Expo a Milano o a Lampedusa?

  • Mercoledì, 06 Maggio 2015 13:36 ,
  • Pubblicato in La Poesia
Paperino e CiboJoao Pedro Stedile*
6 maggio 2015

I - La fame nel mondo...

Ci sono nel mondo più di un miliardo di persone che soffrono la fame tutti i giorni. Nessuno di loro sa dove stia Milano nella carta geografica.
Ci sono nel mondo più o meno 50 transnazionali che controllano il commercio mondiale di cereali, latticini, alimenti in generale, oltre a controllare veleni, fertilizzanti chimici e supermercati. Loro saranno a Milano.

EXPO 2015, Aldo Grasso e il carrozzone della vergogna

  • Lunedì, 04 Maggio 2015 10:02 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
04 05 2015

"I giovani non hanno più voglia di lavorare". Così Aldo Grasso, dal sito del Corriere, attaccava ieri i giovani che rifiutano un lavoro sottopagato e precario ad EXPO 2015. Centinaia di precari insultati perchè non vogliono farsi sfruttare

Leggi anche la lettera di Selene Aldo Grasso, grazie per il suo editoriale

Ci risiamo. Ogni tanto – almeno una volta ogni due mesi – politici, imprenditori e figli di papà vari si mettono a pontificare sulla disastrosa situazione che riguarda il mondo del lavoro giovanile. Parleranno dei contratti a nero? Parleranno delle false partite Iva? Parleranno della vergogna degli stage non retribuiti? Ma quando mai! Il discorso si attesta sempre sulla stessa, identica, patetica solfa: “i giovani non lavorano perché vogliono rimanere a casa con mamma e papà”, “i giovani non vogliono più fare lavori umili”, “i giovani sono tutti sfigati, choosy e bamboccioni”. Ultimo, ma non in termini d’importanza, è stato il critico Aldo Grasso ad esprimersi – dall’alto della sua carriera di critico televisivo e dei suoi migliaia di euro guadagnati al mese – sul tanto mainstream tema della famigerata “disoccupazione giovanile”. Occasione è stata la notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, che molti ragazzi avrebbero rifiutato un posto di lavoro all’Expo 2015 pagato 1300 euro al mese. Aldo Grasso ha dichiarato: “In queste contingenze, in questo momento di crisi, è impensabile che qualcuno rifiuti un lavoro. Inutile fare del moralismo, le cose vanno così. Probabilmente c’è una generazione che non è ancora stata abituata al lavoro, anche al lavoro estivo, ma credo che dovrà imparare presto”.

Il signor Aldo Grasso probabilmente fa parte di quella schiera di persone – che, guarda caso, nella totalità dei casi detiene una posizione di potere – che ama mistificare, a beneficio d’imprenditori e classe governativa (che nell’Expo2015 ha investito tutto, anche se con scarsi risultati) la situazione lavorativa attuale, soprattutto quando si tratta dei cosiddetti “giovani”. Giovani che, purtroppo, sono abituati non solo al mondo del lavoro, ma anche a vivere le peggiori condizioni di sfruttamento possibile. Call center dove la paga è di 2,60€ l’ora, ristoranti dove si lavora in nero per 30€ a sera in turni di circa otto ore, bar situati in posti improbabili – generalmente posti chic in centro città ma sempre a nero – dove il capo ti minaccia se osi chiedere un aumento. Agenzie che non ti pagano per il lavoro da hostess/promoter e, se minacci di fare causa, loro minacciano di fallire, grandi centri commerciali dove le commesse vengono picchiate, multinazionali che ti assumono per tre mesi per 500 euro al mese, aziende che fanno falsi contratti da stage a 300€ al mese, aziende che fanno falsi contratti da stage a stipendio zero, aziende che ti fanno aprire una falsa partita Iva quando rientreresti nella tipologia del lavoro subordinato. La lista potrebbe continuare ancora per molto, ma per comodità editoriale ci fermeremo qui.

Rifiutare un lavoro da 1300 euro per Expo2015? A parte che, come riportato dalle testimonianze riportate da alcuni ragazzi che hanno partecipato alle selezioni,( leggi qui e i commenti sotto l'articolo che trovi qui) la paga non era proprio quella, ma andava a scendere di molto. Senza contare che poi, chi avrebbe avuto il “privilegio” di avere un “contratto d’apprendistato” (ma poi, apprendistato di che? Era per caso la forma contrattuale che costava di meno?) a 1300 euro al mese, avrebbe dovuto pagarsi alloggio, trasporto, e pasto tutti i giorni. E ricordiamo, nel contratto erano compresi domeniche, turni notturni e festivi. Che, in un paese civile, sono pagati il doppio di un giorno feriale.

Sinceramente siamo anche un po’ stanchi di doverci giustificare ogni qualvolta rifiutiamo le condizioni di sfruttamento imposte dal mercato del lavoro. Siamo stanchi di dovervi ricordare che ogni singolo lavoro di merda che esiste nel mondo noi l’abbiamo fatto e continuiamo a farlo. Siamo stanchi di ricordarvelo perché voi che continuate a gettare fango sulla nostra generazione di precari e di sfruttati, in realtà sapete benissimo qual è la situazione reale in cui versiamo noi “giovani”. Solo che vi conviene continuare a mistificare e a darci dei bamboccioni e dei nullafacenti perché, dalla vostra posizione di servi del potere, vi serve continuare a far credere che il mondo del lavoro sia talmente inaccessibile e che, oggi, dobbiamo accettare ogni condizione di sfruttamento ci venga imposta.

Beh, non è più così. Il segnale dato da Expo2015, il rifiuto di migliaia di giovani che non hanno voluto accettare lavori gratuiti o mal pagati, e la difficoltà che avete avuto anche solo a vendere i biglietti di questo evento che non ha nulla di accettabile, è un chiaro segnale che in migliaia hanno deciso di non sottostare più alla vostra logica di mercato che, per la vostra sopravvivenza, prevede la nostra distruzione.

La Repubblica
04 05 2015

L'incidente si è verificato all'esterno della struttura. Dalla copertura, a sei metri di altezza, si è staccato un perno di metallo che ha colpito una passante in testa. Le sue condizioni non dovrebbero essere gravi.

Una visitatrice di Expo è rimasta ferita - pare non in maniera seria - in un incidente che si è verificato nel tardo pomeriggio all'interno del percorso espositivo di Rho Pero. E' accaduto all'esterno del padiglione della Turchia che si trova lungo il Decumano. Un perno in ferro, pare si tratti di una piastra di circa 10 centimentri, si è staccato dalla copertura in vetro e acciaio che si trova a un'altezza di circa sei metri e che sovrasta l'ingresso del padiglione colpendo, di punta, la testa di un'albanese di 24 anni che stava passando lì sotto.

La giovane è stata portata via in ambulanza e visitata in via precauzionale al pronto soccorso dell'ospedale San Carlo. Ma le sue condizioni - stando alle prime testimonianze di chi si trovava sul posto - non dovrebbero essere gravi. Carabinieri e vigili del fuoco stanno compiendo i primi rilievi. L'area, di una trentina di metri, è stata transennata. La Turchia è stato uno degli ultimi Paesi ad aderire ad Expo, il suo padiglione è stato costruito a tempo di record

Huffington Post
04 05 2015

Un toast al prosciutto cotto? Cinque euro. Un panino con le acciughe? Sei euro. Un caffè espresso? Un euro e cinquanta. Ovvero, rincarato di un terzo rispetto al prezzo di un comune bar italiano. Distributori di acqua potabile e gratuita che non funzionano. E i locali più “economici” quasi nascosti dai padiglioni e offuscati dai ristoranti delle grandi, celebri e proibitive catene di ristorazione.
Va bene che “il cibo è l’energia della vita”, come recita uno degli slogan dell’esposizione universale, però, più che a Expo 2015, “sembra di essere in via Montenapoleone”.

I cancelli di Rho Pero si sono spalancati ai visitatori il giorno dopo l’inaugurazione ufficiale finalmente scintillanti sotto il sole di maggio. L’aria è tiepida, la pioggia battente sembra ormai un ricordo. Terminate le cerimonie ufficiali e spariti vip di ogni sorta, oggi ad affollare i padiglioni espositivi sono soprattutto famiglie con bambini a seguito, provenienti da ogni parte del mondo, pronti a sperimentare piatti che arrivano da ogni angolo del pianeta e – soprattutto – le eccellenze italiane.

Tutto perfetto, se non fosse per una cosa. Prezzi stellari per panini e bevande e acqua (gratuita) quasi introvabile. E così, quella che dovrebbe essere l’occasione per far conoscere specialità da tutto il mondo, rischia di diventare l’ennesima trappola per turisti.

Come spiega bene Giacomo, bolognese, arrivato ad Expo insieme alla moglie e al figlio di cinque anni: “Tre piatti di pasta a dodici euro a testa. Più altrettanti contorni e il gelato. Abbiamo speso più di sessanta euro. A me pare francamente un po’ troppo”.

Se si vuole rinunciare al primo e puntare su un più frugale panino al volo, il risultato non cambia di molto. Perché un banale toast con prosciutto cotto costa cinque euro. Quattro euro, invece, il prezzo di una brioche salata con affettato.

“Abbiamo girato mezz’ora in cerca di un locale meno costoso – racconta Karen, israeliana – alla fine abbiamo optato per il chiosco belga che vende patatine fritte: 4 euro e 50 centesimi a porzione”.

In verità, piccoli locali più economici ci sarebbero. Che hanno persino ideato un menù fisso a prezzi più che abbordabili. Solo che sono talmente defilati rispetto al percorso principale che scovarli, per i visitatori, è difficile. Anche perché ad “eclissarli” ci hanno pensato le grandi catene di ristorazione, che occupano quasi interamente la strada maestra dell’esposizione.

Come Eataly, che si è aggiudicata gli spazi più grandi dedicati all’intera ristorazione di Expo, con 21 ristoranti che propongono le specialità regionali italiani. Prodotti certamente genuini ed eccellenti. Ma, mentre l’architettura e il design dei locali invitano ad entrare, i prezzi spaventano i visitatori. “Sei euro per un panino a me pare francamente troppo! - sbotta Francesca, maestra, che accompagna una classe di 17 studenti – la prossima volta faccio portare ai ragazzi il pranzo da casa”.

Proibitivi per i visitatori anche i prezzi per le bevande: un caffè espresso – che in un comune bar viene costa solitamente un euro – qui arriva a un euro e cinquanta. “Siamo ad Expo o in via Montenapoleone?”, scherza ma non troppo un uomo sulla cinquantina, mentre mette mano al portafoglio davanti alla cassa.

A salvare la situazione dovrebbe esserci, perlomeno, l’acqua potabile gratuita, offerta ai visitatori in 32 appositi chioschi self-service disseminati per l’intero Expo. Almeno, così era stato pubblicizzato. E dunque, chi scrive, è andato a cercarli. Peccato che, su tre chioschi scovati, due fossero già fuori uso. Con tanto di tecnici intenti a riparlarli.

Il fumo e la sostanza

  • Lunedì, 04 Maggio 2015 08:21 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cantiere.org
04 05 2015

Il fumo di un modello Expò convocato in nome del “Nutrire il Pianeta” e nelle mani delle multinazionali che il Pianeta lo affamano.
Il fumo del maquillage last minute utile a coprire i cantieri dagli appalti miliardari non ancora finiti, e tra 6 mesi gia’ in disuso.
Il fumo dell’indignazione di una giunta che dopo avere mandato a casa la partecipazione oggi chiama la cittadinanza a pulire la città, come perfetta occasione per ripulirsi la faccia.
Il fumo delle colonne di fumo dei “leoni” in azione per una oretta di “gloria” concessa da potere e polizie, ed ovviamente altrettanto strumentalmente esaltata da media e commentatori.

La sostanza di un mondo in balìa di interessi multinazionali e di un neo-liberismo feroce e selvaggio in guerra con l’umanità e con l’ecosistema.
La sostanza dei miliardi di euro gettati al vento nella ennesima grande opera solo utile a produrre un po’ di precarietà per tanti, grossi affari per pochi.
La sostanza di una Milano tradita da un laboratorio sociale promesso, fallito un secondo dopo la fine della grande festa arancione di piazza Duomo con la giunta così solerte nel prodigarsi nella chiamata a “ripulire” Milano quanto nel prodigarsi nell’impresa expo, una mafia di interessi opachi per cui erano semplicemente necessari timonieri presentabili.

La sostanza di costruire reti, laboratori di condivisione di analisi e pratiche e’ un percorso costituente, sicuramente cosa molto meno facile ed esaltante che ‎una pratica di spuria e mediatica “estetica del gesto”.
Sentiamo parlare di “violenza” indicibile, quella che avrebbe subito Milano il 1 Maggio 2015. Ma pochissima indignazione per Klodian, ragazzo, caduto da un ponteggio mentre lavorava a une delle infrastrutture di expo l’ 11 aprile.

Perchè morire nel silenzio e a 21 anni non fa notizia nelle deroghe dei cantieri miliardari, come giustamente ricorda indignato il noto rapper nel mentre tutti cercano di metterlo alla gogna e semplificare ragionamenti irriducibili ai titoli ad uso e consumo del circo mediatico, già in funzione della prossima campagna elettorale meneghina.
E altrettanto meno capacità di indignazione verso un debito che non abbiamo scelto di contrarre, una casta di fatto inamovibile dalle poltrone e sempre intenta a garantirsi e riconoscersi. O nei confronti di una guerra oggi davvero globale e permanente, che indigna oramai pochissimi essendo diventata “normalità”.

Ci permettiamo quindi di affermare serenamente che in una epoca così feroce la “violenza” ci risulta essere ben altra cosa. Delle vetrine del centro non ci interessa molto, se non in relazione al fatto che non ci voleva particolare sagacia a comprendere le immediate conseguenze, nel contesto del primomaggio. Non possiamo che “plaudire” gli “eroi” che hanno imposto le loro pratiche su un percorso condiviso da anni, spezzando l’imponente serpentone della MayDay e mettendo migliaia di persone e la tutela di un intero corteo a rischio in un gioco di “guardie e ladri” e ripetute provocazioni cui non sono seguite reazioni. Utile pratiche di idiozia ed utili idioti, l’elogio alla “intelligente e responsabile” gestione delle forze di polizia ne è la dimostrazione.

Quanto costano quelle vetrine? Quanto 1 minuto di mantenimento della casta delle poltrone della politica italiana? Quanto 1 ora di interessi della voragine del debito pubblico? Il costo delle vetrine è poca cosa, ma vale molto in funzione elettorale, tanto quanto il green washing dell’Expo.
Le tantissime persone in piazza, data la fase e dato il contesto e il clima nei giorni e mesi precedenti la mobilitazione, dimostra che un altro mondo oltre che necessario è ancora possibile. Per questo vale la pena provare, anzichè restare in casa, giudicare, commentare. La relazione possibile in una grande data di mobilitazione è un fattore insostituibile della capacità di cooperare e cospirare assieme. Per questo è necessario scendere in piazza. Ma i percorsi di alternativa, sono prima ed oltre una mera “data chiamata”. E ora che questa data è superata possiamo finalmente tornare a lavorare per produrre relazioni e territori resistenti, piccole o grandi laboratori di alternativa tra i tanti che ogni giorno vedono impegnati fuor di notizia persone ed attivisti intenti a difendersi dalla crisi, dal basso.
Una sostanza di pratiche…altro che fumo!

Note tra “addetti ai lavori” :
Getta fumo chi va affermando o addirittura scrivendo affermazioni del tipo “il blocco nero‎ era innegabilmente lo spezzone piu’ numeroso, dell’intero corteo”. Per noi è e sempre sarà centrale la scommessa della partecipazione, e in tal senso il primo maggio 2015 a Milano è stato un grande esempio di partecipazione con tantissimi giovani in particolare in piazza, a dimostrare che nonostante la depressione qui un movimento ancora c’è. Partecipazione ampia e determinata che nulla ha a che vedere con la residualità di numeri ed irrivendicabilità di pratiche di chi si è voluto “rappresentare” ed è quindi ora rappresentato come “blocco nero”. Lasciamo perdere i numeri al massimo utili a confermare il distintivo di “avanguardie” dei pochi che han deciso di imporre pratiche, e giocare a mettere in gioco la tutela dei molti.
In relazione a quanto scritto da penne amiche. Non pensiamo il primo maggio sia nè la fine, e tanto meno l’inizio.

Non pensiamo il “blocco nero” abbia “asfaltato i movimenti”, la desertificazione sociale della “società civile”, “americanizzazione” delle forme della partecipazione ma anche della politica, lavoro, scuola, relazioni, culture è questione già nota, e vera ben oltre le soggettività delle reti “di movimento”.
Ancor prima questione più vera per i soggetti classici della “politica” della rappresentanza, partiti e sindacati in primis.
E ci spiace molto vedere come fraterni amici da bravi indiani (metropolitani), cercando giustamente “segnali” nel fumo, finiscano con il fumo negli occhi giudicando il “primo maggio di milano come un inizio”.‎ Con affetto diciamo che in quella giornata non vediamo alcun inizio, se non di Maggio.

Milano come Ferguson, Baltimora? Nello “spettacolo” del primomaggio vediamo il limite di una scelta di pochi molto più vicini all’essere ceto politico più che alle rivolte sociali. E in generale nel “riot per il riot” laddove legittimo in quanto frutto di spontanea e disperata rivolta, vediamo in ogni caso il limite di una società depressa, dove ogni dissenso e sfumatura sono controllati e nientificati. Nulla quindi che ci renda felici. I “sociologi del riot” che citano Baltimora, Ferguson non colgono nulla del contesto, alcuna sfumatura della sottile ma vitale differenza con una societa’ il cui dissenso e’ ridotto al diritto ad attraversare le strisce pedonali con il semaforo verde ed un cartello di carta in mano.
E allora Kobane?!? Ecco ci sembrano assurdi i tentativi di lettura pro o contro il primomaggio di Milano (e i piccoli avvenimenti avvenuti) quale lente da cui leggere le rivolte del mondo. E vergognoso anche solo il paragone. Non è sufficiente l’eco di due botti per portare qui quell’esperienza di resistenza (questa sì suo malgrado eroica) e di autorganizzazione che è il Rojava.

I territori sono di chi li vive. Lo abbiamo detto tante volte, così come lo abbiamo imparato dalla ValSusa. E quindi lo stesso vale per ogni territorio.
Il conflitto e il consenso sono nodo centrale, da indagare ogni giorno, per quanto ci riguarda. La degna rabbia, come dicono in Chiapas, si organizza, si riunisce, si parla, si rispetta: la rabbia degna costruisce le fondamenta di un mondo nuovo.
Infine, non siamo per nulla stupiti. Che il limite della fase lo conoscevamo gia’. Cercando di superarlo ogni giorno, occupando, resistendo, producendo. Dal basso provando a darci futuro seminando alternative, a questo mondo di merda.

Oltre l’ipocrisia, per noi il primomaggio è stato una data “dovuta”, in un processo che purtroppo abbiamo constatato direttamente da tempo come poco interessante. Anche evidentemente nella noia e tedio delle assemblee “verso”, chiuse su piccole logiche e prive di quella energia, forza e potenza capace di dirompere verso qualcosa di “oltre”, utile e nuovo. Come invece accade nelle migliori occasioni, quando l’onda sale e travolge…
Una proposta “oltre”, “alter” più che contro ci pareva già da anni una strada più interessante. Ma tant’è le cose sono andate diversamente. E nulla è definitivo.
To be continued…
Siamo una comunità ampia e il dibattito è in divenire.

Centro Sociale Cantiere

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