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INGENERE

Di cosa parliamo quando parliamo di genere a scuola

  • Apr 13, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2821 volte

Ingenere.it
13 04 2015

Matilde era una mia alunna che in seconda elementare, a una mostra d’arte contemporanea, mi chiese se l’artista potesse essere una femmina, visto che in quella esposizione gli artisti erano solo maschi.
Mohammed, in quella stessa classe, nella gita di più giorni, lo trovammo una mattina al risveglio che aveva sistemato tutti i suoi compagni di stanza sui letti mentre dava il cencio sul pavimento perché in un posto sudicio non si dormiva bene.
Laura in prima elementare disse che da grande voleva fare la muratrice - non il muratore, proprio la muratrice - perché le piaceva il lavoro del suo babbo.
Giorgio ha un trasporto affettivo fisico verso tutti e tutte, maschi e femmine, ma il suo amico del cuore è Andrea ed è sempre lì a riempirlo di baci.
Edoardo ha messo in scena un teatro di burattini fatti con le bic e i tovagliolini di carta in cui prende le difese di un compagno che è un po’ più basso degli altri e lo fa diventare volante perché così si riscatta.
Anna elenca i compagni più importanti per lei e cita maschi e femmine perché ha sempre detto che lei si sente anche un po’ maschio, ma lo dice a bassa voce.
Luca non ha nessun imbarazzo nella pettinatura con la cresta alta che si fa lui stesso ogni mattina e nessuno lo ha mai preso in giro per la sua originalità.

Detesto di tutta questa campagna contro una non ben specificata “ideologia del gender” che alcune insegnanti starebbero veicolando nella scuola pubblica, detesto - dicevo - il non avere idea di cosa accada in una classe. Non sapere la complessità, non interrogarsi su chi entra in classe ogni giorno e sa di avere davanti una trentina di mondi che cercano di entrare in relazione tra loro e con noi.
Chi urla che le maestre indottrinano ha forse la famosa coda di paglia: pronto a concepire questo lavoro come un’opera di indottrinamento, di plagio e di riempimento di vuoti.
Ma insegnare è tutta un’altra faccenda.

La mia prima reazione di fronte agli attacchi scomposti e molteplici di quest’ultimo mese è stata un rifiuto. Si è trattato di un attacco ibrido: argomentazioni senza spessore, toni caricaturali, nessuna capacità di citare fonti, banalità, falsità ma anche diffidenza, toni violenti, diffamazione ed un’aggressiva chiamata alle armi dimenticando che, a fare così, il terreno di battaglia diventano i bambini e le bambine. Mi fa specie pensare che in alcuni casi siano stati dei genitori a gridare al lupo rivolgendosi alla stampa invece di cercare una spiegazione dalle insegnanti. Significa che queste persone consegnano i propri figli per otto ore al giorno a delle persone di cui non si fidano e di cui bisogna aspettare il passo falso, l’errore, la caduta così da poterle cogliere in flagrante.

Più è profonda la cattiva fede (qui nome omen), più io mi ritiro in classe dove, in questi giorni, abbiamo allestito una piccola officina/falegnameria e stiamo lavorando sulla bicicletta. Vorrei dire, infatti, di venire a titolare che anche nella nostra scuola si fa propaganda di “ideologia gender” perché - indovina un po’, caro sentinello in piedi - le bambine smontano i pezzi della bicicletta come fossero meccanici e - incredibile! - ne capiscono il funzionamento come fossero ingegneri. Ma allora il sentinello avrebbe gridato allo scandalo pure qualche mese fa, quando abbiamo fatto un laboratorio di cucito per realizzare delle stelline e dei pupazzini morbidi, ed è stato naturale che i bambini - maschi - imparassero e volessero cucire esattamente come le femmine.

La cattiva fede sta nell’attaccare la scuola pubblica e prima di tutto le insegnanti senza minimamente chiedersi su che basi la scuola scelga di attivare alcune pratiche. Nel 2010 mi capitò tra le mani il Rapporto Eurydice, la Rete di Informazione sull’Istruzione in Europa, dal titolo “Differenze di genere nei risultati educativi - Studio sulle misure adottate e sulla situazione adottata in Europa”. Leggendolo presi chiaramente visione del problema: l’Italia veniva richiamata perché sprovvista di sguardi e pratiche relative al genere, sia a livello politico che educativo. Analizzando la situazione, emergeva questo, ad esempio: “L’obiettivo più comune delle politiche di uguaglianza di genere nell’istruzione è la lotta contro i ruoli e gli stereotipi tradizionali [...] Sembra che si facciano sforzi per includere genere ed uguaglianza di genere come argomenti o temi interdisciplinari nei curricoli scolastici dei paesi europei. Lo stesso non si può dire riguardo allo sviluppo di adeguati metodi didattici e linee guida specificamente orientati al genere, che invece potrebbero avere un ruolo importante nel contrastare gli stereotipi di genere rispetto all’interesse e all’apprendimento”.

Che piaccia o meno a guardiani, sentinelle e altri crociati, la scuola era ed è un luogo in cui si veicolano disuguaglianze di genere. Certo, il genere non è l’unica variabile che incide sul successo scolastico e sul benessere in classe. Tra i fattori decisivi c’è sempre la condizione socio-economica di provenienza, cosa che dovrebbe accendere molti campanelli d’allarme quando si erodono soldi e finanziamenti alla scuola pubblica a vantaggio di quella privata. Leggendo, comunque, la variabile “genere” in molte ricerche e anche in alcune indagini internazionali (PIRLS, PISA, TIMMS) vengono fuori alcuni problemi: che le ragazze hanno un’autostima minore dei ragazzi nelle scienze nonostante abbiano il medesimo interesse; che le percezioni degli insegnanti sulle peculiarità maschili e femminili (peculiarità o stereotipi?) sono ancora decisive per promuovere equità tra i generi; che la presenza femminile è prevalente tra le insegnanti ma scarsa fra i dirigenti scolastici e che decresce al crescere della scala accademica; che le politiche per la formazione dei docenti non prendono in considerazione la prospettiva di genere.

A me, come insegnante, preoccupa molto il fatto di avere un così grande potere su delle giovani persone. Sono moltissimi gli studi su come le aspettative di chi insegna riescano ad influenzare l’autostima, la fiducia in se stessi, il successo scolastico di ragazzi e ragazze e, prima ancora, di bambini e bambine. Abbiamo discusso spesso con alcune colleghe del perché ci aspettiamo che le bambine siano più “diligenti” e i bambini più “intuitivi” in scienze e matematica e scagli la prima pietra chi può dire di essere totalmente immune da questi stereotipi. Siamo figlie di una cultura che ha prodotto “uomini che non sanno amare e donne che si tengono lontane dalla scienza”, come scriveva Evelyn Fox Keller in un bellissimo saggio di trent’anni fa (Sul genere e la scienza, Garzanti, Milano 1987), perciò decostruire questi schemi fa molto bene anche a noi, ci rende più responsabili delle nostre pratiche. Ci invita a pensare alle nostre proiezioni ed attese su bambini e bambine e su cosa trasmettiamo loro, ovvero a tutto ciò che non è ufficialmente presente nei programmi scolastici ma che veicola molti più contenuti di quanto immaginiamo. Gli esempi che cito all’inizio parlano, in un certo senso, di ruoli non così attesi rispetto al genere di appartenenza: bambini che imparano ad esprimere affetti ed emozioni, a prendersi cura dello spazio di tutti; bambine che si immaginano in ambiti in cui non sono rappresentate né immaginabili. Molti anni dopo gli scritti di Bruno Munari, il punto è ancora questo: aprire il ventaglio delle possibilità, ampliare le conoscenze, cercare di scegliere consapevolmente, sentirsi nello spazio aperto della relazione e non in quello chiuso del confine.

Non si tratta di pratiche che si attivano con un solo strumento - un libro, un gioco, un laboratorio - né in un tempo circoscritto. Si tratta di uno sguardo da allenare, di nuove lenti con cui guardare, di un clima senza censura da costruire quotidianamente. È facile e probabile che, sentendosi libera di esprimersi, una classe tiri fuori le peculiarità di ciascuno, permetta di osservare e conoscere altri punti di vista, ampliando così le possibilità di immaginarsi e di ispirarsi.

E allora di cosa parliamo, quando diciamo “genere” a scuola?

Di costruzione di uno spazio pubblico che è ambito diverso dal privato della casa e della famiglia e che ci insegna a riflettere sulla nostra identità. Su chi siamo e cosa immaginiamo di essere in futuro. La scuola serve anche a questo: a imparare che esistiamo in autonomia, che ci viene richiesto un pensiero nostro perché lo abbiamo e possiamo imparare a praticare la libertà di esprimerlo. Forse è questo che spaventa così tanto: immaginare che già da piccoli si voglia lasciare il nido per andare alla scoperta del mondo.

Eppure è proprio così. Le nostre classi sono piene di Cipì. Per favore, lasciamoli liberi di imparare a volare.

Che genere di città

  • Apr 10, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2191 volte

InGenere
10 04 2015

Nell'organizzazione spaziale delle città le disparità di genere tendono ad assumere le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura del genere 'dominante': il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città, infatti, il pensiero e l’opera delle donne continua ad essere poco influente, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, che nel Regno Unito rappresenta una tradizione lunga un secolo nell’ambito della pianificazione urbanistica, ha dichiarato di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui opera. La sua esperienza può essere spiegata con il fatto che malgrado sia aumentato negli anni il numero delle professioniste del settore, sono rimaste basse le possibilità che esse siano influenti sulle politiche urbane.

Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi città americane, una delle letture critiche più note dello sviluppo urbano contemporaneo. Due anni più tardi, nel 1963, Betty Friedan descrisse la storia dello sviluppo delle città americane durante il ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio del potere di un genere sull’altro. The Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in agglomerati monofunzionali, destinati ad essere i settori residenziali di metropoli in continua espansione e luoghi di confinamento delle frustrazioni femminili. La situazione descritta da Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 – diventava indagine sociologica e denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma - non a caso un'area della città a forte specializzazione funzionale, che sta facendo i conti con una fallimentare gestione urbanistica - rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e nel non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come La Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la casa quello delle donne, non saranno certo gli edifici disegnati da architetti donna a fare la differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il tema della rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie - per usare le parole di Simone de Beauvoir - è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like? Da urbanista, Hayden, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

La questione da porre al centro della progettazione delle città, resta quindi la stessa contenuta nel libro di Jane Jacobs. Qui, l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti sulla città contemporanea, individuando la necessità di scardinare le categorie funzionalmente rigide attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni, luoghi di lavoro, servizi e spazio pubblico, dentro le quali le donne hanno finito per essere categorizzate secondo codici dettati da una visione dominante e maschile. La città contemporanea, in altre parole, può essere frutto di un diverso progetto spaziale, a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato.

Michela Barzi

Ingenere
01 04 2015

Per acquistare il farmaco contraccettivo EllaOne, la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo, non ci sarà più bisogno di presentare la ricetta della prescrizione medica né l’obbligo di eseguire il test di gravidanza. Mentre l’obbligo di ricetta resta per le minorenni, che dovranno farsi prescrivere il farmaco all’interno di consultori, ospedali o reparti di pronto soccorso.

A prendere la decisione finale è stata la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), intervenuta con l'approvazione di una disposizione che porta l’Italia più vicina a quanto previsto dall’Agenzia europea dei medicinali (Ema) e dalla Commissione Europea in materia di contraccezione. In particolare, la posizione dell’Aifa ricalca la scelta tedesca di mantenere l’obbligo di ricetta per le minorenni, assente in altri paesi europei. Il motivo sarebbe quello di “far ragionare le giovani su simili eventi ed evitare che questo contraccettivo d'emergenza venga utilizzato come una caramella dopo la discoteca” ha spiegato l’Aifa. Un dato che è stato interpretato dall’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED) come discriminatorio nei confronti delle più giovani, considerando le difficoltà dei consultori e l’alto tasso di obiezione presente in ospedali e reparti di pronto soccorso.

“La decisione dell’AIFA di consentire l’acquisto della pillola dei cinque giorni dopo senza prescrizione medica è un passo avanti importante” ha dichiarato Mario Piuatti, Presidente AIED. “Resta il dato oggettivo della discriminazione, tutta da capire, nei confronti delle minorenni, tuttavia il fatto che ora le donne possano avere libero accesso a questa contraccezione d’emergenza senza prescrizione e senza esibire un test di gravidanza è un dato che ci avvicina sempre più agli standard europei”.

Soddisfazione anche da parte dell'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (ONDA) "Il pronunciamento di AIFA consente alle donne italiane di avere gli stessi diritti delle europee, con la possibilità finalmente di accedere a questo presidio farmacologico senza ostacoli" dichiara la presidente Francesca Merzagora in una nota.

L’utilizzo della pillola dei cinque giorni dopo come farmaco d’emergenza non comporterebbe rischi importanti per la salute, spiega l’Aifa. Questa la motivazione principale della disposizione, che contraddice quanto affermava il recente parere del Consiglio Superiore di Sanità, favorevole alla prescrizione obbligatoria per tutte le donne.

Il farmaco funziona se assunto entro le 120 ore (5 giorni) successive al rapporto sessuale a rischio, e agisce prevenendo o ritardando l'ovulazione. Hra Pharma, azienda farmaceutica che lo produce, avrebbe già annunciato che farà una serie di test sull'uso ripetuto per richiedere il ritiro dell'obbligo di prescrizione per le minorenni.

Ma, entusiasmi delle case farmaceutiche a parte, resta il paradosso della pillola del giorno dopo. Per ottenere il contraccettivo che agisce nelle 24 ore successive al rapporto a rischio, infatti, in Italia serve ancora la ricetta. Eppure il farmaco dovrebbe essere più "leggero" rispetto al contraccettivo dei cinque giorni dopo. A quanto pare il corpo delle donne non sta così a cuore alle politiche per la salute.

Marginal Eyes

  • Mar 31, 2015
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Ingenere
30 03 2015

Uno dei maggiori ostacoli alla parità tra i sessi è la disuguaglianza economica tra donne e uomini. Questa disparità esiste nell'economia formale, in cui il divario retributivo fra i sessi e la mancanza di accesso a posti di lavoro importanti, significa che le donne guadagnano meno e hanno meno influenza rispetto agli uomini. Un ulteriore problema è poi quello del lavoro invisibile che (soprattutto) le donne fanno e che non è riconosciuto dai calcoli economici tradizionali. Questo include la cura e l'educazione dei figli e altri lavori non retribuiti ma che contribuiscono al benessere economico dei singoli paesi. In Scozia, per sottolineare l'importanza di questo problema e la sua gravità, Engender, organizzazione femminista attiva da 20 anni per promuovere la parità tra donne e uomini, ha realizzato un breve sketch che riflette su quanto il lavoro delle donne sia sottovalutato, invisibile e considerato marginale.

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Volete più figli? Fate lavorare a casa i papà

  • Mar 26, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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InGenere
26 03 2015

Perché nascono così pochi figli in Europa? Sono ormai vent'anni che i governi europei interpellano team di esperti che fanno analisi, preparano rapporti e propongono soluzioni per stimolare la crescita demografica. Si dibatte sull'efficacia delle politiche che cercano di influenzare le scelte procreative delle persone.

Di solito, l'attenzione dei demografi si concentra tutta sulle donne: in primo luogo sulla loro scelta di avere o non avere figli e in secondo luogo su quanti figli decidono di avere.

Se l'obiettivo è quello di avere un ricambio generazionale un figlio solo non basta, bisognerebbe portare il tasso di fertilità a 2,10-2,15. Cosa peraltro fondamentale per la sostenibilità sul lungo periodo di welfare e previdenza e, allargando lo sguardo, per la sostenibilità di tutta la finanza pubblica. Tutto questo, lasciando fuori altri scenari possibili come, per esempio, incentivare l'immigrazione per compensare il calo di fertilità, oppure un'eventuale desertificazione demografica dovuta a una crescita continua del numero di persone "childfree" (libere dai bambini) che deciderebbero comunque di non avere figli a prescindere da qualunque forma di sostegno i governi mettano in campo. In aggiunta, le previsioni economiche sulle evoluzioni della finanza pubblica cambiano nel tempo, è impossibile prendere in considerazione tutti i fattori, così come non è stato possibile predire il crollo demografico che sta vivendo l'Occidente.

L'Unione Europea ha centrato la sua programmazione politica per incentivare la crescita demografica sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ne è un esempio il documento di Barcellona che fissa degli obiettivi sulla copertura degli asili nido. Queste politiche prendono come riferimento i paesi scandinavi che insieme alla Francia garantiscono un'alta accessibilità ai servizi per l'infanzia, registrando conseguentemente un tasso di fertilità più alto che nel resto d'Europa. I servizi per l'infanzia sono sicuramente il pilastro più importante delle politiche per la famiglia, ma il secondo pilastro su cui poggia la fertilità sono i congedi di paternità come strumento di base per promuovere una maggiore distribuzione tra genitori del lavoro di cura.

In confronto con gli altri paesi europei, i paesi nordici hanno la situazione demografica più stabile e sostenibile. Avendo vissuto un calo demografico tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, alcuni paesi del nord Europa hanno infatti riformato le loro politiche della famiglia, e tra le misure adottate, ci sono state quelle per favorire un maggiore coinvolgimento paterno.

Contemporaneamente per quei paesi la parità di genere è diventata prioritaria e come conseguenza oltre a garantire l'accessibilità ai servizi per l'infanzia, tra il '90 e il 2000 hanno promosso ed esteso i congedi di paternità. Attualmente in Norvegia e in Islanda ci sono tre mesi di congedo, in Svezia sono due e si sta discutendo se introdurre il terzo, e in Finlandia madre e padre hanno nove settimane ognuno; la Danimarca è l'unico paese in cui ci sono solo due settimane di congedo di paternità. Secondo il Global Gender Gap Index, l'Islanda è il paese che garantisce le migliori condizioni per la parità di genere, uno degli indicatori che pesa in questo risultato è l'introduzione nel 2001 di un congedo di paternità di tre mesi, che fin dall'inizio è stato utilizzato da un numero altissimo di padri: ben il 90% [1].

E anche se il numero è calato leggermente durante gli anni della crisi, l'effetto della riforma islandese è un grande aumento nel coinvolgimento dei padri nella cura dei bambini che ad oggi è parte integrante della cultura genitoriale del paese. Prima, la pressione sociale per gli uomini era quella di essere i principali responsabili del mantenimento economico della famiglia e il congedo di paternità non si allineava con questo ruolo tipicamente maschile, ad oggi, la percezione della paternità è cambiata. I padri vengono giudicati “male” se non si allontanano dal lavoro almeno per un paio di mesi per prendersi cura del proprio figlio.[2]

C'è un nesso così forte tra demografia e uguaglianza di genere? Anche se la ricerca sulle scelte procreative degli uomini è piuttosto scarsa, basandoci sugli studi esistenti possiamo dimostrare come i congedi di paternità rappresentino uno degli strumenti cruciali per dare slancio alla fertilità.

Iniziamo con le preferenze per quanto riguarda la scelta di fare figli; metodologicamente è molto difficile che le persone interpellate rispondano quello che davvero vogliono: potrebbero non esserne completamente convinte, ma confermare quello che pensano ci si aspetti da loro. Ma lasciando da parte queste considerazioni, e senza dare troppo peso a come è stata loro posta la domanda, sia uomini che donne dichiarano che vorrebbero avere due figli. C'è una piccola discrepanza di genere, gli uomini rispondo in media che vorrebbero più figli, succede in Polonia (uomini: 2,41/donne: 2,05), Portogallo (uomini: 2/donne: 1,71), Cipro (uomini: 2,87/donne: 2,65), Germania (uomini: 2,17/donne: 1,96).[3]

Non stupisce che questi paesi non siano proprio in cima alla classifica della parità di genere, e sono spesso classificati come regimi di genere di tipo "familistico" o basati sull'uomo breadwinner (principale procacciatore di reddito). Il grafico 1 mostra le preferenze procreative di uomini e donne in Polonia, in due diverse situazioni: 1) persone giovani tra i 18 e i 24 anni senza figli e 2) persone trai 30 e i 34 anni che hanno almeno un figlio. Mentre le donne più giovani desiderano molto più dei loro coetanei di avere un figlio, questa situazione cambia subito dopo l'arrivo di un bambino in famiglia quando, mentre il 35% degli uomini vorrebbe altri figli, l'entusiasmo delle donne dopo la prima esperienza di maternità è drasticamente precipitato.

Perché succede? Perché l'esperienza di avere un figlio scoraggia le donne dal farne altri, mentre gli uomini rimangono aperti alla possibilità di averne ancora? Il grafico sotto mostra quanto si impegnano gli uomini nei lavori domestici, gettando una nuova luce sul perché le donne che non vogliono fare figli sono quelle dei paesi in cui c'è maggiore squilibrio nella distribuzione del lavoro domestico (ossia in cui gli uomini fanno molto meno).

Alcuni studi dimostrano come ci sia un legame causale tra l'impegno degli uomini e la voglia delle donne di avere più figli; per esempio, uno studio comparativo tra famiglie ungheresi e svedesi ha concluso che, nonostante il contesto culturale sia completamente diverso, c'è una correlazione valida per entrambi i paesi tra una distribuzione più paritaria dei lavori domestici e la probabilità di avere un secondo e addirittura terzo figlio.[4]

Fin qui tutto chiaro, ma possiamo davvero fare in modo che gli uomini si prendano più cura dei bambini? O la 'quota papà' funziona solo nelle società più progressiste mentre per tutti gli altri "congedo di paternità" significa obbligare i padri a prendersi una pausa dal lavoro contro la loro volontà e quando rientrano al lavoro tutto ritorna come prima? La ricerca sui comportamenti paterni riconferma l'importanza di congedi esclusivi (non trasferibili) per i padri. Per esempio, secondo Nepomnyaschy e Waldfogel, i papà che prendono congedi di paternità più lunghi (almeno due settimane) a nove mesi di distanza hanno maggiori possibilità, rispetto agli uomini che non hanno preso il congedo, di ritrovarsi a svolgere compiti quotidiani legati alla cura dei bambini, come cambiare pannolini, preparare il cibo o dar loro da mangiare.[6]

Secondo lo studio di Jennifer Hook,[5] vi è una generale correlazione positiva tra politiche che promuovono una maggiore parità in famiglia e l'accrescimento del coinvolgimento paterno. Il fenomeno degli uomini che condividono di più il lavoro domestico in seguito a un congedo di paternità potrebbe essere interpretato come una specie di 'straripamento' del lavoro di cura svolto dagli uomini durante il congedo.

Ora, se torniamo al rapporto tra il coinvolgimento dei padri e la propensione delle donne a fare figli (specialmente dopo il primo), potremmo avere la risposta al perché un congedo di paternità esclusivo e obbligatorio funziona per far crescere la fertilità. In altre parole, le donne non vogliono fare figli con uomini che non si occupano dei propri bambini, e il miglior modo per incoraggiare i padri a cambiare il loro atteggiamento è di offrirgli la possibilità di prendere congedi individuali e non trasferibili per un tempo abbastanza lungo. L'effetto del congedo di paternità va quindi ben oltre l'effetto immediato di promuovere una maggiore condivisione del lavoro di cura.

Ma per funzionare bisogna che i congedi abbiano, in contemporanea, i seguenti requisiti:

Il congedo deve essere individuale e non trasferibile. Quando è la coppia genitoriale ad avere diritto al congedo sono soprattutto le donne ad utilizzarlo. Questo avviene sia per i condizionamenti di genere su maternità e lavoro di cura, ma anche per motivi meramente economici: siccome molti uomini guadagnano più delle loro compagne e il congedo non viene quasi mai retribuito al 100%, la famiglia perde di più se è il padre a prendersi una pausa dal lavoro. Con almeno due-tre mesi riservati al padre, il tempo che invece si prende la madre diminuisce: questo manda un segnale importante anche ai colleghi e al datore di lavoro, veicolando l'idea che prendersi cura dei figli non è una responsabilità principalmente femminile, cosa che può arginare la discriminazione delle donne sul mercato del lavoro.

Il congedo deve essere accompagnato da un buon livello di retribuzione. I congedi non retribuiti o retribuiti in maniera simbolica non funzioneranno mai per motivi economici (si veda il punto 1). Più grande la perdita economica e minore la possibilità che il padre prenda il congedo, anche se ne è ha diritto.

Il periodo di congedo dovrebbe essere abbastanza lungo, minimo un mese, auspicabilmente due o tre, altrimenti gli effetti del congedo sulla divisione del lavoro di cura nella famiglia potrebbero non essere significativi. I padri devono prendersi il tempo necessario per entrare realmente nella routine della cura della casa e dei figli, come per esempio cucinare per i bambini ma anche per la moglie che lavora.

Non sto dicendo che tutti dovrebbero avere una grande famiglia. Alcune famiglie potrebbero scegliere di avere un unico figlio, a prescindere da tutto, altre coppie potrebbero decidere di non averne mai, mentre altre ancora potrebbero pensare che il mondo è abbastanza affollato e scegliere la via dell'adozione. Ma quelli che invece desiderano avere figli, tutti quelli che ne vorrebbero almeno due, hanno bisogno di un sostegno adeguato. I governi europei vogliono incrementare la fertilità? Allora devono convincere i papà a lavorare di più... a casa.

Dorota Szelewa

NOTE
[1] Ásdís A. Arnalds, Guđný Björk Eydal and Ingólfur V. Gíslason. 2013. “Equal rights to paid parental leave and caring athers ‐ the case of Iceland”. Icelandic Review of Politics and Administration, 9 (2): 323‐344.
[2] Commento da attribuire a Hrannar Björn Arnarsson.
[3] Eurobarometer, 2006, Childbearing preferences and family issues in Europe.
[4] Olah L. 2003. “Gendering fertility: Second births in Sweden and Hungary”. Population Research and Policy Review, 22 (2): 171-200.
[5] Nepomnyaschy L. and J. Waldfogel. 2007. “Paternity leave and fathers’ involvement with their young children: Evidence from the American ECLS-B”. Community, Work and Family, 10: 427-453.
[6] Hook J. L. 2006. “Care in Context: Men's Unpaid Work in 20 Countries, 1965-2003”. American Sociological Review, 70:639-660.

Donne, lavoratrici e mamme. Le nuove facce della povertà

  • Mar 23, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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In genere
23 03 2015

Cinquanta anni fa il volto della miseria era quello dei ragazzini vestiti di stracci. Oggi emblema delle ristrettezze economiche sono le donne che lavorano ma guadagnano troppo poco. Un esercito di working poors sempre in affanno e a un passo dal baratro, tra paghe bassissime, pochi diritti e ancor meno welfare. Una situazione tipicamente femminile, ma che riguarda sempre più anche gli uomini.

“Troppi vivono ai margini della speranza”, dichiarava il presidente degli Stati uniti Lyndon Johnson nel 1964. In un discorso al congresso in cui annunciava la sua “guerra incondizionata alla povertà”, definiva “speranze essenziali” avere un lavoro a tempo pieno, con una retribuzione da tempo pieno, qualche sicurezza in caso di malattia, disoccupazione, anzianità. Cinquanta anni dopo la povertà ha cambiato profilo in modo consistente. La classe media non ha più l’aspetto florido di una volta e un esercito di persone, per lo più donne, è concretamente a rischio di finire in ristrettezze economiche.

Allora, nei primi anni ’60, i volti della povertà erano quelli di bambini scapigliati e vestiti di stracci o poco più, in sperduti villaggi sui monti Appalachi – come nel servizio che la rivista Life dedicava alla “war on poverty” – o assembrati a frotte nei vicoli dei bassifondi cittadini. Oggi, l’icona dell’insicurezza economica è una madre lavoratrice in affanno di prima mattina, di corsa mentre tenta di sistemare contemporaneamente il figlio e un genitore anziano, schiacciata tra lavoro a basso reddito e i diversi compiti di cura: “La linea che separa la classe media e i working poor dalla povertà assoluta si è fatta più sfumata”, scrive Maria Shriver in un report sulla povertà femminile realizzato insieme al Center for American Progress. Sono le donne, in particolare le madri single e con bassi livelli di istruzione, che ingrossano oggi le fila della vulnerabilità economica.

Ai tempi di Johnson, con la “guerra alla povertà” l’attenzione era puntata su 38 milioni di americani, un quinto della popolazione. Oggi il numero delle persone in condizioni di povertà o a rischio di povertà si è gonfiato fino a superare i 100 milioni, di cui 42 milioni di donne e 28 milioni di bambini che da esse dipendono, si nota nel report. Persone che vivono sulla soglia di povertà, a un passo dal baratro, e quel passo potrebbe essere un qualsiasi imprevisto (spese mediche, un pagamento ricevuto in ritardo o la macchina da portare dal meccanico, per esempio).

Eppure stiamo parlando di un paese, gli Stati uniti, in cui la maggior parte dei neolaureati è donna, e in due terzi delle famiglie entrano due stipendi. Allo stesso tempo, però, negli Usa sono di genere femminile i due terzi dei lavoratori che lavorano per il minimo salariale. Come mai allora questa polarizzazione nella condizione femminile? Come mai tante donne rivelano una così elevata vulnerabilità economica?

Il report individua 3 grandi cambiamenti culturali e sociali.

1. Innanzi tutto la convivenza di due tendenze: se da un lato è vero che molte più donne raggiungono alti livelli di istruzione rispetto al passato, è comunque sempre facile rimanere segregate in quei lavori da “colletti rosa” a basso reddito nei settori dei servizi o della cura, tipicamente femminili.

2. Quella che negli anni ‘60 era la famiglia-tipo – padre breadwinner, madre casalinga – oggi ammonta solo a un quinto del totale delle famiglie. Più della metà dei bambini avuti da donne di trent’anni o più giovani, è nato fuori dal matrimonio. E nel 40% dei nuclei familiari in cui vivono dei minorenni, la donna è l’unica o la principale fonte di reddito. Il sistema di welfare non è stato ancora adattato a questa trasformazione e la maggior parte delle persone intervistate per il report si sono dichiarate a favore di interventi pensati indipendentemente dalla condizione familiare, in modo da arrivare ad aiutare i genitori single e i loro figli.

3. Una laurea è ancora un biglietto per entrare a far parte della classe media, ma accedere a alti livelli di istruzione è sempre più costoso, sottolinea ancora il report.

Un circolo vizioso ben descritto da Barbara Ehrenreich quando su The Atlantic scrive che in realtà essere poveri costa caro. Chi ha bisogno di soldi, finirà per ricorrere a prestiti concessi a tassi più alti di quelli applicati a clienti più facoltosi. Chi non può permettersi una cucina ed elettrodomestici con cui preparare i propri pasti, finirà per arrangiarsi con cibi pronti, dannosi per la salute e costosi.

I lavori a basso reddito sono solo un’altra gabbia: si guadagna così poco da non riuscire mai a ritagliarsi il tempo necessario per cercare un lavoro pagato meglio; gli orari e la mancanza di flessibilità non permettono di organizzarsi con i bambini a casa, tanto meno di incastrare un secondo lavoro. Molti di questi lavori a salario minimo non prevedono giorni di malattia pagati, né permessi in caso di malattia del figlio o della figlia, sottolinea ancora il report, senza contare che risultano fisicamente usuranti, e particolarmente stressanti (il 42% delle donne con basso reddito accusa alti livelli di stress, contro il 22% degli uomini), senza però garantire l’accesso all’assistenza sanitaria. Così chi un lavoro ce l’ha, fa fatica a mantenerlo, e anche se guadagna poco, non ce la fa a ottenere una qualche prestazione pubblica a sostegno del reddito, spesso non rientra nemmeno nel programma sanitario minimo Medicaid.

Innalzare il minimo salariale è la prima cosa che secondo il report si può fare sul fronte delle politiche pubbliche, ma anche migliorare le possibilità di accesso alle forme di sostegno al reddito, e le forme di sostegno per il lavoro di cura: quasi tutte le madri single intervistate (il 96%) indicano i permessi pagati come la risorsa che più le aiuterebbe, mentre più in generale un 80% degli statunitensi auspica provvedimenti governativi per ampliare la disponibilità di servizi di qualità per l’infanzia, e economicamente accessibili.

Le donne, dal canto loro, devono imparare a fare delle scelte utili per mettersi al riparo dal rischio povertà, e la prima è “College before kids” (prima l’università poi i bambini). Puntare cioè su un buon livello di istruzione, perché le donne che hanno bassi livelli di istruzione hanno da tre a quattro volte maggiori possibilità di finire sull’orlo della povertà.

Infine le imprese sono chiamate a fare la loro parte con politiche di valorizzazione delle loro lavoratrici, occupandosi della loro crescita, e su questo punto, il report propone un “indice di prosperità”, elaborato insieme ai ricercatori di un’università californiana.

La situazione dei working poors mette bene in evidenza come in realtà il problema più grosso non è tanto il soffitto di cristallo, che le poche arrivate (quasi) in alto non riescono a sfondare, ma il pavimento che sprofonda, nota un comemnto sul New York Times in cui si sostiene che elaborare politiche per migliorare le condizioni di lavoro delle donne voglia dire produrre effetti positivi su tutti i lavoratori, e anzi, paradossalmente, sarebbe parecchio utile anche per gli uomini, sempre più coinvolti in condizioni (tipicamente femminili) di basso reddito e instabilità lavorativa.

 

Padri per un giorno. In Italia il congedo più corto

  • Mar 23, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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In genere
23 03 2015

La durata del congedo di paternità dipende dal paese di residenza, non tutti i padri del pianeta, infatti, hanno lo stesso diritto alla cura dei figli. A ricordarlo in una mappa è lo studio dell’International Labour Organization (ILO) uscito nel maggio scorso, una ricerca che porta al centro l’analisi di legislazioni e misure su maternità e paternità a lavoro in 185 paesi e territori. Tra le questioni trattate, anche quella dei congedi di paternità. Nella mappa, il congedo di paternità è definito come un periodo di sospensione del lavoro, pagato o non pagato, riservato ai padri in relazione alla nascita di un figlio, non si tiene quindi conto delle disposizioni relative ai congedi parentali utilizzabili dalla madre e dal padre, o dei giorni di congedo che la madre può trasferire al padre.

Il divario è grande tra paesi diversi come, ad esempio, la Norvegia, dove un padre ha accesso a 112 giorni di congedo di paternità, e l’Italia dove – insieme a Tunisia, Arabia Saudita e Mozambico - il giorno in questione è solo uno. Tra i paesi in cui la durata del congedo riservato ai padri è più alto, anche Islanda (90 giorni), Stati Uniti (84 giorni) e Svezia (70 giorni). Il rapporto mostra anche che la maggior parte dei paesi hanno stabilito una legislazione per proteggere e sostenere la maternità e la paternità sul lavoro, anche se tali disposizioni non sempre soddisfano le norme dell'OIL. Una delle sfide è proprio l'effettiva attuazione della normativa, al fine di garantire che tutti i lavoratori siano in grado di beneficiare di tali diritti fondamentali, spiega l'ILO.

In Italia oltre a un giorno di congedo obbligatorio e retribuito (una misura a dir poco simbolica, introdotta nel 2012 dalla Legge Fornero), dalla nascita del figlio i padri possono prendere due giorni supplementari retribuiti attingendo dalla astensione di maternità obbligatoria della madre. Nel nostro paese, il congedo parentale di sei mesi è stato introdotto nel 2000 come diritto individuale e non trasferibile, con il limite che ogni nucleo familiare può raggiungere complessivamente dieci mesi di congedo. Se il padre, poi, prende un congedo di almeno tre mesi, ha diritto ad un ulteriore mese per un totale di 11 mesi per nucleo familiare. Tuttavia, si tratta di un diritto esclusivo, di cui i due genitori non possono godere contemporaneamente (come invece accade negli Stati Uniti), e che riguarda la fase successiva ai primi cinque mesi dalla nascita del bambino riservati invece alla madre.

La strada della condivisione nella cura dei figli nel nostro paese è ancora lunga e le nuove leggi lo confermano. Come ricorda Tiziana Canal nell’articolo Storie di padri non previsti dal Jobs Act “negli anni è cresciuta la quota di padri che usufruiscono del congedo, (dal 2009 al 2013 si è passati, ad esempio, dal 8,6% al 12,% di padri che hanno utilizzato il congedo parentale nel settore privato e agricolo), ma tuttora sono ancora troppo pochi coloro che vi ricorrono”. Questo perché, e lo dimostrano studi come quello dell’ILO citato sopra, la diffusione dei congedi riservati ai padri è soprattutto culturale, e di conseguenza determinata dalle politiche economiche. Spesso, nei paesi dove il numero di padri che utilizza il congedo è più alto, la retribuzione dei mesi di congedo è totale. Quando invece la retribuzione viene ridotta del 30%, come accade in Italia, le donne, che qui hanno gli stipendi più bassi, restano le principali fruitrici del congedo.

Storie di padri non previsti dal Jobs Act

  • Mar 18, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
18 03 2015

Il Jobs Act ha perso l'occasione di offrire ai padri un maggior coinvolgimento nella cura dei figli. Ma la società civile è più evoluta delle leggi. Uno studio dell'Isfol racconta di nuove tendenze già in corso. 

L'articolo che segue prende spunto dalla ricerca qualitativa dedicata dall'Isfol al coinvolgimento paterno, per mostrare, attraverso la storia di uno degli intervistati, Giuseppe, come la società civile sia in qualche modo all’avanguardia rispetto alle scarse opportunità offerte dalle istituzioni, in primis dal Jobs Act, e come fra le nuove generazioni siano già in corso sperimentazioni di nuovi modelli familiari e di coppia.

Il testo originario del Jobs Act, da cui ha preso vita il decreto, si prefiggeva, infatti, fra i vari punti da sviluppare, di “favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori”; incentivare gli accordi collettivi volti ad agevolare la flessibilità oraria per “favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali”; effettuare una ricognizione delle disposizioni a “sostegno della maternità e della paternità”[1]. L’individuazione degli strumenti presenti nel nostro Paese a sostegno della paternità è stato probabilmente, per il governo, il passo più semplice da compiere dal momento che in Italia non sono presenti molti dispositivi al riguardo. Solo recentemente[2], è stato introdotto un simbolico congedo di paternità della durata di un solo giorno a disposizione dei padri in occasione della nascita del figlio, che possono diventare tre giorni[3] attingendo però a due giorni dall’astensione di maternità obbligatoria della madre e dunque possono essere goduti in modo alternativo. Bisogna invece tornare indietro di 15 anni per identificare il primo intervento normativo innovativo proposto per favorire il coinvolgimento dei padri nella cura[4]. Gli studi condotti a livello europeo hanno mostrato che se la diffusione del congedo tra i padri dipende indubbiamente da fattori culturali, un ruolo rilevante spetta anche agli incentivi, soprattutto economici, che possono renderlo vantaggioso per le famiglie. L’esperienza svedese è indubbiamente esemplificativa al riguardo, in questo Paese infatti, dove è alto il numero di uomini che utilizza il congedo parentale, dei 13 mesi retribuiti al 100%, due sono riservati, esclusivamente, ai padri. In Italia, dove il congedo è retribuito al 30%, sono principalmente le donne a richiederlo, poiché è meno svantaggioso rinunciare alla parte dello stipendio più basso[5] (quasi sempre quello femminile) all’interno del nucleo familiare.

Inserire all’interno del decreto conciliazione un congedo di paternità obbligatorio (non alternativo a quello della madre) e retribuito di almeno due settimane, o prevedere un aumento della quota di retribuzione solo per i padri, in caso di congedo parentale, avrebbe rappresentato una novità concreta ed efficace per incentivare la cura paterna e sostenere materialmente la condivisione della cura fra i genitori. Nel decreto, purtroppo non vi è alcuna traccia di misure in tale direzione, e anzi, leggendo il testo del provvedimento l’impressione generale è che il ruolo del padre sia previsto solo per surrogare la madre nella cura in casi estremi (morte o grave infermità). Pur condividendo l’estensione a tutte le categorie di lavoratori padri della possibilità di intervenire nella cura dei figli in mancanza della madre, il loro ruolo continua ad avere un carattere residuale e pare godere di scarsa considerazione. Insomma la cura paterna più che auspicata per incentivare la “condivisione” sembra contemplata solo come effetto della “sostituzione” della madre.

Eppure sono ormai numerosi gli studi che rivelano la crescente aspirazione maschile a conquistare spazio e tempo per la cura dei figli, soprattutto nei primi anni di vita del bambino. Le ultime indagini europee sulla qualità della vita e del lavoro hanno evidenziato sia le difficoltà degli uomini a partecipare alla vita familiare, sia il loro crescente desiderio di avere più tempo da trascorre con i propri figli, ma l’aspetto più interessante delineato da alcuni studi, è l’attribuzione di un nuovo valore nei confronti della paternità, differente e più affettivo rispetto a quello che veniva assegnato dalle precedenti generazioni.

Nello studio dell’Isfol sulla paternità, si è tentato di capire quali potessero essere le diverse tipologie di padri in base al contributo che danno alla gestione ed alla cura dei figli; tra queste è stata individuata la tipologia dei padri high care che spiccano per il loro coinvolgimento nella vita dei figli. A partire da queste analisi si sta realizzando un approfondimento qualitativo sulla figura del padre e attraverso delle interviste in profondità si sta tentando di raccogliere informazioni per delineare i profili dei nuovi padri high care[6]. Il lavoro si sta svolgendo in collaborazione con un antropologo visuale[7] che, dopo le interviste, ha trascorso alcuni giorni in casa di alcuni dei soggetti coinvolti allo scopo di dare volto e forma alla relazione padre figlio, nonché ai nuovi comportamenti, che potremmo definire di alternanza, messi in atto dalle giovani coppie nelle strategie di work life balance quotidiane.

Interessante è al riguardo la storia di Giuseppe, 37 anni, laureato in scienze della comunicazione, impegnato con contratti a termine nel mondo della produzione cinetelevisiva. Giuseppe è stato intervistato nel dicembre 2013. Occupato per diversi anni nel suo lavoro a tempo pieno, nel 2009, in corrispondenza della nascita di suo figlio e dei primi anni di crisi economica, ha visto ridurre il suo impegno mese dopo mese e si è trovato a trascorrere più tempo con il figlio piccolo, più per caso che per una scelta prefissata.

“Ho finito l’ultimo lavoro a fine ottobre del 2009, il bimbo è nato il 22 novembre del 2009, quindi ero pure abbastanza felice di questo tempo libero, attualmente lo sono ancora”.

Dalla fine del 2009 Giuseppe ha continuato a lavorare fuori casa, ma con ritmi meno pesanti ed ha iniziato ad occuparsi più intensamente del figlio, sia termini di tempo che di coinvolgimento emotivo.

“Negli anni precedenti non avrei mai potuto fare quello che sto facendo ora con il bimbo perché iniziavo il 2 di gennaio e finivo il 23 di dicembre con una settimana solo di ferie ad agosto, però guadagnavo 10 volte tanto” .

La compagna di Giuseppe è caporedattrice di una rivista e al momento dell’intervista svolgeva la funzione di principale breadwinner all’interno della coppia. Trascorrendo più tempo a casa Giuseppe, oltre ad avere iniziato a sperimentare un ruolo diverso all’interno della famiglia, sembra aver cominciato a riflettere in modo nuovo anche sulla sua condizione di padre.

“Una cosa su cui ho razionalizzato un po’ è la paternità, nel senso che sono convinto che fino alla generazione precedente alla mia, i padri hanno avuto una vita un po’ più semplice, perché hanno avuto un percorso lineare da 2000 anni a questa parte, in cui tu potevi aggiungere qualcosa in più rispetto alle generazioni precedenti, però i ruoli erano abbastanza definiti.”

“In questo periodo, poiché io sono molto più a casa, c’è una diversa divisione dei ruoli: la mattina io lavo il bimbo lo vesto ed è pronto per andare a scuola. Negli ultimi giorni della settimana lo accompagna lei, oppure di solito lo accompagniamo anche insieme. Poi io lo vado a riprendere a scuola alle 16,00 o alle 16,30 dipende dai giorni perché il lunedì e il giovedì va in piscina, quindi lo accompagno in piscina mentre gli altri giorni stiamo a casa insieme e facciamo altro”.

“Ora sono io quello che si alza la notte sempre, perché comunque sono quello che si alza un po’ più tardi alla mattina, lei si alza prima di tutti, io mi sveglio col bimbo tranne quando devo andare a lavorare”.

Ma l’aspetto più interessante della storia di Giuseppe è che in questi anni ha trovato un equilibrio nella gestione dell’organizzazione familiare e nella cura del figlio all’interno della coppia, probabilmente orientato in parte anche dagli impegni lavorativi di entrambi, più fissi e cadenzati nel caso della compagna, più temporanei, intensi e variabili nel caso di Giuseppe, che ha consentito a padre e madre di godersi i primi anni di vita del bambino continuando ad investire nel proprio percorso professionale[8].

Insomma la storia di Giuseppe è esemplificativa per vari motivi. Probabilmente se avesse continuato a lavorare a ritmi serrati non avrebbe riservato la stessa quantità di tempo alla vita privata, alle attività domestiche e di cura. Si sarebbe indubbiamente occupato del bambino, ma con meno entusiasmo, forse più stanchezza, fra mille difficoltà oggettive. Inoltre, in questo momento, Giuseppe è spesso fuori dall’Italia per promuovere il suo nuovo film, e all’interno della coppia c’è stato una sorta di passaggio di testimone, per cui è la madre che, attualmente, riserva più tempo alla cura del figlio. Giuseppe, quindi, in principio si è trovato, inaspettatamente, ad abitare e riempire uno spazio nuovo, quello della cura quotidiana del figlio, mentre ad oggi spera, consapevolmente, di avere presto e di nuovo più tempo a disposizione da trascorrere in famiglia.

Indubbiamente l’attenzione nei confronti della paternità e dei mutamenti delle identità di genere è cresciuta negli ultimi anni, soprattutto in corrispondenza dell’aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro. La cura familiare e in particolare quella espressa nei confronti dei figli, in tale senso, non rappresenta più solo un carico ma diviene un’opportunità, relazionale ed espressiva, a cui molti uomini non vogliono rinunciare. In un mondo del lavoro flessibile e spesso precario le coppie adottano strategie produttive e riproduttive nuove, in cui ad orientare le scelte e le azioni non è più solo l’essere uomo o donna, ma ad esempio, la tipologia contrattuale posseduta, il tempo a disposizione, l’accesso ad un reddito da lavoro più elevato o più sicuro rispetto al partner. I processi di mutamento sociale tracciano nuovi percorsi fra le relazioni e le interdipendenze di genere e fra le funzioni materne e paterne. L’impressione generale è che la società civile stia attraversando, e in parte proponendo, degli importanti cambiamenti che le istituzioni fino ad ora non sono state in grado di cogliere, o meglio accogliere.

Il Jobs Act poteva rappresentare un'occasione al riguardo. Tra l’altro, considerando il fatto che le novità introdotte in termini di conciliazione hanno un carattere sperimentale e annuale, forse si poteva osare qualcosa di più volgendo lo sguardo, come avviene ormai in tutta Europa, anche ai neopadri, scardinando il concetto di “sostituzione” e favorendo concretamente la “condivisione” fra i generi.

 

NOTE

[1] Cfr. con la Legge del 10 dicembre n. 183

[2] Introdotto dalla cosiddetta “Legge Fornero” n. 92 del 2012.

[3] Nel 2010 il Parlamento europeo aveva suggerito di introdurre il congedo di paternità obbligatorio e retribuito di almeno 15 giorni soprattutto per gli stati membri, come l’Italia, che ne erano ancora sprovvisti.

[4] Il riferimento è alla legge n.53 del 2000, che ha introdotto per la prima volta in Italia il diritto individuale al congedo parentale del padre, prevedendo per ogni genitore 6 mesi di congedo per un totale di 10 mesi totali, più un mese aggiuntivo nel caso in cui padre fruisca di almeno 3 mesi consecutivi di congedo. Negli anni è cresciuta la quota di padri che usufruiscono del congedo, (dal 2009 al 2013 si è passati, ad esempio, dal 8,6% al 12,% di padri che hanno utilizzato il congedo parentale nel settore privato e agricolo), ma tuttora sono ancora troppo pochi coloro che vi ricorrono.

[5] Secondo le stime Eurostat le donne in Italia guadagnano mediamente il 6,7% in meno degli uomini. Cfr. Commissione Europea, Colmare il divario retributivo di genere nell’Unione Europea, Lussemburgo: Ufficio delle pubblicazioni ufficiali dell’Unione europea, 2014.

[6] Dopo una serie di analisi realizzate su dati statistici raccolti in Italia e in Europa, si è deciso di tentare un affondo, sul tema del coinvolgimento paterno, intervistando alcuni padri in Italia e in Spagna. Il lavoro fa parte del progetto di ricerca che sto realizzando per la tesi di dottorato presso l’Università Carlos III di Madrid. I padri identificati in base alle caratteristiche individuate dal modello logistico implementato per l’individuazione dei padri high care, hanno dai 30 ai 40 anni circa, sono altamente istruiti, con figli piccoli e con partner occupate e altamente istruite.

[7] Cfr. Andrea Lolicato

[8] Durante l’intervista, infatti, Giuseppe aveva accennato ad un suo progetto, quello di produrre un film, che ha preso forma negli ultimi anni sino alla sua completa realizzazione .Il film, WAXG -we are the x generations, non ancora distribuito in Italia è stato presentato in diversi festival internazionali.

 

Che musica maestra!

  • Mar 16, 2015
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Ingenere
16 03 2015


Nel mondo della musica si suol dire che “il solo talento non è sufficiente per il successo di una carriera professionale” ma per le donne perfino “il grande talento” non è sufficiente e le pari opportunità sono lontane dall’essere una realtà. Come confermato dal Ministero della Cultura Francese, prima nel 2011 e nuovamente nel 2014, il 98% dei fondi pubblici per la programmazione musicale va alla produzione delle opere composte da uomini, il 94% dei direttori d’orchestra sono uomini e l’86% degli istituti di formazione musicali sono diretti da uomini. Questo quadro tristissimo produce situazioni personali, professionali, economiche e sociali instabili per le compositrici, le quali fronteggiano lo spettro della povertà in età avanzata. Finché le giurie che decidono chi riceverà commissioni per nuovi lavori saranno in maggioranza uomini non ci saranno mai decisioni favorevoli per le donne. Nel 2012, l’On. Silvia Costa, ora Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo, invitò la Fondazione[2] a svolgere una ricerca al fine di creare una fotografia delle leggi, pubblicazioni e proposte prodotte dai Paesi Membri dell’UE e dalle istituzioni internazionali, riguardanti il mainstreaming di genere e la possibilità di accesso, per le donne, allo spettacolo dal vivo in generale ed, in particolare, nell’ambito musicale. Il risultato è stato il volume che abbiamo pubblicato nel 2014, “Key Changes per le Donne nella Musica e nello Spettacolo dal Vivo”.

La Risoluzione sull’Uguaglianza di Trattamento e Accesso per Uomini e Donne nelle Arti dello Spettacolo di Marzo 2009 del Parlamento Europeo è stata indirizzata a tutti i Governi e le Istituzioni europee, con l’invito di mettere in pratica le proposte ivi contenute, sottolineando che “la discriminazione contro le donne mantiene basso lo sviluppo del settore della cultura e lo priva di talenti e capacità… Il contatto costante con il pubblico è necessario per ottenere l’altrui riconoscimento.” La risoluzione afferma che “sebbene le ineguaglianze nelle prospettive di carriera e nelle opportunità tra uomini e donne nello spettacolo dal vivo siano molto presenti e persistenti… i meccanismi che producono tali ineguaglianze di genere dovrebbero essere seriamente presi in esame… (ed incoraggia) gli Stati Membri a produrre analisi comparative della situazione presente nell’ambito dello spettacolo dal vivo nei vari Stati dell’Unione, per redigere statistiche al fine di facilitare il progetto e la messa in atto di politiche comuni e assicurare che il progresso raggiunto possa essere paragonato e misurato”.

L’unico paese che ha seguito questi suggerimenti è stato la Francia. Nel giugno 2013 il Ministero per la Cultura Francese pubblicò il rapporto, “La place des femmes dans l’art et la culture», a cura della Senatrice Brigitte Gonthier-Maurin e le informazioni ivi contenuti riflettono una situazione comune, purtroppo, in tutto la Comunità Europea. Il rapporto, di oltre 250 pagine, rileva tre punti che il Ministro francese ritiene essenziali: combattere gli stereotipi nel mondo dello spettacolo dal vivo, dare spazio e riconoscimento alle creatrici, promuovere l’accesso delle donne ai posti decisionali.

Le statistiche riportate nel documento sono agghiaccianti: in Francia la regia è per 75% maschile, e appena il 15% delle opere messe in scena sono scritte da donne. Nessuno conosce i nomi di compositrici prima del XVII secolo.[3] e soltanto 3% della musica programmata e sovvenzionata da denaro pubblico è di donne. Inoltre meno di 15% dei quadri nelle collezioni pubbliche sono di donne. Ma se la Francia piange gli altri paesi nella Comunità non ridono nemmeno quelli che di solito brillano se i dati sulla Svezia riportano che:

“Durante le stagioni 2008/09/10, il 99% delle opere messe in scena dalle orchestre svedesi è stato composto da uomini. Durante questa stagione (2013/2014), le diciannove più grandi orchestre svedesi mettano in scena circa 1000 opere. Di queste, il 92,1 % sono composte da uomini” KVAST, Kvinnlig Anhopningav Svenska Tonsättare, Svezia, 2014.

Dalle pagine del Guardian arriva un monito: “L’industria musicale…. ha davvero bisogno di fare qualcosa contro l’atteggiamento sessista che ancora prevale in questo campo: è necessario non accettare più punti di vista ridicoli, datati e bigotti, e neanche comportamenti che molto semplicemente non sarebbero accettati in altri ambiti della società o dell’industria…. I palchi sono pieni di uomini, uomini stanno alle console, uomini dominano gli studios, le aziende per le tecnologie musicali, le agenzie artistiche, creando una cultura della musica sessista, ageista e dalle vedute ristrette, che non onora il vero potere della musica, che è quello di unire, curare e dare forza”

La musica è una compagnia costante nelle vite degli europei, un elemento fondamentale della loro eredità culturale e una fonte di occupazione, nonché un mercato economico energico, con più di 600.000 persone che operano nel settore. La diffusione multimediale e musicale via internet o rete di telefonia mobile ha aperto nuovi orizzonti per lo sfruttamento commerciale della musica, ma questo non sempre si traduce in sostenibilità o in qualità, e diversi sono gli approcci dei governi europei, mentre in Italia il Consiglio dei Ministri nel 2003 dichiara “gli artisti professionisti, la maggior parte dei quali sono freelance o hanno uno stato lavorativo atipico, misureranno il loro livello di successo sul mercato, dove il risultato artistico è ancora premiato nella forma di feedback finanziario o riconoscimento sotto forma di premi culturali prestigiosi o critiche positive”. Mentre il Ministro della Cultura Svedese nel 2001, Marita Ulvskog, ha sottolineato che “Nella maggior parte degli Stati, anche gli artisti professionisti e oramai famosi, trovano difficoltà nel sopravvivere con la loro arte. Una grande maggioranza è costretta a cercare fonti supplementari di reddito (come insegnanti nei propri ambiti, se sono fortunati, ma spesso e volentieri in campi che non hanno nulla a che fare con il loro lavoro di artisti)…….”

Le musiciste rappresentano più dell’80% degli insegnanti nelle istituzioni statali e private. Sono compositrici e creatrici di musica, esecutrici, produttrici, editrici, storiche, copiste, responsabili per l’organizzazione di festival ed istituti di formazione. Tuttavia, anche quando insegnano composizione, dirigono cori, orchestre o complessi (ottoni, jazz o heavy metal) il loro coinvolgimento come autrici negli eventi musicali principali è minimo. Solo il 2% della musica composte da donne europee è programmato da istituzioni sovvenzionate pubblicamente mentre l’89% di tutte delle istituzioni pubbliche culturali e artistiche sono dirette da uomini. Se, come la nostra ricerca conferma, le donne rappresentano il 40% dei compositori nella Comunità Europea, perché a soli 2% di esse viene data la possibilità dimettere in scena i propri lavori da organizzazioni sovvenzionate dai propri stati ? Migliaia di musiciste altamente professionalizzate sono testimoni del restringersi delle opportunità a causa dei sempre minori fondi per le arti, ma protestano poiché le possibilità esistenti continuano ad andare a uomini. Lamentano il fatto che il proprio lavoro sia soggetto al giudizio dei direttori artistici o dei produttori: commissioni, esecuzioni, programmazione, tutto dipende dalla parola magica, “qualità” come in: “la musica di una donna sarebbe stata inclusa se avesse avuto le stesse qualità di quella di un uomo”. Quando la Società Spagnola per i Diritti d’Autore era diretta da una compositrice, lei insisteva sulla “lettura anonima dei brani musicali” con il risultato che più del 50% delle opere musicali scelte, e finanziate, erano di donne.

 


[1] Musicista, musicologa, fondatrice e Presidente della Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica

[2]Nata nel 1978 come “movimento” per la promozione e sostegno delle compositrici e creatrici di musica, Donne in Musica è diventata Fondazione nel 1994. Coordina una rete di 41.000 compositrici, musicisti, musicologi e didatte in 108 paesi. La sua missione riguarda il mainstreaming, empowerment e capacity building per compositrici di ogni età, nazionalità, credo e genere di musica. Dal 1978 soltanto in Italia ha programmato oltre 5440 lavori di donne da 79 paesi diversi. Dal 1978 FACDIM ha ricercato e pubblicato 51 volumi in italiano, inglese, arabo, spagnolo, tedesco, francese, portoghese, croato, serbocroato e greco. Ha creato online l’“Encyclopaedia of Living European Women Composers, Songwriters and Creators of Music”.

[3] Il che vuol dire una totale mancanza di informazioni nei libri scolastici e nei corsi tenuti in centri specializzati – conservatori, accademie ed università – anche perché la Francia ha una storia gloriosa per quanto riguarda la presenza di compositrici e creatrici di musica fin dal undicesimo secolo.

 

Case a lavoro. Storie di homeworkers

  • Mar 16, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
16 03 2015

Telelavoro non è la parola adatta. Chi lavora da casa oggi è il più delle volte un indipendente, senza un contratto subordinato, senza una sede centrale di riferimento. Il termine telelavoro nasce piuttosto per definire attività dipendenti che si svolgono a distanza, delocalizzate in periferia rispetto a un centro che rimane l’azienda, l’ufficio. Per gli indipendenti, invece, la maggior parte delle volte il centro non esiste per definizione. La casa diventa così punto di partenza, back-office, laboratorio in cui dislocare una parte dell’attività economica. E allora mancano le parole per definire un fenomeno che, non solo esiste nel nostro paese, ma coinvolge un numero significativo di individui, soprattutto nel terziario avanzato. Sono i cosiddetti 'lavoratori della conoscenza' o autonomi di seconda generazione[1], nel 2012, rispetto agli altri paesi europei l’Italia ne contava il numero più alto[2]. Secondo i dati Istat sulle forze lavoro relativi all’anno 2013 e rielaborati dall’Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato (ACTA) i nuovi autonomi in Italia sono più di 1,2 milioni, quasi il 6% della popolazione. E negli ultimi anni la presenza delle donne tra questi professionisti è cresciuta sensibilmente passando dal 27% nel 2004 al 32% nel 2013. Un dato che, insieme alla femminilizzazione del lavoro 'atipico', intercetta le difficoltà maggiori che una donna incontra sul mercato del lavoro subordinato rispetto ai colleghi maschi, e allo stesso tempo tiene traccia di adattamenti inediti e invenzioni quotidiane: sempre più spesso, sono proprio le donne che si trovano, per scelta o per necessità, a lavorare da casa.

Storie di homeworkers

Consulenti, grafiche, redattrici, traduttrici, illustratrici, ma anche artigiane, coltivatrici, professioniste iscritte a Ordini e Albi, come giornaliste o avvocate. Cosa succede se a lavorare da casa è una donna, in un paese come il nostro dove la conciliazione pesa ancora tutta su un sesso? A raccontarlo è Sandra Burchi, sociologa e filosofa che da anni raccoglie storie di donne e di case. Nel testo Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico[3], l’autrice ha raccolto le biografie di dieci homeworkers italiane d’età compresa tra i 29 e i 49 anni.

Senza soluzione di continuità con una storia appena precedente all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro 'fuori' (che ha visto le lavoratrici a cottimo, le sarte, le piccole artigiane, produrre reddito dentro le case), Burchi racconta di come il domestico può diventare sito di resistenza inedito, scenario di complicati andirivieni tra il dentro e il fuori, a metà strada tra categorie che risultano non più appropriate come quelle di 'pubblico' e 'privato', 'reale' e 'virtuale'. Gli ambienti abitati dalle professioniste di Burchi non hanno mura impermeabili, ma sono interni 'iper-connessi' in cui schermi e fili sovraespongono costantemente corpi e intelligenze. La casa non è più luogo deputato all’intimità, alla riservatezza, ma spazio aperto a incursioni continue (telefoni che squillano, smartphone e pc che notificano continuamente notizie da caselle di posta elettronica, programmi di messaggistica istantanea, discussioni tramite social network), una dimensione non del tutto 'privata', insomma. I profili delle protagoniste di queste storie sono anch’essi 'eccedenti', perché non sempre rappresentano unicamente il segno di una strategia di sopravvivenza, ma tengono in conto il desiderio, rappresentando quindi anche un tentativo di sottrarsi a percorsi totalmente eterodiretti, convenzionali e il più delle volte frustranti.

Non si tratta tanto di lavori da casa, potremmo dire quindi, quanto in più di un senso di lavori fatti in casa, con tutto il significato di 'autoproduzione' che questa espressione si porta dietro.

"Lavorare a casa può essere una soluzione a lungo termine o di passaggio, ma rappresenta in ogni caso un adattamento che ha a che fare con un di più di invenzione" ci spiega Burchi in un’intervista. "È un’esperienza sempre più diffusa, anche se ancora poco visibile e priva di attenzioni economiche e normative, che va valorizzata ma non celebrata, in modo da comprenderne la complessità. Il lavoro indipendente è, in un certo senso, il risultato di un non pensiero pubblico, un lavoro abbandonato a se stesso, e al tempo stesso un settore in cui si produce molto di nuovo, si trasforma, si va incontro a prospettive impensate, alla soddisfazione di desideri, anche. Partire dalle storie allora ha significato molto, perché le storie raccontano meglio questo chiaroscuro rispetto a un ‘discorso sul lavoro’. I racconti, le esperienze tengono dentro tutto, la vita. Le protagoniste del mio libro utilizzando un capitale di partenza sono riuscite a realizzare progetti molto ambiziosi rispetto a quello che c’è intorno".

Storie, che fanno da termometro ai cambiamenti in corso. Tempi, che non si mettono in riga. Corpi, che continuamente si riorganizzano. Case, che non restano chiuse al mondo.

Stanze (non solo) per sé

E sono proprio gli spazi, i primi a registrare questo 'strano ritorno' al domestico. Risale al 2012 l’hashtag #ufficioincasa, lanciato su Twitter da Francesca Sanzo, consulente specializzata in media digitali, per raccontare come si svolgono le giornate di chi lavora da remoto, non solo a parole, ma attraverso fotografie di scrivanie e ambienti contaminati da elementi familiari e domestici come gatti, piante, panni, giochi dei bambini, bollette, tazze di tè. L’abbiamo intervistata. "L’hashtag è stato Trend Topic per due giorni nel 2012 ed è ancora utilizzato dagli homeworkers italiani, ha avuto subito grande adesione lasciando emergere un fenomeno non ancora raccontato. Ne ho parlato anche nel mio e-book Narrarsi online e secondo me è un dato importante rispetto alla percezione che si ha di questo tipo di modalità lavorativa e della sua invisibilità" ci spiega Francesca.

Il rischio, per una donna, è proprio quello di lasciarsi inghiottire da uno spazio che storicamente ha significato svolgere attività di manutenzione gratuite e invisibili, di ridimensionare il lavoro all'ennesima faccenda domestica. Una preoccupazione che decisamente si intuisce nel documentario della regista Silvia Savorelli Le stanze delle donne, dove l’inquietudine a colori delle protagoniste che hanno portato a casa l’ufficio viene quasi contrapposta al sorriso in bianco e nero dei gruppi di operaie e impiegate immortalate nelle immagini di repertorio degli anni Sessanta.

Eppure l’eventualità dell’invisibilità, dell’isolamento, del moltiplicarsi della fatica, del multitasking che diventa declinazione potenziata del concetto di conciliazione, non è tutto ciò che accade quando una donna oggi si trova a lavorare per il mercato da una postazione situata in una sala, nel corridoio, in cucina o in camera da letto. È vero, bisogna ancora fare i conti con il fantasma dell’angelo del focolare di cui parlava Virginia Woolf nel 1931[4], ma nel portarsi a casa il mondo c’è qualcosa di nuovo, che ha a che fare anche con i desideri e la percezione di sé e del presente, riporta Burchi: "Nelle storie che ho raccolto, più che la fatica di una conciliazione declinata al femminile, è emersa forte l’urgenza di trovare vie percorribili per tutti".

Prezzi da pagare

Nel suo libro, Burchi dice anche degli apprendimenti, di tutto quello che da un lavoro fatto in casa s’impara. Per esempio, a darsi un prezzo. Operazione difficile soprattutto quando non c’è un albo o un ordine di riferimento a stabilire dei parametri. Oppure a misurare equivalenze, tra tempo e lavoro, tra lavoro e valore monetario. Molte energie, spiega Burchi, vengono impiegate proprio per cercare continuamente un equilibrio, nel negoziare periodicamente le proprie competenze, nel tentare continuamente di rendere visibile il proprio valore. Accade in questa cornice che si compongano i redditi di attività più “stabili” insieme ad altri provenienti da attività instabili ma più creative e imprenditoriali. Ricomposizione che in alcuni casi coinvolge il partner o i nuclei familiari di partenza. "Un dato comune è che a livello di ore alla fine si lavora molto rispetto ai cicli di lavoro tradizionale. C’è una sproporzione tra il tanto di tempo e di sé che viene impiegato, e quel che viene prodotto. Uno scarto che d’altra parte viene ricompensato da un largo margine di autonomia nella produzione e nella progettazione, un’autonomia altrimenti impensabile" sottolinea Burchi.

In generale, il lavoro indipendente è coinciso con uno spostamento complessivo di costi di varia natura dalle organizzazioni ai singoli. La gestione della contabilità, la pressione fiscale e contributiva, come ci conferma ACTA, rappresentano oggi tra i disagi maggiori per chi svolge la propria professione come indipendente. E le misure istituzionali sembrano procedere verso un inasprimento fiscale e contributivo. Solo a novembre 2014 l’Osservatorio del Dipartimento delle Finanze ha censito 38.351 nuove partite IVA, l’84% in più rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente, una corsa per sfuggire al nuovo regime dei minimi previsto per il 2015, ancora più penalizzante per gli autonomi e su cui dopo le proteste virali il governo ha fatto un parziale passo indietro per l’anno in corso.

Cercare un fuori

Insomma, se da un lato il lavoro autonomo permette di ricollocarsi in un momento di crisi del mercato del lavoro inteso come diritto, dall’altro non sono state adottate misure in tema di salute, congedi parentali, pensioni, che garantiscano una qualità di vita dignitosa alle persone, a prescindere dai contratti. È anche per rispondere a questo vuoto che sono nate iniziative ed esperienze partecipate di mutualismo, coworking e cofinanziamento.

Samanta Boni, di ACTA, associazione nata proprio per rappresentare e fornire assistenza a professionisti e consulenti del "terziario avanzato", ci racconta del caso di Daniela Fregosi, freelance malata di tumore al seno, e del suo sciopero contributivo nei confronti dell’Inps2. Un caso che ha fatto il giro del web e per cui l’associazione ha deciso di esporsi creando un precedente normativo.

Come già la Mutua Elisabetta Sandri, istituita da STRADE, Sindacato dei Traduttori Editoriali, anche ACTA, consente di entrare a far parte di un sistema di solidarietà tra pari, con la possibilità di abbonarsi a convenzioni di mutuo soccorso per la salute e accedere a una previdenza complementare agevolata.

Intanto, per reagire al rischio di isolamento professionale e umano, si diffonde il modello del CoWorking, e aumentano gli spazi condivisi che offrono anche la possibilità di intraprendere percorsi comuni. La ricercatrice Elisa Badiali, dell’Università di Bologna, in una ricerca diffusa a maggio 2014, ne ha censiti finora più di 200 a livello nazionale. Su inGenere ne abbiamo parlato a proposito del progetto Cobaby, gestito a Milano dal team MammeCheFatica, e del coworking L’Alveare, nato a Roma a settembre.

E chissà, se le stanze di autonome e professioniste non tenderanno nel prossimo futuro a spostarsi sempre più in questi spazi condivisi. D’altra parte, come scrive Burchi, la casa non è mai destinazione definitiva, ma sempre punto di partenza o di passaggio, tutte cercano un fuori.

 

NOTE

[1]Knowledge workers, nei paesi di lingua anglosassone. Per una fotografia del lavoro indipendente in Italia prima del Jobs Act, si veda Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli, Il Quinto Stato, Ponte alle Grazie, Milano, 2013
[2]European I-Pros. A Study, 2012 chiamato anche “Rapporto Rapelli”, dal nome del suo relatore Stéphane Rapelli dell’Associazione di consulenti inglesi Professional Contractors Group (PCG), tra gli organismi fondatori dell’European Forum of Independent Professionals (EFIP), al quale aderisce anche l’ACTA.
[3] Uscito per Franco Angeli a fine 2014
[4] Virginia Woolf, “Professioni per le donne”, 1931, in Le donne e la scrittura, a cura di Michèle Barret, La Tartaruga, Milano, 2003, pp. 53-59

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