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Femminicidio: chi si ribella muore

  • Nov 30, -0001
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28 06 2012

Angela Costantino, Annunziata Pesce, Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca. Ammazzate o indotte al suicidio perché hanno scardinato le regole “d’onore” della ’ndrangheta

Rinchiuse in casa, malmenate, indotte al suicidio, uccise e sciolte con l’acido. La storie delle donne condannate a morte dalla ’ndrangheta fanno accapponare la pelle. Nate, vissute e morte, apparentemente per niente. Se non fosse che qualcuna di loro riesce a fare in tempo a parlare, a fermare un ciclo di morte e vendetta. A denunciare. A essere un esempio per i figli. È per loro, per liberarli, che nella maggior parte dei casi si ha la forza di dire basta. Da anni ormai c’è una mattanza di madri, figlie, giovani mogli, appartenenti a famiglie ’ndranghetiste. Un vero e proprio femminicidio che si aggiunge al tragico dato diramato in questi giorni da “Se non ora quando” e “Telefono Rosa”: sono 54 le donne uccise dall’inizio del 2012.

Angela Costantino è una vittima di lupara bianca dimenticata per diciotto anni, così come Annunziata Pesce, sparita trent’anni fa. I loro nomi si aggiungono a quelli di Lea Garofalo, di Maria Concetta Cacciola, ma anche di Santa Buccafusca, detta Tita, morta ingerendo acido muriatico. Moglie di Pantaleone Mancuso, il boss di Nicotera (Vibo Valentia) soprannominato Luni Scarpuni, Tita aveva deciso di collaborare. Nella caserma dei carabinieri di Limbadi aveva portato con sé il figlio di pochi mesi. Passa un po’ di tempo e i parenti corrono ai ripari, presentando una documentazione medica per dimostrare l’instabilità psichica e l’inattendibilità della giovane madre. Tita non ha retto, è tornata indietro, interrompendo la sua collaborazione. E togliendosi la vita in casa. Ingerendo acido muriatico, simbolo mafioso per antonomasia che “lava” i peccati distruggendo per sempre chi tradisce l’onore della famiglia. Tita è morta all’ospedale di Reggio Calabria dopo due giorni di straziante agonia. Era il 18 aprile del 2011.

Come lei, anche Maria Concetta Cacciola si è tolta la vita qualche mese dopo. Era una testimone di giustizia molto combattuta, soprattutto per le pressioni psicologiche della famiglia che voleva imporle il silenzio. Ma era combattuta anche per la condizione di schiavitù in cui era costretta a vivere: «A cosa mi serve la mia vita quando non posso avere contatto con nessuno? Come posso campare così se non posso nemmeno respirare… cosa ho fatto di male se non posso nemmeno avere uno sfogo, gli piace di vedermi disperata dalla mattina alla sera», così Maria Concetta descriveva la sua condizione in una lettera del 4 novembre del 2007, indirizzata al marito in carcere. Per il suicidio di Maria Concetta, sono stati arrestati i suoi familiari. Il padre, Michele Cacciola. Anna Rosalba Lazzaro, la madre, a cui Maria Concetta lasciò una lettera straziante poco prima di partire per la località segreta: «Solo tu mi puoi capire. Tu che sei madre. Perdonami. Ti affido i miei figli. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà del Onore, che ha la famiglia per questo che avete perso una figlia». E il fratello, che temeva, Giuseppe Cacciola, di trent’anni. Era latitante, ma è stato arrestato dai carabinieri di Desio e Paderno Dugnano all’uscita di un supermercato. Sono indagati per reiterati atti di violenza: fisica e psicologica. Le impedivano di uscire liberamente di casa e di avere amicizie. Soprattutto da quando il marito di Maria Concetta, Salvatore Figliuzzi, era detenuto in carcere. I familiari avevano scoperto che la ragazza si era innamorata di un altro uomo e l’avevano picchiata violentemente, provocandole l’incrinatura di una costola, impedendole di recarsi in ospedale per ricevere le cure e costringendola a rimanere chiusa in casa. La facevano curare clandestinamente da un medico di loro fiducia. Queste donne erano tutte madri, sposate in giovane età con uomini dei clan. Poi un incontro, un amore, una alternativa di riscatto, la conseguente decisione di provare a riprendersi il diritto alla vita che quasi sempre assume il sapore di una condanna annunciata.

Angela Costantino ne aveva quattro di figli a soli 25 anni. Era sposata con Pietro Lo Giudice pregiudicato e figlio del boss dell’omonima cosca, Giuseppe. Scomparsa dal 16 marzo del 1994. Aveva una relazione extraconiugale e aveva scoperto di aspettare un figlio. Grazie a tre pentiti e alle indagini della squadra mobile di Reggio Calabria si è potuto ricostruire l’omicidio della donna. Avevano tentato di far credere che si fosse tolta la vita. Invece fu strangolata e il suo cadavere occultato. Dell’omicidio della donna sono ritenuti responsabili: Vincenzo Lo Giudice, il cognato Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì. Ma Angela non è l’unica donna legata ai Lo Giudice scomparsa nel nulla. Dal 27 ottobre del 2009, non si hanno più notizie di Barbara Corvi, moglie di Roberto Lo Giudice e cognata di Angela Costantino. Non ha più fatto ritorno a casa, ad Amelia, in provincia di Terni. Così come Annunziata Pesce sparita nel 1981, sposata con Antonio Zangari e figlia di Salvatore Pesce, fratello del boss Peppe. Trant’anni di indifferenza. Fino a quando, la pentita Giuseppina Pesce ha deciso di restituirle una identità, raccontando. Annunziata aveva sporcato l’onore della famiglia due volte: perché aveva tradito il marito e lo aveva fatto con un carabiniere in servizio alla stazione di Rosarno. I due vennero sorpresi sul lungomare di Scilla. Da allora, della donna non si seppe più nulla. Con una sentenza del 1999, il Tribunale di Palmi dichiarò la sua morte presunta. Per rendere il messaggio più chiaro a tutti: nessuno sconto per chi tradirà i nostri codici, per chi tradirà la famiglia. È stata uccisa sotto gli occhi di suo fratello: Antonio Pesce. La paura, la delegittimazione, sono i primi strumenti delle mafie per tenere le bocche cucite. Per aiutare a ricostruire casi irrisolti e smantellare disegni criminali apparentemente perfetti, c’è bisogno di una rete, di un impegno collettivo. Di rivoluzioni, non solo di marce. Di rivoluzioni dall’interno. Di sostegni psicologici, oltre che legali. Di creare nuclei credibili e affidabili a tal punto, da accogliere le donne e rassicurarle di avere una alternativa alla morte. Si chiama libertà.

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