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Più servizi e meno sportelli per le donne

Pina Adorno, Consulta Consultori Roma
18 aprile 2013

Nell'Italia dove la nuova parola d'ordine sembra essere fare e soprattutto fare presto piuttosto che fare bene, vi segnalo la nascita dell'ennesimo "sportello" che in questo caso si propone come la soluzione ai problemi delle donne che hanno abortito e che, per questa ragione, …"si trovano a vivere un forte disagio emotivo e psicologico (depressione, ansie, fobie, disturbi sessuali)".

Social taliban

  • Martedì, 16 Aprile 2013 08:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
Lipperatura
16 04 2013

Non so voi, ma la recrudescenza dei toni e delle argomentazioni degli antiabortisti mi sgomenta. Per esempio, da quando il nome di Emma Bonino ha cominciato a circolare fra i candidati alla presidenza della Repubblica, su quel luogo di agnellini che è Facebook è cominciato il passa-passa-guarda-guarda delle fotografie di Bonino ai tempi del Cisa. Cosa fosse il Cisa, è faccenda ignorata dalle anime belle e ferocissime che rigurgitano odio sui social: questo, per chi volesse, è un volantino che veniva diffuso nell’anno di grazia 1974. A questo punto occorrerebbe anche ricordare (per chi c’era, come la sottoscritta), le file di donne (e di uomini) che dal secondo piano di via Torre Argentina arrivavano in strada, il martedì e giovedì pomeriggio, quando nella sede del partito radicale si ospitavano le riunioni del Cisa.

E ogni giorno noi ragazze e ragazzi dell’agenzia di stampa alzavamo il telefono, percepivamo esitazione dall’altra parte e senza neanche aspettare la domanda brontolavamo “il martedì e giovedì alle cinque”. Perché eravamo giovani e stupidi, e non ci rendevamo conto della paura e del dolore  di chi faceva quella telefonata, visto che l’aborto era illegale, e davamo assai più ascolto alla nostra scocciatura perché, letteralmente, era impossibile usare il telefono. Giovinezza e stupidità, in effetti, non giustificano la mancanza di empatia: non ne faremo mai abbastanza ammenda.

Questo era il Cisa. Cari “giuristi per la vita” che oggi vi riunite a presentare il vostro bel librino anti-Bonino e anti-aborto, questo era il Cisa. Cara Costanza Miriano, che attribuisci a Emma Bonino la palma velenosa del male assoluto, questo era il Cisa. Un’organizzazione di volontarie e volontari che rischiava il carcere (e in carcere molti sono finiti) perché le donne, all’epoca, morivano di aborto clandestino. Una mia amica di adolescenza ci è andata molto vicina: aveva sedici anni, aveva radunato non so come una cifra per l’epoca ragguardevole, fece un raschiamento senza anestesia nello studio di un medico tanto perbene e tanto cattolico. Quasi morì di febbre.

Un paese civile deve poter garantire la libera scelta ai suoi cittadini. In questo paese scegliere di interrompere la gravidanza non è possibile, o è sempre meno possibile (qui le notizie su Brindisi, che seguono quelle di qualche settimana fa relative a Bari). In questo paese chi si è battuto per i diritti viene lapidato dalle nuove icone del fondamentalismo da social network.  C’è chi in rete scrive che se Emma Bonino o Stefano Rodotà fossero eletti presidenti della Repubblica emigrerebbe. Perdonate la chiosa, ma credo che fra i molti ottimi motivi per auspicarne la nomina, questo svetta ai primi posti.

Legge 194, LAIGA: Roma chiama Milano

Silvia Vaccaro, Noidonne
10 aprile 2013

Il secondo Convegno Nazionale di Laiga lancia un nuovo allarme sull'applicazione della 194 e sul ruolo dei medici. Riflessioni all'insegna di uno slogan "fidarsi solo di chi rispetta le nostre scelte". ...

Che fine ha fatto il consultorio?

  • Venerdì, 05 Aprile 2013 13:31 ,
  • Pubblicato in INGENERE
02 04 2013 

Inchiesta - Pensati per essere promotori di progetti di salute pubblica e di servizi per la pianificazione familiare e la maternità, a quasi quarant’anni dalla loro istituzione i consultori sono tra le vittime dei tagli al welfare territoriale. Nel frattempo diverse cose non sono andate come si sperava. Intervista al ginecologo Silvio Anastasio.

Abbandonati, impoveriti, superati?  Da tempo al centro di richieste di riqualificazione, ma anche di roventi polemiche politiche -  com'è successo nel Lazio per la proposta di legge Tarzia, che prevedeva di finanziare associazioni private pro-life –, i consultori familiari sono in prima fila tra le vittime dei tagli al welfare territoriale: erano 2097 nel 2007, e due anni dopo, nel 2009, ne risultavano 1911. Questi i dati contenuti nell’ultima relazione del ministero della salute, dell'anno 2010: da allora, più niente. Cosa succede ai consultori, e cosa si può fare per rilanciarli, a quasi trent'anni dalla legge che li ha istituiti? InGenere.it ha posto la questione a una serie di esperte ed esperti, portatori di pratiche e riflessioni sull'argomento. Cominciamo con un’intervista a Silvio Anastasio, ginecologo alla clinica ostetrica universitaria di Bari dal 1973 al 2005, e da allora primario del reparto di ginecologia-ostetricia dell'ospedale Madonna delle Grazie di Matera.

Qual è lo stato attuale dei consultori?
Cominciamo con un dato di fatto: la legge che ha istituito i consultori prevedeva che vi fossero diverse figure professionali (dal ginecologo all'educatore, dall'assistente sociale allo psicologo), cosa che purtroppo succede in pochi casi. Probabilmente ci sono differenze tra nord e sud, ma per quello che ho potuto osservare direttamente tra Basilicata e Puglia, e per la Calabria e la Campania, di cui ho informazioni indirette ma attendibili, sono rare le strutture in cui operi un’equipe completa, con tutte le figure professionali previste. Inoltre non è stato mai fatto quel lavoro di messa in comune delle conoscenze e delle pratiche, come doveva essere il consultorio nell’idea iniziale.

Qual era la loro concezione originaria?
Il consultorio doveva essere un posto aperto e rivolto all’esterno, capace di portare fuori, nel territorio, il sapere. Doveva essere in grado di guardarsi attorno per intercettare e rispondere ai bisogni di salute, di capire i cambiamenti della società per poi decidere quali interventi fare e come. Inoltre gli operatori non dovevano essere semplici specialisti di qualcosa, ma figure in grado di agire in sinergia.

Com’è andata invece?
Questi propositi non sono stati mai realizzati, di sicuro mai pienamente. Per esempio la figura del counselor, o consulente, non è mai stata sviluppata. Non è mai stata realizzata una metodologia di intervento all’esterno, tra le persone. E quando una struttura non risponde ai bisogni per cui è stata creata finisce per rispondere solo alle proprie esigenze, cioè finisce per avere un atteggiamento corporativo. Il consultorio è diventato un posto utile per lo più a chi ci lavora, e non all’utenza. Oggi la popolazione è composta da una varietà di etnie, tanto per citare un cambiamento evidente, e cosa hanno fatto i consultori per attrezzarsi di fronte alla novità? Oppure chiediamoci: fanno forse informazione nelle scuole? Non mi risulta. Il consultorio è rimasto per lo più un luogo chiuso, che non ha visibilità, e infatti ci vanno o i gruppi più marginali, o le persone molto informate….bisognerebbe provare a contare quante sono le donne e le famiglie che entrano in contatto con queste strutture. Al loro interno non si lavora in gruppo, non si fa rete, non ci sono sistemi di verifica, non hanno relazione con le strutture ospedaliere, e se c’è è conflittuale.

Secondo lei cosa ha impedito uno sviluppo in questo senso?
Il mancato inserimento nel territorio, insieme a altri fenomeni sociali, soprattutto riguardo la gravidanza e come la si segue, la sua progressiva medicalizzazione, l’arrivo di strumenti sofisticati come l’ecografia: tutto ciò ha accentuato la distanza tra il consultorio familiare e i bisogni della popolazione. Un numero sempre più grande di donne ha deciso di far seguire le proprie gravidanze, per altro sempre meno frequenti e sempre più costose, dal suo medico. Questa privatizzazione, questa marcata personalizzazione dell’assistenza, ha determinato una serie fenomeni, tra cui l’impoverimento della funzione dei consultori.

Dunque c’è stato un abbandono di massa?
Le donne e delle loro organizzazioni sembrano aver avuto altre priorità in questi anni. L’attenzione degli anni Settanta non si è mantenuta e non è stata strutturata in modo da diventare attenzione costante verso il mondo dei servizi. Questo avrà le sue ragioni, la società e le priorità cambiano, ma certo una disattenzione globale ha favorito una certa autoreferenzialità dei servizi.

Come si potrebbe intervenire per risolvere questi problemi?
È molto difficile immaginare soluzione spontanea del problema. A mio parere le possibilità sono due: o c’è una radicale ristrutturazione che parta dall’andare a vedere molto da vicino, in ogni singola struttura, cosa funziona e cosa no, per poi ristabilire delle priorità, capire cosa si vuole che i consultori facciano, e metterli in condizione di farlo. Oppure si realizza un movimento dal basso: le persone, le famiglie, donne, uomini e giovani trovano la forza di reclamare quello che gli spetta, perché, come dicono gli americani, I've paid for it. E cominciano a non tollerare più di aspettare, di trovare le porte chiuse, di essere rinviati, di non avere la contraccezione di emergenza eccetera.

Da dove partire per un’eventuale “ricostruzione”?
Innanzi tutto bisogna darsi degli obiettivi ragionevoli e misurabili, e poi capire cosa cambiare e come. Alcuni interventi di messa a punto consultori sono stati fatti, individuando i criteri di accorpamento, le funzioni da svolgere e verificando i compiti. Per esempio in Puglia è stato fatto da Antonio Masciandaro e Rosa Guagliardo: un progetto che ha avuto vita difficile, ma che ha prodotto dei risultati. Inoltre sarebbe interessante capire se si riesce a creare, per il futuro, una figura professionale capace di muoversi indifferentemente tra ospedale, consultorio, ambulatorio, territorio eccetera. Figura che sviluppa una serie di abilità e le pratica in diversi contesti: una cosa è fare il pronto soccorso in ospedale, e una cosa è parlare a un gruppo di donne in un percorso di accompagnamento alla nascita.

Ci sono modelli o esperienze interessanti, che potrebbero essere osservati ed estesi?
Per esempio alcuni ospedali inglesi in cui le donne prima del parto vanno in ospedale e incontrano le ostetriche che le seguiranno. Un modello interessante che però richiede che le ostetriche siano delle figure qualificate e autonome. Potrebbe essere replicato anche in Italia ma è dura.

Perché?
Per conflitto di interessi. E per la difficoltà che possono avere le ostetriche, almeno quelle di una certa generazione, ad assumersi delle responsabilità importanti. In Inghilterra ci sono dei posti guidati dalle ostetriche in cui si va a partorire, alcuni gemellati con ospedali e altri no. Delle donne seguite in queste unità un 30% viene poi trasferito in ospedale. Sono realtà complesse, la presenza di figure in grado di muoversi tra questi diversi “mondi” facilita, e evita la formazione di quei cristalli culturali che fanno sì che ognuno si muova solo nel suo “piccolo mondo antico”.

Lei prima accennava ai rifiuti della contraccezione di emergenza. I dati, altissimi, degli obiettori di coscienza sono noti da tempo.
I medici che attualmente garantiscono l’applicazione della 194 non solo sono sempre meno, ma stanno progressivamente invecchiando, si tratta della vecchia guardia, non c’è il ricambio generazionale. Ci sono voci ricorrenti di ripresa dell’abortività clandestina. Io non sono in grado di verificare se questo è vero, ma quando in una struttura il 95% dei ginecologi è obiettore, in concreto come si fa a garantire il servizio, e con che qualità? Credo che la risposta sia scontata. A questo punto è pensabile che una donna appena appena sveglia scelga di spostarsi lei. Io non studio più il fenomeno da tempo, ma quando anni fa lo abbiamo fatto insieme ad altri colleghi la migrazione era evidente, c’erano due o tre case di cura convenzionate nella regione Puglia che facevano il pieno e hanno risolto i loro problemi economici con le interruzioni di gravidanza in convenzione.

Gina Pavone

"Quel tabù che dura da 40 anni"

  • Venerdì, 29 Marzo 2013 12:31 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
28 03 2013

Il dibattito pubblico in difesa della legge 194 prosegue. Di seguito l'intervento di Magda Terrevoli, componente della Commissione regionale pari opportunità

Mi disturba pensare che, ancora oggi, a quasi 40 anni dall'approvazione della legge 194 in Italia di aborto è quasi impossibile parlare. Argomento rimosso dalle conversazioni private e, guardato con ostilità nei dibattiti politici, se non in forme ipocrite come la definizione di male minore. Di fatto di aborto è impossibile parlare! Tralasciando i tanti contrari molto spesso in malafede, i favorevoli (ed anche usare questa parola ha una connotazione negativa) si premurano di affermare che è sempre una circostanza eccezionale ed è una scelta (?) che sarà pagata con un eterno senso di colpa e di dolore insomma il dramma necessario! L'impronta morale è la stessa di sempre e, neanche una legge che ne ha sancito la possibilità, in maniera legittima, è riuscita in 40 anni a modificarla.

Nei 40 anni dalla sua approvazione, l'unica azione forte portata avanti, è stata quella di cancellarla e, non riuscendoci, si è agito, in tutte le forme e i modi, per segnarla con un giudizio fortemente negativo. Ma la vergogna maggiore è la totale rimozione della figura maschile. L'aborto è delle donne, gli uomini non sono mai chiamati in causa né sui temi della contraccezione e né su quello dell'inevitabilità. La donna, e sempre la donna, è al centro della questione: su di lei il peso di una morte, perché di questo i falsi moralisti ragionano!

La loro ipocrisia è ancora più evidente quando parlano di deroghe possibili, come nel caso di stupro. Ma come si può condannare l'aborto in nome dell'embrione o, come amano definirlo "bambino non nato", e poi fare delle eccezioni? Come può, il modo in cui è cominciato lo sviluppo, modificare i diritti? Perché lo fanno? Perché sarebbe troppo impopolare non ammettere questa eccezione e potrebbe non essere utile alla loro causa. Offrono una deroga per negare una autonomia!. Quell'autonomia per cui, l'unica a decidere se portare avanti o interrompere una gravidanza, deve essere la donna, e le ragioni che la spingono a farlo sono intime e incontrovertibili. E la sua autonomia non può essere fermata neanche dai diritti di una ipotetica persona "potenziale" contrapposti a quelli di una persona attuale.

Io spero che davvero si incominci ad attuare nella sua interezza la legge 194, e si possa mettere fine alla clandestinità e alle morti conseguenti. Mi piacerebbe vivere in un mondo in cui si possa incominciare a ragionare di maternità voluta, desiderata, di contraccezione e di educazione non solo sessuale ma educazione al desiderio. Mi piacerebbe che nelle scuole primarie e secondarie si costruissero percorsi per il riconoscimento e il rispetto delle differenze, percorsi in cui i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze possano uscire finalmente dall'idea malsana di possesso e dominio. Questo sarebbe un percorso utile a rendere l'aborto un evento marginale e non il centro strumentale della questione. Un'ultima considerazione: tanta strenua difesa dei diritti dei non nati non corrisponde quasi mai a una strenua difesa dei diritti degli "una volta nati".

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