Altraeconomia
17 06 2013

Le condanne definitive di decine di agenti, quasi tutte vanificate dalla prescrizione, dovrebbero scuotere forze politiche e istituzioni e spingere a radicali interventi di riforma delle forze dell'ordine. Ma l'Italia non è interessata a tutelare i diritti fondamentali dei cittadini: le riforme in cantiere puntano alla concentrazione dei poteri, in una logica leaderistica. Una vera cultura dei diritti è tutta da costruire.

Un paese attento ai diritti fondamentali dei propri cittadini sarebbe scosso e sconvolto dal giudizio espresso dalla magistratura - in via definitiva - sulla vicenda dei maltrattamenti inflitti ai detenuti nella caserma-carcere di Bolzaneto a Genova durante il G8 del 2001. E per più di un motivo.

Primo: la sentenza di Cassazione certifica che decine di persone furono sottoposte a trattamenti inumani e degradanti, cioè a tortura, nel chiuso di una caserma da parte di dipendenti dello stato.

Secondo: l'evidenza storica di quanto accaduto a Bolzaneto – acquisita da oltre un decennio grazie a decine di testimonianze delle vittime e a quelle degli infermieri penitenziari Marco Poggi e Ivano Pratissoli – non ha mai spinto i vertici delle forze dell'ordine né le istituzioni elettive a intervenire per accertare le responsabilità amministrative e professionali a tutti i livelli e quindi mandare un chiaro messaggio di assoluto rigetto di simili abusi.

Terzo: tutti gli imputati, in testa quelli riconosciuti responsabili penalmente degli abusi commessi, sono tuttora in servizio, incluso il personale medico, e non risultano azioni disciplinari in corso, né all'interno delle forze dell'ordine né per iniziativa dell'Ordine dei medici.

Quarto: solo sette persone, sulle 40 riconosciute responsabili dei vari reati contestati, non hanno beneficiato dalla prescrizione, causata dall'assenza di un reato specifico di tortura.

Quinto: la sentenza definitiva arriva a dodici anni dai fatti ma le forze politiche parlamentari non hanno in agenda alcun intervento di riforma volto alla prevenzione di abusi simili a quelli avvenuti a Bolzaneto.

L'Italia non è un paese interessato alla rigorosa tutela dei diritti fondamentali, come dimostra la scarsissima attenzione prestata alla sentenza su Bolzaneto e a quella dello scorso anno sui falsi e le violenze alla scuola Diaz, che pure portò alla decapitazione del vertice della polizia di stato.

Le maggiori forze politiche sono mute di fronte a fatti e giudizi penali abnormi, che in una sana democrazia sfocerebbero in decisioni amministrative e interventi normativi importanti: la sospensione/rimozione di tutti i responsabili; pubbliche scuse alle vittime dirette degli abusi e a tutti i cittadini; una profonda revisione delle attività di formazione; l'introduzione del reato di tortura con previsione della non prescrittibilità; l'istituzione di un organismo indipendente di protezione dei diritti umani.

Niente di tutto questo avverrà, perché la cultura democratica nel nostro paese è oggi ai minimi storici: si parla di "riforme", anche costituzionali, solo per garantire maggiore concentrazione dei poteri, in una logica leaderistica e autoritaria che ha travolto anche le tradizionali distinzioni fra destra e sinistra.

C'e' da ricostruire una cultura dei diritti; va messa in cantiere, sia pure da posizioni minoritarie e sapendo d'essere al momento inascoltati, una profonda riforma morale e strutturale delle forze dell'ordine e delle istituzioni di garanzia.

Siamo nel pieno di una stagione di democrazia autoritaria: come altro può definirsi la condizione di un paese che osserva con indifferenza la dichiarazione solenne, da parte dei giudici di Cassazione, che l'Italia è un paese nel quale si pratica la tortura?

Un paese nel quale gli stessi mezzi di informazione faticano a mettere in connessione la tolleranza – potremmo dire la compiacenza – mostrata dalle istituzioni per le torture praticate a Bolzaneto nel 2001 con la morte di Stefano Cucchi, Federcio Aldrovandi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Franco Mastrogiovanni?

Un paese nel quale chi osa mettere in luce le mancanze delle forze dell'ordine o proporre una riforma che le renda meno opache e più credibili sotto il profilo democratico, viene tacciato di estremismo?

Lorenzo Guadagnucci
 

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  • Sabato, 15 Giugno 2013 10:40 ,
  • Pubblicato in La Campagna

Bolzaneto: Cassazione, 7 condanne e 4 assoluzioni

  • Venerdì, 14 Giugno 2013 15:51 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
La Stampa
14 06 2013

Sette condanne definitive, 33 prescrizioni del reato, 4 assoluzioni. Questo il verdetto pronunciato dalla Cassazione nel processo sulle violenze accadute a Bolzaneto, nei gironi del G8 di Genova del 2001. I quattro imputati assolti sono Oronzio Doria, Franco Valerio, Aldo Tarascio e Antonello Talu, appartenenti alle Forze dell’Ordine.

I giudici della quinta sezione penale della suprema Corte hanno dunque confermato solo in parte la sentenza della Corte d’Appello di Genova pronunciata il 5 marzo 2010 per 44 imputati, poliziotti, carabinieri, agenti e medici della penitenziaria. Gli `ermellini´ hanno rigettato il ricorso presentato dalla procura generale di Genova, in cui si chiedeva di sollevare questione di legittimità costituzionale sul mancato adeguamento dell’Italia ai principi della convenzione europea che sanciscono l’imprescrittibilita’ di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti.

In Italia, infatti, non è stato introdotto il reato di tortura. I sette imputati per cui è stata confermata la condanna sono l’assistente capo di polizia Massimo Luigi Pigozzi (tre anni e due mesi per lesioni aggravate), accusato di aver `strappato´ una mano al manifestante Giuseppe Azzolina, gli ispettori di polizia Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco (condannati a un anno perché rinunciarno ai termini di prescrizione), gli agenti penitenziari Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (un anno), e il medico Sonia Sciandra (due anni e due mesi), accusata di falso ideologico nella compilazione delle cartelle cliniche. Sciandra è stata invece assolta dal reato minaccia, in concorso con un altro imputato Aldo Amenta, ai danni di Giuseppe Azzolina «per non aver commesso il fatto».

La sentenza su Bolzaneto

  • Giovedì, 13 Giugno 2013 14:48 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
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13 giugno 2013

Il 14 giugno prossimo si concluderà davanti alla  Corte di Cassazione di Roma il processo contro i poliziotti, agenti della penitenziaria e medici responsabili delle torture fisiche e morali infitte ai manifestanti contro il G8 del 2001 a Genova, all’interno della caserma Bolzaneto, utilizzata come lager di detenzione provvisorio secondo i piani di sicurezza di quel vertice del G8.

G8 Genova, rischiano l'oblio 200 casi di violenze e abusi

  • Lunedì, 10 Giugno 2013 10:04 ,
  • Pubblicato in Flash news
Diritto di cronaca
10 06 2013

Chiesta l'archiviazione per oltre 200 denunce di violenze di strada. Le poche forze destinate alle indagini hanno bloccato il lavoro dei magistrati. Ed ora si rischia l'oblio.

Il G8 di Genova non smette di far palare di sé: la magistratura ha chiesto l’archiviazione per oltre 200 denunce per “violenza di strada”, a carico delle forze dell’ordine. La cattiva ripartizione dei fascicoli e la mole di lavoro prodotta dai processi “Diaz” e “Bolzaneto” ha impedito ai pm di occuparsi d’altro. Ed oggi si rischia di non riuscire a sapere la verità su ciò che accadde per le strade della città ligure.

La richiesta di archiviazione. Il G8 che si svolse a Genova nel 2001 è tristemente noto per la morte di Carlo Giuliani e per gli episodi di violenza che avvennero nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, trasformatesi in luoghi di tortura. In realtà, in quei giorni, il capoluogo ligure fu teatro di una vera e propria guerriglia urbana, con moltissimi scontri ed episodi dubbi. Nei giorni che seguirono il meeting internazionale, oltre 200 manifestanti presentarono denunce, dichiarando di aver subito dalle forze dell’ordine pestaggi, arresti ingiustificati o altre violazioni di diritti. Oggi i pm incaricati di far luce su quegli episodi chiedono di “non decidere”, di archiviare i fascicoli senza avviare nemmeno l’istruttoria.

Violenza di strada. Patrizia Petruzziello, Francesco Cardona Albini e Vittorio Ranieri Miniati sono tre dei quattro magistrati che, in questi dodici anni, si sono occupati dei processi sul G8 di Genova, Diaz e Bolzaneto in testa. Sono loro stessi ad aver chiesto di procedere all’archiviazione delle 222 denunce per “violenza di strada”. Se la richiesta verrà accettata nessuno saprà mai la verità su un altro importante capitolo di ciò che avvenne a Genova nell’estate 2001. Sono pochissimi, infatti, i casi di questo genere arrivati a sentenza. E’ accaduto, ad esempio, per un episodio avvenuto a piazza Manin: 4 poliziotti sono stati condannati per aver arrestato illegalmente due studenti spagnoli. Nell’ambito dello stesso procedimento, un quinto poliziotto è stato condannato per falsa testimonianza.

Un’archiviazione evitabile. Con l’archiviazione chiesta dai magistrati, però, molti altri casi simili rischiano l’oblio. Ma perchè si è arrivati a questo punto, dodici anni dopo i fatti? Sono gli stessi pm a rispondere alla domanda: carico di lavoro sproporzionato rispetto alle forze messe in campo dalla macchina della giustizia. Il pool chiamato ad occuparsi di queste 200 denunce, infatti, è lo stesso che si è occupato dell’istruttoria dei casi Diaz e Bolzaneto. Processi che hanno richiesto sforzi notevoli, per la loro complessità e delicatezza, e durante i quali i magistrati si sono dovuti anche far carico di attività di indagine solitamente in mano alla polizia giudiziaria. Tutto ciò gli ha impedito di dedicarsi anche agli altri casi di violenza urbana. E’ così che adesso si trovano costretti a chiedere l’archiviazione, suscitando l’indignazione dei denuncianti e dei loro avvocati, che dopo oltre un decennio di attesa rischiano di ritrovarsi con un nulla di fatto. L’impressione è che, se già nel 2001 si fosse provveduto a ripartire i fascicoli processuali in maniera diversa, evitando di sovraccaricare pochi magistrati, non si sarebbe arrivati a questo punto.

La sentenza su “Bolzaneto”. Tornano così ad accendersi i riflettori sui tragici fatti di Genova, una ferita ancora aperta. E tornano ad accendersi proprio a ridosso di un’altra data importante. Il 14 giugno, infatti, è attesa la pronuncia della Cassazione per le violenza avvenute nella caserma di Bolzaneto. Un processo che conta ben 250 parti offese e 44 condannati in secondo grado. Se la Corte Suprema dovesse confermare la sentenza di appello le pene inflitte agli imputati risulterebbero coperte da indulto, ma scatterebbero comunque la responsabilità civile (quindi i risarcimenti alle vittime) e i provvedimenti disciplinari a carico di poliziotti e medici.

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