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Amnesty International
19 12 2014

Voto Onu sulla moratoria delle esecuzioni: per Amnesty International Italia "successo importante, efficace coordinamento con la Farnesina"

"Il voto di oggi in Assemblea generale è un successo importante. Segna un ulteriore passo in avanti nel lungo cammino verso l'abolizione della pena di morte nel mondo, un traguardo che non è ancora a stretta portata di mano ma non appare più, come un tempo, quasi irraggiungibile" - ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, commentando il voto odierno dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla moratoria delle esecuzioni capitali. Hanno votato a favore 117 stati, mentre 38 hanno votato contro e 34 si sono astenuti.

"Il fatto che la maggior parte degli stati membri delle Nazioni Unite abbia espresso un consenso più ampio di sei voti su un testo rafforzato rispetto a quello approvato due anni fa, premia la strategia portata avanti con successo da Amnesty International, assieme a tutto il movimento abolizionista mondiale, e in modo particolare il lavoro condotto dalla 'task force' sulla pena di morte istituita dal ministero degli Esteri su proposta di Amnesty International Italia per coordinare il lavoro congiunto delle istituzioni e della società civile del nostro paese" - ha concluso Marchesi.

 

I diritti dell'uomo e della biosfera


Si celebra oggi la Dichiarazione Universale votata all'Onu nel 1948. Uno strumento politico citato a più non posso, ma altrettanto inapplicato. Con gravi discrepanze tra ciò che si promulga e ciò che si pratica. 
Raffaele K. Salinari, Il Manifesto ...

Corriere della Sera
27 10 2014

La disparità tra "alti livelli" e vita quotidiana. I punti critici secondo il rapporto sull'attuazione della piattaforma di Pechino preparato da associazioni e di donne esperte sulla parità di genere

di Fiorenza Sarzanini

In Italia «si profila il rischio di una scissione fra ciò che accade in alcune situazioni che concernono alti livelli delle Istituzioni dello Stato e dell’economia e la stragrande maggioranza della popolazione femminile, le cui condizioni di lavoro e più complessivamente degli stili di vita vanno invece aggravandosi». È questo il nodo centrale del rapporto stilato da numerose organizzazioni per la promozione dei diritti umani, associazioni delle donne, ong, coordinamenti sindacali e singole esperte di genere, che giudica quanto è stato fatto davvero nel nostro Paese per rispettare gli impegni presi a Pechino nel 1995. Quell’anno si svolse in Cina la IV Conferenza mondiale sulle donne che stabiliva la verifica ogni cinque anni dell’attuazione del Programma d’Azione per ogni Stato che l’aveva sottoscritto e che aveva come obiettivo un miglioramento costante della condizione femminile a ogni livello (come si evince dalla lettura del testo ).

Nel giugno scorso il Governo italiano ha inviato il proprio rapporto 2009-2014 all’Onu rappresentando un quadro che non viene ritenuto dagli analisti completo e dettagliato.

Per questo si è deciso di approfondire ogni singolo aspetto e si è accertato che ancora troppe sono le situazioni negative che segnano la vita quotidiana delle donne.

Perché è vero che ultimamente, riconosce la stessa relazione, «alcuni cambiamenti sono stati realizzati, anche per causa della crisi di credibilità della politica. Vi è infatti una crescita della percentuale femminile fra i parlamentari e la parità fra i sessi nel Governo, sono state nominate diverse donne ai vertici di importanti aziende pubbliche e parapubbliche e in altro ambito, è aumentata la presenza femminile nei consigli di amministrazione di aziende quotate in borsa». Ma tutto ciò «non sta migliorando le condizioni di vita delle donne in Italia».

Sono otto le situazioni di “criticità” individuate e riguardano tutti i settori che vedono, o dovrebbero vedere, la donna protagonista in una parità che non può essere virtuale o comunque limitata esclusivamente ad alcuni settori. Eccole:
«1) Carenza di monitoraggio e valutazione delle politiche di genere messe in atto ai diversi livelli, nonostante gli avanzamenti nella produzione delle statistiche ufficiali e la carenza di un sistema informativo integrato di dati sulla violenza al fine della progettazione di misure di prevenzione e contrasto.
2) Elevato livello di povertà femminile soprattutto nelle famiglie monoparentali, nonché progressivo assottigliarsi del già fragile sistema di welfare.
3) Insufficiente difesa della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.
4) Basso tasso di occupazione delle donne e generale mancanza e precarietà di lavoro sia tra le nuove generazioni sia tra le over 40;
5) Assenza di un complessivo ed efficace sistema di contrasto riguardo alla violenza maschile sulle donne.
6) Ancora inefficace il monitoraggio dell’applicazione delle Convenzioni a partire dalla CEDAW (Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne) e del sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, nonché delle Risoluzioni dell’ONU su Donne, Pace e Sicurezza che riguardano da vicino un Paese come il nostro che ha un numero significativo di “missioni militari di pace” ed un costante flusso di arrivi di migranti, in particolare richiedenti asilo che provengono da zone di guerra e di conflitto.
7) Non appare ancora adeguata la partecipazione e l’accesso delle donne all’espressione e ai processi decisionali all’interno e attraverso i media e le nuove tecnologie di comunicazione; rimane il problema di promuovere un’immagine equilibrata e non stereotipata delle donne nei media.
8) Mancato riconoscimento delle problematiche ambientali collegate alle donne e alle loro esperienze e saperi, in modo da garantire sicurezza sociale e risorse ambientali “pulite” e rinnovabili».

L'Onu: "Kiev fermi le stragi"

  • Giovedì, 09 Ottobre 2014 11:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
09 10 2014

Una relazione degli ispettori delle Nazioni Unite sulla guerra civile in Ucraina rovescia completamente la linea seguita fino ad oggi dagli Stati Uniti e dai grandi organi di informazione europei: secondo un rapporto di 37 pagine reso pubblico ieri e che copre il periodo dal 18 agosto al 16 settembre, le maggiori responsabili per la violazione della tregua e delle violazioni delle norme umanitarie sono state le forze militari di Kiev. "Durante il periodo di riferimento - afferma la relazione dell' Alto commissario per i diritti umani - il diritto umanitario internazionale, compresi i principi di necessità militare, distinzione, proporzionalità e precauzione sono stati continuamente violati da gruppi armati e battaglioni di volontari sotto il controllo delle forze armate ucraine".
La prova specifica tutto questo é consistita in "percosse, cattiva alimentazione e la mancanza di assistenza medica aper i prigionieri".

L'ONU esprime poi "particolare preoccupazione per le "sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e maltrattamenti presumibilmente perpetrate dai membri dei battaglioni di volontari, in particolare quelli denominati Aydar, Dnepr-1, Kiev-1 e Kiev-2.

"L'ONU afferma che almeno 3.660 persone sono state uccise in Ucraina orientale dall'aprile scorso, di cui 330 dal cessate il fuoco del 5 settembre, ed 8756 persone sono state ferite da aprile.

La relazione esorta le autorità ucraine ad esercitare un maggiore controllo sull' esercito e sui gruppi di volontari armati, poiché fin dall'inizio della cosiddetta operazione "anti-terrorismo" e sopratutto dopo il 25 agosto secondo il servizio di sicurezza ucraino, oltre 1.000 persone sono state arrestate con l'accusa di essere "militanti filorussi e sovversivi."

La relazione sottolinea inoltre che la popolazione civile soffre in particolare a causa del bombardamento di quartieri densamente popolati con artiglieria pesante. "Alcuni dei casi di uso sproporzionato del fuoco in aree residenziali sono imputabili alle forze armate ucraine - continua il documento - dopo l'annuncio del cessate il fuoco il 5 settembre, la portata e l'intensità delle operazioni militari sono diminuite drasticamente ma non completamente, e i civili continuano a cadere sotto il fuoco incrociato ed i bombardamenti."

L'ONU ha notato anche un "aumento dimercenari stranieri" nei ranghi delle forze armate delle repubbliche di Donetsk e Lugansk e parla del ritrovamento di fosse comuni. Alcune di esse sono state scoperte dai reparti filo russi nei pressi di Donesk al di fuori del periodo preso in esame, e dunque formalmente non sono state soggette ad esame da parte della missione di monitoraggio. Sulla loro esistenza, confermata peraltro dall'Osce, si possono però nutrire pochi dubbi.

Hanno provato a rivolgersi all'Onu per ottenere lo status di rifugiate ma, e qui sta la beffa, la loro pratica è stata respinta, con la motivazione che il loro caso non è contemplato dalla legge sui rifugiati, per la quale è da tutelare "chi scappa da crudeltà, tortura o pena sproporzionata". Secondo l'Onu non ci sarebbe nemmeno oppressione legata a motivazioni religiose, politiche, ideologiche, razziali.
Marta Ottaviani, La Stampa ...

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