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Attacchi terroristici a Bruxelles: teniamo i nervi saldi

  • Mar 22, 2016
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Magritte, OmbrelliCorradino Mineo, Left
22 marzo 2016

Nervi saldi. La testa del serpente ha chiamato le cellule in sonno a giocarsi l'ultima partita. Ed è successo. Kamikaze all’aeroporto Zaventem di Bruxelles, nel posto più accessibile, la hall delle partenze, vicino a un "obiettivo" i banchi dell’American Airlines. Bombe nella metropolitana.
Human waste, l'onda della vergognaMartino Mazzonis, Left
15 marzo 2016

Tre persone sono morte in un fiume gelato che separa la Macedonia dalla Grecia. Non le portavano i trafficanti di esseri umani e teoricamente non correvano rischi.
Bambini migrantiTiziana Barillà, Left
1 febbraio 2016

Un anno fa, era il 13 gennaio del 2015, il ministro dell’Interno Angelino Alfano lanciava l'allarme: 3.707 minori non accompagnati (dei 14.243 registrati) erano scomparsi dai centri di accoglienza del nostro Paese, solo nel 2014. Cosa è cambiato da allora?

Schengen, l'Italia pensa di chiudere il confine sloveno

  • Gen 05, 2016
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Europa SchengenTiziana Barillà, Left
5 gennaio 2016

Giù quel filo spinato entro primavera o sarà referendum. Seimila sloveni (su due milioni di abitanti totali) hanno firmato una petizione per protestare contro la barriera tirata su lo scorso 11 novembre al confine con la Croazia,

Banche, salvateci dai salvataggi

  • Dic 03, 2015
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Banche e risparmiAndrea Baranes, Left
2 dicembre 2015

Un pasticcio incredibile. Si potrebbe riassumere così il salvataggio di quattro banche in difficoltà: CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti. Proviamo a riassumere. Negli ultimi anni gli Stati hanno dovuto salvare le banche in crisi.

Morta Adele Cambria, la giornalista ribelle

  • Nov 05, 2015
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05 11 2015

Donatella Coccoli novembre 5th, 2015 0 cultura, Primo piano
Adele Cambria, la giornalista ribelle

Un volume che racconta oltre cinquant’anni di giornalismo attraverso testate storiche come Il Giorno del mitico Gaetano Baldacci, La Stampa, Paese Sera, fino ad arrivare a l’Unità di Concita De Gregorio e al licenziamento successivo. Una pausa che le è servita per scrivere il libro, otto mesi per la scrittura, la verifica d’archivio e poi il lavoro di lima, grazie a Lila Greco. Da Grace Kelly a Sophia Loren, da Roma a Milano, dall’atmosfera della dolce vita a Lotta continua, dalla rivolta di Reggio al femminismo, Adele c’era sempre. «La Capria, che ha letto il libro, mi ha detto “sei la fatina prezzemolina, ci sei stata dappertutto”», racconta ridendo.

E allora cominciamo dal giornalismo, la linfa vitale che muove gli oltre cinquant’anni trascorsi da quel 1953, quando questa donna minuta giunse a Roma dalla Calabria. Una terra che oggi, afferma Adele appena tornata dalla presentazione del libro a Reggio, la colpisce per la bellezza del paesaggio e per la depressione di chi vive ma che ai tempi della sua giovinezza era il Sud atavico e crudele con le donne. Nel libro si racconta dei lenzuoli macchiati di sangue esposti alla finestra dopo la prima notte di nozze e della vergogna della sposa o, per quanto la riguarda, delle lezioni all’università in compagnia della madre.

Laureata in Giurisprudenza, Adele non riesce a entrare in magistratura e si accontenta di un concorso da impiegata pur di andar via dalla Calabria. Ma su un punto era certa: voleva fare la giornalista. E non la muoveva un’idea del giornalismo utopica, magari per cambiare un po’ il mondo. «Quella è di voi giovani, dei movimenti. La mia utopia era di essere libera. L’occhio della gente era scomparso, che volevi di più? A Roma avevo una stanzetta, uno spazio totalmente mio. E poi dopo, nel 1956, andare in quella fucina di idee che era Il Giorno, un luogo di avventure, di follie. Non avevi bisogno di altri ideali». A Roma la giovanissima Adele si muove da sola, senza paura. “Al limite mi poteva capitare che in via Frattina in pieno giorno mi offrissero cinque sacchi (cinquemila lire, ndr) – e io non sapevo cosa voleva dire – o che mi chiamassero “a fata transistor!”. Quando sono arrivata a Roma – continua – mi intrufolavo dappertutto, soprattutto gallerie d’arte, conferenze letterarie”.

Comincia a collaborare con un’agenzia di stampa che faceva capo a Scelba ma scrive e soprattutto incontra grandi personaggi di cui allora non sapeva assolutamente nulla. «Cocteau insieme con Jean Marais, ma io non sapevo che era omosessuale, non sapevo nemmeno cosa fosse allora l’omosessualità! E poi nelle gallerie vedevo quella signora con un bellissimo scialle russo, era Sibilla Aleramo». Nel libro Nove dimissioni e mezzo, scritto subito dopo il licenziamento da L’Unità, Adele ripercorre attraverso gli incontri le tappe della sua carriera: Milano e Il Giorno dove conosce Bernardo Valli, colui che sarà suo marito e da cui avrà due figli, «un uomo gradevole, che veniva dall’esperienza della Legione straniera e puoi immaginare se non mi faceva effetto con quest’aura – aveva fatto l’Indocina – per me che arrivavo da Reggio».

Tanti i personaggi incontrati e gli avvenimenti seguiti, Liz Taylor e Brigitte Bardot, Federico Fellini, il Festival dei due mondi e un certo ambiente culturale, da Goffredo Parise per cui perse un po’ la testa a Elsa Morante, fino a Pasolini. E anche gli anni difficili, lei che aveva concesso la sua firma come direttore responsabile al giornale Lotta continua proprio ai tempi dell’assassinio del commissario Calabresi e che per questo si ritrova nei guai giudiziari con grande scandalo della famiglia.

E poi il caso Moro, quello d’Urso e molti altro ancora della storia recente d’Italia. Un libro fresco, scritto com’è sul filo dei ricordi sempre legati all’oggi, il ritratto stesso dell’autrice, si potrebbe dire. «Io sono una di quelle “intercettatemi tutta”, non me ne frega assolutamente niente, sono quella che sono e non vedo perché lo devo nascondere». In questa mole di storie e personaggi emerge anche una certa immagine dell’essere giornalista. Quale differenza c’è tra quei tempi gloriosi quando una frotta di inviati si recava nel principato di Monaco per seguire il parto di Grace Kelly e adesso?

«I giornali, escluso Il Giorno, erano meno ricchi di oggi. Ora non ce la fai a leggere tutta Repubblica o il Corriere, il problema, semmai, è quello della dipendenza del già noto, l’articolo di Scalfari, quello di Merlo… so già quello che dicono; c’è un senso di sazietà. Per me oggi l’unica possibilità di sopravvivenza dei giornali è la bella scrittura, la narrazione. E poi bisogna andare sul posto, parlare con le persone, vedere. Lo scrittore si dovrebbe trasferire sulla pagina, facendo di se stesso anche il cronista, a partire da quelli che considero al vertice della professione come Claudio Magris o Paolo Rumiz. Perché sei un testimone per chi non può essere lì. La mia sfida poi è di scrivere in diretta, come ho fatto anche nel romanzo Storia d’amore e schiavitù; d’altra parte la storia del licenziamento è stata la chiave per iniziare questo libro».

E la politica incontrata da Adele in tutti questi anni? Molto critica nei confronti di una certa sinistra estrema e di Lotta continua, «mi arrabbiai con quel tipo che venne in Calabria a dire ai figli dei braccianti di bruciare i libri, ma come? E anche Sofri, che pure aveva fatto la Normale di Pisa, mi rinfaccia talvolta “le cambiali che ho firmato per colpa tua che volevi i libri in redazione». Ma era un vezzo il suo, così come quello di dire “pensare da soli non è pensiero”. Ho letto i Manoscritti di Marx del ’44 e là c’è scritto bello chiaro che il comunismo primitivo è quello che vuole collettivizzare sia le donne che il talento». Ma anche con Togliatti aveva ingaggiato una particolare disputa, visto che sulla rivista Che fare di Francesco Leonetti aveva risposto punto per punto al leader comunista.

«Quando lui sosteneva che non era la Chiesa cattolica la causa dell’arretratezza delle donne io rispondevo: e che cos’è allora? Il confessore?. L’ho scritto nel ’72». Ultima delusione , Veltroni: «Ero affezionata al sindaco della cultura, della solidarietà. Non penso che sia in malafede ma non ha saputo tenere insieme le due cose e poi è stato martoriato dalla rivalità con i suoi, come D’Alema. Ma quando ha toccato il Pincio, davvero mi ha deluso. I palazzinari sono la divinità della sinistra in Italia».

Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo

  • Ott 19, 2015
  • Pubblicato in LEFT
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19 10 2015
 
La situazione nei territori palestinesi torna al centro dell’attenzione mediatica dopo gli avvenimenti tragici che scuotono Cisgiordania e Gerusalemme. Il clima si è esasperato con un prevedibile aumento degli scontri tra dimostranti palestinesi e polizia israeliana. Le tensioni aumentano anche a causa dell’ininterrotta espansione coloniale, come denunciano i rapporti delle Nazioni Unite. L’inosservanza del diritto internazionale, le demolizioni di abitazioni, le minacce di trasferimenti forzati, le quotidiane umiliazioni inflitte dai check-point, la linea politica di destra al governo di Tel Aviv sempre più ostile a riconoscere i diritti dei palestinesi, le migliaia di detenuti politici nelle carceri israeliane, le migliaia di rifugiati nei campi profughi: l’assenza di continuità territoriale, creata da colonie e avamposti militari, ha reso oramai impossibile la realizzazione sul campo di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina.

E nonostante i rimproveri internazionali, il governo israeliano non ha intenzione di ritirare il proprio controllo dalla Cisgiordania. Il Parlamento europeo Un segnale ha lanciato un segnale nel mese di settembre, approvando una mozione che appoggia l’introduzione di etichette differenti per le merci importate provenienti da Israele e per quelle prodotte nelle colonie illegali nei Territori palestinesi occupati e nelle Alture del Golan per permettere al consumatore europeo di sapere e avere la possibilità di scegliere. Passi che, seppur importanti, non incidono nella realtà sul campo.  Al momento in cui si scrive, si prospetta l’ipotesi di una nuova Intifada.

Gaza, nel frattempo, segue le notizie sulla Cisgiordania con partecipazione. I muri creano distanze fisiche ma non separano gli animi. Gaza non è cambiata in questi anni, lavora in silenzio. Mi è sempre apparsa un cantiere eterno. Sempre, perennemente, in costruzione. È la stessa che sorrideva a Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani e compagno dell’International solidarity movement, arrivato nella Striscia dopo diverse esperienze di volontariato in altri angoli del mondo. La sua scomparsa nel 2011 ha sconvolto italiani e palestinesi e generato reazioni di indignazione, dolore, commozione.

Le anime nere che una sera l’hanno portato via pare che stiano nuovamente facendosi sentire nella Striscia: alcuni media riferiscono che membri di gruppi salafiti jihadisti si siano affiliati allo Stato Islamico e cerchino di destabilizzare il controllo di Hamas lanciando razzi verso il sud del territorio israeliano al fine di scatenare una nuova offensiva da parte del governo di Tel Aviv che non ha esitato a rispondere bombardando, senza per fortuna causare vittime. Si sa che miseria e disperazione e . nel caso della Striscia assediata – chiusura, possono favorire la crescita di estremismi.

Gaza soffre ancora le conseguenze dell’offensiva israeliana della scorsa estate, quella denominata “Margine Protettivo”. Uomini, donne e bambini hanno vissuto scene terribili, interi quartieri sono stati rasi al suolo. I ricordi di guerra restano indelebili nella mente dei sopravvissuti. Dati dell’Onu riportano di circa 2.205 palestinesi uccisi, di cui almeno 1.483 civili, di cui almeno 521 bambini, e 71 sono stati gli israeliani uccisi, di cui 4 civili e un coordinatore della sicurezza. Almeno 11.000 i feriti palestinesi, di cui tanti hanno subito disabilità permanenti, almeno 500.000 sfollati, 18.000 abitazioni demolite dai bombardamenti, 26 scuole distrutte e altre 226 danneggiate, 17 ospedali distrutti e 56 centri di assistenza sanitaria primaria danneggiati.

Danni sono stati riportati anche all’unica centrale elettrica di Gaza, alla rete idrica e agli impianti delle acque reflue, a un impianto di desalinizzazione, mentre 220 pozzi di acqua per l’agricoltura sono stati distrutti o danneggiati insieme a centinaia di fattorie ed esercizi commerciali. Le promesse per la ricostruzione fatte alla conferenza del Cairo a ottobre 2014 non sono state ancora mantenute, solo una minima parte dei 3,5 miliardi di dollari promessi è stata donata.

Superare il trauma diventa difficile quando si continua a vivere  nello stesso scenario di rovine e devastazione. Su quest’ultima il celebre artista Banksy ha voluto richiamare l’attenzione del mondo, quest’anno, attraverso i suoi graffiti apparsi su ciò che resta di edifici crollati. Un gattino dal grande fiocco rosa appare sulla parete di un’abitazione abbattuta: Banksy ha spiegato di aver voluto mostrare la distruzione di Gaza mettendo una foto sul proprio sito, ma che le persone “guardano soltanto foto di gattini”.  Una sua scritta in inglese recita: «Se ci laviamo le mani del conflitto tra il potente e il debole ci schieriamo con il potente. Non restiamo neutrali».

05204La guerra a Gaza ha causato danni psicologici, soprattutto a donne e bambini. Tra i sintomi del disturbo : paura, ansia, continua sensazione di pericolo, nervosismo, reazioni sproporzionate, insonnia, problemi alimentari di origine nervosa, depressione, sensazione di ineluttabilità della morte sentita come imminente. Alcune associazioni provano a fornire, oltre al primo soccorso, sostegno psicologico e sociale. Per alcuni esperti, parlare di post o pre-trauma è inutile, dal momento che il trauma è costante e continuo: si vive una sofferenza psicologica collettiva, uno stato di stress post-traumatico permanente.

Tre offensive militari israeliane negli ultimi sei anni, in aggiunta a otto anni di blocco economico, hanno devastato la già indebolita infrastruttura di Gaza, ne hanno frantumato la base produttiva, non hanno lasciato il tempo per una ricostruzione significativa, né hanno permesso un recupero economico. L’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo descrive uno scenario devastante: dal blocco imposto nel 2007, le esportazioni da Gaza sono state quasi totalmente vietate e le importazioni e i trasferimenti di denaro limitati. L’ultima offensiva nel 2014 ha colpito gravemente un’economia già paralizzata in un momento in cui le condizioni socioeconomiche erano ai livelli più bassi dal 1967.

Nel 2014, la disoccupazione ha raggiunto il 44% e colpito soprattutto le donne. Qualche giorno fa Ewash (Emergency water and sanitation-hygiene group), ha raccomandato che garantito ai palestinesi il diritto all’acqua. Il governo israeliano mantiene il controllo sul 70% delle falde acquifere montane, mentre ai palestinesi ne viene destinato solo il 17%. E nella Striscia di Gaza nemmeno il 5% delle acque estratte dalla falda acquifera costiera – l’unica risorsa di acqua dolce disponibile – è potabile; il restante 95% è contaminato da nitrati e cloruro e ha un alto tasso di salinità. Il che crea non pochi problemi al settore agricolo, oltre a influire sulla vita quotidiana dei residenti.

Dure crisi hanno colpito pure l’energia elettrica, quando è venuto a mancare il carburante. L’assenza di elettricità crea disagi soprattutto nei mesi invernali quando le temperature scendono vertiginosamente e non c’è modo di scaldarsi. E le interruzioni di energia elettrica colpiscono, tra l’altro, attività economiche del settore privato, ospedali, scuole, impianti per il trattamento delle acque. Lo sviluppo di giacimenti di gas scoperti nelle acque di Gaza potrebbe migliorare di molto la situazione ma l’occupazione israeliana, come riferito nel rapporto della Unctad, non permette lo sviluppo di questi bacini di gas.

La presenza internazionale sul campo è molto importante al fine di migliorare la diffusione delle informazioni. È parte fondamentale del lavoro di noi volontari dell’International solidarity movement e si accompagna alle attività di interposizione, ovvero accompagnamento di contadini e pescatori. Lungo il confine della Striscia, all’interno del territorio palestinese, Israele ha imposto una buffer zone che copre circa il 35% dei terreni agricoli palestinesi. I soldati israeliani usano sparare contro chiunque si avvicini alla zona interdetta anche contro contadini che lavorano nei campi lungo il confine: la presenza degli internazionali in questo caso può  fare da deterrente contro gli attacchi.

A volte funziona, altre volte no. Lo stesso avviene in mare, dove la marina militare israeliana continua ad aprire il fuoco contro pescherecci palestinesi anche dentro il limite delle 6 miglia imposto da Tel Aviv.

La presenza internazionale fa sentire i popoli oppressi meno soli nelle loro lotte. Ma non basta, servirebbero programmi di sviluppo a lungo termine. E anche un lavoro politico nel nostro Paese, per  premere sulle nostre istituzioni affinché compiano un atto di coraggio e decidano di agire concretamente per i diritti – incluso il rispetto del diritto internazionale –  e non siano complici nel silenzio della loro violazione, si potrebbe dire, attraverso una pratica del “restare umani”.

Rosa Schiano

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07 10 2015

Sulla Novaja Gazeta lei raccontava quello che vedeva. Né più e, soprattutto, né meno. Perché questo era il dovere di un giornalista, per lei, Anna Stepanovna Politkovskaja.

Scriveva della Cecenia, dell’occupazione indebita russa del territorio, e scriveva della continua lesione dei diritti umani e civili della popolazione. Andava, vedeva i proiettili e le ferite sui muri e sulle persone, viveva con loro, con entrambe: ferite e persone. E scriveva. Degli ospedali, dei militari, russi e ceceni, dei campi profughi.

E ogni suo articolo era una denuncia ben precisa, che arrivava dritta non solo al cuore di chi la leggeva, ma anche alla “sensibilità” del potere. Arrivava a Putin, bersaglio principale assieme al suo governo dei suoi reportage e soprattutto di libri molto critici (Come per esempio A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya, 2003 – Cecenia, il disonore russo) sulla conduzione della guerra. In Cecenia, in Daghestan, in Inguscezia

Non erano attacchi politici, quelli di Anna: erano resoconti, brandelli ricostruiti di realtà. Perché Anna è «una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo».

Non solo: te lo fa sentire. Leggendo le sue righe, cammini nella steppa russa, nei gelidi inverni ceceni, nelle case dei profughi buie come tane di topi. E questo da fastidio. Far vedere la realtà al mondo, per l’equilibrio di un potere dittatoriale è ben più pericoloso di qualsiasi minaccia o sanzione di organismi internazionali; di qualsiasi dichiarazione di leader europei o statunitensi.

Per questo motivo, la sera del 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja, smetterà di scrivere. L’hanno fermata con un proiettile in testa, nell’ascensore della sua abitazione a Mosca, mentre tornava a casa. È il giorno del compleanno di Vladimir Putin. Coincidenze. Il giorno dopo, la polizia russa sequestrò il computer della cronsita con tutto il materiale dell’inchiesta che la giornalista stava compiendo. Coincidenze. Il mandante dell’omicidio non è mai stato scoperto. Coincidenze.

Minacce di morte e tentativi di avvelenamento ne aveva collezionati. Sapeva di camminare sotto mira, e che sarebbe stato fatto di tempo. Tanto che nel 2005, un anno prima di essere assassinata, in una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa, denuncia:

«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola a essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare. »
In ogni caso, purtroppo per chi pensava di eliminarne l’azione dirompente, l’assassinio della giornalista della Gazeta ne ha fatto un simbolo che ha mobilitato perfino la grigia e omertosa gelida opinione pubblica russa e portando il suo lavoro a conoscenza del mondo intero, amplificandone ancor di più il valore e l’operato.

Fare il giornalista in Russia è diventato sempre più pericoloso a partire dagli anni 90. L’assassinio di Anna Politkovskaja ebbe enorme risonanza e fu, di fatto, uno dei primi casi a portare alla luce e far discutere l’opinione pubblica mondiale del tema.

Prima che Anna Politkovskaja venisse ammazzata sulle scale del palazzo in cui abitava, il 7 ottobre 2006, soltanto chi si interessava da vicino alle guerre cecene conosceva il nome di questa giornalista coraggiosa, dichiarata avversaria della politica di Vladimir Putin. Da un giorno all’altro, il suo volto dall’aria triste e decisa è diventato in Occidente un’icona della libertà d’espressione.

Ma Anna non è stata la sola, le fonti russe parlano di oltre 200 uccisioni, anche se i rapporti pubblicati fin ora dalle organizzazioni internazionale parlano “solo” di diverse dozzine di omicidi. In particolare l’International Federation of Journalists ha commissionato un’ampia inchiesta in merito e reso pubblico un database online che documenta la morte o la sperizione in Russia di circa 300 giornalisti a partire dal 1993.
Oltre a una forte campagna per la libertà di stampa e la tutela di chi fa informazione, l’IFJ ha fornito anche una guida a disposizione dei reporter la cui vita è messa a rischio da inchieste e articoli sui quali stanno lavorando.

Non solo per mano di Putin.

A rischiare la vita per raccontare i fatti sono in molti anche fuori dalla Russia. Come la Politkovskaja sono stati uccisi molti altri giornalisti in tutto il mondo. In Messico per esempio la desaparecion non sembra essere un fenomeno solo del passato e le proteste contro le autorità politiche e la polizia colluse con i trafficanti di droga e colpevoli della sparizione forzata di molti reporter. L’ultima in ordine temporale è l’appello #MexicoNosUrge rivolto all’Unione Europea per intervenire e tutelare i giornalisti in pericolo. Infatti, in questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti e tutti gli omicidi sono rimasti impuniti.

Tornano alla mente però anche tutti quei giornalisti uccisi nel nostro Paese per mano della Mafia, della Camorra, della Ndrangheta, del terrorismo o di giochi politici sui quali ancora non è stata fatta chiarezza.

C’è per esempio Peppino Impastato, voce di Radio Aut, dalla cui vita è stato tratto il film di Marco Tullio Giordana “I cento Passi”. Ucciso dalla mafia perché ormai sapeva troppo. Come lui Cosimo Cristina, cronista dello storico quotidiano parlemitano “L’Ora” – un punto fermo nella lotta contro le cosche siciliane – assassinato nel 1960 a Termini Imerese. Lo stesso destino toccò anche ai suoi colleghi di testata Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato.

C’è stato anche, Giancarlo Siani, corrispondente de “Il Mattino di Napoli“, impegnato in un’inchiesta sui  traffici illeciti della camorra e sul punto di pubblicare un libro che denunciava i rapporti fra politica e criminalità degli appalti nella gestione degli appalti post-terremoto dell’Irpinia, prima di essere “fatto fuori” a soli 26 anni con 10 colpi di pistola alla testa mentre era a bordo della sua Citroën Méhari.

Anche il terrorismo ha avuto le sue vittime nel mondo dell’informazione. Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa, fu assassinato nel 1977 dalle Br perché insisteva a scrivere dalle colonne della sua rubrica che non andava concessa tolleranza o impunità ai gruppi violenti. Stessa fine di Casalegno per Walter Tobagi del Corriere della Sera che, in quelli che erano gli anni di piombo, era solito riflettere  sulla responsabilità del giornalista di fronte all’offensiva delle bande terroristiche. Tobagi non poté parlare a lungo perché eliminato dalla Brigata XXVIII marzo, un gruppo terroristico di estrema sinistra.

Ma un altro tratto è comune a tutte queste vite: il coraggio di lottare per la libertà e di raccontare le cose come stanno. Come diceva Anna.

Giorgia Furlan, @GioGolightly
Ilaria Giupponi, @Giupsy

 
 
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  Newsletter di Zeroviolenza.it n. 6/2015


Cos'è il TTIP e perchè cambierà le nostre vite

Firma la petizione per fermare il TTIP

Cos'è il TTIP? - Il Transatlantic Trade and Investment Pact (a volte indicato come TransAtlantic Free Trade Agreement o TAFTA) è una accordo per la liberalizzazione degli investimenti negoziato tra Unione Europea e USA.
Leggi l'articolo
di Andrea Baranes (Zeroviolenza)
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Mafia Capitale inquina l'aria di Terni
I tentacoli del "mondo di mezzo", la rete criminale guidata dall’ex terrorista nero Massimo Carminati e oggetto dell’inchiesta romana Mafia Capitale, hanno superato i confini laziali e raggiunto Terni, uno dei poli industriali più inquinati e controversi del centro Italia.
Leggi l'articolo
di Tancredi Tarantino (Zeroviolenza
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Oggi primo incontro a Torpignattara del corso "La città dei bambini nella mente degli adulti. Differenze e integrazione"
Giovedì 12 febbraio, ore 16.45
Istituto Laparelli - Via Laparelli, 60

Quanto sappiamo noi cittadini delle trasformazioni che ha subito e sta subendo il fenomeno della prostituzione nelle grandi metropoli? Ci disturba che le ragazze contrattino sotto casa? Beh, chiediamo agli amministratori di risolvere il problema.
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Strike Meeting, II Atto. 13/14/15 Febbraio
Tra i “regali” di Natale del governo Renzi, spiccano i primi due decreti attuativi del Jobs Act ‒ quello relativo al contratto a tutele crescenti e all’eliminazione dell’articolo 18, quello relativo al NASpI ‒ e la riforma del regime dei minimi per partite Iva e freelance.
Leggi l'articolo

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"Triton non serve a nulla"
"Questa nuova, ennesima, strage di migranti nel Mediterraneo purtroppo non sarà l'ultima. Ci saranno altri morti se il governo italiano e l'Unione europea non cambieranno direzione in fretta e proseguiranno nelle attuali politiche di difesa dei confini".
Leggi l'articolo di Luca Kocci (Il Manifesto)


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Sabato 14 febbraio a Roma #dallapartegiusta per il popolo greco
Atene chiama. Si avvicina la manifestazione del 14 febbraio a Roma #dallapartegiusta. Cioè a sostegno del popolo greco e del tentativo di Alexis Tsipras e del suo ministro Yanis Varoufakis di rompere la politica dell’austerity della Troika.

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Firma la Petizione "Voto del Parlamento europeo sul diritto all'aborto e alla contraccezione"
Caro Matteo Renzi, in qualità di segretario del PD,
ti ricordiamo che si avvicina la data del voto decisivo del Parlamento Europeo per l'approvazione della risoluzione Tarabella, già votata con ampia maggioranza dalla Commissione sui diritti delle donne.
Leggi la petizione


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La prostituzione e le colpe dei clienti. Non servono ghetti ma lezioni a scuola
Quanto sappiamo noi cittadini delle trasformazioni che ha subito e sta subendo il fenomeno della prostituzione nelle grandi metropoli? Ci disturba che le ragazze contrattino sotto casa? Beh, chiediamo agli amministratori di risolvere il problema.
Leggi l'articolo
di Dacia Maraini(Corriere della Sera)

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Violenza sottile come la polvere
Fa un certo effetto vedere Saverio La Ruina non più nei panni dimessi della donna calabrese vittima di retrive sopraffazioni maschiliste - il ruolo che in questi anni gli ha fruttato premi e consensi - ma inopinatamente passato al fronte opposto, quello del maschio che tormenta e opprime.
Leggi l'articolo
di Renato Palazzi (Il Sole 24 Ore)

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Hai già visto il Calendario 2015 di ZeroViolenza?
Con una piccola donazione puoi scaricare il nostro Calendario e sostenere il progetto "La città dei bambini nella mente degli adulti", un Corso dedicato a genitori e insegnanti che Zeroviolenza organizza in alcune Scuole delle periferie romane.


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Infanzia. Poveri figli

  • Set 20, 2013
  • Pubblicato in LEFT
  • Letto 1458 volte

Left
20 09 2013

Due milioni e mezzo di minori in Italia vivono in povertà. Oltre il 20 per cento di chi ha meno di 18 anni. Siamo fanalino di coda tra i Paesi industrializzati ma nessun segnale arriva dal governo. Che prosegue con i tagli al welfare. Mentre le organizzazioni umanitarie spostano i progetti nel Belpaese.

Un pasto caldo, un posto tra i banchi di scuola, cure mediche, dei giochi, il senso di sicurezza. Il minimo indispensabile per un bambino.

Eppure l’Italia, considerata ancora un Paese ricco, non sa più dare benessere ai suoi cittadini, ancor meno ai suoi bambini: 1 milione e 800mila minori vivono sotto la soglia di povertà e più di 700mila in condizioni di miseria assoluta.

«Numeri da terzo mondo», commenta a left Andrea Iacomini, portavoce italiano di Unicef. «Abbiamo acceso la luce rossa anche sull’Italia. Cosa che non capita spesso, perché in genere siamo concentrati sulle politiche del terzo mondo, sullo sviluppo e le emergenze. Questo rapporto ci porta con i piedi per terra e ci dice: bisogna occuparsi anche dei Paesi più industrializzati e, tra loro, dell’Italia».

Tiziana Barillà

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