Il modello Grandi Opere (parte I)

  • Martedì, 19 Maggio 2015 07:32 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Grandi opereFrancesco Valente*, Zeroviolenza
19 maggio 2015

Per Grandi Opere, in Italia si intendono i lavori pubblici di vasta rilevanza economico-sociale: di esse fanno parte le infrastrutture di comunicazione, gli impianti di deposito e trattamento dei rifiuti (comprese le scorie nucleari), quelli per le manifestazioni sportive o espositivo-commerciali, i parcheggi sotterranei, le caserme, le carceri, ecc. Le organizzazioni statali – e si tratta di una delle motivazioni forti che ne hanno determinato la comparsa e l'affermazione - hanno sempre realizzato Grandi Opere.

Le carte false dell’Expo

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 08:02 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
18 05 2015

Qualche giorno fa è stata presentata con grande clamore la “Carta di Milano” che dovrebbe essere l’eredità che Expo consegna all’umanità. Un appello di personalità del mondo culturale, sociale e scientifico (tra i firmatari Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Mario Agostinelli, Emilio Molinari, Gianni Tamino), esprime un punto di vista decisamente critico e annuncia per il 26 e 27 giugno un grande convegno internazionale.

Ora tutto il dibattito su questa Expo rischia di dover ruotare attorno ad un’unica fotografia: da un lato migliaia di persone entusiaste tra gli stand della grande Esposizione, dall’altra le auto bruciate e la città sfregiata. Ma non è così. Restano tutte le ragioni della critica ad Expo. Restano le tante persone che al di là dell’adesione alle manifestazioni continuano a pensare che occorre insistere nella critica e continuare ad avanzare proposte alternative su contenuti precisi.

Occorre ripartire dal grande convegno realizzato il 7 febbraio a Milano, costruendo consensi ampi, parlando a tutte e a tutti, perché il tema: “Nutrire il pianeta… energia per la vita”.. riguarda ognuno di noi e ben poco ha a che fare con quanto realizzato da questa Expo. Noi continueremo questo impegno - anche in previsione del grande convegno internazionale che si svolgerà a Milano venerdì 26 e sabato 27 giugno con la seconda edizione di: “Expo nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali” - affinché: diritto all’acqua, diritto al cibo e giustizia sociale non siano solo degli slogan. Ripartiamo da qui e dalla critica alla “Carta di Milano”.

La Carta c’è, è ufficiale. E’ stata presentata coi toni dei grandi eventi istituzionali che cambiano la Storia. Ma non sarà così. La Carta di Milano scivolerà nella storia senza incidere alcunché, legittimando ancora il modello agroalimentare che ha prodotto insostenibilità, disastri ambientali e le terribili iniquità che vive il nostro mondo e che la stessa Carta denuncia ma ignorando lo strapotere politico delle multinazionali, che stanno dentro ad Expo e che sottoscrivono la Carta.

Il presidente Sala ebbe a dire a suo tempo che in Expo dovevano coniugarsi il diavolo e l’acqua santa: pensiamo intendesse Coca Cola, Monsanto e l’agricoltura familiare e di villaggio, i Gas, il biologico ecc… Il risultato è che nella Carta si sentono il linguaggio, le difficoltà, le mediazioni e i contributi di tanti docenti, personalità e realtà associative che hanno cercato di migliorarla, ma purtroppo il loro onesto sforzo si è tradotto unicamente in un saccheggio del linguaggio dei movimenti dei contadini e di coloro che si battono per la difesa dell’acqua come bene comune e in favore delle energie alternative al petrolio.

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La “Carta di Milano”, presentata come l’eredità che Expo lascia al mondo, è una grande operazione mediatica, che si limita a dichiarazioni generiche senza andare alle cause e alle responsabilità della situazione attuale. Non una parola sui sussidi che la Commissione Europea regala alle multinazionali europee agroalimentari permettendo loro una concorrenza sleale verso i produttori locali; non una parola sugli accordi commerciali tra l’Europa e l’Africa (gli Epa) che distruggono l’agricoltura africana; né si parla del water e land grabbing; né degli Ogm che espropriano dal controllo sui semi i contadini e che condizionano l’agricoltura e l’economia di grandi paesi come il Brasile e l’Argentina; né si accenna alle volontà di privatizzare tutta l’acqua potabile e di monetizzare l’intero patrimonio idrico mondiale, né si fanno i conti con i combustibili fossili e il fraking.

Nella “Carta” si parla di diritto al cibo equo, sano e sostenibile, si accenna persino alla sovranità alimentare, si ricorda che il cibo oggi disponibile sarebbe sufficiente a sfamare in modo corretto tutta la popolazione mondiale, si sprecano parole nate e vissute nella carne dei movimenti, ma poi?
La responsabilità di tutto questo sarebbe solo dei singoli cittadini: dello spreco familiare (che è invece surplus di produzione) che andrebbe orientato verso i poveri e verso le opere caritatevoli, sta nella loro mancanza di educazione ad una corretta alimentazione, al risparmio di cibo e di acqua, ad una vita sana e sportiva. Le responsabilità pubbliche e private sono ignorate.

Manca la concretizzazione del diritto umano all’acqua potabile come indicato dalla risoluzione dell’Onu del 2010 e mancano gli impegni per impedirne la privatizzazione. Mancano le misure da intraprendere contro l’iniquità di un mercato e delle sue leggi, che strangolano i contadini del sud ma anche del nord del mondo. Mancano riferimenti a bloccare gli OGM su cui oggi si gioca concretamente la sovranità alimentare. Mancano i vincoli altrettanto concreti all’uso dei diserbanti e dei pesticidi che inquinano ormai le acque di tutto il mondo e avvelenano il nostro cibo. Ne prenda atto Sala da buon cattolico: il diavolo scappa se l’acqua è veramente santa. Ma qui di acqua santa non c’è traccia, mentre i diavoli, sotto mentite spoglie, affollano la nostra vita quotidiana e i padiglioni di Expo.

 

Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Mario Agostinelli, Piero Basso, Vittorio Bellavite, Franco Calamida, Massimo Gatti, Antonio Lupo, Emilio Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante, Gianni Tamino, Vincenzo Vasciaveo

Colpi di spugna

  • Mercoledì, 13 Maggio 2015 13:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Milano In Movimento
13 05 2015

«Be’, sai. Adesso sei ufficialmente una vedova e non mi sembra decente andare a letto con una donna vedova da neppure un’ora» dice Nick Corey a Rose, la sua amante, dopo averle ucciso il marito.
La citazione è tratta da Colpo di spugna, romanzo di Jim Thompson, pubblicato originariamente nel 1964 e diventato un film di Bertrand Tavernier nel 1981.
Questo ci è venuto in mente vedendo in questi giorni le immagini – spinte come un mantra dai media mainstream – di tutte queste “persone normali” che si stanno attivando per pulire i muri di Milano, stimolati dalle note vicende del corteo del primo maggio, e contemporaneamente – sui social e i siti di informazione indipendente – le immagini dei profughi in stazione centrale.

Per gli amanti delle coincidenze, di senso e di immaginario, Colpo di spugna è il titolo del film di Tavernier, il libro originale si intitolava Pop. 1280, cioè abitanti 1280, il numero di anime del paese dove è ambientato il romanzo, “compresi i negri”, dice un personaggio, “anche se i negri, si sa, un’anima non ce l’hanno”.
Cosa succede a Milano: mentre Expo ci impone un modello per il quale i soliti noti speculano intascando, legalmente e illegalmente, soldi pubblici, dove il territorio subisce gli attacchi della cementificazione brutale, dove l’agricoltura sana, biologica, di prossimità è umiliata dalle multinazionali che diventano sponsor del grande evento che dovrebbe Nutrire il Pianeta, per il quale ai lavoratori si chiede l’ennesimo sacrificio in termini di diritti e salario, e agli studenti di lavorare gratis… e potremmo andare avanti ancora un po’, ma ci teniamo a dire un’altra cosa: in una città dove quotidianamente arrivano centinaia di profughi dimenticati dalle istituzioni e dalle civili “persone normali” – assistiti invece da associazioni e gruppi di cittadini autorganizzati, alcuni dei quali militanti e appartenenti ai tanti vituperati centri sociali – mentre a Milano persone che fuggono dalla guerra e dalla miseria sono costrette a dormire per strada, abbandonate a se stesse, abilmente nascoste dietro la scintillante vetrina di Expo come polvere sotto il tappeto, Comune, imprese e gruppi di cittadini benpensanti si mobilitano per pulire i muri con le spugnette e il detersivo…

Ma stiamo divagando, stavamo raccontando di un libro. Nick Corey è il protagonista, sceriffo del paesino texano, indolente, pigro, pusillanime coi potenti, tonto e presentato come un imbecille, angariato e tormentato da tutti, ma con uno stipendio buono, una posizione comoda e la ferma intenzione di farsi rieleggere, motivo per il quale se ne sta sulle sue, badando a non dare fastidio ai potenti, così da non mettere in gioco la sua comoda situazione sociale ed economica.
Quando un incendio distrugge le baracche del quartiere nero, gli abitanti facoltosi e benpensanti si preoccupano dei loro negri: se si spaventano e scappano, chi lo raccoglie il loro cotone?

Una cittadina meschina, marcia e bigotta, dove le relazioni sociali sono false, formali e ipocrite, dove anche i rapporti di coppia, in famiglia o fra amanti, sono caratterizzati da violenza e sopraffazione. Insomma tutto normale. Finchè qualcosa, un episodio, una novità inattesa, una parola di troppo, non scatena nel nostro indolente pusillanime un’insospettabile violenza, che lo porta a dare un colpo di spugna: si trasforma così in una specie di “netturbino” idiota che, con l’innocenza di chi si sente forte di una specie di missione di giustizia, deve spazzar via dal paese la feccia, e comincia placidamente ad ammazzare gente, e a manipolare gli altri per uccidere al posto suo.

Parlando dei primi due che uccide, dice: «C’erano un sacco di cose, quasi tutte insomma, per le quali non potevo fare niente. Però, invece, potevo fare qualcosa con loro, e alla fine … alla fine ho fatto qualcosa». E infatti li ammazza.
Tranquilli, non vi diciamo come va a finire, anche perché vi invitiamo a leggere il libro – ripubblicato da Einaudi nel 2014 – e a vedere il film.
Ecco, forse tutto questo pezzo è frutto di un’associazione di idee nella quale pochi si riconosceranno, ma l’immagine della candida innocenza con cui i bambini cancellano a colpi di spugna la scritta Carlo vive ci ha fatto male, ci ha fatto pensare a una società dove il moralismo e il perbenismo scavalcano i diritti e cancellano la memoria con la tranquilla crudeltà con cui i i bravi e onesti milanesi si rimboccano le maniche e si mettono alacremente al lavoro per ripulire la città e curare la ferita che sentono inferta anche al corpo sociale cittadino.

Se è vero quello che scrive Zeropregi ieri in un ottimo pezzo sul Manifesto: “Questo virus reazionario, modellato su un’idea di società e politica che ruota intorno al binomio degrado-decoro, ha espresso un contagio interclassista, forgiando un popolo di Mastrolindo che per primo, ogni giorno, vive delle briciole e della precarietà che il sistema Expo ha messo in moto a Milano e in Italia per decenni. E queste persone esistono davvero, non sono ologrammi che a seconda dell’esito dei nostri cortei plaudono dalla finestra al passaggio del serpentone umano o ne chiedono la testa con isterica ferocia. Non possiamo dire in modo sbrigativo che a pulire Milano c’era solo una fetta di società con cui non è necessario dialogare”, se questo è vero, allora ci proviamo, a mettere da parte il giudizio e i paralleli sgradevoli con libri e film che magari non c’entrano con proprio tutti quelli che affermano che nessuno deve toccare Milano, ma proviamo a seminare un dubbio.
Il protagonista del libro di Thompson, nel giustificare la propria indolenza dice «Così ci pensai e ci ripensai, e poi ci pensai ancora un po’. E finalmente presi la decisione. Decisi che non sapevo che cavolo fare».

Ecco, a Milano, in stazione centrale, arrivano ogni giorno centinaia di persone, stranieri, profughi, vengono da viaggi pazzeschi nei quali rischiano la vita per tener viva una speranza. Dalle istituzioni non hanno indicazioni, supporto, sostegno. Il Comune e le aziende che regalano il Cif per pulire i muri non stanno facendo nulla e a fatica rispondono agli appelli di chi si sta occupando della situazione. Sono “persone non normali” che con un’autorganizzazione straordinaria e faticosissima quotidianamente portano cibo, acqua, vestiti, scarpe, coperte, passaggi, sostegno…
Per fare “bella” Milano bisogna toccarla. Ogni giorno.
Non siamo i primi a prendere parola sull’argomento.

Teologia degli storni

  • Mercoledì, 13 Maggio 2015 08:02 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
13 05 2015

Il bilancio luci e ombre della manifestazione milanese NoExpo del 1° maggio è stato autorevolmente tratto dai partecipanti più responsabili e non è il caso di ripeterlo. Se non per trattenersi in un angolo visuale da cui meglio afferrare l’insieme.

Di rabbia spontanea ce n’è in giro parecchia, scaturisce dalla destrutturazione degli status sociali e delle aspettative ancor più che dall’impoverimento, ma è una favola che a Milano si sia soggettivata e incarnata in un’eccedenza. La disgregazione produce passività fluttuante e offre combustibile a veloci scoppi d’ira, ma in certi riot abbiamo a che fare con portatori di disegni complessivi, che si teorizzano come tali, abbastanza indipendenti dai contesti locali. Li (si) chiamano black bloc (necessità del brand). Non è lo Spectre, ma una struttura flessibile di tipo non partitico, un corpo di pronto intervento che si muove per vertici e controvertici secondo un piano di attacco al capitale globale; una specie di flash mob per la guerra simulata.

Per l’Autonomia diffusa mondiale –uno degli eteronimi con cui quest’area si autodefinisce, non un soggetto con sede, targa e iscritti– ha esposto una parte del suo programma e chiede con insistenza di essere considerata una forza con un progetto proprio, criticando chi «non riesce a vedere una “strategia politica” nella sequenza dei riot europei a decentrarsi». Occorre prendere sul serio tale pretesa, valutarla e combatterla, nella misura in cui implica una notevole dose di spirito di scissione, al punto da asserire che sono in gioco due ipotesi: puntare al governo, tipo Podemos e Syriza, oppure «tentare una diversa “verticalizzazione” delle lotte, cioè organizzarle in un movimento rivoluzionario». Le due possibilità «non sono compatibili e a ben guardare nemmeno alternative tra loro: sono nemiche». Chiaro, no?

Trascurando il piccolo particolare, omesso di regola in tutte le drastiche dicotomie, che è possibile praticare percorsi diversi da Podemos e Syriza, pur guardandoli con interesse critico, senza ridursi alle coreografie dei militanti alfa. Quelle esperienze di mezzo sono parti decisive del reale e delle sue contraddizioni, di cui il momento elettorale e di governo sono un polo, l’altro le lotte di strada, il mutualismo, le occupazioni. Mentre una coreografia è bella o brutta e la sua verticalità è tutta metaforica. Potere destituente? Prendiamolo per buono: chi e dove è stato destituito? a parte i relitti dei vecchi movimenti e social forum…

Non si può certo recriminare che tali componenti non prendano parte ad accordi preliminari con altre formazioni in occasione di manifestazioni (se ne considerano, alla Schmitt, “nemici” e non “rivali” o competitor) ed è sgradevole che adottino nei loro confronti espedienti che discendono dritti dal Catechismo del rivoluzionario del nichilista Nečaev (mettere alle corde i “riformisti” e ancor più gli imitatori zelanti, comprometterli, ricattarli, infilarsi al centro di cortei non organizzati da loro) –ma anche questo è marginale, caso mai impone determinate cautele e contromisure. Occorre andare a fondo, criticare e smantellare la loro logica senza rimpiangere pratiche improponibili del passato: le teste di corteo, i servizi d’ordine, le sfilate (processionali o vivaci), le “scadenze”. Una ritualità congrua a forme ormai desuete di sovranità e di governo, di cui costituivano la controparte sovversiva, extraparlamentare, come partiti e sindacati ne erano quella ufficiale e integrata. Quel mondo fordista e sovranista non c’è più, la maggioranza dei attivisti è addirittura nata dopo. Non vedranno (per fortuna) gli intergruppi, non vedranno (purtroppo) le pensioni. Il fascino della proposta black deriva dalla rottura apparentemente irreversibile con un antagonismo datato e fallito.

Ma è tutto oro il nuovo rilucente posizionamento?

Il 14 ottobre 1952, a conclusione del XIX congresso del Pcus, Stalin affermò che la borghesia aveva buttato nel fango le sue bandiere (le libertà democratiche, l’indipendenza e sovranità nazionali) e che toccava ai comunisti occidentali raccoglierle e portarle avanti. Un’operazione propagandistico-difensiva nel breve periodo (prendere fiato in una fase acuta della guerra fredda), ma che avrebbe innestato una deriva riformista dei partiti satelliti con la scusa di un pericolo fascista imminente. Negli anni ’50 l’imperialismo Usa non era il nazi-fascismo degli anni ‘30, così come nel 1973 la sanguinaria dittatura di Pinochet era l’avanguardia armata del neo-liberalismo di Chicago (ciò che rendeva il compromesso storico di Berlinguer una ripetizione inefficace di tattiche passate) e l’odierna governance multipolare non è lo “Stato d’eccezione”, cioè il paradigma unificato di un esercizio normalmente eccezionale del potere dopo l’11 settembre 2001, la condensazione della guerra civile legale e della tanatopolitica verso ogni avversario e gruppo resistente. I black non sono stalinisti o togliattiani o berlingueriani (figure di cui si è persa memoria), ma condividono un analogo errore dell’obbiettivo e adottano dunque armi improprie.

Oggi un videogioco di successo aggiorna quella logora strategia rovesciando la teologia politica dell’agonico Sovrano novecentesco in una teologia della rivolta (la stasis, la stasis!), in cui a gestire l’eccezione è un’avanguardia ribelle invisibile e mobile, le cui azioni esemplari insurrezionali finirebbero per produrre il “popolo che manca”, il significante vuoto di Laclau al centro di una catena di equivalenti. Alla Repräsentation schmittiana dall’alto, che produceva un popolo assente disprezzando i compromessi liberali e corporativi, si contrapponevano simmetricamente, suoi degni avversari, il mito sorelliano dello sciopero generale e la paura della democrazia diretta soviettista. Peccato che oggi le cose non funzionino più così e il capitalismo finanziarizzato globale nel segno del neo-liberalismo si sia dato organi e strumenti diversi. La dimensione globale è ben presente agli attivisti della nuova Internazionale anarco-insurrezionalista (nome di fantasia), ma il loro discorso resta alternativo a un modello di decisione e di sovranità che è stato sostituito da meccanismi altrettanto micidiali di comando, non più identificabili e afferrabili con quelle modalità. Vai a combattere la governance con le rivolte a sciame…

Spettacolo garantito ma si recita su un palcoscenico di sotto-sistema, senza misurarsi con quanto si gioca a livello di sistema globale e insieme articolato. Le due performances mediatiche sono deliberatamente opposte ma non entrano mai in contatto come, su una mappa il quadrante “riottoso” di Milano e il traballante Eden dell’Expo a Rho. Indovinate quale narrazione prevale?

Micidiali sono i vantaggi tattici dell’Autonomia diffusa nei confronti di un movimento confuso e in via di ristrutturazione mentale e organizzativa, debolissimo il suo impatto sull’avversario di classe. Un’estetica delle rovine (perseguita con maggior efficacia dall’agenzia di moda che ha postato la modella accanto alla macchina rovesciata) e della «ridefinizione dell’arredo urbano» (chapeau!) fa presa facile –più facile della retorica bavosa del “decoro” e del “ripuliamo la nostra città”– su un precariato frustrato e incazzato che non ha nulla da perdere. È un movimento “nomadico”: non nel senso della macchina da guerra deleuziana, ma della geometria variabile dei voli di storni al tramonto (rubo la leggiadra similitudine a Lanfranco Caminiti), compreso però il tappeto di guano che lasciano in loco. Comunque esso prevale su sedentari disorganizzati e litigiosi, sull’usura dei linguaggi e dei simboli. Non c’è simmetria possibile fra litanie e un immaginario “altro”, quale rivendica un successivo e alquanto difensivo documento a firma simile.

Ben poco incide, però, questa grande Repräsentation apocalittica all’inverso sui meccanismi della governance, prontissima a perimetrare la guerra simulata in un settore a basso costo: scope, detersivi e spese per processare i soliti quattro sbandati presi a caso. La messa in scena, mediaticamente curata secondo i canoni della società dello spettacolo, lo è purtroppo di forme di lotte che andavano bene in una fase anteriore del comando del capitale. Per paradosso, i black bloc sono gli eredi "brutti e cattivi" della protesta democratica e solidale, bloccati da un nemico fantasmatico –non perché non ci sia ma perché sta in un posto diverso, va quindi affrontato con pari energia ma con modi più efficaci.

Filosoficamente l’idea di eventi assoluti, irruzioni del miracolo nella storia, scioglie le sequenze significative nel vuoto, cortocircuita in maniera illegittima Schmitt e Badiou –che infatti bolla siffatte operazioni per gauchisme spéculatif rivendicando il carattere locale e localizzabile dell’evento, mai isolato ma connesso a una serie di conseguenze iscritte in un tessuto. Politicamente l’attribuzione alla Stato di un’eccezione permanente (Benjamin dirottato da Agamben) schiaccia la concreta governance neo-liberale su un fascismo metafisico, cui opporre una altrettanto metafisica destituzione, che fa del riot non un sintomo di crisi ma un mezzo privilegiato di risoluzione.

La critica di quella strategia a retroterra “teologico” non ci deve però impedire di comprendere perché essa conosca un effimero successo e comunque segnali i limiti di impotenza del movimento. Allo stesso modo il disgusto per il corteo scopaiaolo (in senso osceno, cioè di far pulizia) dietro Pisapia non cancella il parziale fallimento della contestazione dell’Expo. Come uscire dal circolo vizioso fra sovversione inane e ritorno all’ordine? Dalla parodia ambrosiana, non esente da tentazioni di linciaggio, di quanto si verificò con la ripresa gollista della piazza a fine maggio 1968 e con la marcia dei 40.000 nell’ottobre 1980 dopo l’occupazione alla Fiat?

Denunciamo il carattere residuale e ultra-novecentesco di uno stile minoritario e, a differenza dagli anni ’70, militarmente assai fragile, dopo di che il problema è che non propongono un modello inclusivo, diffusivo, trasversale, praticabile da settori sufficienti della moltitudine precaria. Non coinvolgono, anzi allontanano una pluralità di soggetti e rendono impossibile, per metodo e per discontinuità territoriale e temporale, qualsiasi costruzione di istituzioni del comune. L’altro problema è che ci riusciamo poco e saltuariamente anche noi che li critichiamo.

La pazienza non va raccomandata ai poveri e agli insorgenti, ma ai militanti rivoluzionari (ai poveri e insorgenti in quanto militanti rivoluzionari) sì. Servono fluttuazioni più lente e molecolari, in cui si definiscano soggettività non standard, più rispondenti a come il vecchio si mischia il nuovo. Una situazione assolutamente continuativa quale il mondo della scuola, che appartiene al tessuto della prima repubblica e del lavoro pre-fordista, oggi svolge una forte azione di contrasto alla modernizzazione neo-liberale con la scontata arma dello sciopero. Il Social strike ha cercato, con esiti limitati ma promettenti, di dare voce al mondo eterogeneo del precariato con forme di lotta che con quelle tradizionali della scuola hanno solo somiglianze di famiglia. Quel disagio occupazionale e lavorativo è tipicamente giovanile e sembra non aver alcun rapporto con il terremoto che si annuncia fra i percettori di pensioni medie e basse dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’adeguamento al costo della vita: eppure sappiamo benissimo che esiste una complementarità nel bilancio familiare fra trasferimenti dei nonni e mantenimento dei nipoti precari. Solo un reddito universale di cittadinanza è in grado di redistribuire i costi fra le generazioni e riavviare una dinamica delle retribuzioni e dei consumi. I migranti regolari, privi di diritti politici, chiudono il circuito versando i contributi pensionistici che altrimenti mancherebbero, e quelli irregolari (che gli apologeti di stragi chiamano “clandestini”) sono il bacino privilegiato del capitalismo “estrattivo”.

Sebbene finora insoddisfacente, il lavoro in queste e in aree consimili è l’unico degno di nota, un tentativo realistico di ricomporre l’infranto senza forgiare gratis per il nemico armi di distrazione di massa. Almeno per cominciare, su scala locale, intuendo che probabilmente il discorso è estendibile altrove. Ci abbiamo provato con Blockupy ed è la sfida dei prossimi mesi.

Expo Africa agricolturaAlessandro Giannì, Zeroviolenza
12 maggio 2015

Ci sono, e ci saranno, molti modi per etichettare l'Expo di Milano. Corruzione, luna park, abbuffata planetaria, occasione per il Paese. Di sicuro era un'occasione, sprecata fino ad ora, per parlare di sicurezza alimentare. Che non è la sicurezza degli alimenti (anche quello è un capitolo interessante…) ma la ragionevole certezza di aver da mangiare per sé e la propria famiglia.

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