INGENERE

Il pane e le rose delle donne del Maghreb

  • Gen 20, 2015
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Ingenere
20 01 2015

La povertà, l'ignoranza e l'estremo sfruttamento. Ma anche la consapevolezza di donne che, attraverso il loro lavoro, cercano qualcosa in più del semplice sostentamento.

La terra schiacciata da un cielo carico e minaccioso. Le case di pietra e mattoni a vista incorniciati dalla calce. Le donne rompono l’immobilità: abiti colorati, capi celati dalle stoffe, movimenti eleganti. Le mani sono spaccate. I visi scavati dal vento e dal sole. La povertà straripa violenta nelle aree rurali del Maghreb, dove possedere la terra è una prerogativa maschile, ma lo sfruttamento selvaggio della manodopera è una peculiarità che riguarda unicamente le donne. L’analfabetismo femminile raggiunge picchi del 70%. Molte donne non studiano o smettono. Mancano le strutture scolastiche. Spesso lavorare è l’unica alternativa alla fame.

Eco de femmes è un documentario. Bellissimo. Poetico. Duro. Racconta il seme del cambiamento. Trae il nome dall’omonimo progetto promosso da GVC Onlus che sostiene la nascita di cooperative agricole e artigianali come strumenti di emancipazione femminile.

Sei protagoniste: Zina, Cherifa, Halima, Fatima, Mina, Jamila. Sei storie di consapevolezza, di determinazione, di trasformazione, raccontate da Carlotta Piccinini.

Le donne sono assetate di conoscenza. Sanno di essere semianalfabete e per questo più esposte allo sfruttamento e alla manipolazione. Mostrano una lucidità disarmante. La conoscenza è il primo passo verso l’emancipazione. La conoscenza permette di non doversi affidare, riduce il rischio di essere ingannate, consente di pensare con la propria testa. Il lavoro rende indipendenti, regala dignità e una posizione sociale riconosciuta. Contribuire al budget familiare attenua le differenze di genere. Non regala lussi, se non quello di saziare la fame. Però rende un po’ più libere. Consente di comprare libri, quaderni e penne per mandare i figli a scuola. E a loro sì, tentare di offrire un futuro diverso.

«La condizione delle donne è grave: la povertà, l’ignoranza, l’analfabetismo sono i limiti che impediscono alle donne di partecipare e le mantengono in una condizione di dipendenza. Lo studio e la cultura sono gli strumenti per la conquista progressiva dell’emancipazione e dell’indipendenza. Strumenti contro un’ideologia che riduce le donne all’inferiorità e alla reinterpretazione della religione. Strumenti contro l’imposizione del pensiero comune. Una donna che non sa niente non è nessuno». Sono parole loro.

Le piccole cooperative sostenute da GVC Onlus compiono grandi miracoli. Le donne riescono a sottrarsi ai lavori agricoli più massacranti, spesso nocivi per la salute e svolti senza alcuna protezione. Usate come macchine. Per qualche dollaro. Studiano, imparano, insegnano, tramandano competenze. E così sorgono scuole che insegnano a leggere e a scrivere, rendendo le donne autonome dagli uomini nella lettura delle bollette come del Corano. Nascono attività artigianali legate alla tessitura dei tappeti e alla produzione di argan e cous cous. Contesti dove le donne si formano, conquistano un salario e una ragione riconosciuta per uscire dalle mura domestiche.

Queste donne sognano. Sognano di allargare la loro attività, di migliorarla. Sognano di includere le altre e aiutarle a emanciparsi. Sognano di cambiare il mondo.


Il documentario “Eco de femmes”, che nasce nell'ambito dell'omonimo progetto promosso da GVC Onlus, finanziato dall'Unione Europea e dalla Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con il Comitato Europeo per la Formazione e l'Agricoltura Onlus (CEFA), le Réseau Tunisien de l'Economie Sociale (RTES) e le Réseau Marocain de l'Economie Sociale et Solidaire (REMESS), è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione di EleNfant, associazione di autori, registi, filmmakers e produttori indipendenti.

 

Per maggiori informazioni sul progetto: http://www.gvc-italia.org/eco_de_femmes.html

Sulla pagina Facebook si possono consultare le date e i luoghi delle proiezioni: https://www.facebook.com/pages/EleNfanT-FilM/65110506787?fref=ts

Austerity, la malattia che uccide l'Europa

  • Gen 19, 2015
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Ingenere.it
19 01 2015

L’Europa è ancora in affanno causa crisi. Le aspettative positive per il 2014 sono state deluse, a seguito di una ripresa debole e fragile, ondivaga e instabile in vari paesi, tra cui l’Italia. Nonostante le iniziative prese, e anzi forse proprio a causa di queste, il vecchio continente appare fiaccato da una realtà di scarsa crescita, disoccupazione massiva giovanile, e crescenti disuguaglianze, tra gli strati della popolazione - con milioni di europei ufficialmente poveri - e anche tra i generi. Perché se all’inizio della recessione a essere colpita è stata soprattutto l’occupazione maschile, i successivi tagli di bilancio imposti dalle politiche di austerity hanno invece riguardato di più le donne. Parte da queste evidenze il rapporto Euromemorandum 2015, da poco pubblicato a cura di un gruppo di economisti che si definisce in disaccordo con le attuali politiche messe in campo un po’ in tutta Europa per contrastare la crisi senza in effetti sortire finora risultati granché positivi.

Il rapporto, alla cui stesura ha contribuito anche Marcella Corsi di inGenere, parla di politiche macroeconomiche del tutto inadeguate messe in campo in sede europea, che hanno contribuito alla disastrosa performance economica che l’eurozona ha fatto registrare a partire dal 2010. Una ricetta finora indigesta, più venefica che benefica, quella propinata all’economia europea, a base di pareggi di bilancio così come prescritti dal patto di stabilità e crescita, crescente deregolamentazione del mercato del lavoro e riduzione dei salari, smantellamento del welfare e pesanti misure di austerity. Secondo gli economisti dell’Euromemo, sono ormai molte le evidenze dell’impossibilità che politiche così restrittive possano favorire la ripresa, eppure le scelte ufficiali in sede europea continuano ad andare in questa direzione, restando, le istituzione europee, “intrappolate in teorie sbagliate e cattive istituzioni”.

In concreto, poi, le misure messe in atto nei singoli stati rischiano di avere pesanti ripercussioni anche sull’eguaglianza di genere, con misure restrittive che non sono neutrali, ma finiscono sempre per avere un destinatario principale: le donne. E le misure di consolidamento che si prospettano nell’immediato futuro potrebbero peggiorare la situazione, con interventi (prospettati in vari paesi) come la riduzione delle risorse messe a disposizione per la cura di bambini e anziani, il taglio delle agevolazioni familiari, le restrizioni a sussidi come quello di disoccupazione, il blocco del turn over causato dallo spostamento in avanti dell’età in cui si ottiene la pensione, l’aumento delle tariffe dei servizi pubblici o di tasse come l’Iva.

L’analisi continua con uno sguardo da vicino alle disuguaglianze sempre più aspre tra i vari strati della popolazione e l’aumento della povertà, per arrivare a una serie di proposte e suggerimenti per invertire la rotta e tentare così di risalire la china. Per sostenere la necessità di un cambiamento nelle politiche europee il gruppo di economisti ha anche lanciato una petizione di sostegno. Qui il form per aderire. Maggiori informazioni sul sito www.euromemo.eu.

 

Indennità di maternità, paghi direttamente l'Inps

  • Gen 19, 2015
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Ingenere
19 01 2015

La legge prevede che il datore di lavoro anticipi, per conto dell'Inps, il trattamento economico riservato alle donne in maternità. Ma molti versano il dovuto con parecchio ritardo, trattengono una parte o addirittura si rifiutano di pagare. Eppure per mettere fine ai soprusi basterebbe che a occuparsene fosse direttamente l'istituto di previdenza, eliminando un inutile passaggio

Oggi più che mai cresce il numero delle donne che preferisce rimandare la gravidanza. Oltre ai problemi imposti dalla crisi, le lavoratrici sono consapevoli che una volta diventate madri, le probabilità di mantenere il proprio posto di lavoro o trovarne un altro si riducono notevolmente. Intanto, continua l’allarme sulla contrazione dei tassi di natalità, enorme problema per le civiltà occidentali. L’Italia, assieme alla Germania, alla Grecia e al Portogallo è il paese dell'UE dove si fanno meno figli (8,5 figli ogni mille abitanti) (1). Il rapporto annuale Istat del 2014 conferma che le criticità rispetto al mercato del lavoro legate alla nascita di un figlio si sono accentuate nel corso degli ultimi nove anni. Nel 2012, il 22,3% delle donne che lavoravano al momento della gravidanza non lavoravano più a due anni dalla nascita del figlio, fenomeno in peggioramento rispetto al 2005 quando lo stesso valore era pari al 18,4 per cento.

Purtroppo le paure delle lavoratrici sono fondate, come dimostra un fenomeno alquanto diffuso nel nostro paese. Molte neo-mamme in seguito alla nascita del figlio non si sono viste riconoscere il diritto all’indennità economica di maternità previsto dal decreto legislativo sui congedi di maternità e paternità n. 151 del 2001 e sue modifiche. Nei cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro (due prima del parto e tre dopo, o nel caso si ricorra al congedo flessibile, un mese prima della nascita e quattro dopo), alla lavoratrice spetta un’indennità di maternità pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base della paga dell’ultimo mese di lavoro precedente l'inizio del congedo. La Tabella 1 fornisce un quadro sintetico dei casi previsti dalla legge.

Il problema sorge per le lavoratrici dipendenti del settore privato per le quali la legge prevede che il pagamento venga anticipato per conto dell’Inps in busta paga dal datore di lavoro, salvo successivo conguaglio con i contributi che lo stesso è tenuto a versare all’ente previdenziale. Questo meccanismo spesso finisce per mettere in discussione la certezza del diritto all’indennità di maternità, trasformandolo in un “atto di favore” che il datore di lavoro fa alle proprie dipendenti. Il fenomeno è andato accentuandosi in questi anni di crisi, soprattutto nel Mezzogiorno. Molti sono i casi denunciati presso le sedi sindacali, dagli ispettorati del lavoro territoriali e dalla giurisprudenza. Se è vero che tale mal costume è molto diffuso (2), sarebbe necessario lanciare l’allarme e far sì che lo stato cambi le regole del gioco e faccia in modo che chi specula su certe situazioni non venga più messo nelle condizioni di farlo.

Indicativo è stato il caso di qualche anno fa, denunciato su alcuni quotidiani, che vide coinvolto un noto imprenditore del settore moda donna (che paradosso!). Secondo le denunce, al momento in cui una sua dipendente gli comunicava di dover andare in maternità anticipata per rischio d’aborto, questo avrebbe prima alzato la voce e rimproverato la sua dipendente e poi non le avrebbe versato gli stipendi comprensivi delle somme per l'indennità di maternità, nonostante le altre colleghe fossero pagate regolarmente. La storia è terminata con l’accordo tra le parti dal quale si evinceva il pagamento di tutto quanto era dovuto alla dipendente, ma intanto questa perdeva il suo posto di lavoro (3).

Casi di questo tipo sono diffusissimi. Basta andare sui numerosi forum della rete dedicati alle mamme per conoscere tante simili storie, in cui ogni volta le mamme lamentano la difficoltà di recuperare le somme a titolo d’indennità di maternità dal proprio datore di lavoro.

C’è chi denuncia ritardi nei pagamenti anche di 18 mesi e a seconda delle esigenze finanziarie del proprio datore di lavoro. Chi, invece, nel rivendicare le somme spettanti per legge, non è riuscita ad evitare situazioni di conflitto con l'impresa e ha dovuto subire le dimissioni o il licenziamento.

C’è chi il proprio diritto l’ha dovuto barattare con un altro diritto, per evitare di cadere in conflitto con il proprio datore di lavoro e ritrovarsi disoccupata, situazione particolarmente problematica in questo periodo di crisi economica, quindi di carenza di posti di lavoro vacanti. In molti casi, la lavoratrice è scesa a compromessi accettando di lasciare parte delle somme che le erano dovute al proprio datore di lavoro.

In particolari territori, poi, dove c’è un elevato grado di criminalità organizzata, si sono verificati anche episodi estremi. In una comunicazione personale agli autori, una neo mamma ha denunciato che dopo aver intrapreso una procedura legale per ovviare al mancato pagamento da parte del suo datore di lavoro delle somme che le spettavano a titolo d’indennità di maternità per astensione obbligatoria dal posto di lavoro è stata avvicinata da persone poco raccomandabili che l’hanno minacciata e spinta a ritirare la procedura e a trovare un accordo con il proprio datore di lavoro.

L’esistenza di questo problema è stata confermata nelle nostre indagini presso i responsabili degli uffici vertenza legale presso le varie sedi sindacali provinciali e regionali della Campania. Tutti hanno affermato che ogni anno arrivano numerosissime denunce agli uffici vertenze in cui la neo-mamma lavoratrice dichiara di non avere ricevuto totalmente o parzialmente dal proprio datore di lavoro le somme dovute a titolo d’indennità di maternità e nella maggior parte dei casi la denuncia arriva quando la donna è stata già costretta a dare le dimissioni per mancato pagamento. Qualcuno ha affermato, inoltre, che queste difficoltà non riguardano solo le mamme, ma sono diffuse anche tra gli altri lavoratori che spesse volte non riescono ad ottenere dai propri datori di lavoro i pagamenti di malattie, assegni familiari o addirittura rimborsi Irpef in sede di conguaglio fiscale.

A causa del meccanismo di rimborso anticipato dal datore di lavoro, quest’ultimo può ritrattare diritti sociali che lo stato garantisce ai suoi lavoratori. Questo meccanismo è già di per sé ingiustificabile, e lo è ancor di più per l’indennità di maternità, poiché riguarda una retribuzione che si espleta al di fuori dell’attività lavorativa. La neo-mamma, infatti, non dovrebbe rivolgersi al datore di lavoro per il pagamento delle somme che lo stato le riconosce e le paga durante il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. La maternità è un diritto che la legge assicura al di fuori del rapporto lavorativo. Tanto da essere riconosciuta anche alle disoccupate.

Eliminare il passaggio del pagamento da parte del datore di lavoro sarebbe una vittoria per tutte le mamme. Mentre al legislatore, per tutelare le lavoratrici, basterebbe una legge estremamente semplice che affidi il pagamento dell’indennizzo economico all’Inps direttamente alla donna beneficiaria, come succede già per le lavoratrici stagionali, lavoratrici dello spettacolo con occupazione saltuaria, del settore agricolo, colf, badanti e disoccupate e così come previsto dal Testo Unico Maternità-Paternità. In tutti questi casi, esercitare un diritto sacrosanto come quello della maternità non significherebbe piegarsi alla volontà e alle esigenze del proprio datore di lavoro.

 

 

Note
(1) I tassi di natalità più elevati si registrano, invece, in Irlanda (15 su mille), Francia (12,3 per mille), Regno Unito (12,2), Svezia (11,8) e Lussemburgo (11,3).

(2) È in corso una raccolta e un’elaborazione di dati richiesti a vari enti ed istituti al fine di quantificare il fenomeno del mancato pagamento delle varie indennità dai datori di lavoro del settore privato (malattie, assegni familiari, bonus, rimborsi Irpef) ma soprattutto quella prevista in caso di maternità per la lavoratrice. L’obiettivo della ricerca è capire quanto sia diffuso il fenomeno, se riguarda solamente le piccole imprese oppure anche le medie e grandi imprese e se è localizzato nel Mezzogiorno ovvero riguarda l’intero paese.

(3) Altro caso clamoroso e denunciato dal segretario provinciale della UIL Funzione Pubblica di Teramo, Alfiero di Giammartino, è quello della Nike Srl di Teramo, società a cui era affidato il servizio cup dell’Asl di Teramo. La cosa grave è che si tratta del settore di appalti e servizi pubblici dove la disciplina sulla trasparenza, correttezza e buona fede dovrebbero escludere assolutamente il verificarsi di certi episodi: http://www.iltempo.it/abruzzo/2014/10/12/l-azienda-trattiene-i-soldi-del...

 

Ingenere.it
31 12 2014

Non è vero che di mamma ce n’è una sola, almeno se si parla delle mamme in lotta: con il mercato del lavoro, con i servizi e l’organizzazione che mancano, con il welfare praticamente inesistente, specie in certe zone del paese. Sono tante le Guerriere, titolo di un volume edito da Chiarelettere, a firma della giornalista Elisabetta Ambrosi. Sono di tanti tipi diversi quanti sono i contratti e le situazioni spiacevoli che l’attuale mercato del lavoro riesce a creare per le mamme, come emerge nelle tante storie riunite nel libro, raccolta di voci e testimonianze, quasi racconto corale di quali e quante campali battaglie comporti, in Italia, lavorare e essere madri. Ne parliamo con l’autrice

- Delle tante storie che hai raccolto, quale ti sembra la più emblematica della guerra tra maternità, lavoro e ‘sabotatori' vari?

Quella di Maria, cui dopo la gravidanza non hanno rinnovato il contratto e che, pur in cerca di lavoro, si vede rifiutare un posto al nido per il bambino perché disoccupate, casalinghe e in cerca di lavoro sono messe sulle stesso piano dal suo comune di residenza. Come se una che cerca lavoro potesse tenere il bimbo tutto il giorno! E come se il nido non fosse uno strumento formidabile per i bambini, invece di un posto dove tenerli e basta.

- Perché un paragrafo è intitolato "dimmi che contratto hai e ti dirò che gravidanza avrai"?

Perché oggi le donne pianificano i figli in base ai contratti. Perché le lavoratrici dipendenti, che pure hanno problemi enormi di conciliazione di tempi e cura, statisticamente oggi fanno più figli, mentre le lavoratrici autonome ricevono rimborsi ridicoli per i mesi di gravidanza. E ci sono donne che addirittura cercando di pianificare una gravidanza in modo che non coincida con la fine del contratto.

- Come se non bastasse la disparità determinata dai contratti e dalle condizioni lavorative, c'è anche una cospicua differenza territoriale: dimmi in che città vivi…

Questo dato ormai è tanto incontrovertibile quanto assurdo. Il federalismo all'italiana si è tradotto in una giungla di diversità tra regione e regione, città e città, per cui è diversissimo, in termini di qualità della vita, essere madri a Bolzano o a Napoli. Bisognerebbe forse tornare indietro, perché se un diritto è un diritto, dovrebbe essere tale su tutto il territorio nazionale, no?

- Quali nuove strategie di sopravvivenza hai registrato nelle tue indagini?

Le donne, e mamme, italiane sono vitali, creative, resistenti e abbastanza allegre, nonostante la condizione femminile in Italia non sia bella, tra stereotipi che resistono, lavoro frammentato, stipendi impari e servizi assenti. La principale strategia è, ovviamente, ricorrere al welfare familiare, cioè all'aiuto di nonni e suoceri. Non sempre è facile, comunque ci vuole umiltà e molta capacità di comunicazione e di relazione, nelle quali le donne eccellono. Poi c'è anche la capacità di organizzarsi tra madri, ad esempio a scuola, magari alternandosi nel prendere i figli a scuola. Gli esperimenti più nuovi e creativi sono quelli che riguardano il cohousing, famiglie che ristrutturano una casa grande e vivono insieme, o forme di welfare inter-familiare e gruppi di autoaiuto materiale che cominciano a diffondersi sempre di più.

- Si può sopravvivere senza nonni a portata di mano o e una specie di utopia?

Beh, dal mio punto di vista di mamma fortunata, è dura, a meno che non si abbia davvero una grande disponibilità di risorse, perché sempre di più i servizi si comprano sul mercato privato, e costano molto, visto che le deduzioni - ad esempio per asili e baby sitter - sono ridicole. L'alternativa spesso è che la mamma lascia il lavoro o non lavora, per dedicarsi totalmente ai bambini. Ma questo, anche se soggettivamente può portare una relativa serenità, è un impoverimento sociale complessivo.

- Il bebè è un salasso, e nei gracili bilanci di coppie con lavori sempre più precari e mal pagati il figlio non ci sta materialmente. Tant'è che la statistica ha registrato un crollo delle nascite acutizzato dalla crisi. Come si barcamenano invece quelli che il bambino lo fanno nonostante il maggiore rischio di povertà?

Direi che il principale mezzo per difendersi dalla povertà oggi è…non fare figli! La paura di non farcela materialmente spinge tantissimi uomini e donne a restare senza. Anche da questo punto di vista, quando il figlio c'è, le strategie sono molte - vestiti usati, frutta e verdura comprata all'ingrosso, utilizzo condiviso della macchina e tante altre cose ancora - ma il problema non sono solo le difficoltà materiali, ma soprattutto l'orizzonte, la prospettiva, che non è una prospettiva di fiducia e di speranza. Il lessico della crisi, fatto di tagli e tagli, spending review, risorse che mancano, fa peggio di cento euro in più al mese.

- Dunque per fare un figlio oggi ci vuole una buona dose di coraggio, mischiato forse a incoscienza. Si più passare dal diffuso “ma chi me lo fa fare”, al “ce la posso fare”? E come?

Facendo prevalere il sentimento e il desiderio sulla ragione e sull'analisi razionale della situazione. Il problema è sempre questo, trovare un compromesso tra principio del piacere, fare un figlio, e principio di realtà. Molti dicono che per fare un figlio basta volerlo, ma solo in parte è vero. Riconoscere le difficoltà reali aiuta uomini e donne anche a non sentirsi colpevoli e sbagliati. Diciamo che la fase del "ce la posso fare" si sposta sempre più avanti, alla soglia dei quarant’anni quasi, ma alla fine fare figli sempre più tardi produce un boomerang. Basti pensare spesso ai nonni, che sono molto vecchi, e quindi non solo non possono aiutare ma magari hanno loro stessi bisogno di aiuto.

Non è solo una questione di sussidi materiali, di soldi, ma di percezione della vicinanza o lontananza delle istituzioni, anche quelle più vicine. Insomma spesso basterebbero cose come un parco curato sotto casa per aiutare le famiglie. Un altro esempio è il car sharing. Nella mia città, Roma, ce n'era uno del comune, mal funzionante e poco pubblicizzato. Sono arrivate due aziende private che in pochi mesi hanno fatto più per le famiglie, guadagnando, di quanto non abbiano fatto tutti gli assessori alla mobilità. Un po' grottesco, no?

Ingenere.it
23 12 2014

I fondi messi a disposizione dal governo per contrastare la violenza sulle donne sono da poco arrivati alle regioni. Al momento non è possibile sapere come concretamente gli enti locali li stiano spendendo. A questo punto è evidente la necessità di monitorare l'efficacia delle inziative finanziate, per esempio con strumenti di budget-tracking. Perché è proprio questa la fase più delicata, in cui è necessario sapere in modo dettagliato l'uso delle risorse disponibili.

“Donne che contano” è una piattaforma opendata creata da ActionAid allo scopo di rendere facilmente consultabili le informazioni disponibili sull’uso dei fondi per prevenire e contrastare la violenza sulle donne.

Oggetto dell’analisi sono i 16,5 milioni di euro stanziati dal governo per il 2013-2014 attraverso il decreto legge n° 93 dell’agosto 2013 (convertito nella legge 119/2013) a cui si aggiungeranno - se confermate dalla Legge di stabilità - altre risorse per il triennio 2015-2017.

La mappa mostra le risorse a disposizione di regioni e province autonome e i criteri utilizzati (oltre alla popolazione) per la ripartizione geografica dei fondi: centri antiviolenza e case rifugio esistenti e nuovi centri da creare. La piattaforma si arricchirà mano a mano con le informazioni che reperiremo sull’utilizzo dei fondi nelle varie regioni - che secondo le indicazioni governative dovranno integrare gli stanziamenti centrali con risorse aggiuntive - e su eventuali ulteriori piani di intervento dal parte del governo.

Compito non facile se le istituzioni non prevedranno criteri di trasparenza nella pubblicazione e diffusione delle informazioni. Per questo in parallelo ActionAid ha lanciato la petizione #donnechecontano per chiedere ai Presidenti di Regione di pubblicare in formato aperto i dati relativi alla spesa per la lotta alla violenza sul loro territorio.

Solo in questo modo interventi, strategie e risultati raggiunti potranno essere monitorati e valutati da cittadine e cittadini, che potranno avere informazioni complete sull’impegno di governo, amministrazioni locali e regionali per prevenire e contrastare la violenza di genere.

In attesa che questo avvenga, invitiamo cittadine e cittadini a unirsi a questa ricerca di trasparenza firmando la petizione #donnechecontano e segnalandoci notizie e informazioni sull’uso dei fondi nel loro territorio.

Sempre meno mamme, sempre meno bambini

  • Dic 22, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
22 12 2014

Lo scorso anno in Italia sono nati 514.308 bambini. Un dato, quello delle nascite, in costante diminuzione dal 2008, associato a un tasso di fecondità totale (cioè il numero medio di figli per donna) è di 1,39, in lieve calo. Sono gli ultimi resi disponibili dall'Istat in un report da poco pubblicato sulla natalità in Italia. L’analisi più approfondita su chi fa figli (coppie italiane, miste e straniere; sposate o non) e in quali regioni arricchisce il quadro e ci racconta la storia di una fecondità ormai assestata su livelli bassissimi (sotto un figlio e mezzo in media dai primi anni ’80), ma all’interno di un sistema di “fare famiglia” in grande mutamento.

I fatti: meno nascite sia da genitori italiani che stranieri, meno da genitori coniugati ma più da genitori non coniugati

Il numero totale dei nati è calato di quasi 20mila unità rispetto all’anno precedente, confermando una progressiva riduzione della natalità (oltre 62 mila nascite in meno a partire dal 2008). Questo calo è generalizzato, nel senso che sono nati meno bambini rispetto all’anno precedente sia da genitori italiani, sia da coppie con un genitore straniero o entrambi i genitori stranieri. La diminuzione però è più marcata per le nascite da entrambi i genitori italiani (con un calo di oltre 16 mila nati rispetto al 2012 e di oltre 70 mila nell'ultimo quinquennio). Questo avviene in larga misura perché le donne italiane in età feconda sono sempre meno numerose, più che per il fatto che si fanno in media meno figli. La fecondità media delle italiane, infatti, è scesa a 1,39, ma era solo lievemente più alta negli anni precedenti (1,42 nel 2012 e 1,45 nel 2008). È il contingente stesso delle potenziali madri ad essere in calo: quasi definitivamente uscite dall’età riproduttiva le donne nate negli anni ’60 del baby boom (ormai in media cinquantenni), le donne che fanno figli oggi in Italia sono nate per la maggior parte negli anni ’80, quando la fecondità era già in forte calo. L’età media alla nascita dei figli (anche questa – tra l’altro – ancora in ulteriore aumento) è, infatti, di 32,1 anni.

Anche i nati con almeno un genitore straniero, che ammontano a poco più di 104 mila nel 2013, pari al 20,2% del totale dei nati a livello medio nazionale, mostrano segnali di cedimento (più di 3.200 in meno rispetto al 2012). Diminuiscono in particolare i nati con entrambi i genitori stranieri, scesi a poco più di 77.700 unità nel 2013, quasi 2.200 in meno rispetto al 2012. Il tasso di fecondità totale delle donne straniere ammonta nel 2013 a 2,1 figli per donna in media, in costante calo dai 2,6 figli in media del 2008. E l’età media delle straniere alla nascita dei figli cresce in un quinquennio di un anno, arrivando a 28,5 anni.

Solo i nati da genitori non coniugati non diminuiscono e si mantengono intorno a 133 mila nel 2013; inoltre, a causa della forte diminuzione dei nati da coppie coniugate il loro peso relativo è salito ancora e raggiunge il 25,9%.

Il commento: tra nascite fuori del matrimonio e differenze regionali... nessuna sorpresa!

Ormai non è più una sorpresa che oltre un bambino su quattro nasca in Italia da genitori non coniugati, ma certo il dato fa impressione nel paese prevalentemente cattolico della famiglia “forte” (Mencarini 2011). La progressione è stata rapidissima: da 2 nascite fuori dal matrimonio ogni cento nascite nel 1970, al 10% nel 2000, al 26% nel 2013. Tra l’altro sono più gli italiani che gli stranieri a cambiare il modo di “fare famiglia” e a trascinare l’aumento delle nascite fuori dal matrimonio.


Meno matrimoni, meno nascite all’interno del matrimonio. Si cominciano ad avvertire in modo evidente le conseguenze del forte calo del numero di matrimoni registrato negli ultimi anni. Nel 2013 sono stati infatti celebrati in Italia meno di duecentomila matrimoni (13 mila in meno rispetto al 2012, 53 mila in meno negli ultimi cinque anni). E i nati all'interno del matrimonio scendono per la prima volta sotto quota 400 mila: nel 2013 non arrivano a 381 mila, quasi 83 mila in meno in 5 anni.

Il declino del numero dei matrimoni inizia negli anni Settanta e prosegue poi sino ai bassi livelli attuali: si passa dagli oltre 300 mila matrimoni nel 1991 a quasi 250 mila nel 2008, fino a poco più di 194 mila nel 2013 (Istat, 12 novembre 2014).

La secolarizzazione dei costumi e quindi anche del modo di “fare famiglia” segue in Italia una tendenza che è già diffusa da qualche decennio nel resto dell’Europa, soprattutto continentale e nordica. Tuttavia, alle motivazioni “ideologiche”, se ne potrebbero essere aggiunte recentemente anche alcune per così dire “pratiche”, anche a seguito della crisi economica. Qualche anno fa il progressivo cambiamento nei progetti degli italiani in tema di formazione della famiglia a seguito della crisi economica fu etichettato come uno “sconvolgimento dei piani” (De Rose et al. 2011). Da questo punto di vista, un’ipotesi interessante è stata tracciata recentemente da un gruppo di giovani che hanno partecipato a una serie di focus group condotti a Firenze (Salvini e Vignoli 2014). Alcuni partecipanti (sia uomini che donne, sia laureati che diplomati) hanno accomunato la valutazione dei costi del matrimonio con quella di avere un figlio. L’idea che il matrimonio (soprattutto quello celebrato in chiesa) “costi molto” è largamente diffusa. Pertanto l’aspetto economico è decisivo nel momento in cui tutte le risorse vengono investite per un figlio e non è possibile affrontare altre spese. Nell’attuale fase di recessione economica, l’onere finanziario della celebrazione del matrimonio può quindi entrare in competizione con le spese della gravidanza e del figlio.

Ciononostante, i dati delle nascite fuori dal matrimonio per regione, ci mostrano un quadro variegato. A fronte di una fecondità sostanzialmente omogenea in tutte le ripartizioni geografiche italiane, le nascite fuori dal matrimonio (si veda grafico 1) sono molto più frequenti nelle regioni del Centro-Nord Italia rispetto a quelle meridionali e insulari. Inoltre, il grafico ci mostra come in tutte le regioni del Centro-Nord siano gli italiani a trainare il fenomeno, tanto che la differenza tra la percentuale di nascite fuori dal matrimonio di tutti i residenti senza distinzione di cittadinanza e quelli invece italiani è positiva, a dimostrare una frequenza più alta del fenomeno tra gli italiani rispetto alle coppie miste o straniere. Mentre al Sud e nelle Isole non solo la frequenza è molto più bassa, con valori intorno ad una nascita su dieci fuori dal matrimonio in Basilicata e Calabria, ma la differenza tra nascite tra tutti i residenti e gli italiani è negativa, a testimonianza che il fenomeno è più diffuso tra le coppie straniere che tra quelle autoctone.

Quale futuro?

L’aumento delle convivenze e la diminuzione dei matrimoni in Italia sono fenomeni recenti, ma di portata eccezionale. Tali mutamenti si accompagnano anche all’aumento delle nascite fuori dal vincolo matrimoniale. In altri paesi europei il diffondersi di comportamenti meno tradizionali nella formazione delle coppie e nella nascita dei figli è stato il preludio di un aumento della fecondità (è avvenuto nei paesi nordici, ma anche nella vicina Francia, dove oltre la metà dei figli nasce oggi fuori dal matrimonio e la fecondità media è di due figli). Sarà così anche in Italia? Le nuove generazioni affrontano il fare famiglia e l’avere figli in modo meno rigido e preordinato, delineando un regime demografico nuovo, seppure ancora con marcate differenze regionali. In questo processo di mutamento, le famiglie italiane sono però più in affanno che negli altri paesi europei, dove sia la legislazione che i sistemi di welfare sono cambiati insieme alle famiglie. E il risultato di fondo in termini riproduttivi non sembra cambiare, con l’Italia ancora inchiodata nel 2013 a una media di 1,4 figli per donna. D’altro canto il futuro demografico dell’Italia è in parte già scritto perché le madri di domani (per lo meno quelle italiane) non potranno che continuare a diminuire, dato che a fare figli saranno le nate degli anni ’90, quando si è raggiunto un record negativo di nascite, con poco più di 300.000 bambini l’anno.

 


Per saperne di più

De Rose A., Castiglioni M. e Guarneri A. (2011). Comportamento riproduttivo. In Salvini S. e De Rose A. [a cura di] “Rapporto sulla popolazione. L’Italia a 150 anni dall’Unità”, Bologna: il Mulino, pp. 57-78.

Istat (2014). Anno 2013. Il matrimonio in Italia, http://www.istat.it/it/archivio/138266, pubblicato il 12 novembre 2014.

Istat (2014). Anno 2013. Natalità e fecondità della popolazione residente, http://www.istat.it/it/archivio/140132, pubblicato il 27 novembre 2014.

Mencarini L. (2011) Famiglia e fecondità in Italia: tutto cambia perché nulla cambi?, Neodemos, pubblicato il 22/09/2011, http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=525

Salvini, S. e Vignoli, D. (2014). Convivere o sposarsi? Bologna, il Mulino.

Ingenere.it
22 12 2014

Esce un decalogo di autodifesa dalla fantomatica "ideologia del gender" per genitori cattolici, basato su una lettura distorta delle politiche di pari opportunità, degli studi di genere e delle richieste del movimento delle donne. Un pasticciaccio all'italiana che parla della paura di cambiare.

In un mondo che guarda con crescente sconcerto e preoccupazione all’oscurantismo sessista dei militanti dello Stato Islamico, o di altre organizzazioni jihadiste, come il gruppo di Boko Haram, noto per il rapimento di oltre duecento studentesse nigeriane per convertirle all’Islam, sottraendole al negativo influsso dell’istruzione (il nome dell’organizzazione sta proprio a significare “l’educazione occidentale è peccato”), nel suo piccolo anche il nostro paese non si fa mancare la sua dose di fondamentalismo, per quanto, fortunatamente, meno cupa e sanguinaria.

Assistiamo infatti da un certo tempo al consolidarsi di una vera e propria crociata contro un nuovo spettro che si aggira minaccioso per l’Occidente, la temibile e fantomatica “ideologia del Gender”, impegnata a diffondere nella società, e soprattutto tra i suoi più vulnerabili membri, i bambini e le bambine, la scandalosa e sovversiva idea che le diseguaglianze che segnano i vissuti di uomini e donne nel mondonon siano scritte nel nostro DNA, né siano tantomeno il prodottodi un volere divino, censura all’irriverente curiosità di Eva, ma piuttosto il frutto di sedimentazioni sociali e culturali, che hanno portato nel corso del tempo ad attribuire a donne e uomini comportamenti e ruoli sociali diversi e diversamente valorizzati. Una eresia bene espressa dall’aforisma di Simone De Beauvoir “Donne non si nasce, si diventa”.

Inizialmente portata avanti da frange minoritarie e estremiste del vasto arcipelago cattolico, come il coreografico movimento delle Sentinelle, la crociata contro il Gender ha oggi trovato approdo anche sul sito di Famiglia Cristiana, un settimanale solitamente non allineato alle posizioni più estremiste e reazionarie di certo cattolicesimo.

Su una pagina del sito spicca infatti l’annuncio: “Gender a scuola, un decalogo per difendersi”. Seguono dieci comandamenti per “evitare lezioni di genere in classe per i propri figli”, in cui i genitori vengono invitati a considerare con attenzione i piani formativi delle scuole, non tanto per verificare che si contempli il rispetto della differenza, il riconoscimento dell’alterità, il contrasto alla discriminazione, ma piuttosto per accertarsi “che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender”. Si sollecitano pertanto i genitori a diffidare di espressioni minacciose come “educazione all’affettività”, sediziose come “superamento degli stereotipi”, perturbanti come “educazione sessuale” e eversive come “omofobia”, dietro le quali “spesso si nasconde l’indottrinamento del gender”. Agli stessi genitori viene suggerito di farsi eleggere nei consigli di classe, non per passione civica o entusiasmo verso i decreti delegati, ma per poter arginare questa pericolosa deriva morale. Per le stesse ragioni i genitori sono esortati ad un accurato e quotidiano controllo dei contenuti delle lezioni e del diario, così come a vegliare sul rischio che il temuto virus si insinui tra le attività extra-curriculari e i contesti assembleari. Nel caso in cui dall’interrogatorio quotidiano o dal minuzioso scrutinio dei documenti e delle attivitàsi dovessero scorgere le tracce dell’odiosa ideologia, allora, incalza il decalogo: “Date l’allarme!”. Convocate genitori, raccogliete ogni indizio, verificate l’origine della falla, individuate gli infiltrati. E ovviamente verificate quali basi scientifiche garantiscano tale insegnamento (non bastasse già il darwinismo a mettere in testa strane idee ai nostri ragazzi..). Convocate assemblee, mobilitate dirigenti, istituzioni, parlamentari. Se poi gli insegnanti e la scuola perseverano nel peccato e vogliono comunque “costringere i vostri figli a ricevere educazione basata sulla teoria del gender” si potrà ricorrere al Tar e magari anche ad un qualche Ministero, forse anzi se ne potrebbe istituire uno ad hoc, il DDS (Difesa della Differenza Sessuale).

Forse domani scopriremo che questo sconcertante decalogo era solo un test realizzato per mettere alla prova il senso di equità e il rispetto delle differenze da parte dei lettori di Famiglia Cristiana. Se così fosse, tireremo un bel sospiro di sollievo e saremo pronti a congratularci per la coraggiosa iniziativa. Ma in caso contrario, se questo non fosse un test e neppure uno scherzo di cattivo gusto, ma solo una campagna per depotenziare iniziative mirate a contrastare stereotipi e azioni che producono destini diversi e diverse opportunità sulla base di corpi diversamente sessuati, dovremo allora prendere coscienza del fatto che ignoranza, pregiudizio e oscurantismo non albergano solo tra le fila dei combattenti islamici che guardiamo con preoccupazione e orrore dai nostri schermi, ma sono fantasmi recidivi, che si annidano tra le pieghe e le contraddizioni del nostro provincialissimo paese, alimentati dalle nostre ossessioni e paure inconsce. Per questo forse sì sarebbe il tempo di dare l’allarme!

Articolo già pubblicato sull'Adige il 2 dicembre

 

Quattro cose per fare una vera "buona scuola"

  • Dic 03, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
03 12 2014

Al primo punto delle proposte del governo in materia di istruzione c’è un piano straordinario di 150.000 assunzioni di aspiranti insegnanti iscritti alle graduatorie cosiddette ad esaurimento, come si legge nel documento “La buona scuola”. Un’immissione di ruolo in “aggiunta” all’organico ordinario, in un colpo solo, a settembre 2015. Di questi 150mila, un buon terzo sembra non aver mai messo piede di recente in una scuola pubblica, mentre migliaia di giovani insegnanti precari dovrebbero essere esclusi dalla mega stabilizzazione perché, per qualche dispositivo avverso, di quelle graduatorie non fanno parte.

Non tutti i 150.000 hanno superato selezioni impegnative, non tutti sono stati disponibili in passato a una mobilità territoriale che li avrebbe forse tirati fuori dai guai, non tutti sono giovani (età media 42 anni), in gran parte sono donne residenti in aree meridionali. Che forse lavorano altrove, forse sono state frustrate e demotivate da un’attesa troppo lunga, forse ora hanno troppi carichi familiari per cogliere la nuova opportunità. Quanto ai titoli, prevalgono quelli utili per il primo ciclo, mentre tra le materie scarseggiano i titoli in campo scientifico e tecnologico. A dir poco curiosa invece la sopravvivenza di classi di concorso come la stenografia, scomparse per naturale obsolescenza dal comunque antiquato elenco dei saperi scolastici.

È una buona idea eliminare le “graduatorie ad esaurimento”, questa enorme sacca di “diritti” cosiddetti “acquisiti” che inceppa fluidità e tempestività nell’utilizzo e nel ricambio fisiologico del personale, ma ci sono ottime ragioni per discuterne la sostenibilità politica e le destinazioni. Nessun problema per i 50mila posti liberi che solo una straordinaria avarizia politico-amministrativa ha affidato finora a supplenze quasi-annuali (tanto più che,in caso contrario, scatterebbero le salate sanzioni della Corte Europea per l’utilizzo di personale precario oltre i 36 mesi). Ma gli altri cosa andranno a fare? E come si giustifica un investimento così importante (3 miliardi circa ) mentre solo a fine 2018 dovrebbe scattare il primo modesto bonus (60 euro mensili per il 66% dei docenti, zero per il restante 34%) di una nuova carriera incentrata per la prima volta su “meriti e impegno” invece che sull’anzianità? Gli insegnanti italiani, tra i peggio pagati d’Europa, sono da sei anni senza rinnovo contrattuale e la nuova carriera - che già non entusiasma perché nella scuola l’anzianità ha parecchio a che fare con la professionalità (e anche perché la sola ipotesi di una verifica di quello che si sa fare fa venire l’orticaria) - dovrebbero pagarsela da sé, con i risparmi accumulati dall’eliminazione, di qui al 2018, degli scatti automatici di anzianità. Quanto ad altre priorità citate dalla “Buona Scuola”, alternanza studio-lavoro compresa, basta una scorsa alla legge di stabilità per capire che per tutte o quasi non ci sono nuovi investimenti ma piuttosto nuovi tagli. Anche di personale tecnico e amministrativo, cioè di quello che nella scuola manca davvero.

Certo in un periodo così difficile per l’occupazione (e dopo le ferite dei tagli di Gelmini-Tremonti: - 8,5 miliardi, cancellati qualcosa come 85.000 posti di lavoro) non sono tante le voci contrarie all’assunzione massiccia di nuovi insegnanti, ma sarebbe l’ennesima replica dell’approccio quantitativo ai bisogni della scuola, l’ulteriore sanatoria al buio di ogni criterio qualitativo con cui scegliere gli insegnanti. Chi avanza dubbi argomenta che andrebbero considerati gli effetti del calo demografico, che il rapporto numerico tra insegnanti e studenti in Italia si attesta nella media Ocse, e che le classi molto affollate non sono tantissime e si devono, più che a carenza di insegnanti, alle regole bizantine imposte dal ministero dell’istruzione. Bisogna inoltre ricordare l’esperienza ancora fresca delle “dotazioni organiche aggiuntive” di qualche anno fa, migliaia di insegnanti in più che dovevano anche loro essere “funzionali” al miglioramento della scuola, e che però sono stati per lo più sottoutilizzati. Succederà ancora, e come evitarlo? Nelle ultime settimane sono state avanzate molte ipotesi ma un tavolo di confronto non c’è, mentre la consultazione online appare inadeguata alla costruzione di soluzioni specifiche.

Copertura delle supplenze brevi a parte – che non sono certo il male peggiore della scuola italiana e per cui ci sarebbero soluzioni meno costose e più funzionali della sanatoria- gli ambiti più importanti cui destinare gli organici aggiuntivi sono essenzialmente quattro. In primo luogo la generalizzazione, in tutta la scuola per l’infanzia e nella scuola primaria, di un tempo lungo/pieno sempre più richiesto anche nel Mezzogiorno per il crescente ingresso delle donne nel mercato del lavoro. E sempre più importante per colmare il prima possibile le difficoltà di apprendimento e i problemi anche affettivi e relazionali di tanti bambini colpiti direttamente dai mille guai di questa fase. Va detto che il tema c’è,nel testo della “Buona Scuola”, ma annegato tra molti altri, senza considerare la diseguaglianza di opportunità per le famiglie e per i bambini insita in un tempo pieno che se nella scuola primaria di molte città del Nord e del Centro oscilla tra il 50 e il 90 per cento delle classi, nel Mezzogiorno precipita sotto il 10 per cento.

Il secondo ambito riguarda l’esigenza ormai stringente di una diffusione in tutte le scuole ad alta densità di studenti stranieri di laboratori permanenti di apprendimento dell’italiano come seconda lingua, e di insegnanti appositamente qualificati. È soprattutto per il trascinarsi delle lacune linguistiche che la scuola italiana non riesce a sanare la disparità per gli studenti di madrelingua non italiana, le cui carriere scolastiche sono falcidiate da un’enormità di ritardi scolastici, ripetenze, abbandoni precoci e perfino fenomeni di “segregazione formativa”.

Questo tema nelle 136 pagine della “Buona Scuola” non è neppure sfiorato. Un silenzio inspiegabile – gli studenti stranieri sono ormai 800mila, il 10% del totale – che oltre a segnalare una sottovalutazione profonda dei problemi di integrazione delle seconde generazioni, delinea un governo apparentemente insensibile agli effetti del calo demografico. Eppure un paese con sempre meno giovani non può permettersi di sprecare i talenti e le intelligenze.

Il terzo ambito riguarda l’introduzione, nella scuola secondaria di secondo grado, di aree opzionali che, come nei sistemi educativi di altri paesi, consentano ai giovani di verificare per tempo le proprie attitudini, rafforzare i propri interessi,responsabilizzarsi alle scelte future di studio e di lavoro. Nella “Buona Scuola” un accenno c’è, ma non legato al nuovo personale docente.

Infine il quarto ambito riguarda lo sviluppo- oggi condizionato, appunto, da precisi vincoli di organico – dell’offerta di educazione degli adulti, nella prospettiva del life long learning. Anche qui un tema di emergenza, tra le troppo basse competenze di base degli adulti italiani evidenziate da ogni ricerca comparativa internazionale e il bacino dei giovani adulti senza diplomi e qualifiche incessantemente alimentato da una dispersione scolastica parecchio sopra la media Ocse. Un buon terzo dei NEET, si sa, è in questa condizione, ragazzi italiani e ragazzi con background straniero. Ma questo delle scuole di seconda opportunità e dell’apprendimento lungo tutto il corso della vita è un tema che la politica italiana ha quasi sempre tenuto lontano dalle decisioni relative al sistema scolastico, e la “Buona Scuola” non fa eccezione.

Silenzi e sottovalutazioni che danno conto, al netto dell’involucro accattivante e di alcune novità effettive della “Buona Scuola”, di una continuità con alcune politiche scolastiche tradizionali ben maggiore di quello che si vorrebbe far credere. Che si rivela anche in altre parti e su altri temi del documento.Ma anche così qualcosa di buono potrebbe venirne, se ci fosse la possibilità di confronti di merito, e di luoghi politici e tecnici adatti allo scopo. Al momento non ci sono, ma potrebbe essere uno dei casi in cui la forma si fa sostanza.

Emozioni tecnologiche - Sherry Turkle

  • Nov 18, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
18 11 2014

Le inedite modalità di relazioni e le novità nella vita di tutti i giorni che le nuove tecnologie comportano, studiate da una sociologa del Massachusetts Institute of Technology.

Come, e con quanta intensità, le nuove tecnologie ci hanno cambiato la vita e il nostro modo di pensare? e come influiscono sulle relazioni che stabiliamo con gli altri e con il mondo esterno? Quali emozioni suscitano in noi gli oggetti che usiamo nella quotidianità e quelli con cui lavoriamo? Sono domande che da qualche decennio hanno trovato una serie di stimolanti ipotesi interpretative nelle analisi di una brillante studiosa che insegna studi sociali di scienza e tecnologia presso l’MIT di Boston, dove ha fondato nel 2001 un laboratorio d’avanguardia, il “MIT Initiative on Technology and Self”, di cui è direttrice.

Nata a Brooklyn (N.Y.) nel 1948, con studi superiori compiuti al Radcliffe College e a Harvard, dove ha ottenuto il dottorato in sociologia e psicologia della personalità nel 1976, Sherry Turkle ha trascorso lunghi periodi in Francia, svolgendo ricerche per la tesi, divenuta in seguito un libro su Jacques Lacan e la rivoluzione francese di Freud. La sua formazione e i successivi sviluppi di ricerca l’hanno portata in poco tempo a collocarsi all’incrocio di tre aree disciplinari assai diverse: l’etnografia, la psicologia, l’informatica. L’eccezionale abilità nell’analisi etnografica costituisce un filo rosso che percorre le sue pubblicazioni riguardanti l’aspetto soggettivo della relazione che sviluppiamo nei confronti delle tecnologie informatiche; un tema chiave per altre studiose femministe, come Donna Haraway, pionieristica autrice del famoso Manifesto Cyborg (1985), Brenda Laurel o A.Rosanne Stone.

Dopo The Second Self (1984), sugli effetti dell’uso di computer nell’apprendimento infantile, in Life on the Screen (1996) Turkle analizza un cambiamento fondamentale: il passaggio - dai primi personal computer degli anni Settanta e il PC dell’IBM del decennio successivo, che erano “aperti, ‘trasparenti’, potenzialmente riconducibili ai relativi meccanismi sottostanti” - allo schermo con le icone introdotto dai Macintosh nel 1984, le quali “presentavano al pubblico delle simulazioni (le cartelline, il cestino, la scrivania) che non offrivano alcun suggerimento su come poter riconoscere la struttura sottostante”. E’ così che abbiamo imparato a giudicare le cose attraverso l’interfaccia e a spostarci verso una cultura della simulazione, dove le persone si abituano a sostituire la realtà con delle rappresentazioni. In un lavoro più recente – Alone Together (2011) – Turkle approfondisce alcune conseguenze negative di queste interazioni, il crescente processo che ha portato milioni di individui a vivere un rapporto privilegiato con apparecchiature audiovisive e telefoniche, e la conseguente tendenza all’isolamento e all’indebolimento del rapporto con altri e altre.

Negli ultimi anni ha curato due raccolte che includono i contributi di giovani ricercatrici/tori del MIT intorno alla intensità delle relazioni che ciascuna/o di noi intrattiene con oggetti di ogni genere - Evocative Objects. Things We Think With (2007) e The Inner History of Devices (2008). Antropologi, musicisti, scienziate, architetti, analizzano cosa lega ciascuna/o a una radio, una macchina da dialisi, la forma geoide, un violoncello, il pendolo di Foucault, un cellulare, e molto altro; nei saggi che accompagnano questi lavori, Turkle sostiene che “lungi dall’essere dei compagni silenziosi, gli oggetti avvolgono la conoscenza di libido”.

Ancora Men-Only Conference?

  • Nov 12, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1700 volte

ingenere.it
12 11 2014

Dal bel discorso di Emma Watson alle Nazioni unite - sul ruolo degli uomini nel raggiungere l’uguaglianza di genere - al monopolio maschile della sala il passo è stato breve. Pochi giorni dopo il lancio della campagna #HeforShe una conferenza in programma in Islanda, organizzata dalle stesse Nazioni unite e sullo stesso tema, è stata pensata e programmata con interventi di soli uomini. Alla contestazione come minimo di stranezza di una simile scelta, la giustificazione è stata che è necessario coinvolgere gli uomini su questi temi. Giusto, anche se non è chiaro come mai questo non possa avvenire ascoltando anche relatrici donne. Dopo diverse osservazioni di questo tipo e ironie varie – alla prossima conferenza sull’innalzamento del livello del mare non facciano domanda di partecipazione i paesi costieri - si è arrivati a una parziale retromarcia e qualche nome femminile alla fine è comparso, anche se sono rimaste sessioni caparbiamente in versione “da barbiere”, come le ha definite qualcuno.

Se il caso della conferenza islandese ricade forse più nel regno del paradosso che altro, in realtà l’ambiente da old boys network è ancora frequente e di panel monogenere se ne registrano parecchi in ogni ambito di discussione. Giusto in questi giorni si svolge il convegno dal titolo “Economic change and evolution”, organizzato da una costola dell’Accademia dei Lincei. Due giorni di discussioni per un totale di quasi 30 interventi tra cui non c’è posto nemmeno per una relatrice. Sarà un caso? Di certo quel che si vede dal di fuori della “massima istituzione culturale italiana" che come fine istituzionale ha quello di "promuovere, coordinare, integrare e diffondere le conoscenze scientifiche nelle loro più elevate espressioni nel quadro dell'unità e universalità della cultura" – si legge nella home page del sito - è in generale un ambiente a forte prevalenza maschile (e di età venerande), basta dare un’occhiata all’elenco dei dirigenti dell’Accademia dei Lincei.

Davvero è possibile sostenere che non erano disponibili esperte donne? O non erano disponibili nei giri giusti? In effetti le domande sono le stesse, sempre valide, di diverse altre occasioni. Per esempio – solo per rimanere ai casi più recenti - quando si è tentato di parlare ai giovani di educazione economico-finanziaria (argomento dove per altro lo specifico taglio di genere è quanto mai urgente, si continua a ripetere su inGenere), da un palco che è stato calcato solo ed esclusivamente da uomini (e comunque, nonostante il giovanilismo del selfie, un ambiente nemmeno tanto “fresco”).

E sempre i soli completi giacca e cravatta hanno discusso di crescita e “innovazioni utili allo sviluppo occupazionale e alla crescita del nostro Paese e della nostra Europa”. Stessa cosa per la conferenza-dibattito sulle sfide economiche e sociali per l’Europa e il parlamento allora appena eletto. Ed era una “moc”, una men-only conference anche quella organizzata dall’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani, che sempre per parlare di futuro, in questo caso di città metropolitane e nuove province, ha invitato solo sindaci. Pazienza per le 1.077 sindache, il 13,37% dei comuni, tra cui cinque prime cittadine di capoluoghi di provincia e sei di comuni dai 60.000 ai 249.000 abitanti, come si legge in una lettera formale di protesta di una rete di donne che, guarda un po’, proprio in fatto di pianificazione di nuovi territori ha parecchio da dire.

Si fa presto a dire innovazione, evoluzione, cambiamento, senza azioni concrete, dai soliti ambienti alla vecchia maniera. In tante occasioni, in effetti, l’esclusiva presenza maschile sembra – a dispetto dei proclami - più che altro segno di declino e anacronismo prima ancora che di maschilismo. Difficile da sostenere che non ci siano le esperte giuste a disposizione, visto che le donne hanno raggiunto alti livelli di competenze e preparazione in tanti settori. Certo, non altrettanto si può dire poi per i rispettivi ruoli di potere ma in molti degli incontri mono-sesso gli interventi previsti sarebbero per dare spazio alle competenze. Non c’è poi da meravigliarsi che si riscontri una certa ristrettezza di role model positivi per le ragazze. E che sia facile associare l’immagine femminile, anche di potere e di palazzo, alle solite e vecchie allusioni volgari.

Visto l’andamento, sembra il caso di continuare a tenere d’occhio il fenomeno. Segnaliamo (e segnalateci: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., o anche su twitter @inGenereIt e su Facebook) le prossime “men-only conference” di cui avete notizia, teniamo aperta una finestra di osservazione sugli ambienti in cui si pretende di fare l’innovazione, il cambiamento, il futuro, ma dalla solita vecchia prospettiva, senza includere le differenze. Di ogni genere.

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