Animabella
26 11 2013

Pubblico qui un brano del mio intervento all'iniziativa che si terrà oggi, 25 novembre, presso il Liceo delle Scienze umane di Castelvetrano (Tp), ore 10,15. 

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne parlare di come i media affrontano il tema potrebbe sembrare un argomento secondario, rispetto al fenomeno in sé. Si tratta invece, probabilmente, del cuore del problema, visto che la violenza sulle donne è innanzitutto una questione culturale.

Se si prova a cercare la parola “femminicidio” negli archivi dei giornali si scopre che essa fa la sua prima comparsa intorno al 2006-2007, per poi diffondersi sensibilmente solo negli ultimi anni. Non che prima, ovviamente, non si consumassero femminicidi, semplicemente non c'era una parola per indicare il fenomeno e i singoli episodi venivano raccontati slegati l'uno dall'altro. Dare un nome alle cose significa “creare” un fenomeno, laddove prima c'erano solo singoli accadimenti. Da qualche tempo, molto lentamente e con grandi lacune, alcuni mezzi di comunicazione (parliamo di carta stampata, la tv è ancora all'anno zero) hanno deciso di tirar fuori dal flusso indistinto degli avvenimenti i casi di donne uccise per aver osato mettere in discussione il loro ruolo e hanno iniziato a dare a questi fenomeni il nome di femminidio (anche se qualcuno ancora storce il naso di fronte a questa parola). Finché non ha un nome, un fenomeno non esiste (e quindi, per esempio, non esistono dati ufficiali su quel fenomeno).

 

La parola “femminicidio” è stata introdotta dalla criminologa statunitense Diana Russell nel 1992, per indicare una categoria criminologica vera e propria: una violenza da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna, un atto in cui, cioè, la violenza è il risultato di una precisa cultura del possesso e della sopraffazione. Quello quindi che distingue il femminicidio da ogni altro omicidio, sia di uomini che di donne, è il movente di genere: la donna vittima di femminicidio ha messo in qualche modo in discussione l'idea che l'assassino aveva del suo ruolo. La donna si è “permessa” di tradirlo, di lasciarlo, di voler vivere una vita diversa da quella che avrebbe “dovuto”. Centrale dunque – nella definizione di femminicidio – è il ruolo degli stereotipi di genere.


Ecco perché è cruciale il ruolo dei media – che insieme a famiglia, scuola e, in Italia, la Chiesa – sono tra le principali agenzie in senso lato “educative”. Lo stereotipo di genere riguarda i ruoli che uomini e donne dovrebbero avere per natura. Ad essere ingabbiati negli stereotipi, naturalmente, non sono solo le donne, ma gli uomini stessi. La violenza sulle donne si alimenta di un'idea di “aggressività naturale” degli uomini e di una “remissività” altrettanto “naturale” per le donne. Per cui, fin da piccolissimi, siamo portati a distinguere i giochi “da maschio”, che generalmente hanno a che fare con la prestanza fisica, dai “giochi da femmina”, principalmente legati al ruolo di “cura” e da questi primi passi si giunge fino all'idea che l'uomo sia, per natura, “cacciatore” e la donna, per natura, “preda”. I bambini forti e aggressivi, le bambine docili e accudenti. Le donne sono indotte a cercare conferma della propria femminilità nello sguardo “desiderante” degli uomini, gli uomini quella della loro virilità nella “quantità” di “prede” che riescono a mettere nel sacco.
È all'interno di questa cultura arcaica, ma ancora profondamente radicata, che si consumano le violenze sulle donne. E purtroppo parliamo di una cultura ancora ampiamente diffusa, persino tra le giovani generazioni: non possiamo non ricordare il femminicidio di Fabiana Luzzi, 16 anni, uccisa a Corigliano Calabro dal fidanzato “geloso”.


“Gelosia” è una delle parole più ricorrenti quando giornali e tv raccontano un femminicidio. Assieme a raptus, follia, depressione, scatto d'ira, tragedia familiare, amore (magari malato, ma sempre amore). Ingredienti che cucinati tutti insieme inducono, anche se non intenzionalmente, da un lato, a cercare un concorso di colpe da parte della vittima (quasi come se se la fosse cercata) e, dall'altro, se non ad assolvere, quantomeno a giustificare il carnefice, descrivendolo di norma come un pover'uomo follemente innamorato preso da una passione irrefrenabile, che ha agito in preda ad un “raptus”. Insomma, l'assassino non “agisce” ma “re-agisce” ad un comportamento della vittima. Comportamento che di solito consiste semplicemente nell'affermazione della propria autonomia e libertà (“Lei voleva cambiare casa e lavoro e il marito geloso l'ha massacrata”, titolava un quotidiano nazionale in un recente caso di femminicidio: causa ed effetto). Insomma, se la donna mette in discussione il ruolo che lei stessa, il compagno, la famiglia, la società le hanno cucito addosso lo fa a suo rischio e pericolo. Questo modo di ragionare è stato persino messo nero su bianco dal parroco di Lerici che qualche tempo fa, proprio dopo l'ennesimo caso di femminicidio, aveva affisso sulla bacheca della sua parrocchia un delirante articolo tratto dal sito cattolico integralista pontifex.it intitolato “Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica: quante volte provocano?”, in cui si leggeva: “Le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti”.


Per disinnescare questi meccanismi culturali che spesso insidiano inconsapevolmente anche chi ritiene di esserne immune potrebbe essere utile, innanzitutto a partire dai giornali, iniziare a chiamare le cose con il proprio nome. Sostituire la parola gelosia, per esempio, con volontà di possesso, amore con dominio, avance con molestie, passione con aggressione. E forse inizierebbe a cambiare anche la nostra percezione della realtà. Non si uccide perché si ama ma perché non si riesce a concepire la propria compagna al di fuori della funzione che le è stata assegnata.


La violenza sulle donne è il frutto sistematico di una cultura arcaica, maschilista e patriarcale centrata sull'idea del possesso e della sopraffazione che ancora caratterizza il nostro paese. Non possiamo dimenticare che fino al 1981 il “delitto d'onore” era una fattispecie del nostro ordinamento che concedeva attenuanti agli assassini ed era anzi spesso percepito dalla comunità come un dovere per ristabilire, appunto, l'onore leso. E addirittura ancora fino al 1996 lo stupro era rubricato dal nostro codice penale tra i delitti contro la moralità e il buon costume anziché contro la persona.


La violenza contro le donne, dunque, non è affatto un'emergenza, altra parola abusata dai media. Emergenza è un evento improvviso, imprevisto e imprevedibile. La violenza sulle donne è figlia della nostra “civiltà”, è un portato strutturale e non emergenziale della nostra cultura più profonda e radicata. Alle emergenze si risponde con interventi emergenziali, ai problemi strutturali con cambiamenti culturali.

Donna e femminismo #25nov

  • Mercoledì, 20 Novembre 2013 12:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unita'
20 11 2013

Doris Lessing. Premio Nobel per la Letteratura 2007. Venuta a mancare qualche giorno fa. La motivazione dei giudici per il premio menzionò il riconoscimento della: «Sua visione epica dell’esperienza femminile che, con scetticismo, fuoco e potere visionario, ha descritto una civiltà divisa». Nel 1962, il futuro Nobel sudafricano J. M. Coetzee, definì “Il taccuino d’oro” una «bibbia femminista».

Hanno scritto giustamente che quell’etichetta però le andava stretta e che disse a Lesley Hazelton del New York Times che era venuto a trovarla a casa nel 1982: «Ciò che le femministe vorrebbero da me è qualcosa che loro non hanno preso in considerazione, perché viene dalla religione. Vogliono che sia loro testimone. Quello che veramente chiedono è che dicessi: sorelle, starò al vostro fianco nella lotta verso il giorno in cui quegli uomini bestiali non ci saranno più. Veramente vogliono che si facciano affermazioni tanto semplificate sugli uomini e sulle donne? In effetti, lo vogliono davvero. Sono arrivata con grande tristezza a questa conclusione».

Ecco perché l’ho scelta come esempio di autodeterminazione delle donne. Per un ragionamento un po’ più complesso di quello che potrebbe imporsi su un “organo di stampa”. Perdonatemi se mi ostino a non cedere alle semplificazioni di pensiero a cui ci abituano stampa, tv e social. Chiedo un piccolo sforzo di riflessione.

Io sono femminista, lo sono di nome e di fatto, di pensiero e di vita, ma il mio femminismo sia sempre difesa di diritti offesi, mai gabbia ideologica. E’ difficile come concetto? E’ anche difficile come prassi, perché le ideologie sono un cappotto caldo e rassicurante quando intorno impazza la bufera del crollo dei valori. Ma semplificano e nella semplificazione omologano e arrivano a falsare se non si attivano anticorpi forti di pensiero autonomo. Il passo è breve nel tramutarsi in fanatismo, si perde l’individualità e la personalizzazione dell’autodeterminazione. Si diventa mucchio, stereotipo. E si perde.

La nostra libertà e la nostra autodeterminazione sia sempre la forza di praticare la difficilissima difesa della libertà di pensiero personale e dell’autodeterminazione del pensiero critico al di fuori di schemi, di ruoli o di posizioni. Anche fuggendo alle facilissime difese ideologiche e alle omologazioni. L’ideologia è uno stereotipo? Può diventarlo, sì, e offrire il fianco ad attacchi che delegittimano la giusta difesa dei diritti nel merito di quei diritti.

Se vogliamo essere fuori dagli schemi, lontane dalla violenza, riflettiamo anche su questo. Sono una femminista, con orgoglio e vanto mi batto per ogni minimo diritto offeso delle donne, ma non cedo allo stereotipo e nemmeno all’omologazione, o alla semplificazione, sia essa mediatica, politica o culturale, esattamente nello stesso verso in cui non ha ceduto Doris. Difendo i diritti delle donne, dico grazie tutti i giorni al difficile cammino compiuto dal movimento femminista, ma non sia mai gabbia ideologica che in qualche modo arrivi a limitare anche di un millimicron la libertà di giudizio critico e di autodeterminazione del proprio pensiero. Ciao Doris, sei qua.

Mila Spicola

#settimana25Nov #unafotoalgiorno Nella settimana precedente il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ho deciso di postare una immagine femminile positiva al giorno, nessuna donna pestata, messa in un angolo, picchiata. Perchè è una narrazione che alimenta uno stereotipo di debolezza femminile, falsata in concetti di debolezza e forza fisica, che travasano subito in debolezze o forze di comportamento, da proteggere e tutelare, o recintare, al quale mi oppongo fermamente. Scelgo esempi di autodeterminazione, di libertà, di forza, di positività, anche di negatività, perchè no. Ma libera. Se gli uomini, l’opinione pubblica, la narrazione corrente, hanno la forza di reggerla, l’autodeterminazione delle donne bene, se no il problema è loro. Fuori dagli schemi, fuori dagli stereotipi, lontane dalla violenza.

E anche uno stereotipo lo è.

Violenza sulle donne, la ‘Giornata’ è puro marketing

Il Fatto Quotidiano
20 11 2013

di Eretica

Novembre è un bel mese dopotutto. Si festeggia “la violenza sulle donne”. Si contano i cadaveri di donne uccise. Parlamentari vanno in tour a fare marketing istituzionale e a raccontare di averci “messe in sicurezza” con un decreto che nessuna di noi ha voluto. Il colore rosso diventa simbolo di vittimizzazione invece che di forza e ribellione.

Nelle fiaccolate dedicate al martirio vedi agitare ceri e forconi in egual misura. Alcune aziende useranno la parola “femminicidio” come brand per ricavare introiti. A scuola ragazzi e ragazze, tra uno sbadiglio e l’altro, impareranno che un manifesto con corpo nudo porta inesorabilmente alla violenza. Un po’ come quando ti dicono che dalle canne si passa all’eroina.

Si farà a gara sul conteggio vittime. Sono 200. No. Sono 41. Sono 101. Sono nessuno. In televisione racconteranno che gli uomini hanno un lato “oscuro”. Le donne che sono state uccise, però, un pochino, certo, se la sono voluta. Si fa attenzione a non far passare messaggi eccessivamente critici nei confronti della narrazione dominante. Conta soltanto quello che dicono le filo-istituzionali e filo-governative, quelle per cui l’unica strategia è la repressione e il male, invece che in una cultura, sta nel maschio in quanto tale.

Si suggeriscono soluzioni preventive nuove e originali: non uscire da sola la sera; fai attenzione agli sconosciuti; marito e buoi dei paesi tuoi; non ti spogliare troppo; fatti salvare e proteggere da tuo marito, tuo fratello, tuo padre, il prete, un tutore dell’ordine, lo Stato. Neppure una parola su precarietà e mancanza di reddito che ci rendono economicamente dipendenti.

Ultimamente, soprattutto parlando di adolescenti, estendendo la moralizzazione anche alle post/diciottenni, si sconsigliano pure trucco e tatuaggi. Pare che se ti trucchi e tatui poi, immediatamente, passi alla prostituzione minorile.

In alcune trasmissioni televisive a rappresentare la vittima per antonomasia ci sarà la donna/madre, felice di adempiere al suo ruolo di cura, perfettamente funzionale al mercato e alla ragion di Stato, che esibisce lividi perfetti, in uno spot istituzionale in cui accanto vedi l’assessora, il sindaco e pure il prete. Segue pubblicità in cui c’è uno che s’è sposato una tizia che lo chiamava “cuoricino”.

Di altre vittime, come le prostitute, le trans, quelle non maritate e senza figli, non si parla. Anzi si alimenta lo stigma perché se stessero in famiglia, se vagine e peni restassero ciascun* al posto suo, se si evitasse di fare certi “brutti mestieri”, è chiaro che a loro non accadrebbe proprio niente.

Il mese di novembre è tutto sagome e crocifissi, e lo scenario è inframmezzato da un avviso “pericolo baby squillo” che comunica un altro messaggio relativamente originale: le ragazzine, in fondo, sono tutte puttane; la colpa è di internet o delle femministe; si stava meglio quando si stava peggio; bisogna lucchettare le vagine e ricondurre le fanciulle indicando loro i sacri valori della famiglia.

Nel periodo dedicato alla “violenza sulle donne” vedi perciò uomini e donne a sopracciglio sollevato perché hanno scoperto che anche una adolescente può avere un orgasmo.

Questo è novembre. Il mese in cui si discute di parole svuotandole di contenuto. In cui tutta la faccenda della violenza viene citata solo in senso rituale. E nel frattempo tutto continua come prima in una costante riproposizione di stereotipi sessisti. Tutto continua. Tutto.

D.i.Re
19 11 2013

Gentile Direttore,
Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza alle donne per ricordare l’importanza della prevenzione e della sensibilizzazione sul fenomeno del femminicidio, eppure i mass media italiani continuano a fare spettacolarizzazione e cattiva informazione.

Le scriviamo per segnalarle il servizio del Tg1 serale, trasmesso domenica 17 novembre, sull'uccisione di Stefania Allodi, accoltellata e poi strangolata dal marito
Esprimiamo tutta la nostra indignazione perché un femminicidio è stato raccontato, per l'ennesima volta, con parole, giudizi e stereotipi che occultano il problema della violenza maschile nelle relazioni di intimità con le donne.

Il servizio di Valentina Di Virgilio comincia definendo l’uccisione di una donna come femminicidio ma poi ne racconta la cronaca con i soliti clichè.

A nulla serve che i giornalisti e le giornaliste, utilizzino la parola 'femminicidio' se poi la svuotano di significato inserendola in un testo che racconta la violenza contro le donne come un atto di 'amore' dettato da un crisi di 'gelosia'.

Non si fa informazione corretta occultando una relazione di maltrattamento e controllo con la parola ‘lite’, ‘tarlo nascosto’ ecc. Nel servizio il senso critico e il principio di realtà sono stati spazzati via, anche descrivendo Diego Malavolta, il femminicida-suicida, come uomo 'riservato', 'tranquillo' e 'innamoratissimo'.

E’ stata evidenziata la differenza di età tra vittima e aggressore che in quel contesto può suggerire considerazioni che nulla hanno a che vedere con le dinamiche della violenza.
In una relazione fatta di amore non esiste alcuna violenza!

La violenza non rientra nella normalità di una relazione affettiva!

La violenza contro le donne non è mai un fulmine a ciel sereno e non accade per raptus, ma avviene in contesti di maltrattamento!

I mass media hanno grandi responsabilità nella scelta delle parole e dei contenuti che raccontano la cronaca delle violenze contro le donne.

Come e' possibile che nella società italiana si impari a riconoscere la violenza se giornali, tv e siti web, la normalizzano come un evento possibile in una relazione con uomini pieni di ‘amore e tranquillità’?

I direttori delle testate giornalistiche hanno il dovere di fare una informazione corretta e scevra da illazioni, finalmente libera dalle distorsioni dell’immaginario della cultura sessista che romanza il femminicidio come ‘dramma della gelosia’ o del ‘troppo amore’.
La Convenzione di Istanbul, recentemente ratificata dall'Italia, richiama i mass media alla responsabilità di una informazione corretta senza stereotipi e pregiudizi.
Abbiamo aperto da tempo un confronto con i giornalisti e le giornaliste sull'importanza del linguaggio nell'informazione, ma purtroppo nella pratica quotidiana permangono resistenze forti al cambiamento.

Chiediamo ancora una volta che sia fatta una informazione responsabile nel rispetto delle donne vittime di violenza e di femminicidio.

(Link al servizio del TG Uno di Domenica 17 novembre: http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2013-11-17&ch=1&v=292005&vd=2013-11-17&vc=1)

Titti Carrano
Presidente D.i.Re – Donne Rete contro la violenza

A proposito del "25 novembre. Sciopero delle donne"

  • Martedì, 19 Novembre 2013 13:56 ,
  • Pubblicato in Lettere
Uno scambio di mail tra le socie della Lud di Milano

“Care amiche,
a proposito dello sciopero delle donne, è intercorso un interessante scambio di mail, riporto la mia opinione, se volete contribuite.
Io sono un po' perplessa.

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