Ecco come il Comune sfrutta i lavoratori per Expo

  • Martedì, 28 Aprile 2015 10:04 ,
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Communianet
28 04 2015

Expo2015 e lavoro, un binomio che ridisegna i rapporti sindacali ed apre scenari ben poco conflittuali, ammiccanti a metodi di sfruttamento piuttosto classici.

L'ultimo tavolo sindacale sull'argomento, chiusosi alle 2,30 di notte il 16 aprile scorso, ha avuto come oggetto il cosiddetto "incentivo Expo". Dopo aver messo sul piatto umilianti proposte quali il blocco delle ferie o lo straordinario ad oltranza, l'amministrazione ha affrontato il tavolo sindacale confermando tutto ciò che s'era prefissata aggiungendovi un premio incentivante, in denaro, a tutti coloro ritenuti coinvolti nell'operazione Expo.

Su basi ovviamente arbitrarie, l'impatto di un megaevento del genere, dovrebbe esser noto, ricade su tutto il lavoro della pubblica amministrazione.

Un premio incentivante di qualche milione di euro (inizialmente 3 milioni di euro, divenuti poi 5,5) attraverso cui distribuire le solite briciole offerte a chi evidentemente è costretto ad accettare qualsiasi condizione pur di raggranellare qualche euro in più.
La prima riflessione che ci viene da porre è in merito alla serietà generale del tavolo, svoltosi a meno di due settimane dal via in condizioni evidentemente poco disponibili alla riflessione ed al confronto.
La seconda riflessione riguarda il tentativo, per l'ennesima volta andato a buon fine, di monetizzare i diritti. I partecipanti all'incentivo non potranno mancare per più di 13 giorni durante il semestre Expo e ad ogni giorno mancato (da 1 a 13) corrisponderà una sottrazione del premio. Viene richiesto un maggior sforzo attraverso l'intensificazione del lavoro senza che venga corrisposta un'effettiva correzione oraria del salario. Viene anteposto il meccanismo del salario accessorio a quella del salario base, viene creata una differenza fra un lavoratore ed un altro a seconda del caso o della disponibilità.

Queste riflessioni si sommano ad un più generale contesto in cui sempre più nebulosa appare la situazione in quello che i più cinici definiscono mercato del lavoro: di Expoincittà e delle miglialia di eventi che vi sono compresi non sappiamo molto rispetto ai contratti o al livello di utilizzo dei volontari che lavoreranno nei differenti eventi, per esempio. Ci vien difficile pensare anche solo ad una qualche forma di monitoraggio nell'ambito della sempre più pomposa industria degli eventi milanese, che in Expo2015 raggiunge una vetta ma che da tempo risiede in questo territorio e cresce attraverso eventi come il Salone del Mobile e le Settimane della Moda zeppi di lavoro eccessivamente sfruttato, gratuito o mal pagato. Oggi abbiamo la conferma di come questo meccanismo predatorio, in grado di catturare lavoro in cambio di quasi nulla, si sia infiltrato ad ogni livello della produzione sociale fino a raggiungere quegli ambiti di lavoro un tempo definiti gratuiti o tutelati, di certo maggiormente sindacalizzati ma oggi sotto attacco in nome del brand Milano e dell'occasione di rilancio per la città. Per questo motivo si chiederà ad alcuni dipendenti, il meno possibile, di lavorare su turni di 24 ore su 24, altri su turni dalle 7 alle 22, ad altri ancora di fare oltre 40 ore di straordinario al mese, ai più sfortunati si chiederà tutto ciò senza percepire alcun incentivo.
Il tutto conservando il livello di disoccupazione attuale poichè il Comune di Milano non prevede nuove assunzioni per Expo2015 (dal 2011 ad oggi sono quasi 900 le unità in meno in dote all'amministrazione comunale) e per quanto riguarda i tempi determinato le 212 assunzioni sono poco più di quelle che annualmente, per coprire le ordinarie temporanee necessità, vengono effettuate. Dei 17 milioni di euro concessi da Roma al Comune di Milano i 2/3 coprono la spesa per gli straordinari, 1/3 copre le assunzioni a tempo determinato, queste sono le proporzioni.

Che dire? Molti stanno parlando a sproposito e le comunicazioni che compaiono sulla stampa sono particolarmente poco chiare, come per esempio quest'articolo apparso su Milano Today in cui si mischia la questione legata esclusivamente alla polizia locale con l'incentivo Expo. Confusione generata però (va detto) dalla massiccia presenza di agenti della polizia locale fra le fila dei percettori dell'incentivo Expo. Al solito al disinvestimento sulla città pubblica fa eccezione Bentham.
Che fare? Fra le righe è sempre presente la questione della pace sociale nei 6 mesi di Expo2015. Romperla sarà un nodo fondamentale per provare a restituire non tanto alle organizzazioni sindacacali quanto ai movimenti dei lavoratori un ruolo più deciso e determinante per una messa in discussione della riorganizzazione del lavoro Renzista.

*delegato Sial Cobas Comune di Milano,della rete attitudine No Expo

Wolf Bukowski, La danza delle mozzarelleMaria C. Mancuso, Vulcano Statale
25 aprile 2015

Dopo la recente pubblicazione del suo ultimo libro, La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), Wolf Bukowski è apparso con interviste su diverse testae. Scrittore e guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spazio a sottintesi: quello di Slow Food e Eataly è un sogno “tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori”.

L'Italia che non vuole l'Expo

  • Martedì, 28 Aprile 2015 08:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
28 04 2015

Qualcuno le ha già ribattezzate le nuove Cinque giornate di Milano, qualcuno le teme evocando Genova 2001, ma il movimento che si appresta a contestare l'inaugurazione dell'Esposizione universale affonda le sue radici nel risentimento diffuso contro le grandi opere, contro lo sfruttamento del territorio e la mortificazione di ogni processo democratico di scelta. Documenti, condivisi anche dai militanti in arrivo dall'estero, a cui si lavora da anni e che saranno presentati in assemblee e dibattiti. Ma sullo sfondo restano i timori per il maxi corteo del 1° maggio.

Prove di dialogo con l'incognita imbucati

di MASSIMO PISA

MILANO - Sei giorni per urlarlo sul proscenio globale: già, perché oltre alle Cinque giornate di Milano, annunciate da mesi, ce n'è una sesta che farà da prologo alle manifestazioni NoExpo ed è la presentazione della Carta di Milano - il manifesto ufficiale della manifestazione - da parte del ministro Martina, il 28 aprile, nell'Aula Magna della Statale, storico polmone dell'antagonismo in città che in via Festa del Perdono, c'è da scommetterci, si farà sentire. Sei mesi annunciati di iniziative, ma quelli verranno dopo, decisi nell'assemblea dei movimenti in calendario il 3 maggio, data in cui la contestazione farà i conti con se stessa, col proprio impatto, coi numeri e le conseguenze della May Day Parade. Otto anni di preparazione, di lavoro politico, di documenti e analisi di tutte le contraddizioni dell'Esposizione universale, provando ad aggregare realtà antagoniste e nuovi collettivi e laboratori nati intorno a un'idea diventata proclama: "Expo fa male, facciamo male a Expo". "Expopolis", prodotto del laboratorio Off Topic, ne è dal 2013 il testo di riferimento.


La piazza milanese è frastagliata, ha perso numeri e forza d'urto negli anni, trovato nel tempo un modus dialogandi con la questura che ha garantito una forma non scritta di pax: contatti, anche aspri, nei cortei studenteschi e negli appuntamenti classici, dalla prima della Scala all'anniversario di piazza Fontana e della morte di Pinelli, fino alle manifestazioni per la casa dell'ultimo inverno nelle periferie del Corvetto, di Niguarda, di San Siro; uova, vetrine di banche incrinate, fumogeni, lacrimogeni, manganellate. Ma tutti a casa con le proprie gambe.

Apertura al confronto rilanciata dal questore milanese Luigi Savina anche a poche ore dall'inaugurazione dell'evento. "L'augurio - afferma - è che i toni si possano abbassare. La protesta è il sale della democrazia e speriamo che le contestazioni, che ci saranno, non assumano la virulenza che qualcuno vorrebbe, anche con una punta di cattiveria. Qualcosa ci sarà. Però mi piacerebbe lanciare un appello agli antagonisti. C'è una piazza espositiva su un argomento molto serio, 'nutrire il pianeta, energia per la vita'. Se il fine ultimo è nobile, e cioè un riequilibrio dell'alimentazione, non si capisce perché contestarla. Le proteste mi paiono pretestuose, tanto per fare casino. Ad ogni modo il sito Expo non è una fortezza inespugnabile né una zona rossa: basta pagare 5 euro per entrarci".

Si trattava, fino all'anno scorso, di cortei alimentati da non più di 10mila manifestanti. Ora se ne prevedono circa 30mila per il 1° maggio e come gestirli sarà un problema non solo di polizia e carabinieri, ma del movimento stesso. La campagna per costruire "un livello europeo di coordinamento e diffusione", lanciata negli anni in preparazione di Expo, gonfierà il corteo di incognite, oltre che di numeri.

Il Viminale censisce arrivi da Germania, Grecia, Spagna, Francia e Svizzera, forse dal Cile. Non si hanno per ora notizie di casseurs e spezzone nero, ma nemmeno se ne escludono. Allo stesso tempo il ministero dell'Interno annuncia una mobilitazione straordinaria, anche in chiave antiterrorismo islamico. Il ministro Angelino Alfano, al termine del comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza tenutosi la scorsa settimana a Milano, ha spiegato che sono oltre 3.700 i rinforzi, tra poliziotti e militari, mobilitati per la sicurezza e in particolare sulla vigilanza di 490 obiettivi identificati come sensibili. "Abbiamo lavorato per assicurare al Paese e non solo, una manifestazione che si possa svolgere in assoluta sicurezza e serenità", ha commentato il ministro. "Abbiamo anche potenziato il dispositivo di soccorso dei vigili del fuoco che prevede il dispiegamento di 140 unità operative" in più, ha concluso.

"I pericoli arrivano da chi si presenta per sfasciare - dice ancora il questore Savina - Abbiamo notizie di presenza dall'estero, ma crediamo che siano simboliche, non militarmente significative. Più di rappresentanza e di solidarietà che altro. Chi arriva per sfasciare è italiano e non ha bisogno di aiuti dall'estero, dove la polizia è molto più determinata di noi. Qui siamo più dialoganti". "È come alla vigilia di un matrimonio - rilancia da Roma un alto funzionario del Viminale - la lista degli invitati l'abbiamo preparata. Il problema sono gli imbucati". Nemmeno tra i NoExpo sarebbero i benvenuti: sposterebbero i riflettori dai loro temi - cemento, precarietà, multinazionali, sponsor ingombranti, infiltrazioni di 'ndrangheta, specismo, greenwashing, pinkwashing - e sei mesi di scontri sarebbero insostenibili anche per un movimento più solido e più agguerrito. Genova 2001, spettro agitato - a sproposito, altre epoche, altra sete di scontro di governo e antagonisti - dalle analisi dei Servizi e dai timori del prefetto Tronca non la rivuole nessuno. "Ma la cosa triste - sospira un investigatore veterano della piazza milanese - è che oggi il movimento in città non è capace di dettare legge a chi arriva da fuori".

Prologo il 28 all'Università, dunque. Il 29 aprile la prova generale. L'estrema destra, milanese e nazionale, si ritrova a Città Studi a commemorare i 40 anni della morte di Sergio Ramelli (e piazzale Loreto, a 70 anni dallo scempio dei cadaveri di Mussolini e Petacci, non è molto distante), un chilometro più in là gli antagonisti ricorderanno lo studente Gaetano Amoroso: la questura stavolta ha vietato cortei, concesso solo presìdi e proverà a blindare le due fazioni. Il 30 è il giorno del corteo studentesco, che parte da largo Cairoli - e dunque dagli orrendi e contestatissimi Expo Gate sotto il Castello - e attraverserà il centro risalendo fino a Palazzo Lombardia. Poi il May Day, dalla nuova Darsena a piazza Duomo, dalle vie del centro e delle grandi banche a largo Pagano, sfiorando il carcere di San Vittore, senza dimenticare il galà serale alla Scala. Il 2 annunciate "iniziative diffuse" in città, a cominciare dalla pedalata collettiva della Critical Mass e assemblea dei movimenti il 3, sui prati del parco di Trenno (oltre San Siro) dove si stanno già montando le tende del grande campeggio antagonista, per lanciare AlterExpo.

Una calamita per l'area antagonista

di CARMINE SAVIANO

MILANO - Un'occasione di crescita. Una possibilità per lo sviluppo economico. Una vetrina nella quale esporre il meglio del Made in Italy: idee, prodotti, competenze. "Un orgoglio per l'Italia", la sintesi del premier Matteo Renzi. A pochi giorni dalla sua inaugurazione ufficiale, la retorica su Expo 2015 si muove su queste parole d'ordine. Le stesse che sin dall'indicazione di Milano come città sede dell'esposizione universale hanno attraversato destra e sinistra. Il governo Prodi e quello Berlusconi. La giunta Moratti e quella di Giuliano Pisapia. Gli scandali e le infiltrazioni mafiose? Incidenti di percorso superabili con l'impegno delle istituzioni. La corruzione? Colpa di pochi, cancellabile dalla volontà dei molti di portare a buon fine l'evento degli eventi. I ritardi e le questioni aperte, dal lavoro al flusso di denaro che sembra senza fine? Tutto risolvibile, tutto arginabile. Basta essere ottimisti. Lavorare a testa bassa.

Eppure. Eppure c'è chi non ci crede. Chi lo legge come un mostro che sta risucchiando energie e risorse dal territorio e dalle istituzioni della città lombarda. Chi va dicendo, da anni, che il fondo è opaco. Che l'immagine reale è fatta di un deficit di democrazia senza fine, di 70mila assunzioni mai avvenute, di aumenti dei biglietti dei treni solo per i pendolari, di bonifiche dei terreni non effettuate del tutto. Di main sponsor che rappresentano l'esatto contrario dello sviluppo sostenibile di cui si parla. Sono i NoExpo. Il movimento che nelle giornate di maggio rappresenterà nelle strade di Milano il contraltare alla cattedrale-vetrina che promette di accogliere 20 milioni di persone in sei mesi.

 

Per incontrare i "soci fondatori" di questa scuola di pensiero che ha fatto proseliti in tutta Europa bisogna uscire dalla città. Lasciarsi Milano alle spalle. Costeggiare i lavori ancoro in corso nella zona della Fiera. Superare la tangenziale ovest. Cercare di orientarsi in una periferia che sembra senza fine. E arrivare in via Moscova, a Rho, fino ad una piccola palazzina di quattro piani: un punto grigio che si confonde con l'asfalto se non fosse per i graffiti che ricoprono il muro di cinta. Entrare nel Centro Sociale SOS Fornace. Perché è qui che la rete dei NoExpo ha uno dei suoi nodi originari: in un laboratorio dal quale centinaia di attivisti hanno vissuto giorno dopo giorno, da otto anni a questa parte, il farsi dell'esposizione universale. Un processo che condannano senza possibilità d'appello. Una condanna intorno alla quale hanno costruito un'altra infrastruttura: stavolta sociale, di opposizione. Che negli ultimi mesi ha incontrato il favore anche di intellettuali come Erri De Luca e i Wu Ming.


Chi sono i NoExpo? Da Rho bisogna immaginare il propagarsi di tre cerchi concentrici. Tre livelli. Tre piani che strutturano il movimento. Qualcosa che a prima vista sembra avere più a che fare con una "moltitudine" che con un soggetto sociale organizzato. Ed è così: centinaia di gruppi tenuti insieme da alcune parole d'ordine - "Debito, cemento, precarietà" - e che nel corso degli ultimi anni hanno intrecciato esperienze sui territori, riflessioni, una visione del mondo. Il primo livello è quello cittadino\regionale: tutti o quasi gli spazi di opposizione sociale milanesi, tutti i contenitori che criticano le scelte della Regione Lombardia, fanno parte della rete. Dai sindacati di base - la cosiddetta area Giorgio Cremaschi - agli altri centri sociali: Off Topic, Lambretta, Leoncavallo tra i principali.

Poi un livello nazionale: movimenti per la casa, collettivi studenteschi, gruppi per la sovranità alimentare, i soggetti che hanno animato le occupazioni culturali, le organizzazioni di precari. Infine, il piano internazionale. Due i fili principali: quello con gli altri comitati NoExpo nati nelle città sede dell'esposizione negli scorsi anni e quello con Blockupy, la rete europea dei movimenti contro le politiche della Bce. Oltre un centinaio di sigle, in grado di portare a Milano dalle 50mila alle 100mila persone nelle giornate principali della protesta. Ma fare la conta all'interno della galassia NoExpo non è semplice: militanti di partiti di sinistra che saranno lì a titolo personale, esponenti dell'associazionismo e del mondo culturale. Una cartina di tornasole può essere fornita dalla rete: i siti legati a gruppi o comitati territoriali dove i contenuti NoExpo vengono ripresi e rilanciati sono oltre trecento. Ma quanto è ampio lo spettro d'incidenza del movimento?

Roma, sabato 18 aprile. Tavolini di un bar in piazza dei Sanniti, quartiere San Lorenzo, il primo in ordine gerarchico nella topografia della protesta della capitale. "NoExpo è una rete estesa, frastagliata. È difficile ricostruirne i confini per noi che ci siamo dentro, figurarsi a osservarla dall'esterno", dice un'attivista. "Le linee guida sulle quali è stata costruita la mobilitazione sono essenzialmente due: il tema del No alle Grandi Opere e quello della sovranità alimentare". Come dire due direzioni per immaginare il futuro che, nelle riflessioni di chi contesta, sono state del tutto eluse dal progetto materiale e ideologico che ha portato a Expo 2015. Ed è lungo queste due direttrici che si contano i gruppi che rappresenteranno, anche fisicamente a Milano nella cinque giorni di proteste che vivrà parallela all'inaugurazione, il "corpo grosso" delle manifestazioni. Dai No Tav in giù. Da Genuino Clandestino a La Terra Trema.

Si appuntano contatti, numeri di telefono. Spesso solo un nome, una sigla. Partono le prime telefonate. Che tono avranno le manifestazioni? "Per piacere, attenzione alle parole: nessuna guerra civile, nessuna riproposizione di Genova, non venetici a dire che saremo solo 50mila black block pronti a mettere la città a ferro e fuoco. Niente di tutto questo, per carità". L'ombra del blocco nero. L'ombra degli scontri. Da scacciare via. Eppure su alcuni siti che rappresentano il punto d'emersione, la soglia visibile, della galassia anarchica e antagonista l'appuntamento dell'Expo è segnato in rosso. Altre telefonate: "Le nostri azioni saranno radicali ma non violente. E soprattutto saranno popolari: alle manifestazioni parteciperanno le famiglie milanesi sotto sfratto, gli anziani che non hanno spazi per coltivare la loro socialità, i bambini che grazie al cemento non hanno un dannato posto in cui giocare. E basta adesso. Ti faccio chiamare da qualcuno che ti può raccontare i contenuti su cui abbiamo lavorato".

Perché è dell'analisi che i NoExpo hanno cercato di trarre la loro forza. Decine di dossier, centinaia di documenti, migliaia di incontri pubblici. Pagine su pagine di atti pubblici osservati riga dopo riga. A cercare il diavolo nei dettagli della burocrazia. Ci arriva un indirizzo mail, lo utilizziamo per chiedere i temi principali della mobilitazione. La risposta arriva strutturata in nove punti. Nove criticità. Si parte dalla smodata cementificazione dell'area su cui sorge Expo. Poi la bonifica dei terreni, che "non è stata ancora del tutto effettuata". Il deficit di democrazia: "Expo nasce con un peccato originale. La candidatura è stata decisa da diversi livelli di governo, ma mai discussa da assemblee elettive". Ancora: gli scandali e le inchieste della magistratura: "È mancato il controllo politico di chi siede nelle istituzioni". Poi il lavoro: "Avevano promesso 70mila assunzioni . Ora, grazie all'accordo sindacale del 23 luglio 2013 Expo potrà usufruire di 18mila volontari, oltre a meno di 200 stagisti. I lavoratori assunti solo da Expo sono meno di 700". Senza contare le polemiche per i contratti capestro e gli stipendi da fame.

Il catalogo continua con la mobilità: "Per quanto riguarda il territorio di Rho, Expo ha significato solo disagi per i pendolari dell'area. Nessun investimento sull'accessibilità dei trasporti pubblici. Anzi, il biglietto della metro da Rho Fiera, fermata comunque lontana da Rho città, ha un costo di 2 euro e mezzo contro l'euro e mezzo della fascia urbana". Poi l'idea della "città vetrina che colpisce i soggetti deboli della società", di un'immagine della donna come "angelo del focolare: qualcosa di patriarcale". Infine il tema degli sponsor: "Società in crisi come McDonald's, che stavano chiudendo filiali in tutta Italia, grazie ad Expo hanno potuto rilanciarsi. Inoltre c'è una forte incompatibilità tra i valori e i temi della manifestazione e alcuni sponsor come Nestlè (attraverso la San Pellegrino), Coca Cola e Selex, che produce tecnologie militari".

Nove punti che animeranno la discussione nei principali momenti della protesta. Che è già stata definita come una riedizione delle Cinque giornate di Milano. L'idea del movimento è quella di costruire "zone temporaneamente autonome", "spazi liberati", momenti nei quali declinare radicalmente i conflitti. Si parte il 29 aprile, con una manifestazione antifascista: "Non ne siamo i promotori, ma aderiamo: l'antifascismo è un valore non negoziabile". Poi il 30 aprile con il corteo internazionale degli studenti, primo momento ufficiale di Attitudine No Expo. Il primo maggio è il giorno del MayDay: corteo - anche questo internazionale - che attraverserà le strade di Milano. Lontani dalla sede ufficiale di Expo. Il 2 maggio, la Critical Mass. Il giorno successivo l'assemblea che lancerà le manifestazioni di Alter Expo: tra gli eventi in calendario la No Expo Pride, una parata prevista per il 30 giugno. Ma la promessa è di non fermarsi ai soli giorni dell'inaugurazione. Il controcanto ai temi dell'esposizione universale sarà costante, giornaliero, diffuso. Per contrastare le versioni ufficiali, la retorica in azione per mascherare le questioni ancora aperte.

In arrivo il fronte europeo contro l'austerità

di CARMINE SAVIANO

ROMA - "Ci vediamo a Milano, ci saremo". Francoforte sembra essersi appena liberata da un assedio. È il pomeriggio del 18 marzo e i ventimila attivisti che hanno contestato le politiche della Banca Centrale Europea, nel giorno dell'inaugurazione della sua nuova sede, defluiscono lentamente verso i punti di raccolta. Tornano a casa. Qualcuno dopo essere stato fermato dalla polizia. E hanno già in chiaro il prossimo momento in cui Blockupy, il fronte europeo dei movimenti anti-austerità, farà di nuovo la sua comparsa. Il primo maggio, nel capoluogo lombardo. Nel giorno in cui si inaugura, sotto gli occhi del mondo, l'Expo 2015.

I contatti tra Milano e Francoforte sono recenti ma non per questo meno solidi. Lo testimonia il tour tedesco dei militanti di Attitude No Expo: cinque giorni per spiegare ai "compagni tedeschi" i motivi, i metodi e il calendario delle proteste milanesi. Un invito a partecipare. Raccolto senza se e senza ma. Perché in Europa l'Expo è identificata come una raffigurazione plastica delle politiche neoliberiste che hanno portato l'Ue sull'orlo del collasso finanziario, che hanno consegnato la politica economica del Vecchio Continente nella mani della Troika (Ue, Bce, Fmi).

Chi ci sarà a Milano? Da quali paesi arriveranno gli attivisti? Basta osservare i verbali informali delle riunioni del Comitato No Expo: negli ultimi mesi sono arrivati da Francia, Spagna, Germania, Grecia. Innanzitutto per ascoltare. Poi per sottoscrivere programmi e contenuti della cinque giorni milanese. E se il legame è rappresentato dalla critica all'austerity si comprende perché il maggior numero di militanti stranieri arriverà da Grecia e Germania: i due paesi in cui, da prospettive opposte, il rigore europeo ha impattato in modo maggiore sulla vita dei cittadini. Die Linke e Syriza, infatti, sono i partiti a cui i militanti di Blockupy guardano con maggiore attenzione.
No Expo, in arrivo militanti da Berlino: "Basta precariato e grandi opere"

E il legame con i gruppi europei può servire anche a comprendere il metodo della protesta. Certo, la manifestazione, il corteo, la marcia compatta di migliaia di attivisti. Ma non solo: perché nella prassi europea delle proteste quello che sembra farsi largo è anche una modalità operativa che parcellizza la protesta, la diffonde a pioggia sul territorio. Milano sarà teatro anche di questo: azioni simboliche, picchetti, flash mob. Iniziative satelliti intorno ai momenti principali. Per far sì che - anche e soprattutto dal punto di vista della percezione - il movimento sia ubiquo, fluido, capace di apparire e sparire in ogni momento della giornata.

Di sicuro non mancheranno gli attivisti che hanno movimentato gli Expo del passato. Siviglia, Lisbona, Saragozza. Molti dei quali sono oggi confluiti in Podemos. Infine gli studenti - da tutta Europa per partecipare al corteo internazionale studentesco del 30 aprile e i migranti: molte associazioni europee, soprattutto nelle ultime ore dopo l'ennesima tragedia nel Mediterraneo, stanno pensando a Expo come al palcoscenico ideale per rivendicare un cambiamento di rotta delle politiche europee su questo tema.

La rete dei No tenta il salto di qualità

di CARMINE SAVIANO

ROMA - L'ultima vittoria risale al marzo scorso. Quando il Tribunale Permanente dei Popoli - istituito nel 1979 dalla Fondazione Basso - ha riconosciuto come legittime le loro posizioni. Perché al fondo delle rivendicazioni che ne orientano le azioni c'è una domanda di maggior inclusione nei processi democratici che decidono del futuro di interi territori. Ma la lotta dei gruppi che si oppongono alle Grandi Opere arriva da lontano, dall'inizio degli anni '90. Una serie estesa di comitati, presenti in tutto il Paese, in grado di dar vita a un'agenda del conflitto che sembra non avere nessuno spazio bianco. Conflitti che rappresenteranno il nerbo principale delle manifestazioni dei NoExpo.


No Tav, No Dal Molin. No Muos, No Mose. E così via. Una rete che oramai si allunga raggiungendo qualsiasi infrastruttura materiale che arreca danni al paesaggio a alla vita dei cittadini italiani. E se i No Tav della Val di Susa rappresentano di sicuro la parte più visibile della rete, bisogna cercare di non perdere di vista proprio la capillarità dei gruppi in questione. Che negli ultimi anni ha ampiamente fornito prova della propria capacità di organizzare il dissenso. Non senza contrasti con le istituzioni, non senza forzare fino a trasgredire i limiti imposti dalle leggi dello Stato.

E proprio dalla Val di Susa arriva l'appello alla mobilitazione per la manifestazione milanese del primo maggio: "Dimostriamo, alle lobby e ai governi che si riuniranno in cattedrali di acciaio e cemento entro il recinto di Expo 2015, il valore della determinazione che uomini, liberi da condizionamenti e soggezione, possono esprimere unendo la propria voce, i propri corpi e le rispettive bandiere". Sullo sfondo il tentativo, già in corso da anni, di rendere maggiormente stabile la rete che lega i movimenti contro le grandi opere.

Questo perché quella dell'Expo è letta come una occasione unica "per rinsaldare i legami tra i Movimenti di Lotta e la solidarietà che il Movimento NoTav ha tante volte raccolto e a cui ancora oggi si appella per sostenere la battaglia in difesa di territorio, libertà e giustizia sociale". E per capire se la rete si trasformerà in qualcosa di maggiormente strutturato basterà aspettare il pomeriggio del 2 maggio. Quando i No Tav, in piazza Carbonari nell'ambito dei No Expo Days, terranno la loro assemblea plenaria.

Militanti e Viminale, un esame per tutti

di CARLO BONINI

ROMA - Come saranno i giorni dell'Expo? E quanto pesano in questa vigilia i fantasmi del G8 di Genova e l'ombra lunga di una minaccia islamista che, come il sangue di Parigi ci ricorda, abita ormai il cuore dell'Europa? Nei giorni scorsi, il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha comunicato i numeri dello sforzo che i nostri apparati si preparano a sostenere per assicurare all'evento una cornice di sicurezza. Quattrocentonovanta obiettivi sensibili saranno presidiati da 3.796 uomini. Di cui 2.558 tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e 1.238 militari, 500 dei quali già da due settimane controllano l'intera area. Oltre naturalmente ai presidi rinforzati di protezione civile e vigili del Fuoco. "Abbiamo lavorato - ha detto il ministro - per assicurare al Paese e non solo, una manifestazione che si possa svolgere in assoluta serenità. E' stato fatto tutto il necessario perché sia un grande evento che si svolga in sicurezza. E per quanto riguarda la giornata inaugurale, il primo maggio, ci impegneremo perché chi vuole possa festeggiarla, impedendo, a chi ha altre intenzioni, di rovinarla".

Le parole di Alfano e una vigilia di sostanziale understatement nelle previsioni della nostra Intelligence sulla qualità e la concretezza di una potenziale doppia minaccia - interna ed esterna - dimostrano che non necessariamente la Storia si ripete con i suoi errori. Che, a differenza dell'evento che in quella lontana estate di 14 anni fa, trasformò Genova in un infausto spartiacque della storia repubblicana e in un rimosso "politico" con cui ci si ostina a non fare i conti, l'Expo nasce sotto più ragionevoli auspici. Libera dal fardello di lugubri annunci e dunque, almeno sulla carta, dall'esiziale dinamica del "al lupo, al lupo", normalmente utile solo a moltiplicare la "percezione dell'insicurezza" e ad eccitare le teste e le mani di chi sogna o progetta il peggio.

Naturalmente, tutto questo non basta e non può bastare. Lo sa il ministro dell'Interno, lo sanno gli oltre 3.700 uomini che saranno chiamati a proteggere l'Expo. La sicurezza di una manifestazione di questa durata (6 mesi), di questa esposizione (200 ettari) e dall'afflusso previsto di 30 milioni di visitatori non è semplicemente affare "tecnico", per addetti. Non potrà dunque che essere la "risultante" di un approccio responsabile e civile del nostro paese. Dei suoi apparati. Della Politica. Si ripete spesso un'ovvietà. Che la sicurezza è e dovrebbe essere materia indisponibile alla partigianeria. Dunque all'uso strumentale della paura. Ma è una di quelle ovvietà cui il nostro paese si dimostra da sempre refrattario. Dal 2001 in avanti - l'anno maledetto di Genova e delle Torri Gemelle - la "sicurezza" (o l'insicurezza percepita, se si preferisce) si è fatta per lunghi tratti agenda politica. Ora nell'accezione di arma di distrazione di massa. Ora quale leva necessaria a politiche autistiche dove la soglia della prevenzione - sia quella in materia di terrorismo islamista, sia nelle strategie di ordine pubblico - è stata anticipata fino al punto non soltanto di restringere pericolosamente il perimetro delle nostre garanzie, ma di confinare il dissenso a minaccia e dunque a faccenda da codice penale.

Ecco, l'Expo 2015 può e deve diventare il banco di prova per comprendere se davvero quella stagione è stata consegnata alla nostra Storia. O se, al contrario, in una sciagurata coazione a ripetere, il 2001 debba essere uno di quei maledetti totem di cui riproporre immagini e stereotipi. Siano quelli declinati nella paura generica per il martire islamista senza volto o, peggio, quelli che vorrebbero perfettamente fungibili le parole d'ordine del dissenso. "No Global", ieri, "No Expo" oggi. Perché se così fosse sarebbe una sconfitta. Di tutti.

Expopoli(s), la contestazione è un gioco

di EDOARDO BIANCHI

MILANO - Inizia il gioco. In tutti i sensi. Il comitato "NoExpo" attraverso il proprio sito la butta sul ridere. Si affida alla satira con una rivisitazione del Monopoli, rinominato per l'occasione Expopoli(s). Stesse regole e stesso percorso. Il tradizionale quadrato, le case, gli alberghi, i terreni. Cambia solo la location: Milano. Le pedine raffigurano diversi personaggi dell'avvenimento; ma al posto di trenini e candelabri, ci sono gli artefici dell'economia globalizzata: le multinazionali, che a colpi di dadi, tangenti e corruzioni, si spartiscono ricchezze e profitti di questa grande vetrina, gestendo alberghi e costruendo palazzi.

Siamo al "via". Ognuno piazza le proprie pedine: i dadi offrono due assi e la casella più vicina, superando il Ponte Lambro, è quella delle probabilità. Le carte sono mischiate e ben piazzate al loro posto sul tabellone. Lungo il percorso le prime opzioni o probabilità: il pizzo da pagare alla Mafia, la multa o il carcere per aver truccato un appalto, la sconfitta per aver perso il ricorso al Tar. Ma la pesca può essere anche più magnanima. La fortuna ci assiste: possiamo anche cogliere la carta delle "giuste conoscenze" che ci permette di uscire di prigione senza pagare pegno
Expopoli(s), la contestazione è un gioco


Altro turno e altro lancio di dadi. Al gioco conta la fortuna che non sempre ci assiste: può anche capitare che, al primo giro, si finisca nella casella della tassa da 20mila euro attribuita all'area C, "quella gradita al sindaco Giuliano Pisapia", si legge nella spiegazione. Se invece la dea bendata ci premia possiamo arrivare direttamente in zona Ticinese o addirittura in quella Universitaria. Un bel taglio dal percorso che ci evita il lato di San Vittore.

Ad ogni quartiere viene assegnato un colore. Il marrone riguarda le zone centrali di Palazzo Lombardia, la Scala e Piazza Affari. Quindi quelli ufficiali dell'evento: il rosso, il giallo e il verde. Sono le zone più toccate dalla grande rivoluzione urbanistica dell'Esposizione Universale. Il rosso avvolge il rione Fiera e la stessa aerea Expo. Il verde non poteva che raffigurare il quartiere Isola e Garibaldi, dove sorgono i palazzi di Gae Aulenti; mentre il giallo segna l'area della fermata della metro Maciachini e del City Life sito nei pressi della vecchia fiera di Milano.

Lungo il percorso spiccano le 4 stazioni ferroviarie che punteggiano Milano: Garibaldi, Centrale, Cardorna e Bovisa. Come le compagnie elettriche, idriche, di trasporto: la A2A e la MM (Metropolitana Milanese). Quando si giunge in prossimità del giro di boa, prende forma "l'imprevisto", che di solito è dietro l'angolo, ma in questo caso si materializza prima del "via".

Tra la pila di carte, spicca quella della "colata di cemento". Pescarla significa andare dritti in carcere. Ma ci sono anche quelle sugli sconti per gli oneri dell'urbanizzazione e il cantiere aperto senza la delibera. Brutti imprevisti. Fatti di multe salatissime e richiami che ti costringono a saltare uno o più turni. Il gioco si infittisce. Siamo alla fine del primo round e dal successivo i proprietari terrieri potranno finalmente ottenere le autorizzazioni per edificare case e alberghi. Le piccole aziende in difficoltà possono rivolgersi alle banche e chiedere nuovi finanziamenti ipotecando i propri terreni.

Come a Monopoli, anche in questo caso quando mancano sole tre aree cittadine alla chiusura del primo giro, che rappresenterà il primo giorno di sei mesi fitti d'eventi, pensiamo di essere in salvo. Ma ci sbagliamo: è il momento in cui si inizia a ponderare come investire i primi 20mila euro guadagnati a gran fatica passando dal "via" e dove progettare ed edificare il proprio impero. Ma attenzione, basta una piccola distrazione e i nostri sogni vanno in fumo: rischiamo di incappare in un soggiorno. Comodo, magari, ma obbligato. In galleria Vittorio Emanuele o a via Montenapoleone. Mentre i nostri avversari tirano dritto verso nuove speculazioni e nuovi guadagni. Expopoli(s), il girone dell'Expo.

Il Corriere Della Sera
22 04 2015

Seicento i reclutati. Lo stipendio: oltre 1.300 euro netti al mese, compresi i sabati e le domeniche.
di Elisabetta Soglio

Sarà che è solo per sei mesi. Sarà che c’è di mezzo l’estate e poi i turni prevedono anche sabati e domeniche di lavoro. Sarà che i più bravi e fortunati nel frattempo trovano qualcosa di meno precario e magari di più vicino alle proprie ambizioni. Fatto sta che per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato: parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale. Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati (645 profili su 27 mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula e della prima selezione) è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato». E quindi via così: con il secondo gruppo di selezionati e poi con il terzo.

Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri. Adesso le assunzioni sono firmate: ed è la squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. In sintesi: ognuno diventa responsabile in una zona circoscritta e fa da punto di riferimento per i Paesi o per i visitatori, oppure ancora segnala tutte le problematiche che si possono presentare (la coda fuori da un padiglione, la persona che ha bisogno di assistenza...) alla centrale di controllo che comanda l’intervento conseguente. Un allarme analogo era stato segnalato anche dall’agenzia interinale E-Work: in quel caso si trattava della ricerca di cuochi, camerieri e facchini: «Per avviare 2.500 persone nel settore del turismo ne abbiamo dovute visionare dieci volte tante». Per quanto riguarda Expo, il commissario unico Giuseppe Sala fa la tara: «Il dato ha stupito anche me. Ma forse molti di questi giovani hanno avuto nel frattempo altre offerte e comunque mi rendo conto che il lavoro temporaneo non dia le garanzie che invece vengono cercate».
A fare da contraltare a questa realtà ci sono poi migliaia di giovani che hanno aderito con entusiasmo alla proposta di due settimane di volontariato all’interno del sito di Expo, per fare accoglienza. Una scelta che è stata contestata dai gruppi No Expo, secondo i quali si tratta di lavoro mascherato.

Sala puntualizza: «La presenza di questi volontari, esattamente come li abbiamo visti alle Olimpiadi e alle altre grandi manifestazioni, è stata definita e inquadrata d’accordo con i sindacati. Avranno un impegno di non più di 5 ore al giorno e per non più di due settimane e non avranno ruoli operativi».
Expo ne voleva reclutare novemila, sono arrivate più di 16 mila domande. E poi ci sono i molti giovani che a Milano e dintorni si stanno inventando attività nuove per approfittare dei sei mesi di evento: chi organizza tour cittadini in bicicletta, chi abbina il cibo alla cultura proponendo cene nei musei, chi ha avviato un’agenzia giornalistica che offre servizi alle testate straniere e così via. Insomma, qualcuno sparisce: ma qualche altro c’è.

 

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