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L'amore non ha etichette

  • Mar 11, 2015
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Ingenere.it
11 03 2015

Mentre la stragrande maggioranza delle persone si considera senza pregiudizi, molti in relatà, anche senza volerlo, tendono comunque a dare giudizi sulle persone che incontrano, sulla base di ciò che vedono. Che si tratti di razza, età, sesso, religione, sessualità, o disabilità, possono esserci diversi motivi significativi per cui quindi molte persone possono sentirsi discriminate. Il video "Love has no labes" (L'amore non ha etichette) fa parte proprio di una campagna di sensibilizzazione, che vuole sfidare ad aprire gli occhi sulla parzialità dei giudizi umani e sui pregiudizi, invitando lavorare su sè stessi per eliminarli. L'amore non ha razza, non ha sesso, non ha disabilità. In poche parole, l'amore non ha etichette. Questo è il messaggio lanciato dal video in questione, che è stato diffuso dall'Ad Council, un'organizzazione statunitense non-profit che produce e distribuisce annunci pubblicitari e campagne, spesso per ONG. Il video riprende coppie che si baciano, ballano e si abbracciano. Ma le persone sono mostrate 'ai Raggi X', senza rivelarne identità e aspetto. Quando le coppie 'vengono allo scoperto' poi si capisce il significato profondo del messaggio: l'amore non ha etichette.

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Sessismi quotidiani

  • Mar 09, 2015
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Ingenere.it
09 03 2015

La testata spagnola El Diario dedica un video alle testimonianze raccolte a proposito di stereotipi di genere e sessismi quotidiani

Il blog "micromachismos" sulla testata El Diario compie un anno e dedica questo video alle testimonianze raccolte a proposito di stereotipi di genere e sessismi quotidiani riscontrati nelle case, sui luoghi di lavoro, nelle strade, dentro locali pubblici come bar o negozi.

"Negli ultimi mesi abbiamo ricevuto centinaia di messaggi di posta elettronica che hanno denunciato situazioni e atteggiamenti sessisti. In questo video abbiamo voluto raccogliere alcune delle esperienze quotidiane più frequenti" spiegano le autrici del blog.

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Ideologia gender? Rispondono oltre 200 associazioni

  • Mar 03, 2015
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Ingenere.it
03 03 2015

Il 26 febbraio il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina di pubblicità contro quella che è stata definita l'ideologia gender per riferirsi ai percorsi di educazione alle differenze nelle scuole. La pagina era mirata a sponsorizzare una petizione promossa da una serie di associazioni (ProVita Onlus, l’Associazione Italiana Genitori, l’Associazione Genitori delle Scuole Cattoliche, il Movimento per la Vita e Giuristi per la Vita) che sul web è stata accompagnata anche da uno spot video.

A questa campagna hanno risposto oltre 200 associazioni che lavorano ogni giorno nelle scuole del nostro paese per diffondere un'educazione alle differenze, e lo hanno fatto inviando una lettera al Corriere della Sera. La petizione in questione, scrivono le associazioni "sostiene un modello unico di famiglia al quale tutti devono aspirare, mistifica le pratiche di educazione e di inclusione alle differenze in atto in molte scuole italiane, trasmette contenuti ingannatori per instillare preoccupazioni inutili nei genitori e così facendo consolida quegli stereotipi che troppo spesso sono causa di bullismo, emarginazione, violenza e omotransfobia nelle nostre scuole".

A differenza dei promotori dell’inserzione, continuano le associazioni "non vogliamo proporre un modello ideologicamente determinato di famiglia o di amore né svilire il corpo docente o attaccare l’autonomia scolastica, ma solo favorire uno scambio aperto per decostruire pregiudizi che producono stigmi e tolgono libertà alle nuove generazioni, alimentando dinamiche di esclusione e violenza".

E ancora, le associazioni si sono chieste "se un’inserzione a pagamento legittimi contenuti discriminatori e falsificatori di ciò che realmente viene insegnato nelle scuole" e hanno proposto al direttore e alla redazione del Corriere "di promuovere una approfondita inchiesta su un argomento così importante per la vita di ragazzi e ragazze, delle loro famiglie e della società tutta".

Leggi la lettera inviata dalla rete informale "educare alle differenze" al Corriere della Sera

Politiche di genere a che punto è la Turchia?

  • Feb 24, 2015
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Ingenere.it
24 02 2015

Si torna a parlare di violenza contro le donne in Turchia, con la scoperta del corpo della studentessa universitaria Özgecan Aslan, ritrovato senza vita e bruciato dopo il tentativo di stupro da parte del conducente del minibus che la ragazza aveva preso per tornare a casa. Le reazioni, sfociate in una vera mobilitazione mediatica, mostrano a che punto è oggi la questione di genere nel paese.

Al vertice su donne e giustizia promosso dall'associazione Donne e Democrazia Kadem, il presidente Erdogan dichiarava "Non potete mettere gli uomini e le donne alla pari, questo è contro la natura, perchè la natura delle donne è diversa". Come al solito, la prospettiva politica proposta da Erdogan sulle tematiche di genere ha sollevato indignazione tra le attiviste e la società civile così come nei partiti dell'opposizione. Ma quali sono stati gli orientamenti sulle politiche di genere in Turchia negli ultimi dieci anni?

Dopo le riforme degli anni '20 promosse da Ataturk che rendevano illegale la poligamia e abolivano i tribunali islamici a favore di istituzioni laiche, la seconda grande ondata di riforme è avvenuta a partire dal 2001 quando è stato modificato il codice civile turco, seguito a breve dal codice penale (2003) per arrivare al 2004 quando all'articolo 10 della Costituzione è stata aggiunta la frase "le donne e gli uomini hanno uguali diritti e lo stato è responsabile di prendere tutte le misure necessarie a realizzare l'uguaglianza tra uomini e donne".

Anche se in Turchia manca una raccolta sistematica di dati di genere, l'istituto nazionale di statistica (TSI) ha costituito un'"unità operativa di genere" che fornisce dati specifici. Anche organizzazioni come Ka-Der (Associazione per il sostegno e la formazione di donne candidate) contribuiscono al monitoraggio dei trend di genere (sul sito di Ka-Der si può scaricare il rapporto statistico Woman Statistics Report 2012-2013). Quindi, nonostante tutto, possiamo avere una panoramica abbastanza precisa della condizione delle donne turche.

Per quanto riguarda la partecipazione politica il numero di donne in parlamento è cresciuto da 24 a 79 su 550, in termini percentuali significa che dal 4,4% si è passati al 14,3% (ma il numero di donne nel consiglio dei ministri è rimasto invariato). Le donne sindaco sono passate da 18 a 37 e il tasso di donne nelle giunte cittadine è passato dal 2,3% al 10,7%.

Nell'educazione la percentuale di donne non scolarizzate, che era del 19% secondo il Rapporto periodico sui progressi della Turchia in vista dell'ingresso nell'UE del 2004, nel 2013 è sceso al 7%[1].

Dal 2004 al 2014, c'è stata una crescita lenta ma continua nel tasso di occupazione femminile dal 25,5% al 29,7% anche se circa un terzo delle donne che risultano occupate lavorano non pagate in ditte familiari del settore agricolo. Inoltre, mentre i dati generali sull'occupazione sono cresciuti e quelli sulla disoccupazione diminuiti, nel 2012 il tasso di disoccupazione femminile è rimasto molto alto.

Ancora più negativi i numeri che riguardano la violenza domestica: in Turchia, secondo l'ultimo rapporto nazionale sulla violenza contro le donne, il 40% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale per mano di uomo durante la sua vita. Percentuale che arriva al 47% nelle aree rurali e al 42% in quelle urbane. Il rapporto annuale sulla violenza maschile contro le donne Bianet Annual Male Violence Report (una newsletter turca che tiene traccia di tutti i casi di violenza contro le donne riportati dai media locali, nazionali e online) dichiara che nel 2013 gli uomini hanno ucciso dieci bambini e 214 donne, ne hanno stuprate 167, picchiate 241 e molestate 161. Il quadro non migliora se consideriamo che, di fronte a un'interrogazione da parte di una parlamentare repubblicana, il Ministro di giustizia ha dichiarato che non vengono raccolti dati specifici su quante donne siano state uccise o stuprate da mariti, amanti, compagni.

Questi dati, comparati con quelli internazionali, ci parlano di una Turchia ben lontana dalla parità di genere. Secondo il Global Gender Gap Report 2013, la Turchia è 120esima su 136 paesi per la parità di genere, 127esima per la partecipazione economica, 104esima per l'educazione, 59esima per la salute e 103esima per partecipazione politica. Secondo il rapporto, tolti gli anni 2003-2004, non ci sono stati miglioramenti significativi nella condizione delle donne turche.

 

Questo avviene perché, nonostante tutte le riforme legali e istituzionali derivate dai trattati internazionali, dalla candidatura all'entrata nell'Unione Europea e dagli sforzi delle organizzazioni femministe, negli ultimi dieci anni, il partito al governo, fortemente maschile e conservatore, ha frenato l'applicazione delle riforme.

AKP [2] considera le libertà innanzi tutto in riferimento all'Islam e vede le donne come membri di una famiglia e non come individui. Ha cambiato, per esempio, il nome del "Ministero per la donna e la famiglia" in "Ministero per la famiglia e i diritti sociali" e ha messo il dipartimento governativo per le pari opportunità sotto quest'ultimo. Le donne hanno criticato questa azione come "un passo indietro sia per la parità tra uomini e donne che per la democrazia". Hanno argomentato che le politiche che riguardano la condizione delle donne, la violenza domestica e la discriminazione sul lavoro non dovrebbero essere sotto il cappello delle politiche famigliari perchè hanno una matrice di genere e che quello di cui la Turchia ha bisogno è una donna Ministra delle pari opportunità [3].

Il 22 settembre del 2014 segna un'ulteriore tappa della battaglia sulla prospettiva di genere. Il Ministro dell'educazione annuncia la revoca del divieto del velo a scuola, permettendo alle bambine di prima elementare di coprire i capelli nei luoghi pubblici: in questo modo le famiglie possono rispettare la tradizione islamica che prevede che le donne si coprano la testa a partire dalla pubertà. I gruppi conservatori parlano di questo evento come di un allargamento delle libertà e i membri del partito di governo AKP, come per esempio il Ministro dell'educazione Nabi Avcı, hanno dichiarato che la revoca era dovuta a un'incalzante pressione. "Quando ho incontrato gli studenti all'inizio dell'anno scolastico aspettavano questa bella notizia con trepidazione" ha dichiarato il vice premier Bülent Arınç, ricordando la sua visita a Bursa, una delle principali città della Turchia. La stessa legge che vietava il velo vieta anche gli shorts, i pantaloni stretti, le gonne sopra il ginocchio, gli spacchi, le cannottiere, i pantaloni corti, le camicie senza maniche, ma questa parte della legge non ha subito modifiche. Come conseguenza i gruppi laici e i gruppi Alevi (ossia le comunità musulmane eterodosse molto distanti dai sunniti maggioritari) hanno colto la palla al balzo per puntare, ancora una volta, il dito sul fatto che l'AKP parla di libertà soltanto nell'ambito di una cornice religiosa di matrice islamica, e rimane in silenzio di fronte alle altre istanze o per esempio di fronte alla richiesta di revocare l'obbligo di frequenza per le lezioni di religione (così come peraltro già chiesto dall'UE).

Erdogan rilascia spesso dichiarazioni su temi morali che sono sensibili da un punto di vista di genere. Condivide sistematicamente le sue idee sulle politiche demografiche, sposta tutta la responsabilità sulle donne e invita le coppie ad avere almeno tre figli, e in uno dei suoi discorsi di inaugurazione dell'anno scolastico in un'Università femminile ha ammonito le studentesse di non essere troppo pretenziose, non aspettare "l'uomo giusto" ma di sposarsi quanto prima marriage. Il premier ha deciso di continuare a proibire l'aborto, con il sostegno del ministro per la sanità Recep Akdag che ha dichiarato "le vittime di stupro che rimangono incinta devono portare avanti la gravidanza e lo stato eventualmente si occuperà del bambino". Sullo stesso tema Ayhan Sefer Üstün, parlamentare dell'AKP e presidente della commissione per i diritti umani ha dichiarato "Uno stupratore è più innocente della vittima di stupro che abortisce... le donne in Bosnia sono state stuprate durante la guerra, ma non hanno abortito”[4].

Alcune inaspettate somiglianze tra i due periodi in cui sono avvenute le riforme statali che riguardano le donne sottolineano una continuità storica. In entrambi i casi le politiche di genere sono state guidate dallo stato e calate dall'alto dai due gruppi al governo che pur incarnando due punti di vista opporti uno laico progressista e l'altro religioso conservatore hanno entrambi usato il proprio potere per definire le relazioni di genere secondo una prospettiva prettamente maschile. Nell'Era Repubblicana l'emancipazione femminile e la visibilità delle donne nella vita pubblica, che si manifestava nei canoni di bellezza, abbigliamento e comportamento, doveva servire a rafforzare l'idea di una Turchia nazione moderna. Oggi la rivendicazione dell'AKP di aver ridisegnato i limiti che definiscono il comportamento appropriato alle donne "decenti" (che tra le varie cose non dovrebbero ridere in pubblico) ci fornisce una rappresentazione simbolica della ferma volontà di lasciare la parità di genere fuori dalla porta.

Leggi la versione in inglese dell'articolo

NOTE

[1] Secondo il TSI Women in Statistics Report 2013
[2] Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di matrice islamico-conservativa, al potere in Turchia dal 2002.
[3] European Stability Initiative Sex and Power in Turkey, 2007.
[4] Deniz Kandiyoti, No Laughing Matter: Women and New Populism in Turkey

Dispersione scolastica l'abbandono è maschile

  • Feb 11, 2015
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Ingenere
11 02 2015

Eurostat colloca l’Italia in fondo alla classifica europea, con il 17% dei giovani tra i 18 e i 24 anni che ha solo la licenza media nel 2013. Una stima messa in discussione da altri rapporti, che elevano la percentuale di almeno 10 punti. I dati sull’abbandono precoce dei percorsi educativi nel nostro paese sono da tempo considerati allarmanti, sia all’interno del dibattito nazionale che europeo. Sebbene le misure di contrasto promosse finora abbiano determinato un apprezzabile calo nell’ultimo decennio, ancora quasi un terzo dei giovani abbandona gli studi prima del diploma, oppure frequenta attività formative che non permettono l’accesso all’università. Intanto, gli obiettivi europei per il 2020 parlano di una riduzione della fascia di popolazione che ha soltanto la licenza media, e auspicano un aumento dei giovani con diploma superiore e con laurea.

Un secondo elemento preoccupante è rappresentato dalle basse performance degli studenti che non abbandonano gli studi, ma ricavano dalla frequenza scolastica solo conoscenze, capacità e competenze assolutamente inadeguate per la loro vita quotidiana di cittadini e per il loro inserimento nel lavoro. Questa dispersione “nascosta”, che ha dimensioni significative, non è meno insidiosa del fenomeno dell’abbandono precoce degli studi.

La dimensione quantitativa del fenomeno della dispersione scolastica richiede attenzione e in questo senso il rapporto finale della ricerca LOST [1], diffusa a ottobre 2014, presenta un’efficace elaborazione delle informazioni attualmente disponibili sia a livello nazionale, che a livello regionale, con riferimento ai territori provinciali.

Ad abbandonare sono i maschi

Ad abbandonare con maggiore frequenza sono i maschi e gli istituti al primo posto per numero di abbandoni sono i professionali, specie quelli con maggiore presenza di maschi, seguiti da quelli tecnici. Le regioni meridionali, con speciale riferimento alle maggiori aree metropolitane, spiccano per la loro forte problematicità, anche per gli abbandoni della scuola media.

La prevalenza di giovani uomini tra coloro che abbandonano precocemente l’istruzione propone una speciale questione di genere che andrebbe meglio indagata.

Considerando le performance scolastiche, misurate dai risultati dei test sugli apprendimenti, emergono dati non univoci. Nel 2012 i test PISA rilevano che le ragazze di 15 anni sono mediamente più brave dei maschi coetanei nelle prove di italiano (differenza statisticamente significativa di 39 punti), meno brave dei maschi nelle prove di matematica (differenza statisticamente significativa di 18 punti) e non emergono differenze significative nelle prove di scienze. Altri elementi, che andrebbero valutati e ponderati, sono le differenze di genere nei comportamenti che hanno rilevanza disciplinare, nella capacità di sopportazione della noia e della fatica che potrebbero essere fortemente condizionata dai modelli culturali di genere e, infine, nelle aspettative delle famiglie nei confronti del conseguimento di un diploma. In alcuni territori, specie negli anni che hanno preceduto la profonda crisi attuale, e con riferimento specifico alle aree dove prevalgono le imprese industriali di piccola e media dimensione, le tensioni dal lato della domanda di lavoro possono avere “tirato” fuori dalle scuole giovani, poco o per nulla qualificati, che si sono inseriti nei posti di lavoro manuale delle imprese meno dinamiche e alla ricerca di lavoratori da pagare poco. Questa pressione del mercato del lavoro può essersi concentrata sui giovani maschi più che sulle giovani donne.

Eppure, il costo della scarsa scolarizzazione per gli individui è rilevante e stimabile tra l’1% e il 5% di perdita di reddito mediamente fruibile nell’arco della vita. L’azzeramento dell’abbandono precoce degli studi potrebbe aumentare il prodotto interno lordo da un minimo dell’1,45% fino ad un massimo del 6,8%, dimostrando il peso complessivo del pessimo funzionamento del sistema educativo nazionale.

Quando e perché si verifica l'abbandono

La concentrazione dell’abbandono degli studi alla fine del primo biennio della scuola superiore sembra indicare che le norme sull’obbligo di istruzione fino a 16 anni e al compimento di 10 anni di scolarizzazione riescono a contenere l’abbandono. Allo stesso tempo, le norme sull’obbligo formativo, ovvero sull’obbligo di conseguire una qualifica o un diploma entro il diciottesimo anno, appaiono molto meno incisive.

L’analisi qualitativa delle cause del fenomeno degli abbandoni e delle scarse performance scolastiche trova d’accordo la maggior parte degli studiosi. Gli insuccessi, specie le ripetenze plurime, insieme al disagio sofferto per un clima educativo-relazionale non favorevole sono due importanti elementi associati alla conclusione precoce dell’esperienza educativa. Altri fattori influiscono negativamente sulla motivazione e sono più difficili da individuare, essendo connessi con un complesso di influenze famigliari, culturali e di contesto che possono sostenere la fatica degli apprendimenti e i progetti per il futuro, oppure ostacolare la partecipazione efficace al sistema educativo. La condizione sociale ed economica della famiglia di origine e del contesto ambientale di riferimento influiscono grandemente, attraverso la motivazione, sia sulla probabilità di completare gli studi che sul livello delle performance e la qualità degli apprendimenti. Ci sono elementi di disagio personale, le difficoltà specifiche di apprendimento e le condizioni di disabilità che influiscono in maniera rilevante, nonostante le azioni di integrazione e sostegno previste in tutte le scuole. Infine, sulle traiettorie educative dei giovani influisce anche l’origine etnica e culturale, attraverso molteplici canali, compreso il sovrapporsi di condizioni economiche di povertà e l’isolamento sociale.

Contrasto alla dispersione, è il terzo settore a investire di più

I finanziamenti pubblici sono la condizione per l’avvio del 35% delle iniziative realizzate dalle scuole e sostengono circa il 25% del totale delle risorse che impiegano gli enti del terzo settore che operano per il contrasto dell’abbandono scolastico.

La rilevanza delle azioni promosse dal terzo settore, con o senza patti di collaborazione con le scuole, è evidente se si considera il valore economico degli interventi. Il terzo settore da solo, secondo le stime della ricerca LOST, investe ogni anno 60 milioni di euro e il Ministero dell’Istruzione investe circa 55 milioni di euro in progetti attivati nelle scuole, principalmente con finalità di recupero delle carenze di apprendimento. Infine, la ricerca LOST valuta che l’intervento del privato sociale produce effetti moltiplicatori delle risorse, data la forte presenza di lavoro volontario, pari in media ad 1 euro e 60 centesimi per ogni euro speso.

Le differenze territoriali sono molto significative e non sono legate solo alla disponibilità dei fondi strutturali europei, finora riservati ad alcune regioni del sud. Il ruolo degli enti locali nel finanziare le azioni delle scuole per il contrasto della dispersione è condizionato dalle regole che ogni regione si è data autonomamente e mette in campo sia le risorse per l’istruzione che quelle destinate ai servizi sociali. La capacità che alcuni enti locali hanno in maniera più spiccata di intercettare i bisogni delle scuole e di costruire strutture di consulenza e supporto alla progettazione educativa emerge come fattore rilevante nell’analisi del funzionamento dei differenti territori.

Quali misure di contrasto

Ben il 60% delle attività di contrasto realizzate dalle scuole sono concentrate ad aumentare il rendimento scolastico e il 47% delle azioni realizzate dagli enti del terzo settore offrono aiuto nei compiti scolastici. Gli interventi di contrasto, quindi, affrontano principalmente l’insuccesso scolastico, che è forse la più rilevante tra le cause dell’abbandono scolastico, ma non certo l’unica.

Le azioni delle scuole per migliorare il clima relazionale in classe sono poco meno della metà (il 47%) del totale delle loro azioni di contrasto. Quelle analoghe, realizzate dal terzo settore, costituiscono il 26% delle azioni totali realizzate dagli enti. Si tratta di attività di tipo ludico o laboratoriale, quasi sempre non curricolari, per favorire l’aggregazione dei giovani e la loro socializzazione, quindi con l’intento di incidere sulla motivazione allo studio e sul benessere complessivo. Questo genere di attività richiede competenze differenti da quelle didattiche disciplinari, che sono prevalenti all’interno delle scuole, e pertanto ci si potrebbe aspettare una specializzazione degli enti del terzo settore. Al contrario, e sorprendentemente, questa tipologia di azioni non è prevalente tra quelle proposte dagli enti.

Oltre ai contenuti, per provare a descrivere la qualità delle azioni realizzate, occorre considerare le metodologie con cui si realizzano gli interventi e la capacità di coinvolgimento delle fasce più a rischio della popolazione scolastica. Ci si aspetta che le azioni di contrasto siano organizzate in modo differente dall’ordinaria attività di insegnamento, dato che tra le cause dell’abbandono si trova anche la rigidità con cui si organizzano le situazioni di apprendimento. La ricerca LOST mostra che solo il 40% delle azioni di contrasto dell’abbandono e dello scarso rendimento scolastico coinvolge gli studenti in piccoli gruppi o singolarmente, per affrontare le specifiche difficoltà, personalizzando gli interventi di sostegno. Il 53% delle azioni è di tipo generalista e non è necessariamente focalizzato sulla prevenzione o il contrasto dell’abbandono. Infine, l’8% delle azioni coinvolge grandi numeri di studenti e dura anche più anni, spesso con obiettivi educativi e culturali generali.

Per quanto riguarda la capacità di individuare la popolazione target più a rischio di abbandono, colpisce che gli studenti stranieri siano scarsamente coinvolti, nonostante abbiano maggiori difficoltà e abbandonino più frequentemente gli studi prima di conseguire il diploma.

Nel complesso, emerge una situazione con molte ombre con una grande necessità di una qualificazione.

Le competenze che le scuole non hanno

Le scuole possono trarre grande giovamento dalla collaborazione con altre istituzioni e con enti del terzo settore, specie se questi dispongono di competenze che nella scuola non ci sono o sono sottodimensionate. Potrebbero essere utili competenze di tipo psicologico, sociologico, medico, antropologico e più in generale quelle capacità progettuali, di monitoraggio e di valutazione che sono necessarie per sorreggere una sperimentazione ad ampio spettro.

Ciò che emerge, invece, è un quadro diverso. Il 50% dei programmi delle scuole per contrastare la dispersione è realizzato in totale autonomia, quindi si basa innanzitutto sulle competenze e le risorse finanziarie interne. Ci sono programmi relativamente ricchi di risorse, che coinvolgono molti docenti, profittano di consulenti esterni e ricevono finanziamenti aggiuntivi, ma ciò nonostante hanno un carattere generalista e non sono focalizzati nel contrasto dell’abbandono o nel miglioramento del rendimento scolastico. Sembra che, le collaborazioni esterne, attivate dalle scuole per avere più competenze o più mezzi finanziari, non impediscano la realizzazione di azioni poco mirate e forse poco efficaci. Infine, colpisce che gli enti del terzo settore siano coinvolti troppo spesso in azioni che mettono in campo competenze “concorrenti” con quelle delle scuole.

Differenze territoriali

La ricerca LOST si concentra sulle azioni di contrasto che le scuole e le organizzazioni del terzo settore realizzano nei quattro territori metropolitani più popolosi del nostro paese: Milano, Roma, Napoli e Palermo.

A Milano e Palermo si rileva una maggiore presenza di scuole che non hanno attivato progetti di contrasto al basso rendimento e all’abbandono scolastico. Viceversa a Napoli c’è la percentuale più elevata di scuole che ha messo nel Piano dell’Offerta Formativa almeno uno di questi interventi. I ricercatori LOST suggeriscono che, anche se in modo non molto marcato, le iniziative del sistema scolastico per contrastare la dispersione sembrano crescere al crescere dell’incidenza del fenomeno dell’abbandono. Al contrario, il terzo settore sembra intervenire in modo slegato dall’effettivo fabbisogno in questo campo, che per numerosi enti rappresenta uno solo degli ambiti della loro azione nel territorio in cui operano.

Mentre a Palermo e Roma le scuole e il terzo settore agiscono in modo complementare, a Milano e Napoli sembra emergere un quadro di azioni indipendenti e poco coordinato. A Roma sembra emergere una qualche divisione dei compiti tra scuole e terzo settore. A Palermo, addirittura, sembra prevalere un rapporto di “sostituzione” tra scuole e terzo settore: dove le scuole mettono in campo interventi sostanziali, il terzo settore si defila. Viceversa, dove le scuole non promuovono progetti contro la dispersione e il basso rendimento, il terzo settore si fa avanti e compensa con proprie iniziative la mancanza del settore pubblico. Al contrario, a Milano, il terzo settore si comporta come un’alternativa alla scuola, con cui non cerca relazioni molto strette e mette in campo azioni rivolte agli individui che vivono situazioni problematiche causate dalla scuola.

Queste differenziazioni territoriali potrebbero riflettere sottostanti modelli organizzativi e di interazione tra il settore pubblico e il terzo settore. Potrebbero anche essere il frutto di peculiari assetti istituzionali dei territori, specie con riferimento ai contenuti dei bandi che le amministrazioni locali emettono per erogare finanziamenti pubblici. Le regole per l’accesso ai bandi possono favorire le collaborazioni, oppure possono spingere il terzo settore ad operare senza convenzioni e collaborazioni con il settore pubblico. In generale, i ricercatori LOST propendono per descrivere gli interventi delle scuole e del terzo settore come rispondenti a logiche diverse che si attivano nel territorio con interventi troppo spesso slegati tra di loro. Non c’è né vera complementarietà né assoluta sussidiarietà, ma ci sono elementi dell’una e dell’altra situazione. Sembra emergere con evidenza un’assenza sistematica di comunicazione e coordinamento tra scuole ed enti. Le collaborazioni, anche quando sono formalizzate da protocolli d’intesa, in realtà appaiono come adempimenti formali che non promuovono una reale collaborazione. D’altra parte, la costruzione di partnership territoriali tra le scuole e gli enti del terzo settore non garantisce di per sé una progettazione adeguata e una capacità di realizzazione efficiente.

In conclusione, dalla ricerca LOST emerge che anche quando esistono forme più o meno efficaci di collaborazione tra scuole, terzo settore ed enti locali, molti operatori intervistati percepiscono un vuoto istituzionale, la mancanza di un forte presidio che favorisca sia le collaborazioni che le realizzazioni di azioni efficaci. Infine, il fatto che le azioni di contrasto siano vissute con grande disillusione da molti docenti, che sembrano arrendersi di fronte a difficoltà di ogni tipo e alla riduzione evidente delle risorse disponibili, non favorisce certamente l’innovazione e la realizzazione di azioni efficaci. Il ritirarsi dietro il rispetto formale dei doveri ministeriali, da parte della quota più attiva degli insegnanti, è tra gli elementi più dannosi per il miglioramento della situazione.

 

NOTE

[1] L’indagine LOST, con il patrocinio dell'Autorità Garante Nazionale dell'Infanzia e dell'Adolescenza, è stata promossa da WeWorldIntervita, dall’Associazione Bruno Trentin e dalla Fondazione Giovanni Agnelli.

Ingenere
09 02 2015

Il 6 febbraio è (è stata per chi legge) la Giornata Internazionale dedicata al contrasto delle mutilazioni genitali femminili. Sono più di 100 milioni nel mondo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, le donne che hanno subito mutilazioni genitali, circa 3 milioni le bambine a rischio ogni anno in Africa, uno degli stati più coinvolti da questa pratica insieme a Medio Oriente e alcune regioni dell'Asia e dell'America Latina. Ma nell’era delle migrazioni, com’è stata chiamata dagli studiosi, le geografie culturali si fanno complesse e seguono i flussi e gli spostamenti di fasce di popolazione in movimento, rendendo quella delle mutilazioni una questione transnazionale.

Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, infatti, oggi riguarda in modo significativo anche l’Europa. Il Parlamento europeo ha stimato che sono circa 500 mila le donne e le bambine coinvolte dalle mutilazioni genitali femminili che vivono sul territorio europeo, altre 180 mila sono a rischio ogni anno. In questo senso l’Unione Europea si è mossa approvando documenti e risoluzioni per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili. La Convenzione di Istanbul è stato il primo trattato a riconoscerne l'esistenza in Europa e la necessità di affrontare il fenomeno in modo sistematico.

Dati esaustivi sulla presenza del fenomeno negli stati membri dell’Ue, tuttavia, non esistono ancora. La prima ricerca approfondita la sta conducendo l’EIGE (European Institute for Gender Equality) che comunicherà i dati nel giugno 2015. Intanto, per rispondere alla chiamata della commissaria Viviane Reding, sempre l’EIGE ha diffuso nel 2012 uno studio per mappare la situazione all’interno dei 27 stati membri e la Croazia.

Dallo studio emerge che in Italia le donne coinvolte dalle mutilazioni genitali sono 35.000. Quelle a rischio almeno 1.000. Nel 2009 le donne provenienti da paesi in cui si praticano le mutilazioni genitali e residenti in Italia erano 110 mila. Sono migranti di seconda e terza generazione, spiega AIDOS, uno dei soggetti in prima linea in Italia nel contrasto e nella prevenzione di queste pratiche.

Per quanto riguarda il diritto d’asilo, a livello nazionale sono stati trovati sette ricorsi giudiziari che menzionavano le mutilazioni genitali nella domanda di asilo, di cui cinque hanno basato la domanda specificamente sulle mutilazioni. Il giudice ha accolto il ricorso in tre di questi casi.

Per contrastare la cultura delle mutilazioni genitali, l’EIGE suggerisce di muoversi sempre più verso l’attuazione di disposizioni di legge che criminalizzino queste pratiche. In particolare, a livello di politiche, la raccomandazione è quella di considerare le mutilazioni genitali tra le forme di violenza di genere e quindi di riconoscere la necessità di una rete di attori chiave che si muova a livello regionale, nazionale e internazionale facilitando lo scambio di buone pratiche nell’assistenza delle donne che sono state coinvolte e nella prevenzione per quelle a rischio, tra cui le bambine.

Guanti rossi contro l'austerity

  • Feb 04, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
04 02 2015

Per mesi hanno indossato guanti rossi di gomma sulle mani che hanno alzato per esprimere il loro dissenso di fronte al governo Samaras, che le ha licenziate più di un anno fa. Sono le addette alle pulizie, ex dipendenti del Ministero delle Finanze greco, donne di mezza età, il simbolo più recente delle proteste greche davanti alle politiche d’austerità portate avanti da Unione Europea, Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale.

Circa seicento licenziamenti in 16 mesi, hanno raccontato alla BBC, che le ha intervistate e fotografate. Tra le donne coinvolte, madri e mogli il cui reddito contribuiva a sostenere nuclei familiari, ma anche vedove e divorziate a cui è stata sottratta l’unica fonte di sussistenza. “Il governo ha deciso di colpire noi perché nessuno si aspettava che ci saremmo ribellate”, hanno dichiarato alcune alla BBC.

E invece queste donne hanno deciso di dar vita a un presidio davanti all’edificio del Ministero, un sit-in permanente di protesta, con tanto di tende e materassi gonfiabili per la notte, che sarebbe durato da maggio 2014 almeno fino all’elezione del nuovo governo, e che ha visto anche episodi di scontri con le forze dell’ordine. Nel corso dei mesi, le ex dipendenti del Ministero delle Finanze greco hanno spruzzato inchiostro rosso e sventolato bandiere viola per le strade di Atene per protestare contro la violenza domestica. I loro guanti sono diventati simbolo riconoscibile nel mezzo di cortei e manifestazioni.

Molte, prima di essere assunte nel settore pubblico, erano sarte, contadine, cameriere, artigiane che nel corso degli ultimi trent’anni hanno visto gradualmente affievolirsi la possibilità di sostenersi con economie a carattere locale. Perdere il lavoro oggi in un paese che ha gradualmente scardinato le economie di piccola scala senza investire sul welfare, significa allora vedersi impedito l’accesso alla sussistenza, al cibo, alla possibilità di garantire sopravvivenza ad anziani e bambini.

Chi si salva, raccontano alcune all’emittente britannica, è proprio chi è riuscito a conservare un orto, la ricchezza è avere un pezzo di terra da coltivare e con cui sfamarsi.

Ora, la sfida per il giovane partito di sinistra Syriza, e del suo appena eletto leader Alexis Tsipras è davvero grande.

9 trilioni, il prezzo pagato dalle donne

  • Feb 03, 2015
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Ingenere.it
03 02 2015

Nel suo articolo intitolato "Il costo economico della disuguaglianza delle donne nel lavoro" uscito recentemente su socialeurope Nuria Molina presente le sue riflessioni sul recente rapporto di Action Aid. La crisi finanziaria globale è lontano dall'essere finita, lo sostiene, tra gli altri, Christine Lagarde dell'FMI, le disuguaglianze con la crisi si sono acuite, e sono soprattutto le donne dei paesi poveri a pagare. Quanto? Ben 9 trilioni l'anno, secondo le stime del rapporto infatti, questo sarebbe il costo per le donne della disuguaglianza salariale e occupazionale.

 

Il paese dei cesarei

  • Gen 29, 2015
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Gina Pavone, Ingenere.it
28 gennaio 2015

Si nasce grazie al bisturi, da noi molto più che altrove, e in particolare al sud. L'Italia continua a essere il paese dei parti cesarei, con una percentuale che supera di gran lunga la media europea, ma anche quella di Usa e Canada. Secondo i dati appena pubblicati dall'Istat nel report "Gravidanza, parto e allattamento al seno", la percentuale italiana dei cesarei è pari al 36,3% nel 2013,

Il paese dei cesarei

  • Gen 28, 2015
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Ingenere.it
28 01 2015

Si nasce grazie al bisturi, da noi molto più che altrove, e in particolare al sud. L’Italia continua a essere il paese dei parti cesarei, con una percentuale che supera di gran lunga la media europea, ma anche quella di Usa e Canada. Secondo i dati appena pubblicati dall’Istat nel report “Gravidanza, parto e allattamento al seno”, la percentuale italiana dei cesarei è pari al 36,3% nel 2013, oltre il doppio di quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, e superiore di quasi 10 punti percentuali rispetto alla media Ue (26,7% nel 2011).


In parte, ma solo in parte, le ragioni vanno cercate nell’aumento dell’età media al parto, passata da 30,6 anni nel 2000 a 32 nell’anno scorso. Tant’è che la quota massima di parti chirurgici avviene tra le over 40, con il 47,2%. Ma la percentuale è decisamente alta, 30,1%, anche tra le venticinquenni. E comunque si ricorre alla chirurgia di più al sud (45,2%), dove l’età media al parto è un po’ più bassa che al nord (31,3 rispetto ai 32,2 anni al nord).


Sarà allora che le italiane soffrono di più di patologie legate alla gestazione, per le quali si raccomanda di procedere al taglio cesareo? Non proprio, vista la “bassa diffusione di queste patologie”, si legge nel report. La percentuale di cesarei è particolarmente alta nelle strutture private: 64,6% contro 33,4% delle strutture pubbliche.

Come mai allora la forte tendenza italiana? Molto ci sarà di “medicina cautelativa”, cioè di scelte fatte dai medici per tutelare innanzi tutto loro stessi e la loro reputazione, e difendersi da cause e richieste di risarcimenti. Ma ancor più c’è di economico, considerando che non si sta parlando solo di salute ma anche di soldi. In più occasioni è stata denunciata la tendenza delle strutture sanitarie a passare per la via più “complessa”, come quella chirurgica, non per ragioni cliniche ma solo per avere rimborsi maggiori. Scelta che sembra in voga in particolare con le nascite, tanto che la modalità con cui si partorisce è considerata un indice di appropriatezza sanitaria. I dati dei casarei italiani sono talmente alti da lasciar temere una precisa strategia adottata dai dirigenti sanitari per ottenere rimborsi più elevati da parte del sistema sanitario nazionale. Una tendenza in atto in tutta Europa e non solo per i parti, ma particolarmente eclatante in Italia. (gina pavone)

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