I dati della violenza contro le donne

Empatia Donne

Fin dal 1999, il 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Lo ha decretato, con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal nella Repubblica Dominicana sotto la durissima dittatura di Trujillo. Esse, mentre si recavano a visitare i loro mariti in prigione per motivi politici, il 25 novembre 1960, furono catturate, torturate, uccise, e gettate con la loro auto in un burrone da agenti del servizio di informazione militare. La loro colpa, e quella dei loro mariti, era stata l’opposizione attiva al regime di Trujillo.

La risoluzione dell’ONU è una chiara dimostrazione della gravità di un fenomeno di profonda inciviltà che, purtroppo, investe indistintamente tutto il mondo, sia pure per aspetti diversi.
Cercheremo qui di farci un’idea dei vari aspetti che la violenza sulle donne può assumere, di localizzarli, ove possibile, e di comprenderne le dimensioni.

Una caratteristica per così dire trasversale nella casistica della violenza sulle donne è la povertà, poiché questa è presente in alcune delle sue forme, o ne è addirittura la causa. Ebbene, secondo dati ONU, il 70% di quel miliardo di persone che (secondo i canoni della stessa ONU) vive sotto la soglia di povertà, appartiene al sesso femminile. Quindi in questi casi ci troviamo di fronte ad una doppia violazione dei diritti umani, la violazione costituita dall’estrema povertà e quella della violenza subita.

E non va trascurato  che lo stato di indigenza delle donne in alcuni paesi è, se non dovuto alla legge, quanto meno favorito da leggi discriminatorie. In alcuni paesi africani ancora le donne non possono ereditare e in altri paesi non possono in pratica essere imprenditrici, non essendo loro consentito di essere intestatarie di conti correnti o finanziamenti bancari, se non insieme al marito. La donna, infatti, in molte parti del mondo non ha la piena titolarità di tutti i diritti come un uomo, ma resta sempre subordinata ad un uomo, il padre prima ed il marito poi.

Ma quali sono le più diffuse forme di violenza sulle donne?
Violenza domestica
Pedofilia
Tratta
Mutilazioni genitali
Stupro di guerra


VIOLENZA DOMESTICA
Secondo una ricerca condotta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 70% delle donne vittime di omicidi sono state uccise dai loro partners maschili.
Questo dato fornisce la dimensione e la gravità del problema, tenuto conto che la violenza domestica ha diffusione mondiale senza eccezione alcuna. Infatti anche i paesi più evoluti in termini di organizzazione sociale e di garanzia dei diritti individuali non sono esenti da una notevole diffusione della violenza domestica.

Va chiarito che la violenza domestica non è soltanto violenza fisica, che comprende anche la violenza sessuale, ma può essere anche, anzi il più delle volte è, violenza psicologica, minacce, intimidazioni, persecuzioni, coercizioni, divieti, segregazione, umiliazioni e talvolta anche violenza economica, come negazione di disponibilità finanziarie, dell’acquisto di vestiario o altro, del cibo, di cure mediche e perfino appropriazione del reddito. Insomma la violenza domestica può assumere le forme più disparate ed umilianti.

Nella violenza domestica va incluso, in molti paesi, il controllo esercitato dagli uomini della famiglia sulle donne del nucleo familiare, quindi dal padre e dai fratelli sulle figlie e le sorelle. Il controllo, inteso nel senso della restrizione e della imposizione delle scelte degli uomini sulle donne, va dai semplici spostamenti, per lo studio, per il lavoro o per il tempo libero, alle frequentazioni e le amicizie, alla scelta del fidanzato e quindi del marito. In altri termini in molti paesi vige ancora la cultura che alla donna vada negata ogni scelta, dalla più banale alle più importanti, come, in primo luogo, la scelta del marito nel presupposto che essa sia di “proprietà” di un uomo, prima il padre, coadiuvato dai figli maschi, e poi il marito.

Nell’ambito di questa logica, si arriva alle peggiori violenze fisiche, come la punizione di colei che ha “trasgredito” mediante percosse, talvolta tanto violente da lasciare segni permanenti o menomazioni, o, perfino, la “acidificazione”, ossia l’utilizzo dell’acido per sfregiare il volto della moglie, o della figlia o della sorella.

Qual è la situazione della violenza domestica in Italia?
Secondo un dato diffuso ai primi di ottobre da Telefono Rosa, nei primi 9 mesi del 2012 sono state uccise 98 donne. Sempre per Telefono Rosa, nella maggior parte dei casi si tratta di violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati ed ex partner.

Questo dato è abbastanza in linea con le statistiche sugli omicidi negli ultimi anni. In Italia mediamente si verificano ogni anno circa 160 omicidi di donne (contro 600 di uomini), dei quali circa 100 sono attribuibili a violenza domestica, quasi i due terzi, dato abbastanza vicino al 70% a livello mondiale indicato dall’ONU.

Il fenomeno è stato oggetto di indagine statistica in Italia da parte dell’ISTAT nel 2006 ed ha fornito i seguenti dati:
6.743.000 le donne da 16 a 70 anni che sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
L'analisi fornisce alcuni raffronti tra violenza avvenuta all’interno della famiglia ed evento violento attribuito a "sconosciuti":

14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia (da un partner o da un ex partner) mentre il 24,7% da un altro uomo;
le violenze non denunciate sono stimate attorno al 96% circa se subite da un non partner, al 93% se subite da partner;
la maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza, nel 67,1% da parte del partner, nel 52,9% da non partner, nel 21% violenza sia in famiglia che fuori;
674.000 donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza.
C’è da sottolineare, comunque, che le indagini statistiche sulla violenza domestica sono estremamente difficili e quindi anche abbastanza aleatorie. C’è infatti d la tendenza a non denunciare (come già sottolineato in precedenza su fonte ISTAT) a volte per paura a volte per vergogna (come se fosse una propria colpa), a volte per entrambi i motivi.

Cosa si può fare per lottare la violenza domestica?
Certamente si può migliorare la cultura della non violenza soprattutto nelle scuole, ma non è una soluzione di breve periodo.
Nell’immediato bisogna incoraggiare la denuncia e, quindi l’assistenza, sia psicologica, da parte di operatori specializzati, sia pratica, mettendo a disposizione strumenti validi per consentire di allontanarsi da un ambiente violento. In particolare è necessario che i governi prendano misure atte a garantire alle vittime protezione economica e un rifugio sicuro con una adeguata organizzazione che, a fronte di un appello, sia in grado di intervenire rapidamente ed efficacemente.

MOLESTIE SESSUALI NEI CONFRONTI DI MINORI (PEDOFILIA)
Le molestie sessuali nei confronti di bambine e adolescenti si verificano in tutto il mondo e sono dati agghiaccianti per dimensioni.
Secondo uno studio condotto dall’ONU, nel 2002 sono stati sottoposti a rapporti sessuali forzati o ad altre forme di violenza che includono il contatto fisico molesto 150 milioni di bambine o ragazze e 73 milioni di bambini o ragazzi sotto i 18 anni.

Un'insieme di studi condotti in 21 paesi (la maggior parte dei quali sviluppati) rileva che una percentuale variante tra il 7 e il 36% delle donne e il 3 e il 29% degli uomini afferma d'esser stata vittima di abusi sessuali durante l'infanzia, e la maggior parte degli studi ha riscontrato che il tasso di abusi tra le bambine è da una volta e mezzo a tre volte superiore a quello dei bambini. La maggior parte degli abusi è avvenuta in ambito familiare.

Uno studio in molti paesi condotto dall'OMS, comprendente tanto paesi sviluppati che in via di sviluppo, indica che tra l'1 e il 21% delle donne ha denunciato di essere stata abusata sessualmente prima del 15° anno di età, nella maggior parte dei casi da membri maschi della famiglia.
Secondo uno studio condotto negli USA, l’83% delle alunne delle classi dall’8° all’11° livello (tra i 12 e i 15 anni) che frequentano le scuole pubbliche, subiscono qualche forma di molestia sessuale.

LA TRATTA
In sintesi per tratta si intende il reclutamento ed il trasferimento di una persona a fini di sfruttamento (il più delle volte prostituzione).
La tratta è ovviamente, in sé, una violazione dei diritti umani, ma che ne implica, inevitabilmente altri, poiché chi la subisce è soggetto anche a maltrattamenti, se non torture, segregazione, malnutrizione, mancanza di cure mediche, fino a giungere, talvolta alla perdita della vita. In altri termini è la forma moderna della schiavitù, anche perché caratteristica propria della tratta è il passaggio per varie mani, diventando la vittima un oggetto di compravendita da uno sfruttatore all’altro.

Varie convenzioni internazionali precedono repressione, fra l’altro, della tratta, come la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e la Convenzione europea sull’azione contro la tratta di esseri umani.
A livello mondiale, le vittime della tratta di esseri umani sono stimate a due milioni e mezzo all’anno. L’ottanta per cento di loro sono donne e ragazze. Secondo l’organizzazione internazionale Save the Children, sono circa 1,2 milioni i minori di 18 anni vittime di tratta nel mondo.
L’Italia è purtroppo un paese interessato dalla tratta.

Nel 2003 il Comitato Interministeriale dei Diritti Umani nella relazione al Parlamento scriveva: “il fenomeno della tratta degli esseri umani riguarda, solo in Italia, 50 mila donne un terzo delle quali minorenni, per un giro d’affari annuale stimato in 5-7 miliardi di euro.”
Sono state anche realizzate delle misure concrete da parte dello Stato Italiano.

Il Dipartimento per le pari opportunità dal marzo 2000 all'aprile/maggio 2006 ha cofinanziato progetti di protezione sociale realizzati sull’intero territorio nazionale, che hanno accolto e assistito 111.541 vittime di tratta, di cui 748 minori di anni 18 . Si tratta di un numero di tutto rispetto ma che certamente è molto inferiore al numero di donne che sono state portate in Italia nel periodo mediante la tratta.
Come si sa i paesi di origine sono in prevalenza quelli dell’Europa Orientale (soprattutto Russia, Moldavia, Ucraina, Romania, Albania) e dell’Africa sub sahariana (soprattutto Nigeria).

Cosa si può fare contro la tratta ?
Dietro questo fenomeno non va ignorato che c’è un rapporto distorto fra i due sessi che vede l’uno prevaricare l’altro. C’è l’acquisto di sesso da parte degli uomini e c’è lo sfruttamento a questi fini da parte sempre di uomini. Si sta facendo tanto da parte delle autorità nazionali e sovranazionali per fronteggiare e sradicare il fenomeno, ma finché non cambieranno i rapporti di potere fra i due sessi non si potrà arrivare al successo.

LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
Le mutilazioni genitali femminili, parziali o totali, sono pratiche diffuse soprattutto in buona parte dell’Africa, in alcuni paesi del medio Oriente e in qualche zona o comunità dell’Asia e del Sud America.

In Africa le MGF sono praticate in  Somalia, Gibuti, Sudan, Etiopia, Somalia e alcune regioni e/o gruppi di popolazione del Kenya, Nigeria, Mali, Mauritania. In Medio Oriente sono praticate in Egitto, Oman, Emirati Arabi Uniti. In Asia è stata registrata la presenza della pratica delle MGF in India, Indonesia, Malaysia e Sri Lanka.
Si riscontrano anche in Europa presso migranti provenienti da zone in cui ciò viene praticato.

Secondo l’organizzazione Mondiale della sanità le MGF riguardano ogni anno circa tre milioni di bambine o ragazze, ed oggi vivono al mondo da 100 a 140 milioni di donne che l’hanno subita.

In aggiunta alla gravità concettuale della pratica, che è indubbiamente una forma di violenza nei confronti di chi non ha alcuna possibilità di difendersi, vanno sottolineati i gravi rischi per la salute sia fisica che psicologica. Infatti essa espone la donna che l’ha subita a molti più rischi sia in gravidanza che al parto, e soprattutto è spesso la causa diretta di morte per parto.

Purtroppo nelle zone in cui si praticano le MGF esse sono profondamente radicate nelle tradizioni popolari, per cui manca anche nelle stesse donne adulte la volontà di abbandonarle, e sono esse stesse a volere che le nuove generazioni continuino a subirle.

LO STUPRO DI GUERRA
Lo stupro di guerra, ossia lo stupro di grandi quantità di donne da parte delle truppe che hanno invaso un paese, o, in una guerra così detta “civile”, da parte dei vincitori su donne della parte vinta, è una triste realtà antica come l’uomo e purtroppo non ancora sradicata nella nostra epoca ritenuta più civilizzata.

La verità, che sta dietro le difese dei capi dei vincitori che affermano di non essere stati al corrente o che la situazione è sfuggita di mano, è che lo stupro delle donne dei vinti è una violenza condotta consapevolmente su un popolo, ed assume talvolta i connotati della pulizia etnica, poiché la nascita di figli “misti” è la umiliazione finale su un popolo, non solo vinto militarmente e depredato, ma anche violentato nelle sue donne da cui nascono figli dei vincitori.

Negli ultimi anni si sono verificati nel mondo, insieme ad altri minori, due casi di stupri di guerra particolarmente gravi in relazione alle dimensioni che hanno assunto. Durante la guerra in Bosnia, dal 1992 al 1995, si stima che siano state violentate 20.000 donne.
Ben oltre si andò durante la guerra civile in Ruanda nel 1994 fra Hutu e Tutsi nel corso della quale fu ucciso circa 1.000.000 di Tutsi e furono violentate da 250.000 a 500.000 donne della stessa etnia.

Proprio in realazione alla gravità che ancora assume nel mondo lo stupro di guerra, nel 2008 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la risoluzione 1820 con cui si chiede a tutte le parti coinvolte in conflitti armati di cessare le violenze sessuali contro civili, il cui obiettivo, si legge nel documento, è “umiliare, dominare, instillare paura e allontanare i civili dalle loro comunità e dai loro gruppi etnici”. Con queste parole l’ONU conferma il parere di chi afferma che lo stupro di guerra è “voluto”.


Come un fiume in piena che nessuno sembra più poter fermare, le campagne di denuncia delle violenze sessuali sembrano travolgere tutto, e nessun ambito della vita pubblica, culturale e politica viene risparmiato. Lo spettacolo del “personale globale” è appena cominciato, è la nuova frontiera dell’esproprio dell’umano, una nuova e più avanzata forma di capitalismo emotivo.
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Il 25 novembre è stato scelto nel 1999 come Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite che ha ufficializzato una data che fu scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell'Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981.

Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell'arretratezza e nel caos per oltre 30 anni.

Zeroviolenza è nata nel 2009 come progetto di denuncia e di prevenzione della  violenza sulle donne e di ogni forma di violenza utilizzando come strumento quotidiano un lavoro di informazione civile che intende mettere al centro il valore dell'identità di ogni persona, la relazione tra uomini e donne, il rispetto di ogni differenza e il rispetto dell'alterità dei bambini e delle bambine da parte degli adulti e dell'ambiente in cui crescono.


Statistiche violenza sulle donne

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Non è solo una questione di femminicidio

  • Mercoledì, 27 Novembre 2013 12:28 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
27 11 2013

Oggi tutte le donne vivono delle piccole violenze quotidiane, perpetuate come normalità. Ciò che interessa ribadire questo 25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne - è che questo non è un problema semplicemente delle donne, ma deve interrogare la società tutta nel suo insieme.

“L’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. […] Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. […]. Studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali…E poi ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore […], rassegnazione.” Goliarda Sapienza, L’arte della gioia

Tacita Muta era una dea infera onorata presso i romani. Tacita è la dea del silenzio, Muta appunto. Zitta due volte. Ovidio (Ovid. Fast. II, III) ci narra la sua storia: in principio si chiamava Lara (dal greco laleo = parlare ). Lara parlava, svelava i suoi pensieri, comunicava, ma secondo l'opinione pubblica, la parola non rientrava fra le virtù femminili. “Alla donna il silenzio reca grazia”, scriveva Sofocle (Soph. Aj., 293) Nello status di donna nella società romana non rientrava la facoltà di usare parola, di dimostrare le proprie tesi dunque, in sostanza di avvalersi di uno strumento di affermazione e di lotta politica.

Tacita osò svelare l'amore che Giove provava per lei. Per questo le venne prima strappata la lingua, poi fu violentata da Mercurio, cui era stata affidata nella sua discesa agli inferi. Questo mito ci svela un dato che doveva essere assunto dalla società tutta: Lara era stata punita perché parlava, e parlava a sproposito perché era donna. Le cronache quotidiane ci ricordano che in Italia ogni giorno viene uccisa una donna, semplicemente perché donna. Perché si oppone e reagisce, perché tenta di svincolarsi da relazioni che incatenano o, magari, perché decide di dire no ... insomma, perché si autodetermina.

E' stato coniato il termine "femminicidio" per sottolineare e isolare il fenomeno, per non lasciare che passi inosservato un mirato e volontario atto di smantellamento della libertà e dignità della donna: gli atti di prevaricazione, i maltrattamenti, la violenza, sia essa di natura sessuale, psicologica, sul lavoro, economica, negli spazi privati e in quelli pubblici, interrogano la società in tutti i suoi strati, in tutta la sua complessità: palesando cioè un problema di natura strutturale, culturale, tutt'altro che emergenziale! Ancora, mettono in evidenza un fenomeno (quasi per nulla tematizzato dai diretti interessati) che potremmo genericamente definire come una vera e propria crisi del maschile.

Non c'è delitto passionale che tenga. La passione non c'entra con la possessività, il controllo e l'assenza di garanzie. Si tratta di crisi, di insicurezza che si tramuta in violenza, in odio di genere. I compagni o gli ex compagni non riescono ad accettare nella maggior parte dei casi la fine di una storia o l’abbandono. Ma questi non sono semplici fatti di cronaca nera, come ce li raccontano i giornali, tanto meno sono piccole vicende di degenerazione familiare come tentano di farle passare i talk show quotidiani del primo pomeriggio. Non sono delitti passionali dove il problema è il troppo amore, come tanto piace raccontare a Barbara d’Urso e colleghi/e, che con i loro programmi costruiscono narrazioni inquietanti, condite di perversi toni voyeuristici, col solo scopo di vendere anche la violenza, trasformandola in entertainment. In questo senso la rappresentazione mediatica della violenza sulle donne sostenta e nutre l'opinione comune che serpeggia nel quotidiano.

Al contrario Il femminicidio ci parla della degenerazione delle relazioni sociali ed affettive nella nostra società. Nonostante la famiglia tradizionale non sia più un modello reale ma un fragile e artificioso schema, essa continua ad esserci imposta come unico modello relazionale di riferimento. Un mito che serve a “giustificare” la funzione sociale ed economica del welfare familiare, unica fonte di sostegno economico nel contesto della crisi. Anche se le relazioni tra i sessi sono in continua traformazione e non più semplificabili a partire da una definizione unica e ben perimetrata, il solo modello che sembra esserci proposto è ancora quello della "coppia monogama eterosessuale". L’ordine del discorso vigente continua a marginalizzare stili e forme di vita altri, portatori di nuove possibilità di relazione.

Nell’Italia (forse non ancora) post-berlusconiana c'è forse da chiedersi quale sia lo statuto relazionale che vige tra uomo e donna e, più in generale, tra i generi. Basti pensare alla vicenda delle baby prostituite romane, agli ultimi casi di adolescenti omosessuali che danno voce al loro disagio attraverso il suicidio e alle narrazioni che sono state costruite ad hoc attorno a questi fatti, per comprendere che il tema delle relazioni e della loro rappresentazione non può più essere liquidato in termini "emergenziali". In un paese in cui la discriminazione sul lavoro per le donne è in aumento (l'Italia è al 124° posto per la disparità salariale tra uomo e donna), in cui le strutture del welfare vengono smantellate e la legge 194 sull'aborto continuamente minacciata, non è forse la stessa autodeterminazione delle donne a essere messa in discussione?

Nonostante il problema sia per sua natura strutturale e necessiti, dunque, di tempi lunghi di discussione, di mobilitazioni e pratiche politiche tanto radicali quanto efficaci, del rifinanziamento effettivo dei centri antiviolenza, dell'attivazione di politiche di prevenzione e di tutela, la risposta di questo governo è stata un decreto legge (n. 119/2013) basato sull'emergenza. Approvato in tempi record, questo decreto, nell'avvalersi del termine femminicidio, ne confonde il senso, individuando ancora una volta nella figura della donna un "soggetto debole", da controllare e difendere perciò, in quanto tale, in termini esclusivamente securitari. Il problema del femminicidio, con tale decreto, è stato utilizzato come copertura per un vero e proprio pacchetto sicurezza, che vede al suo interno da misure di inasprimento legate alle lotte contro la Tav fino a questioni che riguardano la Protezione Civile o il commissariamento delle Province. Chi vi si è opposto è stato tacciato di essere contro le donne tout court, nonostante questa legge aggiri il problema reale e si ponga come unico scopo il potenziamento del controllo e delle pene, se non la messa in discussione della stessa libertà femminile (è il caso del noto articolo sulla irrevocabilità della querela).

Tante sono dunque le questioni che rimangono irrisolte: prevenire la strutturazione di stili relazionali che possono determinare la precipitazione in comportamenti violenti; grarantire alle donne che denunciano la possibilità di abbandonare il contesto in cui vivono, motivo di rischio per la loro salute e fisica e psicologica; attivare politiche di prevenzione e sensibilizzazione già a partire dalle scuole... questo, solo per citarne alcune. La legge che è stata approvata rappresenta l'ennesimo tentativo di affrontare il problema in termini esclusivamente emergenziali e, quindi, securitari, tenendo fuori o ritenendo marginale tutto ciò che accade nella vita reale e quotidiana delle donne in questo paese. Seguendo il percorso degli ultimi eventi, la stessa dinamica si riproduce rispetto al fenomeno delle "baby prostitute". La questione importante diventa l'affermare, il definire, il giudicare (possibilmente in termini moralistici) "cosa" sono le ragazze minorenni coinvolte nel giro di prostituzione dei Parioli e dare luogo a una narrazione mediatica che, spesso e volentieri, non ripropone altro che la vecchia dicotomia, tutta ideologica, tra la donna-vittima impotente e la donna-virago seduttrice e manipolatrice.

Più sicurezza, più polizia (non serve nemmeno ricordare i drammatici episodi di stupri e violenze nelle caserme), non risolveranno un problema che è in prima istanza storico, culturale e sociale. Oggi tutte le donne vivono delle piccole violenze quotidiane, perpetuate come normalità. Ciò che interessa ribadire questo 25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne - è che questo non è un problema semplicemente delle donne, ma deve interrogare la società tutta nel suo insieme. Non basta dire “Io No” come recita la campagna della Regione Lazio contro la violenza sulle donne. Non bastano i comportamenti e "l'impegno" degli attori e degli uomini più consapevoli (come se poi non esercitare violenza su una donna, non dovesse costituire la normalità, ma richiedesse invece, da parte degli uomini, addirittura un impegno difficile, duro e tenace!) Per citare una battuta tratta dal film We want sex: “non bere, non menarmi, non usarmi violenza, non ti rende un buon compagno, è solo il minimo che tu possa fare"

Dinamo Press
26 11 2013

Riflessioni sulla giornata di ieri e sulla violenza delle polizia contro la manifestazione romana che contestava la presenza di Vladimir Putin.

La giornata di ieri è stata animata da decine di iniziative che, in diverso modo, hanno portato al centro del dibattito il tema della violenza contro le donne: piazze gremite di scarpe rosse, flash mob, concerti. Perfino il Campidoglio si è illuminato di rosso per tutta la sera (a dispetto delle esigenze dettate dalla spending review per le quali interi quartieri della capitale restano al buio nelle ore notturne).

Il 25 novembre le istituzioni ci ricordano che il tema della violenza contro le donne è di fondamentale importanza ed è a loro estremamente caro. Si è dunque pensato di celebrare la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne invitando in Italia uno dei più illuminanti personaggi politici del Mondo, specialmente sul versante della tutela dei diritti delle donne: Vladimir Putin.

Mentre le 20 automobili del Corpo Diplomatico russo si apprestano a scortare il Presidente dall'albergo in cui risiede nei pressi di piazza della Repubblica all'incontro con Napolitano al Quirinale, un folto gruppo di donne e uomini ha organizzato una spumeggiante “festa di accoglienza” lungo la strada.

L'intenzione è quella di comunicare al soggetto in questione di essere un ospite decisamente indesiderato, in particolar modo il 25 novembre. L'intenzione è quella di manifestare tutta la nostra solidarietà nei confronti delle attiviste del collettivo Pussy Riot, alcune delle quali ancora in stato di arresto per aver manifestato contro le politiche omofobe e misogine di cui Putin è il principale responsabile. L'intenzione è quella di denunciare tutta la miseria e l'ipocrisia della legge sul femminicidio, una vero e proprio pacchetto sicurezza che pretende di rispondere alla violenza sulle donne attraverso la repressione penale e strumentalizzando il corpo delle donne. Sono bastati pochi minuti per capire che questo “comitato di benvenuto” non era gradito alle forze dell'ordine; le stesse che, secondo la legge di cui sopra, dovrebbero tutelare le donne e i loro diritti di fronte alle minacce e alle azioni di violenza.

Possiamo dire che c’eravamo ed eravamo in molt*, che la verità l’abbiamo osservata e subita, che essa viene limpidamente chiarita dalle foto scattate da Yara Nardi. All'autodeterminazione delle donne si oppone la violenza della polizia e quindi giù a schiaffoni e gomitate per spingerci verso il marciapiede, perché è lì che dobbiamo stare. E per festeggiare con noi la giornata contro la violenza sulle donne hanno ben pensato di urlare: “oggi vi pestiamo!”, “io non meno nessuno, manco mia moglie che se lo meriterebbe”, “ma tu fotografi solo quando noi spingiamo?”. E infine l’immancabile: “reparto, carichiamo!” perché il classico paternalismo all’italiana –che dipinge le donne come soggetti deboli da tutelare perché facili da spaventare– si esprime nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle sedi istituzionali.

Ciò che è accaduto ieri sera fa emergere con forza il fatto che, in Italia, il problema della violenza contro le donne non è certo di natura emergenziale. È una questione strutturale che determina gli stili e i vincoli di relazione che caratterizzano la società e che si manifesta in modalità e in contesti diversi con la stessa drammaticità: i fatti di ieri sera ne sono l’esempio lampante.

Ma la manifestazione del #25N e il trattamento che ci ha riservato la polizia chiariscono anche che in questo paese sta diventando giorno dopo giorno impossibile manifestare, esprimere il dissenso, aprire uno striscione, agitare dei cartelli.

La violenza sta nell'impossibilità, per le donne che la subiscono all'interno delle loro relazioni, affettive, lavorative, famigliari, di abbandonare il tetto coniugale e di trovare luoghi che possano accoglierle. La violenza sta nei ripetuti attacchi alla 194 (legge sull'aborto), che minano la libertà di scelta. La violenza sta nella totale assenza di politiche di welfare adeguate alla durezza dei tempi. La violenza sta nel divieto di manifestare in qualsiasi forma.

Ecco perché, di fronte a tutto ciò, la legge proposta e approvata da questo governo è, a dir poco, un insulto. Ecco perché per noi tutti i giorni è il 25 novembre.

La nostra sicurezza –l’unica sicurezza possibile– sta nell'autodeterminazione e nella garanzia di welfare e diritti.

 

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