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"Il problema c'è. E forse oggi è persino troppo tardi per dire basta. Avremmo dovuto farlo prima, avremmo dovuto farlo insieme a tante altre, anche come donne. Non voglio che tra noi prevalga la paura". ...

M5S, insulti sessuali: perché le donne?

Il Fatto Quotidiano
02 02 2014

di Monica Lanfranco 

Perché si usano insulti sessuali contro le donne? La risposta più semplice è perché in questo modo si (ri) mettono al posto più basso della catena di potere: si riducono a oggetti di piacere della sessualità maschile, si ribadisce che, anche se la modernità talvolta si deve piegare ad annetterle in luoghi diversi dalla cucina e dalla camera da letto, sempre lì dovrebbero stare.

In un paese, l’Italia, dove fino al 1981 nel codice penale vigevano le attenuanti nei casi di ‘delitto d’onore’ risulta chiaro come ancora saldissima e radicata sia, nell’inconscio collettivo come in quello privato, la convinzione che le donne e il loro corpo siano un ingombro scomodo se varcano la soglia della casa.

Dire ad una donna che è una prostituta, che quel posto di lavoro, o quel seggio in Parlamento non è il frutto di studio e competenza, ma solo di abilità sessuale e seduttiva è dichiarare che nessun titolo universitario, nessun curriculum pur denso di attestati basteranno mai a darle valore: la donna siede sulla sua banca, del resto, è un luogo comune antico, anch’esso prodotto distillato da millenni di cultura patriarcale, senso comune sessista, misoginia.

Non c’è modo più efficace per annientare una donna che dare voce ad una fantasia sessuale che la vede protagonista (sempre più spesso questa fantasia si fa violenta in rete, come nell’inquietante caso dei commenti al video ‘comico’ sulla Presidente della Camera, ambientato in auto), e va detto chiaramente: rispondere per le rime in modo simmetrico, insulto per insulto e fantasia per fantasia non mette le cose a posto.

Certo, oggi una donna può, (non sempre, ma comunque più di ieri), ribattere con pari moneta, del resto siamo nell’era del turpiloquio eretto a linguaggio quasi primario della comunicazione politica, sociale e forse famigliare: ma siamo davvero convinte che dimostrare di essere capaci di insultare anche noi sia la strada per far smettere la violenza verbale, e soprattutto far cambiare cultura e cancellare pregiudizi?

Ci sono molte persone persuase che occuparsi dell’impatto delle parole nel quotidiano come nel politico sia questione risibile e puramente accademica, roba per chi ha tempo da perdere invece che occuparsi di cose importanti, quelle che contano davvero.

Queste persone, però, anche quando dicono di volersi impegnare per cambiare e lottare contro le ingiustizie, devono usare parole per spiegare, coinvolgere, difendere le ragioni del loro impegno. Ed anche ammettendo che la stanchezza, la fatica, la rabbia possano far saltare i nervi durante la lotta, come mai se l’avversaria è una donna ecco arrivare quasi sempre, la riduzione di questa a strumento sessuale?

Chi, per colpire la dignità e soprattutto la credibilità di una donna, la insulta sessualmente, chi insinua che per arrivare ad un obiettivo, (magari se giovane e bella), ella ha scambiato lavoro o potere con favori sessuali dice, in realtà, molto della propria sessualità, e della propria visione del piacere, del corpo, della sessualità, delle relazioni e quindi anche della società e della politica: quell’insulto, quella volontà di ridurre, è un racconto che svela l’incapacità di vivere la propria sessualità come gratuità, piacere e relazione, invece che come potere e strumento per ottenere qualcosa.

Le donne, (quasi tutte le donne) dice il sottotesto di ogni offesa sessista, riescono ad ottenere quello che vogliono perché gli uomini sono incapaci di resistere al richiamo (pare irresistibile e incontenibile) della sessualità. Ma davvero questo pensano di sé, del loro corpo e della sessualità, tutti gli uomini?

Alcune riflessioni interessanti su quanto avvenuto in Parlamento le ha fatte Massimo Lizzi sul suo blog, utili perché è urgente che anche voci maschili si mettano in gioco su questi temi.

Manifestazioni di sessismo in Parlamento non sono nuove in Italia: sin dagli anni ’80, e con buona pace di chi nega questa storia ingloriosa, si sono avvicendati episodi che hanno coinvolto parlamentari di ogni parte politica, perché nessuna ideologia, credo, appartenenza di movimento ne è mai, a prescindere, immune.

Ma la novità allarmante è che questo comportamento sia oggi adottato da chi dice di voler rovesciare la logica del potere ancora saldamente in sella, da chi rifiuta di appellarsi onorevole e rivendica la cittadinanza contro il privilegio, il collettivo contro il personalismo, la passione partecipata contro il compromesso al ribasso.

Colpisce che i trenta/quarantenni del movimento usino espressioni per umiliare le donne che sono patrimonio dei settantenni avversari. Gli avversari che giurano di aborrire, quelli più volte dati per morti anche se camminano, loro e le loro idee.

La domanda è: quanto del decrepito e malvagio repertorio dei padri e dei nonni intride ancora i loro immaginari, il loro vocabolario conscio e inconscio? Quanto è pericoloso il non soffermarsi a ragionare sulla ferita che produce l’insulto sessuale in un luogo simbolico come il Parlamento? Quanto si rischia, se non si ragiona sulle relazioni tra gli uomini e le donne nella politica, di rendere vano un progetto di cambiamento da più parti annunciato e auspicato?

Ma oggi, per fortuna, il maschilismo non si porta bene. È retroguardia. Un riflesso condizionato che stona con le promesse di rinascita di una cittadinanza basata sulle relazioni. E dunque, nell'Italia digitale, ammettiamolo, lo spirito battutaro del maschio non solo non fa più ridere nessuno, ma ci intristisce molto. Siamo oltre la commedia all'italiana. ...

La guerra di Franca (Sara Chiappori, La Repubblica)

"La isolarono. Ogni volta che cominciava una battaglia si ritrovava da sola. Come quando sollevò lo scandalo degli assistenti dei parlamentari, senza contratto e pagati con mance. Nessuno l'ha sostenuta". ...

Cosa evocano i forconi?

  • Giovedì, 12 Dicembre 2013 16:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
DinamoPress
11 12 2013

La pietra filosofale della composizione sociale perfetta non esiste. La radicalità della crisi ci espone quotidianamente a situazioni confuse, poco etichettabili, difficili da catalogare a prescindere. Accadrà sempre più di frequente. Ci aspettano tempi caotici e pieni di ambivalenze. Tempi confusi, che è bene affrontare con la barra dritta. Abbiamo bisogno di strumenti d'analisi elastici ma non deboli. C'è il rischio di abbandonarsi al relativismo, di mettersi da un lato e stare a vedere cosa succede senza riuscire a dire e fare nulla di significativo ma illudendosi di navigare sull'onda dell'indignazione diffusa.

Una banalità necessaria: la protesta dei cosiddetti “forconi” coinvolge anche molte persone colpite realmente dalla crisi economica. È un'affermazione quasi scontata ma anche una premessa importante. Alla quale deve seguire un'altra domanda. Qual è il contenitore che ha dato forma e parole a questa protesta? Da settimane se ne sono accorti tutti i siti di movimento: non è un mistero che i blocchi e le piazze dei forconi siano gestiti da piccole organizzazioni corporative e da minuscoli apparati in cerca di ruolo e visibilità. Al loro fianco, accanto al codazzo complottardo e qualunquista che si mobilita nei social network (fatevi un giro sull'account Facebook “Attivismo”, per capire la cultura profonda di questa gente), si vanno disponendo alcune formazioni di estrema destra. C'è sicuramente Forza Nuova, a Roma e al sud sono comparsi CasaPound e persino i malati illusi dalla propaganda del “metodo Stamina”.

Lo spazio in cui si agita la protesta dei forconi è lo spazio italiano, definito dalla crisi istituzionale e dalla decomposizione del quadro politico parlamentare. Alla decadenza di Berlusconi fa eco la Corte Costituzionale affermando l’illegittimità dell’intero quadro parlamentare. Anche per questo non sorprende che emergano lotte e conflitti segnate da rivendicazioni nazionaliste o reazionarie – come definire altrimenti punti programmatici come il ritorno alla lira, il protezionismo, l’invocazione di un “governo di polizia” contro la Casta dei politici – che trovano consenso proprio in quella base sociale di piccoli imprenditori, commercianti, artigiani che costituiscono una parte importante dell’attuale base sociale delle destre, in Italia come in Europa.

D’altronde anche il segno distintivo della comunicazione politica gira attorno a due elementi: da una parte il richiamo ossessivo alla "nazione", come luogo omogeneo di ricostruzione identitaria e "comunitaria" che deve difendersi dal "complotto mondialista"; dall'altra, l'individuazione del nemico principale nella rappresentanza politica e sociale (partiti e sindacati) e nel sistema fiscale, senza mai toccare i veri protagonisti della crisi: i grandi poteri economici, industriali e finanziari. Le contrapposizioni di interessi e "di classe" devono lasciare il posto alla dicotomia “italiani onesti/classe politica corrotta”.

Ma bisogna anche chiarire che non c'è stata nessuna rivolta che ha bloccato il paese! C'è stata qualche manifestazione e pochi blocchi, nella maggior parte di casi si parla di poche decine o centinaia di persone organizzate da piccole organizzazioni. Non abbiamo visto una insubordinazione spontanea dei ceti medi impoveriti o di settori di lavoratori, nessun mare in cui nuotare, in cui aprire contraddizioni o costruire alleanze sociali come accadde nel caso delle esplosioni dei cicli di lotta studenteschi degli anni 2000, quando sapevamo di stare in piazze complesse e contraddittorie eppure non ci siamo mai sognati di mettere da parte la pregiudiziale antifascista.

Allo scoccare della protesta dei “forconi”, ha cominciato a diffondersi in rete la scena che aleggia da tempo nell'inconscio collettivo. È una scena che da mesi viene evocata (malgré Pasolini) per depotenziare le future ribellioni, disinnescare ogni conflitto e inverare il frame della comunità interclassista e postideologica che si costituisce in una massa rancorosa ma immobile. Si è svolta a Torino, probabilmente solo a margine di uno dei blocchi: le forze dell'ordine si tolgono i caschi tra gli applausi di qualche decina di manifestanti che urlano “Siete come noi” rivolti agli uomini in divisa. Come sempre più spesso capita all'epoca della tecnopolitica, quella scena ha assunto un significato che prescinde dal reale contesto in cui si è svolta. Sono solo pochi secondi, ma le immagini viaggiano più veloci delle parole e con maggiore potenza. Quelle immagini si staccano dalla scena sociale e materiale e si spalmano nella sfera digitale. È inutile nasconderselo: quei fotogrammi agli occhi di chi di chi la diffondono alludono alla richiesta di un blocco d'ordine in mezzo al caos. Si tratta di un immaginario che punta a costruire una gerarchia della legittimità del conflitto sociale: da comprendere e sostenere se riferito a quelle "categorie produttive" abbandonate nella competizione globale (artigiani, piccole imprese, reti del commercio e dei servizi); da reprimere senza tanti complimenti se riguarda giovani, studenti, precari e migranti, soggetti esterni al "patto produttivo" nazionale e generazionale.

Soldati e poliziotti diventano, nell'inconscio profondo del paese che condivide slogan e filmati nei social network, l'alleato indispensabile contro “La Casta” che affama “gli italiani”.

È un motivo per sperare che i cittadini in buona fede se ne tornino a casa e rimettano nel cassetto le maschere di V per Vendetta? Certamente no. Da mesi ormai andiamo spiegando che uno dei limiti principali del grillismo è quello di tenere vuote le piazze, intese non solo come spazio di protesta ma anche come luogo di incontro e organizzazione dal basso. Per questo non saremo noi a lamentarci di un qualche sommovimento, seppure confuso e persino se vagamente nazionalista. Tuttavia, il più relativista dei relativisti non potrà fare a meno di notare che in politica il contenitore e il contenuto sono in relazione stretta e biunivoca. Si è parlato giustamente di “ambivalenza”, parola che fa capolino di frequente nei nostri discorsi e che ci aiuta a non essere manichei. Da quando esistono i conflitti di classe essi non si danno mai in termini netti, emergono sempre in termini spuri, complessi, mai fino in fondo definiti. Al tempo stesso, però, assumere l’ambivalenza delle lotte non può farci abbandonare l’attenzione verso la direzione politica che prendono i processi sociali, specialmente quando essi assumono natura nazionalista, corporativa, reazionaria.

Oggi più di ieri la comunicazione non è un orpello sovrastrutturale. La comunicazione contamina il fine e i mezzi. Le parole d'ordine vaghe e il linguaggio generico dei Forconi non rivelano ingenuo spontaneismo ma – ancora una volta – nascondono l'impossibilità degli organizzatori di prendere posizione, di essere realmente partigiani e di riversare questa capacità di essere “di parte” nelle proposta di redistribuire la ricchezza, nella rivendicazione di diritti e nell'individuazione dell'avversario di fronte alle drammatiche urgenze della crisi.

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