Diritti umani e polizia in Italia

  • Lunedì, 11 Marzo 2013 14:15 ,
  • Pubblicato in Flash news
Osservatorio Repressione
11 03 2013

Pubblichiamo la prefazione di Lorenzo Guadagnucci, giornalista vittima delle violenze alla scuola Diaz a Genova nel luglio 2001, al rapporto "Diritti umani e polizia in Italia" di Amnesty International.

Sotto i colpi dei manganelli non pensi a niente. Solo a proteggerti, a limitare i danni. Ma subito dopo subentra l'angoscia: trovarsi in balìa di funzionari dello Stato, di agenti di polizia che sarebbero tenuti a garantire la tua sicurezza e i tuoi diritti, e invece ti umiliano e mettono a repentaglio la tua salute e la tua vita, è un'esperienza sconvolgente. Mi è capitato di viverla il 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova. Curate le ferite, superato lo choc dell'arresto, è cominciata per me una nuova vita, segnata da un obiettivo preciso: ottenere giustizia, recuperare fiducia nelle forze dell'ordine e nelle istituzioni.

È stato un cammino molto duro, pieno di amarezze, che ha condotto in capo a undici anni (troppi!) a risultati importanti sul piano giudiziario, con le condanne definitive dei funzionari e dirigenti che guidarono quella sanguinosa operazione di polizia, che portò anche all'arre-sto ingiusto, sulla base di prove false, di 93 persone (io fra queste).

Non posso dire che sia stata fatta giustizia fino in fondo, perché gli autori materiali delle violenze non sono stati perseguiti dal-la magistratura e perché le istituzioni non sono state all'altez-za del loro compito, hanno cioè stentato a mettersi dalla parte dei cittadini privati di diritti fondamentali, ossia noi 93 ospiti della scuola Diaz. Il lavoro della magistratura è stato ostacolato in ogni modo ed è arrivato a conclusione solo per la tenacia e la lealtà di alcuni magistrati e giudici; gli uomini di governo non hanno chiesto scusa per le violenze e i falsi di quella notte e non hanno punito né avviato procedimenti disciplinari per i responsabili degli abusi.

Questa vicenda è stata per me una grande lezione. Mi ha fatto capire che mi sbagliavo, quando pensavo che nel mio Paese certi diritti fondamentali fossero garantiti una volta per tutte. Non è retorica affermare che i diritti, anche quando sono scritti nella Costituzione, vanno difesi giorno per giorno. In qualche modo ne siamo tutti custodi e tocca a ciascuno di noi, a ogni singolo cittadino, il compito di renderli vivi, attuali. È un compito quotidiano, di vigilanza, di denuncia e di solidarietà con chi subisce torti e abusi. Il più grave errore che si possa fare, è pensare che tocchi a qualcun altro occuparsene, che ci siano soggetti o istituzioni cui delegare l'onere di esigere il rispetto di ciò che è scritto sulla carta.

Non è così. Non c'è istituzione, non c'è tribunale che possa sostituirsi all'esercizio diretto dei diritti di cittadinanza. Il cittadino consapevole, informato, cosciente è il miglior custode possibile dei diritti umani, delle libertà civili. I tanti, troppi casi di persone private ingiustamente della libertà, a volte della vita, per responsabilità diretta o indiretta di uomini dello Stato, dimostrano che nessuna delega è possibile, nemmeno alla magistratura. Le strutture di potere, tutte le strutture di potere, tendono a chiudersi in se stesse, a nascondersi alla vista. Hanno sempre la tentazione di chiudere le porte e di gestire al proprio interno eventuali errori commessi da propri appartenenti.

Ma questo comportamento non è compatibile con un'autentica democrazia, che vive e respira solo se le strutture di potere, a cominciare dalle forze dell'ordine, tengono porte e finestre aperte, sono quindi trasparenti e ammettono la verifica esterna dei propri comportamenti.

Non si tratta di contrapporsi alle forze dell'ordine, di guardarle con ostilità. Si tratta, piuttosto, di aiutarle a essere coerenti con lo spirito di una democrazia degna di questo nome. La battaglia per la trasparenza, per il diritto a una verifica immediata ed efficace delle responsabilità di eventuali errori, per la sospensione o la rimozione di chi abbia commesso atti o reati troppo gravi, è una battaglia di libertà e di garanzia che va nell'interesse della collettività e anche di chi lavora nelle forze dell'ordine. Non possiamo nasconderci che la legislazione italiana è ancora carente sul piano della tutela giuridica dei diritti umani (manca ancora nel nostro ordinamento il reato di tortura!) e che i comportamenti concreti delle forze di polizia in molti casi critici, alcuni dei quali documentati nelle pagine che seguono, sono stati assolutamente inadeguati, del tutto inaccettabili per un Paese democratico.

Gli episodi gravissimi di cui si parla in questo volume non sono stati affrontati in modo degno dalle istituzioni: non c'è stata trasparenza, abbiamo assistito a gravissimi tentativi di depistaggio e solo la tenacia delle famiglie, come quelle di Federico Aldrovandi e di Gabriele Sandri, ha permesso di diradare la nebbia di silenzi e menzogne e arrivare a ricostruzioni credibili dei fatti e all'accertamento di almeno una parte delle responsabilità.

Questi e altri casi ci insegnano che non saranno le forze di polizie da sole, e nemmeno le istituzioni statali per conto proprio, ad aprire la stagione di riforme che ormai è necessaria. Solo i cittadini, partecipando, informandosi, agendo, potranno smascherare gli apparati di potere che rifiutano di aprirsi alla trasparenza e dettare nuove regole di condotta. Solo la militanza quotidiana, con l'esercizio dei diritti di cittadinanza, potrà gettare fasci di luce in quelle zone d'ombra che favoriscono l'abuso e l'ingiustizia.  

Lorenzo Guadagnucci

Io c'ero: il macello al G8 era programmato

  • Domenica, 24 Febbraio 2013 09:57 ,
  • Pubblicato in La Storia
Franco Fracassi, 100 passi
22 febbraio 2013
 
La Polizia sapeva tutto in anticipo. Sapeva dove sarebbero iniziati gli scontri e a che ora. Sapeva persino luogo e ora delle prime devastazioni dei black bloc. Nulla venne fatto per impedire che a Genova si scatenasse l'inferno. ...
Osservatorio sulla Repressione
11 02 2013

Il gip Adriana Petri dispone l'archiviazione per 20 dirigenti e funzionari accusati di non avere impedito il tentato omicidio del free lance inglese Mark Covell, pestato e massacrato di botte all'esterno della scuola Diaz il 21 luglio 2001.

Per il gip Adriana Petri non vi sono elementi probatori sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio dei dirigenti e funzionari delle forze di polizia al G8 di Genova (Giovanni Luperi, vice direttore Ucigos, Francesco Gratteri e Gilberto Calderozzi, direttore e vice direttore dello Sco, Spartaco Mortola, dirigente della Digos di Genova, Vincenzo Canterini e Michelangelo Fourniei, comandante e vicecomandante del Primo Reparto Mobile di Roma, e tutto il gruppo apicale coinvolto quella notte) per non avere impedito il tentato omicidio nei confronti del giornalista inglese Mark Covell e le lesioni aggravate di altri quattro giovani fuori dalla scuola Diaz la sera del blitz della polizia nel luglio 2001.

Per questo motivo ha disposto l'archiviazione del procedimento, "pur censurando come gravissima la mancata collaborazione degli investigatori con la Procura di Genova che di fatto ha impedito l' individuazione dei singoli responsabili".

Inoltre il il gip Adriana Petri  ha disposto l'archiviazione dei reati di lesioni personali aggravate essendosi prescritte prima della richiesta di archiviazione. Ha pure ritenuto infondata l'eccezione di incostituzionalità delle norme del codice penale sulla prescrizione dei reati, in quanto materia di esclusiva competenza del legislatore. In tutto le posizioni archiviate sono state 20.

La vicenda del giornalista britannico Mark Covell era stata una delle più gravi ed eclatanti all’interno della ‘macelleria messicana’ che si pertetrò alla scuola Diaz.

L’uomo fu picchiato selvaggiamente e senza motivo da un drappello di poliziotti a pochi metri dall’ingresso della scuola Diaz, poco prima che gli agenti facessero irruzione in quello che era il media center della protesta massacrando decine di mediattivisti ed inermi manifestanti.

Covell finì in coma, con alcune costole fratturate, i polmoni perforati, ben 16 denti rotti o saltati, un’emorragia interna e danni anche alla spina dorsale. Non solo. Nessuno delle decine di agenti che passarono accanto al suo corpo si degnò di prestargli soccorso.

La sua storia aveva fatto il giro del mondo, insieme a quelle di altri attivisti stranieri pestati selvaggiamente in quelle giornate del luglio del 2001.

Supporto cartaceo – 11 matite per Supporto Legale

  • Giovedì, 07 Febbraio 2013 21:11 ,
  • Pubblicato in L'Incontro
Venerdì 8 febbraio, ore 19.00
Nuovo Cinema Palazzo
Piazza dei Sanniti 9A, Roma

Dal G8 al Ministero di Giustizia

  • Lunedì, 26 Novembre 2012 10:30 ,
  • Pubblicato in Flash news
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26 11 2012

La carriera del generale Bruno Pelliccia, prescritto per le violenze a Bolzaneto
 
E’ uno degli agenti e funzionari prescritti in appello per le violenze all’interno della Caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova del 2001 l’attuale direttore dell’Ufficio per la Sicurezza Personale e della Vigilanza dell’Amministrazione penitenziaria presso il Ministero della Giustizia a Roma.

Si tratta del generale della polizia penitenziaria Bruno Pelliccia, 51 anni, il cui nome è balzato alla cronache in questi giorni, dopo un video pubblicato da Repubblica.it ha ipotizzato che sul corteo degli studenti romani di mercoledì scorso fossero stati tirati lacrimogeni direttamente dalle finestre del Ministero di Giustizia, ipotesi che ha provocato sgomento ma anche una buona dose di ironia come si vede dai finti cartelli stradali “Piovono lacrimogeni”, attaccati in tutta via Arenula da un gruppo di artisti.

Ma se, sul punto, sia il generale Pelliccia (che in pratica comanda gli agenti della penitenziaria a guardia del Ministero) sia le indagini affidate dal ministro Severino al Racis dei Carabinieri, sembrano escludere che i lacrimogeni siano davvero stati lanciati dall’alto, la vera notizia è che, ancora una volta, un ufficiale condannato (prescritto) per le violenze al G8 di Genova, ha fatto nel frattempo carriera.

Pelliccia era infatti capitano del disciolto corpo degli agenti di custodia nelle giornate del G8 del 2001. E’ stato assolto in primo grado, ma dichiarato in secondo grado responsabile civilmente in quanto i reati per i quali è finito a processo (abuso d’ufficio e abuso d’autorità contro persone arrestate e detenute) sono stati nel frattempo dichiarati prescritti. Stessa (buona) sorte per il collega di pari grado Ernesto Cimino, anche lui condannato (prescritto) in appello e anche lui nominato generale lo stesso giorno, il 26 gennaio 2011.

La sentenza emessa dalla Corte di Appello di Genova il 5 marzo 2010 contiene 44 condanne (in primo grado erano 15) a carico di medici infermieri, poliziotti e agenti di polizia penintenziaria, anche se i reati sono caduti quasi tutti in prescrizione.

Condanne che devono passare ancora al vaglio della Cassazione, che si pronuncerà il prossimo maggio. La promozione a generale risale al gennaio 2011 e il nuovo prestigioso incarico a Direttore dell’Ufficio per la Sicurezza Personale e della Vigilanza dell’Amministrazione penitenziaria presso il Ministero della Giustizia è del 22 febbraio di quest’anno, dopo quindi la sentenza della Corte di appello di Genova che sancisce, anche se non in via definitiva, la responsabilità civile dell’attuale generale.

“Sono allibito da questa notizia – dice l’avvocato Riccardo Passeggi, che difende alcune dell vittime di Bolzaneto – perché prescrizione non significa assoluzione: se queste condanne, come ci auguriamo, saranno confermate in Cassazione queste persone dovranno risarcire le vittime, e nel frattempo fanno carriera”.

“Mentre gli ufficiali condannati a risarcire le vittime vengono promossi – aggiunge Emanuele Tambuscio anche lui legale di parte civile – il Ministero della Giustizia e quello degli Interni non hanno ancora versato un euro per risarcire le vittime, come stabilito già nel 2008 dalla sentenza di primo grado” .

Katia Bonchi

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