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Migranti, all'Onu è stallo

Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è in calendario alcuna seduta sul tema dei migranti nel Mediterraneo. La proposta di risoluzione italiana, che dovrebbe essere presentata al Palazzo di Vetro attraverso la Gran Bretagna, dovrà prima superare una serie di scogli. Diversamente dalle impressioni iniziali, ci sono una serie di ostacoli da affrontare. La Francia ieri si è dichiarata "contraria" all'istituzione di quote di migranti da accogliere, ma è favorevole ad una redistribuzione "più equa" tra i paesi Ue di chi ha ottenuto il diritto d'asilo.
Nello Scavo, Avvenire ...

Si intensificano le demolizioni di case palestinesi

  • Martedì, 12 Maggio 2015 14:12 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Il Manifesto
11 05 2015

Il premier israe­liano costrui­sce e demo­li­sce. Mat­tone su mat­tone edi­fica il suo governo – nelle pros­sime ore pre­sen­terà la lista dei mini­stri e chie­derà la fidu­cia alla Knes­set – e allo stesso tempo non accenna a fer­mare le poli­ti­che di distru­zioni delle case pale­sti­nesi, “ille­gali” per la legge israe­liana. Gli ultimi giorni sono stati dram­ma­tici sotto que­sto aspetto. Susia, Ara­qib, Umm el Hiran, Semi­ra­mis, i nomi dei cen­tri arabi dove sono avve­nute o avver­ranno pre­sto le demo­li­zioni. A Semi­ra­mis, tra Geru­sa­lemme e Ramal­lah, secondo la deci­sione di una corte israe­liana, saranno abbat­tuti otto edi­fici, per­ché sareb­bero stati costruiti su terre appar­te­nenti a israe­liani sin dal 1971. E coloro che vi hanno abi­tato finora, 107 per­sone in 23 appar­ta­menti, dovranno anche pagare un’ammenda di 11 mila euro.

Gli abi­tanti non si arren­dono e ripe­tono che la terra dove sono stati costruiti gli edi­fici è stata acqui­stata 13 anni fa da un gruppo di pale­sti­nesi. Una multa altis­sima, due milioni di she­kel (mezzo milione di dol­lari), dovranno pagare invece le fami­glie beduine di al Ara­qib, a ridosso del deserto del Neghev, col­pe­voli di aver rico­struito il loro vil­lag­gio per 83 volte dopo altret­tante demo­li­zioni ese­guite dalle auto­rità. L’espulsione attende inol­tre le fami­glie di Susya, un vil­lag­gio pove­ris­simo a sud di Hebron: la Corte Suprema israe­liana ha sen­ten­zianto la legit­ti­mità della demo­li­zione delle loro misere abitazioni.

Il caso che più di altri suscita sde­gno tra i pale­sti­nesi è quello di Umm el Hiran, sem­pre nel Neghev, una delle vit­time del Piano Pra­wer che pre­vede il tra­sfe­ri­mento, anche con la forza, di 70 mila beduini con cit­ta­di­nanza israe­liana. Per diverso tempo ave­vano cul­lato qual­che spe­ranza i 700 abi­tanti di que­sto vil­lag­gio mai rico­no­sciuto dalle auto­rità. Poi la scorsa set­ti­mana, con il giu­di­zio di due a favore e uno con­tro, l’Alta Corte di Giu­sti­zia, ha con­va­li­dato gli ordini di sgom­bero con­tro Umm el-Hiran e dato il via libera alle espul­sioni. Una sen­tenza incom­pren­si­bile per­ché gli abi­tanti non erano accu­sati di essere squat­ter e di avere “occu­pato ille­gal­mente” terre pri­vate o dema­niali. Il governo mili­tare israe­liano infatti li aveva tra­sfe­riti lì nel 1956 dopo averli costretti a lasciare Khir­bet Zuba­leh nel 1948. Quindi non c’era nulla di ille­gale nella pre­senza degli abi­tanti del vil­lag­gio che il governo intende por­tare a Hura, per fare posto alla nuova cit­ta­dina ebraica di Hiran. Sarà distrutto anche Atir per per­met­tere l’espansione del bosco di Yatir. In attesa di “suben­trare” ai beduini ci sono decine di fami­glie israe­liane al momento accam­pate in una zona non lon­tana. A loro le auto­rità hanno prov­ve­duto subito a for­nire elet­tri­cità e acqua men­tre agli abi­tanti di Umm el-Hiran que­sti ser­vizi essen­ziali sono stati negati per decenni. A nulla è ser­vito il parere dis­sen­ziente della giu­dice Daphne Barak-Erez che aveva pro­po­sto ai suoi col­le­ghi di sen­ten­ziare il diritto dei beduini a vivere nella nuova città di Hiran. «La sen­tenza – ha com­men­tato con ama­rezza Amjad Iraq, l’avvocato della ong Ada­lah che ha seguito il caso di Umm el Hiran — ha dimo­strato ancora una volta che l’Alta Corte è più inte­res­sata a pro­teg­gere le poli­ti­che e il carat­tere dello “Stato ebraico” di Israele che i prin­cipi della demo­cra­zia e della giustizia».

Il fatto che un vil­lag­gio arabo all’interno di Israele possa essere demo­lito con la stessa faci­lità di uno nei Ter­ri­tori Occu­pati, raf­forza il timore tra i cit­ta­dini pale­sti­nesi d’Israele sulla pos­si­bi­lità di difen­dere i loro diritti col­let­tivi attra­verso il sistema legale. Appena qual­che giorno fa erano scesi in piazza a Tel Aviv almeno due­mila pale­sti­nesi d’Israele, per pro­te­stare con­tro la demo­li­zione delle case “ille­gali” (circa 50 mila) nei vil­laggi a mag­gio­ranza araba in Israele e per la sem­pre minore dispo­ni­bi­lità di alloggi per la mino­ranza araba. Ada­lah denun­cia la scar­sità di inve­sti­menti edi­lizi nelle zone arabe di Israele, solo il 4,6 per cento delle nuove abi­ta­zioni. Nel 2014 nelle comu­nità ebrai­che sono stati costruiti 38.261 alloggi con­tro i 1.844 rea­liz­zati in quelle palestinesi.

Non vanno certo meglio le cose nei Ter­ri­tori occu­pati. Nel 2014, secondo i dati di Ocha, l’ufficio di coor­di­na­mento dell’Onu degli affari uma­ni­tari, quasi 1.200 pale­sti­nesi hanno visto demo­lite le pro­prie case da parte dei bull­do­zer: 969 in Cisgior­da­nia e di 208 a Geru­sa­lemme Est. E nel frat­tempo sono state appro­vate le costru­zioni di altre 900 case nella colo­nia ebraica di Ramat Shlomo, nella zona araba occu­pata della città santa.

Michele Giorgio

 

Birmania, 350 migranti Rohingya alla deriva da tre giorni

  • Martedì, 12 Maggio 2015 13:52 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
12 05 2015

Sono rimasti su un barcone alla deriva per tre giorni. Circa 350 migranti Rohingya in fuga dalla Birmania sono stati abbandonati al largo della Thailandia senza carburante e poco dopo, senza cibo né acqua. Lo ha denunciato Chris Lewa, responsabile dell'Arakan Project, un'associazione che monitora le condizioni della minoranza musulmana discriminata in Birmania.

I Rohingya sono stati descritti come "il popolo meno voluto al mondo" e "una delle minoranze più perseguitate al mondo". Per una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, essi non possono prendere la cittadinanza birmana, non possono viaggiare senza un permesso ufficiale, possedere terreni e sono tenuti a firmare un impegno a non avere più di due figli. Secondo Amnesty International, la popolazione musulmana Rohingya continua a soffrire per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare birmana dal 1978, molti sono già fuggiti nel vicino Bangladesh.

"Hanno chiesto di essere salvati urgentemente", ha detto Lewa dopo essere riuscita a mettersi in contatto con uno dei migranti, aggiungendo che una cinquantina delle persone a bordo sono donne, e che il barcone si trova probabilmente al largo del sud della Thailandia vicino alla Malesia. Un summit regionale in Thailandia il 29 maggio è stato annunciato oggi dal ministero degli Esteri per affrontare "l'aumento senza precedenti dell'immigrazione irregolare". "Il vertice speciale rappresenta un invito urgente alla regione a lavorare insieme", si legge nella nota.

Nelle ultime 48 ore, circa duemila migranti - tra Rohingya e bengalesi - sono approdati sulle coste malesi e indonesiane. Si tratta di persone in fuga dalla povertà, ma anche dalla violenza. Un barcone con 400 persone è stato respinto dall'Indonesia e rispedito verso la Malesia, secondo le autorità locali dopo che i migranti sono stati riforniti di provviste.

Negli ultimi tre anni, oltre centomila Rohingya sono fuggiti dalla Birmania a bordo di barconi gestiti da trafficanti senza scrupoli, in fuga dalle violenze della maggioranza buddista e lasciando spesso alle spalle famiglie che vivono in squallidi campi di sfollati. Se la loro destinazione preferita è la musulmana Malesia, molti di essi approdano in Thailandia, dove vengono tenuti prigionieri - si sospetta con la complicità delle autorità locali - fino al pagamento di un riscatto.

Secondo l'Onu, al momento fino a sei mila bengalesi e Rohingya, minoranza musulmana ritenuta una delle comunità più perseguitate al mondo, potrebbero essere in viaggio o prigionieri su barconi nel Mar delle Andamane.

L'organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello ai governi del sud-est asiatico per trovare e salvare le migliaia di migranti che si trovano in grave difficoltà in mare. "E' necessario uno sforzo regionale. Non abbiamo la capacità di cercarli, ma i governi hanno navi e satelliti", ha detto un portavoce dell'Oim. Se questi migranti non saranno trovati rapidamente, "potrebbero trovarsi presto in pessime condizioni e persino morti", ha aggiunto il portavoce.

L'Onu: ogni giorno nel mondo 500 bimbi muoiono sulle strade

  • Venerdì, 08 Maggio 2015 08:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere della Sera
08 05 2015

Ogni giorno, dice l`Onu, muoiono circa 500 minorenni sulle strade di tutto il mondo a causa di incidenti. Il tragico totale, alla fine dell`anno, è di oltre 182 mila giovani vittime.

Numeri che hanno indotto le Nazioni Unite a moltiplicare gli sforzi per sensibilizzare i ragazzi proponendo la «Settimana mondiale della sicurezza stradale» che si concluderà domenica io maggio.

Una campagna che vuole andare incontro ai giovani con il loro stesso linguaggio «social» e per questo è stato lanciato un hashtag sui social network (#SaveKidsLife), un sito internet (www.savekidslives2o15.org) e una petizione rivolta ai leader di tutti i Paesi membri dell`Onu con cui viene chiesto che la sicurezza stradale venga inclusa negli obiettivi di sviluppo sostenibile che l`Onu presenterà a settembre per sostituire gli attuali «Millennium development goals».

Anche in Italia, nel 2013, sono morti oltre due bambini a settimana e, in tutto, 123 minorenni. ...

 

Adesso c'è anche l'Onu a chiedere all'Unione europea un maggiore impegno per fronteggiare l'emergenza immigrazione. "L'Italia sta portando avanti un fardello enorme per conto dell'Europa", ha detto ieri il portavoce della Nazioni unite Stephane Dujarric riferendosi alle migliaia di profughi che ogni giorno arrivano nel nostro paese. 
Il Manifesto ...

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