L'aborto riguarda la sessualità, non la morale

  • Mercoledì, 27 Marzo 2013 09:32 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Lea Melandri, GiULiA
26 marzo 2013

Il 9 marzo 2013 si è svolto a Milano un convegno - "Legge 194. Cosa vogliono le donne"*.
Ne è uscito un Manifesto (in allegato), che contiene alcune proposte concrete riguardanti "i confini del diritto all'obiezione di coscienza", una applicazione della legge che non la snaturi, la centralità dei consultori, la formazione dei futuri medici e degli infermieri.

La disperazione muta delle 'madri per sbaglio'

  • Venerdì, 22 Marzo 2013 07:57 ,
  • Pubblicato in LETTERA 43
Lettera43
22 03 2013

Feti abbandonati. Bambini gettati nell'immondizia. Dietro il dramma, la condizione delle donne che non cambia col tempo. Neppure coi diritti.

L'ultimo l'hanno trovato a Roma, nella pattumiera di un bar vicino al Circo Massimo. Un feto, probabilmente frutto di un parto prematuro.
Questo a meno di un mese dalla scoperta del cadaverino di un bebè - nato vivo - in un cestino dei rifiuti dell'Ospedale San Camillo, e a due dal salvataggio di una neonata da un cassonetto del centro di Bologna, pochi giorni dopo che una ragazza aveva partorito un bimbo nel bagno di un McDonald della capitale.

Tutte scoperte fortuite che, insieme con lo sgomento e con lo sdegno, suscitano una domanda più inquietante: quante volte sarà successo, tra un episodio e l'altro, senza che nessuno se ne accorgesse, perché non c'erano in quel momento passanti in grado di cogliere quel vagito, o di distinguerlo da un miagolio, o troppo frettolosi per lanciare uno sguardo in più in quel cestino dei rifiuti?

NELL'800, 100 MILA ABBANDONI. L'abbandono dei neonati, perfino la loro soppressione quando non voluti o «figli della colpa», è vecchio come il mondo e tuttora praticato in angoli del mondo non poi così remoti.
In Italia non c'è bisogno di rievocare il paterfamilias romano che sollevava da terra i figli che intendeva riconoscere come suoi e allontanava con il piede quelli che non voleva accollarsi, pur avendoli generati.
Si calcola che nella cristianissima Europa occidentale verso la metà dell'800 venissero abbandonati più di 100 mila bambini l'anno; molti in Italia, prima soprattutto al Nord, e verso fine secolo anche nel Mezzogiorno.

DONNE VITTIME DEGLI UOMINI. Il picco degli abbandoni si registrava nei mesi di febbraio, maggio e giugno, quando nascevano i «bastardi» concepiti durante la mietitura del grano, la vendemmia o la raccolta delle castagne.
Era la mobilità a esporre le donne, contadine e braccianti a giornata nelle fattorie altrui, alla promiscuità (che poteva essere amore passeggero, ma altrettanto spesso seduzione violenta o stupro) e alle gravidanze indesiderate.
Erano donne sole, indifese, senza il sostegno di una famiglia, senza la minima nozione di educazione sessuale o di rispetto per il proprio corpo, senza la possibilità di rivolgersi a un medico o a una levatrice; considerate inferiori dallo Stato, dalla Chiesa e anche dalla scienza, in balia di qualunque uomo, cui erano soggette per il semplice fatto di essere femmine e al quale non potevano dire no, perché comunque se lui voleva poteva farle passare per donnacce.

DISONORATE PER UN FIGLIO. Rimanere incinta era la rovina, il disonore e la fame, per sé e per il figlio.
C'era chi la faceva finita (ogni giorno fiumi e canali restituivano cadaveri di «traviate») e c'era chi tentava di salvarsi annientando il «frutto del peccato» in cui, nell'abbrutimento della disperazione, non sarebbe mai riuscita a vedere una creatura da amare.
La letteratura dell'800 attingeva abbondantemente ai loro drammi. La dolce Margherita del Faust di Goethe, in preda alla paura e alla vergogna, uccide il bimbo avuto clandestinamente dal protagonista e viene condannata a morte (ma Dio la perdonerà).
La madre dei mostri di Maupassant nasconde le gravidanze irregolari stringendosi il ventre in un corsetto di asticelle e di corde e partorisce esseri ripugnanti che vende alle fiere.

FRUTTI DI GREMBI PROLETARI. È improbabile che le decine di feti mummificati o in salamoia esposti nei musei di anatomia (all'epoca non c'erano freezer come quelli dell'Università Bicocca di Milano) fossero stati concepiti da signore bene all'interno di matrimoni borghesi.
Più plausibile che fossero prodotti da grembi proletari che non facevano una bella vita, ammesso che le loro proprietarie fossero sopravvissute all'aborto, procurato o spontaneo che fosse.
Prima si riconoscevano le donne povere costrette ad abbandonare i bambini

Anche oggi ci sono molte donne fra noi la cui vita non è troppo diversa dalle quella delle infanticide del 1850. Ragazze che hanno lasciato la casa, la famiglia e perfino il loro Paese, per cercare un lavoro qualsiasi; deboli e prive di protezioni, sprovviste delle informazioni utili per tutelare la loro salute, non solo sessuale, soggette a qualcuno o a qualcosa che imbavaglia la loro capacità di opporsi.
Solo che 150 anni fa quelle donne potevi riconoscerle. Non erano le belle signore con la crinolina e la cuffietta di pizzo (anche se pure loro e le loro figlie a volte dovevano ricorrere in segreto alla «ruota degli esposti» davanti ai brefotrofi e agli ospedali), ma popolane e contadine scarmigliate, con la gonna stazzonata, lo scialle logoro e il fazzolettone legato sotto la gola.

OGGI STESSI DIRITTI DEI MASCHI. Oggi invece sia le disperate sia le protette si vestono allo stesso modo, si servono nelle stesse catene di negozi e vanno a farsi la ricostruzione unghie dallo stesso estetista. Hanno tutte la stessa aria dura e spavalda delle popstar da rotocalco, sembrano non aver paura o bisogno di nulla. E ne avrebbero qualche ragione: godono degli stessi diritti dei maschi, lavorano; oggi la giustizia le protegge, e nessun uomo, almeno sulla carta, ha diritto di disporre di loro.
Esistono, poche ma esistono, strutture in grado di fornire alle donne informazioni sulla contraccezione e sulla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale, e di assisterle nel difficile frangente di una gravidanza indesiderata o anche di un aborto spontaneo.

RAGAZZE FRAGILI E IMPAURITE. Eppure tante ragazze, straniere ma anche italiane, sono sole, fragili, impaurite, inconsapevoli. A volte è un disturbo interiore sottovalutato o non diagnosticato a paralizzare la parte di loro capace di prendersi cura di un bambino.
A volte è il panico, l'immaturità o l'odio per se stesse a spingerle a buttare via, cancellare, addirittura far sparire in un water, come il più sporco dei prodotti del proprio corpo, quello che poteva essere una speranza luminosa, un progetto bellissimo.

DIFENDERE LE DONNE NELLA REALTÀ. Ci piace tanto discutere, arrabbiarci e protestare contro l'immagine nella donna nei mass media. Che è giusto e doveroso, per carità; ma sarebbe ora di tornare a dedicare un po' di discussioni, rabbia e proteste anche alla situazione delle donne nella realtà, come facevano le nostre madri femministe, che non scendevano in piazza per denunciare Gabriella Farinon, gli spot dello Spic&Span o i varietà di Antonello Falqui con le ballerine in minigonna, che non è che fossero suffragette.
Chiedevano rispetto, certo, ma soprattutto cose concrete, per se stesse, e anche per le loro sorelle che non avevano il coraggio di farsi avanti: autodeterminazione, consultori, divorzio, pillola, aborto.
Diritti: alla libertà, all'uguaglianza, alla felicità. Quelli per cui dobbiamo tornare ad alzare la voce, per il nostro bene, per i bambini che abbiamo e avremo, per le bambine che domani saranno donne.
Perché nessuna donna veramente libera butterà mai via un bambino, neanche un bambino mai nato.

Lia Celi

Abortisce in bagno e getta il feto

  • Giovedì, 21 Marzo 2013 16:05 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
Repubblica
21 03 2013

Si cerca la giovane che ha abbandonato il corpicino. Gli impiegati del locale ricordano una ragazza entrata nel bistrot verso le 16.30. Al vaglio le telecamere della vicina stazione metro. Controlli negli ospedali per verificare se è ricorsa a cure.

Un feto non più lungo di dieci centimetri abbandonato nel cestino dei rifiuti del bagno. A fare la macabra scoperta è stato un dipendente del barbistrot GustoMassimo, di via del Circo Massimo 5/a, ieri intorno alle 17,30. "Era andato a mettere in ordine il bagno, a pulirlo, mi ha chiamato appena l'ha visto  -  racconta uno dei due proprietari  -  Abbiamo immediatamente chiamato i carabinieri". L'uomo, che si occupa di mettere in ordine il locale ha trovato il feto  -  forse di due o tre mesi  -  avvolto nella carta, forse della carta igienica.

Sul posto sono arrivati poco dopo gli uomini della Compagnia Roma Centro guidati dal maggiore Angelo Pitocco e con loro gli esperti della sezione Rilievi dell'Arma per i test e per trasportare il feto all'Istituto di medicina legale. Toccherà al pool di medici, ora, appurare di quante settimane fosse.

E ora si cerca la donna che, in pieno pomeriggio, in uno dei bar più affollati della zona  -  il bistrot si trova a due metri dalla stazione della metro Circo Massimo, e a pochissima distanza da viale Aventino e dalla sede della Fao  -  ha abortito. "Verso quell'ora ho visto entrare una ragazza, avrà avuto non più di 25 anni  -  racconta Valerio, il barista  -  mi ha colpito perché era un po' trasandata, forse era dell'Est o una Rom. Aveva il volto emaciato, mi è sembrata malata o sofferente. Ha chiesto di andare in bagno, è entrata, e poco dopo ne è
riuscita, ma qui c'è sempre tanta gente, magari non è la stessa persona che ha lasciato il feto in bagno".

Ma le ipotesi sono più di una: o che la donna si sia sentita male e abbia espulso il feto nel bagno, lo abbia avvolto poi nella carta e quindi messo nel cestino. Oppure che il tutto sia avvenuto altrove e che lì, in quei pochi metri quadrati, la donna lo abbia solo lasciato. Una cosa è certa: il bagno era pulito, non c'erano tracce di sangue per terra, anche se all'interno c'è un lavandino, del sapone e della carta igienica. Come non c'erano tracce da nessuna altra parte nel locale. Le direzioni degli investigatori sono comunque più di una. Il bar, però, non è dotato di telecamere, ma la metro lì accanto sì e quindi verranno vagliate tute le immagini della stazione Circo Massimo. E nel frattempo sono stati messi in allerta anche tutti gli ospedali della Capitale. "È una notizia che desta orrore", ha commentato la vicenda a caldo Gianni Alemanno.

È questo il terzo caso, nella Capitale, in pochi mesi: soli due giorni fa è stata individuata la ragazza romena che a fine anno aveva partorito nella toilette di un McDonald's all'Eur. E poche settimane fa una ragazza italiana, dopo aver dato alla luce un bambino, ha vagato tutto il giorno per la città: alla fine lo ha gettato in un cassonetto ed è andata in ospedale.

Il Fatto Quotidiano
20 03 2013

Il vescovo Dante Lafranconi concederà il perdono dal 24 marzo al 7 aprile a quante confesseranno di aver interrotto volontariamente la gravidanza. Il prelato nel febbraio 2012 è stato indagato (e poi prescritto) con l'accusa di aver coperto atti di pedofilia avvenuti negli anni '90

Assolvere dalla scomunica le donne che confessano di aver abortito. Ma solo dal 24 marzo al 7 aprile. La decisione, presa per l’ottavo anno consecutivo, proviene dal vescovo di Cremona, monsignor Dante Lafranconi che ha stabilito di concedere ai sacerdoti della diocesi la possibilità di concedere il perdono religioso alle donne che raccontano nel confessionale di aver abortito. Una decisione con scadenza temporale: due settimane per confessare  e ottenere l’assoluzione.

Il decreto vescovile si apre con un brano dell’Angelus di domenica scorsa di papa Francesco: “… Fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza… ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito”.

“In base al canone 1398 del codice di diritto canonico – ha spiegato la diocesi di Cremona – al peccato di aborto consegue la scomunica che può essere revocata dall’ordinario diocesano o da chi ne ha le facoltà”. Un sacerdote, quindi, in via ordinaria, non può assolvere una persona che ha interrotto volontariamente la gravidanza o che vi ha prestato la sua collaborazione: “E’ obbligato – spiega la diocesi – a indirizzare il penitente a chi ne ha le facoltà o deve domandare l’autorizzazione ad assolvere richiamando successivamente colui che richiede il perdono. Con questo provvedimento temporaneo, invece, ogni sacerdote potrà agire autonomamente”.

“Sono due – si legge ancora sul sito della diocesi – le finalità di questo atto. Anzitutto mantenere ferma la consapevolezza della gravità dell’aborto, in un contesto culturale che non ne riconosce più l’indiscutibile gravità e in una società che da oltre trent’anni ne consente legalmente il ricorso perché si ritiene che possa prevalere il diritto all’autodeterminazione sul diritto alla vita. La Chiesa, con questo atto, non intende così rinunciare al suo compito di maestra, a difesa del fondamentale e primario diritto alla vita di ogni uomo. Dall’altra parte il presule intende favorire un’adeguata conversione e penitenza che, in ragione della gravità dell’atto, esige un cammino più impegnativo”.

Lafranconi è stato dal 1991 al 2001 alla guida della curia di Savona e Noli. Nel febbraio 2012 è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Savona con l’accusa di aver coperto atti di pedofilia e abusi sessuali compiuti, negli anni ’90, da sacerdoti della diocesi ligure poi condannati. Ma trattandosi di fatti accaduti negli anni ’90 il procuratore Francantonio Granero e il sostituto Giovanni Battista Ferro hanno avanzato al gip richiesta di archiviazione per prescrizione degli eventuali reati commessi dal sacerdote della diocesi savonese.

La Repubblica
18 03 2013

Al San Paolo smantellato l'ultimo presidio degli ospedali pubblici: nel capoluogo adesso resta solo il Policlinico

Un nuovo durissimo colpo alla legge 194. Da domani in tutta Bari e provincia sarà impossibile praticare l'aborto negli ospedali pubblici, ad eccezione del Policlinico. Al San Paolo, l'ultimo presidio della Asl che garantiva con molte difficoltà questo servizio sancito dalla legge, tutti i ginecologi e le ostetriche sono diventati obiettori di coscienza. Si tratta di almeno 6 professionisti che hanno deciso di non praticare più le Ivg, interruzioni volontarie di gravidanza.

Ora una donna che voglia praticare l'aborto nella Asl Bari sarà costretta a recarsi negli ospedali pubblici di Monopoli, Putignano e Corato oppure rivolgersi alle strutture convenzionate private. Certo, c'è anche il Policlinico che però non fa parte della Asl. Ma anche lì le procedure di Ivg vanno a rilento per difficoltà organizzative e scarsa presenza di non obiettori, solo 272 Ivg nel 2011 su un totale di 3676 in tutta la Asl.

Una decisione, quella dei medici del San Paolo, che sembra aver sorpreso sia il primario del reparto Michele Brattoli che la direttrice sanitaria dell'ospedale Angela Leaci: «Non so proprio come risolvere il problema – ha dichiarato quest'ultima – nei prossimi giorni cercheremo di trovare una soluzione con la direzione generale della Asl».

Sorpresa anche sul lungomare Starita nella sede della azienda sanitaria locale. Una sorpresa che però non ha impedito alla direttrice sanitaria Silvana Melli, impegnata nella lotta per far rispettare la 194 nei consultori baresi.

dopo l'inchiesta pubblicata dal nostro giornale nel dicembre scorso, di prendere le dovute precauzioni per evitare falle nel servizio: «Ho chiesto alla direttrice sanitaria dell'ospedale San Paolo di informarmi al più presto su questo fenomeno improvviso nel reparto – ha dichiarato Melli – le richieste di obiezione sono al vaglio della direzione. In una grande Asl come quella di Bari questa decisione rende più difficile l'applicazione della legge 194 e mette in difficoltà proprio la difficile opera di riforma in atto nei consultori».

Per risolvere temporaneamente il problema la direzione sanitaria ha deciso di mandare al San Paolo un nuovo ginecologo non obiettore. «Era un atto necessario» ha commentato la direttrice Melli.

Intanto la Asl vuole vederci chiaro sulla decisione presa dall'équipe del reparto di ginecologia e ostetricia dell'ospedale barese. Uno dei neo obiettori, il ginecologo Saverio Martella, parla di una scelta «etica e morale, maturata da molto tempo» ed esclude che l'obiezione di massa sia una forma di protesta. Ma non tutti sono d'accordo su questa versione: «Quella fatta dai miei colleghi potrebbe essere una provocazione, che posso anche condividere – dice il ginecologo di un consultorio barese che ha fatto parte dell'équipe del San Paolo fino a pochi mesi fa – le posso assicurare che fino a quando ci sono stato io lì abbiamo avuto seri problemi di carattere logistico».

I medici infatti erano costretti fuori dall'orario di servizio a recarsi al presidio di Triggiano per svolgere le Ivg. «Evidentemente sono arrivati al limite, tanto non gliene frega a nessuno della 194. Per fortuna, ci sono le case di cura private. Almeno loro assicurano il servizio».

Antonello Cassano

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