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La Repubblica
28 07 2014

3442 i feriti dalla metà di aprile negli scontri tra esercito e i ribelli filorussi. Oltre 100mila i civili fuggiti. Per Commissario Onu diritti umani abbattimento aereo malese può essere un "crimine di guerra". Ancora scontri ad est: 8 civili uccisi. Colloquio Kerry-Lavrov

KIEV - Oltre 1100 morti e 3442 feriti. Sono i terribili numeri del rapporto Onu sulla guerra in Ucraina dove da metà aprile le forze governative e i ribelli filorussi si combattono nell'est del Paese. Oltre 100mila le persone fuggite dalle zone di combattimento, temporaneamente stanziate in altre parti del Paese. Ben 812 le persone rapite e arrestate dai separatisti nelle zone di Donetsk e Luhansk per lo più cittadini comuni, tra cui insegnanti, giornalisti, membri del clero e studenti. "I combattimenti devono finire" è stato il monito del Commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay, che ha denunciato l'uso di "armi pesanti" tra cui artiglieria, carri armati, razzi e missili.

La situazione viene definita "disperata" dalle Nazioni Unite: 104 edifici, tra cui sedici sedi amministrative locali, sono nelle mani di gruppi armati. E sono pesanti le accuse rivolte ad entrambe le parti: se da un lato il governo non ha adottato precauzioni sufficienti per la tutela dei civili, gli insorti sono accusati di attacchi a palazzi pubblici, assalti a banche e miniere e della distruzione della rete ferroviaria.

I gruppi armati, si legge nella relazione, "continuano a rapire, arrestare, torturare e uccidere persone prese in ostaggio per intimidire ed esercitare il loro potere sulla popolazione in modi rozzi e brutali". I ribelli avrebbero creato tribunali militari ed eseguito condannato persone a morte.

Il commissario Navi Pillay ha inoltre affermato che l'abbattimento del volo MH17 malese in una zona dell'Ucraina dell'est controllata dai separatisti filorussi potrebbe essere considerato "un crimine di guerra". "Questa violazione del diritto internazionale, alla luce delle circostanze, potrebbe essere assimilata a un crimine di guerra" ha affermato Pillay.

Sul luogo dello schianto sono infuriati i combattimenti nei giorni scorsi: nonostante ciò, agenti della polizia di Paesi Bassi e Australia hanno effettuato un nuovo tentativo per raggiungere il sito dove il 17 luglio scorso si schiantò al suolo il Boeing 777 della Malysia Airlines. Ieri invece la delegazione era stata costretta in extremis a rinunciare a causa dei violenti scontri in corso.

Continuano scontri ad est. E non si fermano i combattimenti al confine tra Ucraina e Russia: almeno otto civili sono rimasti uccisi negli scontri durante la notte. A Lugansk cinque persone sono morte e 15 sono rimaste ferite dai colpi di artiglieria. Tre, invece, i morti a Donetsk per gli scontri tra ribelli e forze governative.

I filorussi accusano le truppe governative di schierare l'artiglieria contro le aree residenziali. Le autorità negano ogni responsabilità e accusano gli insorti di utilizzare le case come postazioni di tiro.

Colloquio Kerry-Lavrov. E' scambio di accuse tra Usa e Russia: in un colloquio telefonico il Segretario di Stato americano John Kerry ha sollecitato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov a porre fine "al flusso di armi pesanti, missili e pezzi di artiglieria" a favore dei ribelli separatisti dell'Ucraina orientale, e a "cominciare a contribuire a una riduzione dell'intensificarsi del conflitto".

Il capo della diplomazia di Mosca ha accusato a sua volta gli Usa di ostacolare il lavoro degli ispettori Osce in Ucraina e gli ha chiesto "di ordinare ai suoi subordinati di smettere di ostacolare il lavoro in corso dell'Osce". I due ministri si sono detti d'accordo sulla necessità di una tregua nei combattimenti.

La Russia ha annunciato che osservatori dell'Osce verranno schierati ai posti di confine con l'ucraina dell'est. Lavrov ha detto che gli ispettori potranno così confermare che Mosca non invia armi e combattenti per aiutare i separatisti, come invece sostenuto dagli Stati Uniti.

Atlas 
24 07 2014

Per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Israele potrebbe aver commesso crimini di guerra nel corso della sua operazione militare nella Striscia di Gaza. A sottolinearlo è stata Navy Pillay, alla guida dell’organismo dell’Onu. Commentando le sue parole, il ministro della Giustizia israeliano Tzipi Livni ha definito il Consiglio un organismo anti-israeliano. La stessa ha poi sostenuto che Israele sta avvertendo la popolazione di abbandonare le loro abitazioni e che invece Hamas sta al contrario invitando la popolazione civile di Gaza a restare.

Al di là di dichiarazioni necessariamente da leggere nell’ottica di conflitto che si è creata e di filtri di propaganda presenti da una parte e dall’altra della barricata, i numeri aggiornati a ieri hanno spinto ulteriormente in alto il numero die morti: i palestinesi uccisi sono ora più di 650, moltissimi di questi civili, una trentina sono invece i morti israeliani, quasi tutti militari.

Anche da questi dati, partirà l’inchiesta di una commissione internazionale che è stata annunciata ieri dal Consiglio dei diritti umani. La risoluzione per l’istituzione della commissione è stata adottata da 29 dei 47 paesi del Consiglio; gli astenuti sono stati 17, un solo voto contrario, quello degli Stati Uniti.

Sul campo di battaglia prosegue intanto l’offensiva dell’esercito israeliano che sta tentando di individuare e distruggere la rete di tunnel utilizzata da Hamas anche per potenziali incursioni all’interno del territorio israeliano e per aggirare il blocco imposto attorno alla Striscia dal 2007. Hamas da parte sua è riuscita a lanciare alcune decine di razzi, uno dei quali è caduto non lontano dall’aeroporto di Tel Aviv. Fatto che ha convinto alcuni vettori e la stessa Agenzia europea del volo a sospendere i voli in direzione di Israele.

Il mondo resta a guardare il Medio Oriente in fiamme

  • Giovedì, 24 Luglio 2014 08:44 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
24 07 2014

Dopo sedici giorni di operazioni di terra, quasi settecento morti e oltre 4 mila feriti, colpisce l'assenza di una forte reazione internazionale alla guerra in corso a Gaza. Da una parte piovono missili sulle città, dall'altra l'esercito bombarda obiettivi civili.

Eppure l'Onu, gli Stati Uniti d'America, l'Unione europea e la Russia sembrano incapaci di proporre soluzioni diplomatiche convincenti. ...

Contropiano
01 07 2014

Pochi giorni fa l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato una storica risoluzione che potrebbe permettere la vigilanza internazionale sul rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali in tutto il pianeta. Una possibilità tutta teorica, tenendo conto del fatto che nella maggior parte dei casi gli stati e anche la stessa Onu risponde e protegge gli interessi delle corporation, ma comunque il fatto che le Nazioni Unite stabiliscano un principio – le multinazionali devono essere controllate e non sono al di sopra della legge – è assai importante. Tanto che quasi tutti i rappresentanti delle grandi potenze occidentali hanno votato contro il progetto di risoluzione, passato giovedì a Ginevra con 20 voti favorevoli, 14 contrari – tra questi l’Unione Europea e gli Stati Uniti – e 13 astensioni. Approvando la risoluzione le Nazioni Unite si sono impegnate a creare un gruppo di lavoro con i diversi governi per creare un quadro legislativo e un trattato che permetta ai singoli stati di supervisionare il rispetto dei diritti umani da parte delle corporation.

“L’idea è creare un trattato vincolante per tutte le multinazionali affinché non possano violare i diritti umani nei paesi che lo ratifichino. Ora iniziano i negoziati, è una cosa che non ha precedenti. Prima esistevano solo norme che proteggevano gli interessi degli investitori, come i Trattati di Libero Commercio, ma non c’era nessuna norma vincolante nel diritto internazionale rispetto alle violazioni da parte delle multinazionali. Ci sono molti casi in cui si è cercato di portare le aziende davanti ai tribunali dei singoli paesi ma per limiti vari non ci si è riusciti” spiega Diana Aguiar, ricercatrice del Transnational Institut, una delle realtà promotrici dell’iniziativa insieme a un vasto arco di forze ecologiste, ong e paesi del Sudamerica.

Il trattato dovrebbe permettere – gli Stati che lo adottassero avrebbero due anni di tempo per metterlo in pratica a partire dal 2015 – di proteggere i lavoratori da condizioni di supersfruttamento e schiavitù, i minori, le donne, garantendo condizioni di lavoro minimamente accettabili. Ma secondo la Aguiar la norma permetterebbe anche di tutelare l’ambiente e gli ecosistemi dalla rapacità delle multinazionali.

Tra i paesi che hanno votato a favore della risoluzione proposta ufficialmente dall’Ecuador e dal Sudafrica ci sono la Cina, la Russia, Cuba, l’India e il Venezuela, mentre contro quella che viene denunciata come un’ingerenza indebita della politica nelle questioni economiche si sono pronunciati non solo i rappresentanti di Ue e Stati Uniti, ma anche della Germania, della Francia, della Gran Bretagna. E anche il rappresentante italiano non ha fatto mancare il suo sostegno agli interessi delle multinazionali e delle banche invece di sostenere un’iniziativa che almeno potenzialmente potrebbe consentire di frenare gli abusi delle corporation e degli stati conniventi con esse. Di fatto a bocciare la risoluzione, chiarisce la Aguiar, sono stati quei paesi dalle quali provengono la stragrande maggioranza delle multinazionali che operano sul mercato mondiale. “La rappresentante di Londra ha criticato la risoluzione perché a suo dire potrebbe disincentivare gli investitori dall’investire nei paesi del sud del mondo” denuncia la ricercatrice intervistata dal quotidiano Publico. Comunque per ora alcune centinaia di organizzazioni che operano per la difesa dell’ecosistema e dei diritti umani in tutto il mondo si godono la vittoria parziale. Sapendo che per trasformare la risoluzione in qualcosa di più effettivo dovranno continuare le mobilitazioni e le pressioni nei confronti delle stesse Nazioni Unite e dei singoli governi.

In ballo c’è una posta in gioco molto alta, soprattutto per i popoli e i paesi del sud del mondo. “Comincia a farsi strada anche all’Onu l’idea che non necessariamente le imprese debbano essere difese a spada tratta dai governi dei paesi in cui esse sono basate – spiega la Aguiar – Nel caso della Chevron (autrice di una contaminazione della giungla amazzonica in Ecuador alla base di un annoso contenzioso internazionale, ndr) le vittime hanno vinto il processo ma prima della sentenza la Chevron è fuggita dal paese e quindi i tribunali di Quito non hanno potuto rivalersi sulle sue proprietà per risarcire le vittime. Se si approva il trattato di cui siamo promotori, in un caso simile lo Stato potrebbe espropriare parte delle proprietà di una multinazionale per sostenere le rivendicazioni delle popolazioni colpite”.

Durante la scorsa settimana, per sostenere l’approvazione della risoluzione, da diversi paesi le organizzazioni sociali, i movimenti indigeni, le ong hanno presentato nel corso di un’udienza speciale del Tribunale Permanente dei Popoli di Ginevraben 12 casi di violazioni sistematiche dei diritti umani da parte delle multinazionali. Tra questi, quelli della società petrolifera Chevron-Texaco in Ecuador e della Shell in Nigeria, dell’israeliana Mekorot in Palestina, della multinazionale mineraria anglo-svizzera Glencore Xstrata in 7 diversi paesi, della Lonmine in Sudáfrica o della Coca Cola in Colombia, e infine della impresa spagnola Hidralia in Guatemala.

Il Fatto Quotidiano
22 05 2014

L’uomo potrebbe rappresentare oggi per molte specie animali e vegetali ciò che un asteroide fu per i dinosauri 65 milioni di anni fa: una minaccia di estinzione di massa. La sesta, in ordine di tempo, tra quelle conosciute dalla Terra dalla comparsa della vita pluricellulare. Come ammonimento contro questo rischio, paventato da molti biologi e naturalisti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a partire dal 2000 ha proclamato il 22 maggio, data in cui fu adottata nel 1992 la Convenzione sulla diversità biologica, Giornata mondiale della biodiversità.

I primi profughi climatici potrebbero essere eschimesi. La scelta dell’Onu quest’anno è caduta sull’ecosistema delle isole, in particolar modo le più piccole, in cui vive circa un decimo della popolazione mondiale. Un habitat considerato tra i più vulnerabili ai mutamenti climatici, basti pensare alla fragilità delle barriere coralline. I pericoli maggiori per questi ecosistemi, secondo gli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), l’organismo delle Nazioni Unite per lo studio del clima, sono rappresentati dall’innalzamento del livello degli oceani, stimato dall’Ipcc tra 0,18 e 0,59 metri entro la fine del secolo, e dalle tempeste sempre più frequenti e violente, che rischiano di creare profughi climatici. I primi potrebbero essere i 400 eschimesi che abitano la piccola isola di Kivalina, di fronte la costa ovest dell’Alaska, che secondo gli esperti potrebbe essere tra le prime a sparire entro il 2025.

Le isole sono un’importante cartina al tornasole della biodiversità. Lo sapeva bene Charles Darwin che, grazie anche alle osservazioni compiute su un habitat insulare, le Galapagos, riuscì a elaborare la sua teoria dell’evoluzione. E lo confermano le indagini della cosiddetta Lista rossa delle specie in pericolo, che proprio quest’anno compie 50 anni, in base alle quali il 90% degli uccelli e il 75% delle specie animali estinte a partire dal 17esimo secolo vivevano in habitat insulari. Vero e proprio “Barometro della vita”, secondo una definizione della rivista Science, la Lista, messa a punto dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), assegna a più di 70mila specie una categoria di rischio. Si va dalle specie estinte a quelle fuori pericolo, passando dagli organismi che ormai sopravvivono solo in cattività a quelli che, a vari livelli, sono minacciati di estinzione.

Biodiversità, 30mila specie perse ogni anno. Ma perché è così importante la biodiversità? Questo termine è usato comunemente per indicare l’insieme degli individui e delle specie che vivono in una determinata area. Definizione che, estesa all’intero Pianeta, porta a descrivere la biodiversità come “La varietà della vita sulla Terra a tutti i livelli”. Un concetto che può sembrare in apparenza generico e lontano. Ma che, espresso in termini di relazione degli organismi tra loro e con l’ambiente, come amano fare gli scienziati, riguarda da vicino una specie in particolare e il suo modo di vivere il rapporto con la natura, l’Homo sapiens. Specie che, a dispetto del nome, sta modificando sempre più gli equilibri esistenti tra gli ecosistemi, con seri rischi per l’ambiente.

Il biologo di Harvard Edward Owen Wilson più di un decennio fa ha quantificato in 30mila specie l’anno la perdita di biodiversità terrestre, e sintetizzato il peso dell’uomo sulla diversità biologica coniando un curioso acronimo, “HIPPO”. Parola in cui la “H” sta per “Habitat loss”, cioè la perdita di ambiente naturale in favore di coltivazioni e insediamenti umani; la “I” per “Invasive species”, le specie aliene introdotte dall’uomo in ecosistemi diversi da quelli di origine, che proliferano in maniera incontrollata fino a sterminare quelle indigene; le due “P” per “Pollution”, l’inquinamento antropico e “Population”, a indicare la continua crescita della popolazione umana, giunta ormai a superare i sette miliardi di individui; infine la “O” che sta per “Overharvesting”, il crescente sequestro delle risorse ambientali fino al loro completo depauperamento. Pressioni ambientali cui va, inoltre, aggiunto il mutamento globale del clima.

Ipcc, incremento aree urbane e perdita di suolo fertile. “Maggiore è il grado di biodiversità, più grande sarà la capacità degli ecosistemi di sopportare perturbazioni esterne, indotte ad esempio dai cambiamenti climatici”, affermano gli scienziati dell’Ipcc per sottolineare l’importanza della diversità biologica. “L’incremento e la diffusione delle aree urbane e delle relative infrastrutture – aggiungono gli esperti della Convenzione Onu sulla biodiversità – ha determinato un aumento dei trasporti e del consumo energetico, con la conseguente crescita delle emissioni di gas serra e inquinanti atmosferici. Inoltre – sottolineano gli studiosi di biodiversità – la trasformazione dei terreni da naturali, come le foreste, ad altre destinazioni d’uso, semi-naturali come le coltivazioni, o artificiali come le infrastrutture, non solo sta provocando la permanente, e in molti casi irreversibile, perdita di suolo fertile, ma ha anche altri effetti negativi, come l’alterazione degli equilibri idrogeologici”.

L’Italia perde 8 metri quadrati di terreno al secondo. L’Italia, proprio sul tema del dissesto idrogeologico, sta ancora perdendo terreno. Letteralmente. Secondo l’ultimo report dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale la crisi non sembra aver affatto frenato il consumo di suolo nel nostro Paese. “Il fenomeno è in aumento, al ritmo di 8 m2 al secondo. Negli ultimi tre anni – affermano gli esperti italiani – abbiamo divorato un’area di 720 km2, grande come cinque capoluoghi di regione, Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo, perdendo così la capacità di trattenere 270 milioni di tonnellate d’acqua. Il 7,3% del territorio è ormai da considerare perso. La cementificazione – si legge inoltre nel rapporto – ha comportato tra il 2009 e il 2012 l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2, valore pari a 4 milioni di utilitarie in più, l’11% dei veicoli circolanti nel 2012”.

Eppure, il nostro Paese parte da una condizione di privilegio. “L’Italia – sottolineano gli esperti Onu sulla biodiversità – grazie alla sua varietà geografica che comprende regioni alpine, continentali e mediterranee, e alle sue coste che si estendono per 7400 km, è un Paese estremamente ricco in biodiversità, con il più elevato numero e la maggiore densità di specie animali e vegetali dell’Unione Europea. La stima – in base ai dati delle Nazioni Unite – è di 58mila specie animali, il 95% delle quali rappresentate da invertebrati, 6700 specie vegetali e 20mila fungine. Ogni anno, inoltre, sono almeno 20 le nuove specie classificate sul territorio nazionale, di cui una percentuale superiore al 10% è rappresentata da aree protette”.

Ma costa sta facendo il nostro Paese per mantenere questo primato europeo? Se in ambito economico e finanziario ha preso provvedimenti, spesso all’insegna di austerità e rigore, con la motivazione che erano richiesti dall’Europa, sulla diversità biologica, dopo aver ratificato nel 1994 la Convenzione Onu, l’Italia è in linea con gli organismi internazionali?

Dopo la Convenzione Onu, carenze e mancanza di coordinamento. Nel 2010, in occasione dell’Anno internazionale della diversità biologica, il ministero dell’Ambiente ha messo a punto la “Strategia nazionale per la biodiversità” , un documento suddiviso in tre punti cardine: biodiversità ed ecosistemi, biodiversità e cambiamento climatico, biodiversità e politiche economiche, che devono trovare attuazione nel decennio 2011-2020. Nel 2015, anno di scadenza dei cosiddetti Obiettivi del millennio tra i quali c’è, al settimo punto, quello di assicurare la sostenibilità ambientale, ad esempio riducendo proprio la perdita di biodiversità – è in programma una verifica approfondita sulla validità dell’impostazione della strategia.

Ma un primo parziale bilancio esiste già. È rappresentato dalla prima analisi, tra quelle previste con cadenza biennale, dello stato di attuazione della strategia nazionale. Nelle conclusioni del rapporto, redatto dallo stesso ministero dell’Ambiente e riferito agli anni 2011-2012, emergono ancora molte ombre. Nella tabella delle quindici aree di lavoro in cui è stata suddivisa la strategia, la scala cromatica che evidenzia lo stato di attuazione degli interventi mostra solo un piccolo quadratino verde, come segno tangibile di un risultato positivo, in mezzo a tanti grigi. Nel report si parla, ad esempio, di “Carenze dovute ad un assetto nazionale e locale che spesso risente della mancanza di coordinamento nell’adempiere agli obblighi assunti” e di “Ritardi e scarsa incisività che spesso comportano l’apertura di procedure d’infrazione”. Si sottolinea, inoltre, che “Lo stato di crisi globale, comunitaria e nazionale, non facilita l’interesse verso i temi della conservazione della biodiversità, malgrado rappresentino una risorsa fondamentale su cui fare affidamento”.

Il paleontologo Eldredge: “La vita si è sempre ripresa dopo una estinzione”. Ma la Natura, a dispetto del disinteresse umano, potrebbe da sola trovare le giuste contromisure. “La vita ha capacità di recupero incredibili e si è sempre ripresa, anche se dopo lunghi intervalli di tempo, in seguito a spasmi di estinzione importanti – afferma Niles Eldredge, paleontologo dell’American museum of natural history di New York, in un’enciclopedia integrata della biodiversità, dell’ecologia e dell’evoluzione, dal titolo “La vita sulla Terra”. Ma questa ripresa è sempre avvenuta solo dopo la scomparsa di ciò che aveva provocato l’estinzione. E, poiché nel caso della sesta estinzione la causa siamo noi, l’Homo sapiens, questo significherebbe la nostra stessa scomparsa. A meno che – auspica lo studioso americano – non scegliamo di modificare i nostri comportamenti nei confronti dell’ecosistema globale”.

Davide Patitucci

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