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La Stampa
04 04 2014

Superata quota un milione di rifugiati, circa la metà sono minori.
La Rappresentante dell’Unicef nel Paese: “Gli istituti pubblici ne possono accogliere solo 100mila. Mandiamo scuole mobili nei campi fra le tende ma dilaga il lavoro minorile. È come se in Italia fossero arrivati 15 milioni di immigrati. Fra pochi mesi rischia di scoppiare la guerra per l’acqua”.

L’ultimo rapporto del Commissariato Onu per i Rifugiati lancia l’allarme Libano: un milione di profughi dalla Siria in guerra rischiano di provocare il collasso del Paese. E, dramma nel dramma, quello dei bambini: almeno 400mila in condizioni estremamente precarie, con solo 100mila che riesce ad andare a scuola. Un’emergenza «che peggiora di mese in mese», racconta da Beirut Annamaria Laurini, Representative dell’Unicef in Libano, da quattro anni in prima linea nella nazione più colpita dalla tragedia dei profughi siriani.

Quanto può ancora reggere un Paese comunque con risorse limitate come il Libano?

«Dobbiamo fare un paragone per capire la dimensione della crisi: è come se in Italia fossero arrivate 15 milioni di persone! Il Libano è un Paese di 10mila chilometri quadrati, con 4 milioni di abitanti. Il numero di bambini rifugiati è più vicino ai 600mila che ai 400mila ufficiali. Quelli in età scolare sono pari a quelli in età scolare locali. La richiesta di servizi scolastici è semplicemente raddoppiata, in un Paese dove per di più l’istruzione è quasi completamente privata».

Che cosa si può fare?

«Siamo riusciti a trovar posto a 100mila nelle scuole pubbliche, che rappresentano meno di una quarto dell’offerta scolastica. In parte nel turno del mattino, in parte in nuovi turni al pomeriggio. Uno sforzo enorme per un’istruzione pubblica poverissima: qui, chi ha due soldi, manda i figli nel privato, a prezzo di sacrifici altissimi. Nel pubblico parliamo di scuole senza bagni, senza banchi, lavagne. Forniamo kit, forniamo carburante per il riscaldamento, assistenza agli insegnanti. Ma è una lotta impari». 

E gli altri bambini?

«In Libano l’emergenza è soprattutto urbana. Chi può si rifugia in città, paga affitti assurdi per sistemarsi in sottoscala, scantinati. Sono i più fortunati. Gli altri stanno formando specie di favelas nelle periferie. Campi non attrezzati di tende di fortuna. Per quelli abbiamo predisposto scuole mobili, con insegnanti che vanno sul posto. È fondamentale, perché i bambini nei campi sono quelli più a rischio di sfruttamento lavorativo e sessuale. Finché vanno in qualche modo a scuola riusciamo a controllarli e proteggerli. E possiamo avviare controlli psico-sociale per individuare i soggetti più traumatizzati».

Hanno sofferto molto?

«Un trauma ce l’hanno praticamente tutti. Strappati dal loro Paese, sotto le bombe... Vengono da Homs, Aleppo, Yabroud. Molte scuole in Siria sono state trasformate in centri di tortura. Molti sono stati abusati, al pari delle donne. Molti usati come scudi umani, da una parte e dall’altra. Dobbiamo impedire che subiscano altre violenze».

Quant'è diffuso il lavoro minorile?

«Un’enormità. Lavorano quasi tutti, nei campi, nei ristoranti. Ma andando nei campi riusciamo almeno a contrattare. Meno ore di lavoro, la mattina, o al pomeriggio, a lezione. Di più non si può. Il problema è anche che il Libano non autorizza i campi dell’Unhcr, per ragioni storiche: hanno già 300mila rifugiati palestinesi, da 40 anni, con tutto quello che ne è conseguito”.

Ci sono tensioni, siamo al punto di rottura?

«Ci sono tensioni nel mondo del lavoro: gli immigrati, e in special modo i bambini, sono una forza lavoro a basso costo per i posti non specializzati. Si abbassano i salari. E poi c’è competizione per i servizi scolastici e sanitari. Ma il Paese è stato comunque generoso: i rifugiati sono sia alawiti che sunniti ma finora la frattura etnica non è esplosa».

Ci sono emergenze sanitarie?

«La polio fa paura. Poi le malattie infettive perché i bambini sono debilitati dalla fame, hanno subito assedi terribili. Le madri spesso hanno partorito prematuramente. E poi c’è un problema enorme che incombe. L’acqua».

Cioè?

«In inverno è piovuto pochissimo, la metà del necessario. Rischiamo una guerra dell’acqua quest’estate, soprattutto nelle campagne».

Giordano Stabile

La Stampa
2 aprile 2014

Si celebra oggi, 2 aprile, la Giornata Mondiale dell’Autismo istituita nel 2007 dall’Onu. In tutto il mondo e anche in Italia numerosi gli appuntamenti e le iniziative per sensibilizzare, informare, ma soprattutto agire.
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L'Onu, nel momento di maggiore crudeltà della guerra che stava sbriciolando la ex Jugoslavia, dichiarò Srebrenica area sicura, e così tutti i bosniaci musulmani che vi riuscirono la raggiunsero. Ma facilitarono il lavoro dei loro carnefici. ...

Corea Nord, inchiesta dell'Onu

Huffington Post
17 03 2014

Corea Nord, inchiesta dell'Onu: i crimini commessi dal regime Kim-Jong Un paragonabili a nazisti e khmer rossi

I crimini commessi dal regime nordcoreano sono paragonabili a quelli commessi dai nazisti, dall'apartheid e dagli khmer rossi e devono essere fermati.

Lo ha detto oggi a Ginevra il presidente della commissione di inchiesta dell'Onu davanti al Consiglio dei diritti dell'uomo delle nazioni unite.

"Affrontare il flagello del nazismo, della segregazione razziale e dei Khmer Rossi richiese grande coraggio da parte di grandi di nazioni", ha detto Michael Kirby, dinanzi al Consiglio dei diritti Umani dell'Onu.

"Ora è nostro dovere solenne affrontare la piaga delle violazione dei diritti umani e dei crimini contro l'umanità nella Repubblica Popolare Democratica della Corea".

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