare. Esperienze interessanti avvengono già in altre parti d'Europa, dove dalle macerie della crisi sono nati esperimenti di autogestione di ambulatori, di elaborazione assembleare delle diagnosi, di condivisione delle problematiche dei corpi dentro la crisi.

Difendere la salute infatti significa difendere i nostri corpi dall'attacco sferrato dai mercati, porre al centro il valore sociale della loro riproduzione, disvelare nuovi dispositivi di sfruttamento che superano i confini del lavoro e invadono quelli della vita. Se le politiche economiche e sociali attuali mirano a rendere i corpi controllati e docili, noi li rimettiamo in gioco e in conflitto, volendoli liberare una volta per tutte da vincoli morali ed economici, sintonizzandoli piuttosto su bisogni e desideri.

facebook