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Internazionale
17 01 2014

Il 16 gennaio a Ginevra è cominciata l’udienza dei rappresentanti vaticani davanti al comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, a cui devono presentare un rapporto sull’applicazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia nel territorio vaticano.

Le domande del comitato si sono concentrate sulle accuse di abusi sessuali su minori rivolte a preti cattolici. All’udienza hanno partecipato l’ambasciatore vaticano presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, e monsignor Charles Jude Scicluna, ora vescovo ausiliare di Malta ma per molti anni promotore di giustizia (procuratore generale) per i crimini sessuali. È la prima volta che il Vaticano viene interrogato da un organismo internazionale sugli scandali che lo riguardano.

Nel corso dell’audizione Tomasi ha ricordato gli strumenti approvati in questi ultimi anni dal Vaticano, sia a livello interno sia internazionale, per far fronte a questo “triste fenomeno”. Il diplomatico vaticano, ha detto che “non ci può essere mai giustificazione per alcuna forma di violenza e sfruttamento dei bambini” e che la chiesa cattolica vuole “diventare un esempio” nella lotta contro gli abusi e la protezione dell’infanzia.

Il Vaticano è accusato di aver protetto preti, suore e religiosi che hanno commesso crimini sessuali contro migliaia di bambini in Germania, Stati Uniti, Belgio, Italia, Irlanda. Nel luglio del 2013 il comitato dell’Onu aveva chiesto al Vaticano di fornire informazioni su questi casi, ammessi anche dalla Santa sede nel 1995. Tra le richieste avanzate c’era quella di specificare se ai religiosi responsabili degli abusi era ancora permesso stare accanto ai bambini e di chiarire se era stato preso qualche provvedimento contro di loro e in difesa delle vittime.

La risposta del Vaticano era stata che i casi erano di competenza dei paesi in cui erano stati commessi e, a meno che non fossero le autorità di questi stati a pretenderlo, non era tenuto a fornire informazioni sull’agire dei suoi religiosi. In un documento scritto sottolineava la distinzione tra Santa sede e chiesa cattolica, ribadendo che, anche se il Vaticano incoraggia l’aderenza ai princìpi della Convenzione sui diritti dell’infanzia, è tenuto ad applicarne gli articoli nel suo territorio, Città del Vaticano.

Diritti e doveri. Il Vaticano è tra i firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1989. Il testo definisce quali sono i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti ai minori e prevede anche un controllo sull’operato degli stati, che devono presentare a un comitato indipendente un rapporto periodico sul rispetto dei diritti dei bambini nel proprio territorio.

Nel 1990 il Vaticano ha ratificato la convenzione ma dopo il 1994 e fino al 2012 non ha consegnato nessun rapporto, neanche in seguito alle rivelazioni del 2010 sui casi di abusi ai danni di minori, scrive la Bbc.

Papa Francesco ha già detto che affrontare i casi di abuso è essenziale per la credibilità della chiesa. A dicembre Bergoglio aveva annunciato l’istituzione di una nuova commissione interna per combattere i crimini sessuali che coinvolgono i bambini e aiutare le vittime. E nel luglio del 2012 la riforma del sistema penale vaticano aveva modificato le leggi relative alle violenze contro i minori, includendo i reati di prostituzione, pedopornografia e atti sessuali.

Le organizzazioni per i diritti umani e i gruppi che rappresentano le vittime di abusi commessi dai religiosi cattolici hanno accolto positivamente l’udienza a Ginevra. “Questo momento da speranza e forza alle vittime in tutto il mondo”, ha detto Barbara Blaine, che presiede un’associazione delle vittime degli abusi con sede a Chicago.

Il Corriere della Sera
15 01 2014

Si riunisce oggi in Kuwait, convocata dalle Nazioni Unite, la seconda conferenza dei paesi donatori della Siria.

Dovrebbero, questi paesi, fare il massimo per porre fine alla sofferenza di milioni di civili siriani, molti dei quali sono letteralmente alla fame, intrappolati in un conflitto sempre più brutale.

Se il totale dei rifugiati ha superato i due milioni e 300.000 e nessuno pare intenzionato ad alleviare il peso che grava sui paesi confinanti con la Siria (l’Unione europea si è detta disponibile ad accoglierne lo 0,5 per cento, i paesi del Golfo – così attivi nel sostegno all’opposizione – neanche quello), il numero dei profughi interni ha raggiunto i sei milioni e mezzo.

Buona parte di essi si trova nelle aree sotto il controllo del governo (in alcuni casi, come a Homs, sotto assedio da oltre due anni) ma la situazione nelle aree conquistate dai gruppi dell’opposizione – impegnati attualmente più a combattersi che a combattere contro le forze governative – non è migliore. Amnesty International ha sollecitato il governo e i gruppi armati di opposizione a garantire accesso immediato e privo di ostacoli alla popolazione civile, ipotesi che nelle ultime ore sta prendendo piede.

L’appello umanitario lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2013 – il più grande nella storia dell’organizzazione – ha raccolto solo il 70 per cento di quanto sollecitato e necessario. Ciò significa che parte della popolazione civile siriana è rimasta tagliata fuori dagli aiuti e lasciata sola ad affrontare l’inverno.

Uno dei paesi più ricchi del mondo, gli Emirati arabi uniti, aveva promesso tantissimo ma ha dato molto meno. Uno di quelli più coinvolti nella crisi siriana, la Russia, poco aveva promesso e poco ha dato.

Date queste premesse, l’obiettivo della conferenza odierna di raggiungere i sei miliardi e mezzo di dollari appare difficile da raggiungere.

Il Corriere della Sera
07 01 2014

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcr) ha annunciato che «per il momento non aggiorneremo i numeri» riguardanti il bilancio dei morti della guerra civile in Siria, che ha luglio ha raggiunto quota 100mila. Lo rende noto Rupert Colville, portavoce dell’ufficio dell’agenzia, spiegando che non è stato possibile ottenere nuovi numeri sull’emergenza a causa dell’impossibilità dell’Unhcr di avere accesso al Paese e di verificare «il materiale delle fonti» alternative. Parlando con la stampa a Ginevra, Colville ha dichiarato che le stime dell’Onu sui morti erano basate su sforzi esaustivi mirati a verificare una combinazione di sei diversi bilanci dei morti, ricevuti da una varietà di fonti.

GUERRA CIVILE E CAOS - La situazione dunque è sempre più tragica. Complice anche la presenza sul campo siriano di numerosi gruppi di estremisti, tra cui Isil e Al Nusra, talvolta alleati del Fsa (Free Syrian Army), talvolta in lotta con i ribelli stessi. Nel frattempo aspri combattimenti sono in corso tra ribelli siriani e milizie curde vicine al regime di Damasco nel nord-est del Paese. Lo riferiscono attivisti siriani presenti nella provincia di Qamishli. Gli scontri, affermano le fonti, si registrano in particolare attorno a Tel Barak, dove i ribelli del gruppo islamico Ahrar ash Sham, dell’Esercito libero siriano, hanno preso una postazione delle Brigate di difesa curda . Infine miliziani qaedisti si sono ritirati nelle ultime ore dalla città orientale siriana di Dayr az Zor, capoluogo della regione confinante con quella occidentale irachena di al Anbar, teatro di scontri tra forze governative di Baghdad e insorti sostenuti da qaidisti.L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcr) ha annunciato che «per il momento non aggiorneremo i numeri» riguardanti il bilancio dei morti della guerra civile in Siria, che ha luglio ha raggiunto quota 100mila. Lo rende noto Rupert Colville, portavoce dell’ufficio dell’agenzia, spiegando che non è stato possibile ottenere nuovi numeri sull’emergenza a causa dell’impossibilità dell’Unhcr di avere accesso al Paese e di verificare «il materiale delle fonti» alternative. Parlando con la stampa a Ginevra, Colville ha dichiarato che le stime dell’Onu sui morti erano basate su sforzi esaustivi mirati a verificare una combinazione di sei diversi bilanci dei morti, ricevuti da una varietà di fonti.

GUERRA CIVILE E CAOS - La situazione dunque è sempre più tragica. Complice anche la presenza sul campo siriano di numerosi gruppi di estremisti, tra cui Isil e Al Nusra, talvolta alleati del Fsa (Free Syrian Army), talvolta in lotta con i ribelli stessi. Nel frattempo aspri combattimenti sono in corso tra ribelli siriani e milizie curde vicine al regime di Damasco nel nord-est del Paese. Lo riferiscono attivisti siriani presenti nella provincia di Qamishli. Gli scontri, affermano le fonti, si registrano in particolare attorno a Tel Barak, dove i ribelli del gruppo islamico Ahrar ash Sham, dell’Esercito libero siriano, hanno preso una postazione delle Brigate di difesa curda . Infine miliziani qaedisti si sono ritirati nelle ultime ore dalla città orientale siriana di Dayr az Zor, capoluogo della regione confinante con quella occidentale irachena di al Anbar, teatro di scontri tra forze governative di Baghdad e insorti sostenuti da qaidisti.

Il ruolo delle mafie nella tratta di migranti

Internazionale
12 12 13

Il sito lavoce.org spiega il ruolo della criminalità organizzata nella gestione della tratta di esseri umani verso l’Unione europea e dei viaggi dei migranti verso l’Italia:

Nel 2012, considerato anno di magra, sono arrivati 13mila migranti e profughi, contro i 68mila dell’anno precedente, con una “tariffa” che molti denunziano, in media, di 2mila euro. Ciò indica un giro d’affari pari a 26 milioni di fatturato a costi irrisori. Le stime per il 2013 indicano 60mila arrivi e quindi il giro d’affari dovrebbe attestarsi abbondantemente sopra i cento milioni.

Ma il dato rischia di essere di gran lunga sottostimato, sia perché non comprende le vittime che non riescono a raggiungere le coste italiane, sia perché non considera il nuovo flusso di profughi provenienti dalla Siria e dall’Egitto, che hanno una maggiore capacità di reddito e quindi sono disponibili a pagare tariffe che arrivano sino a 15mila euro.

Secondo il rapporto dell’Onu, la tratta degli esseri umani (categoria di reato più ampia rispetto al fenomeno della migrazione) dovrebbe costituire una delle fonti di reddito più interessanti per il crimine organizzato transnazionale, secondo business dopo il narcotraffico.

Quanto alle due organizzazioni criminali mafiose che operano in Calabria e in Sicilia, più inchieste giudiziarie mettono in luce il ruolo della ‘ndrangheta nella logistica degli arrivi, grazie a un capillare controllo delle coste. I magistrati siciliani escludono invece, per il momento, forme di coinvolgimento da parte di Cosa Nostra. Una possibile spiegazione di questa discrasia potrebbe risiedere nel fatto che la filiera della “tratta” ha come terminal in Calabria luoghi già inseriti nelle rotte del narcotraffico, business criminale di particolare interesse per la ‘ndrangheta, mentre questo non avviene per la Sicilia.

Alla luce di queste considerazioni, viene da chiedersi quale sia l’efficacia dell’azione messa in campo dall’Agenzia europea per la gestione della Cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea, il cosiddetto Frontex, con quartier generale a Varsavia e dotazione finanziaria (2011-2012) di 200 milioni.

E soprattutto viene da chiedersi qual è lo “stato dell’arte” del contrasto alle organizzazioni mafiose interne ed esterne: certo incuranti della commozione provocata dai morti in mare e dall’amarezza che scaturisce dal divario tra la gravità del problema e le risorse disponibili per offrire soluzioni, continuano senza soluzione alcuna il loro sporco lavoro.

L’articolo integrale qui.

La Stampa
11 12 2013


Lo sport in campo contro l’omofobia. E’ questa la partita andata in scena ieri al Palazzo di Vetro, in occasione della Giornata internazionale per i diritti umani delle Nazioni Unite, durante la quale sono scesi in campo campioni del calibro di Martina Navratilova e Jason Collins. «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo, di unire la gente», ha dichiarato l’ex tennista prendendo in prestito le parole del leader sudafricano Nelson Mandela, scomparso pochi giorni fa. L’obiettivo è di sostenere e rafforzare il ruolo dello sport nella lotta contro l’omofobia, per portare avanti l’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e accrescere la consapevolezza sulla gravità e la portata delle violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) in tutto il mondo. Ci sono infatti realtà dove l’essere omosessuale è un tabù non solo di costume ma legale, come nei 78 Paesi dove le relazione tra persone dello stesso sesso sono considerate un crimine.

Per questo l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu (Ohchr), nel ventesimo anniversario dalla Dichiarazione di Vienna, ha organizzato un evento di alto livello con testimonial i due campioni sportivi, i primi che hanno deciso di dichiarare pubblicamente la loro omosessualità creando dei precedenti fondamentali. «Credo sia importante per tutti avere la possibilità di vivere alla luce del sole, l’Nba sta facendo grande lavoro per cambiare la cultura dello sport sull’orientamento sessuale», racconta Collins, divenuto il primo atleta maschio di una delle quattro principali leghe professionistiche americane a rendere pubblico il suo essere gay. Molto prima di lui era stata la Navratilova: «Quando Jason ha deciso di fare “outing” ha ricevuto una telefonata da parte del presidente Barack Obama, io l’ho fatto nel 1991 e non ho certo ricevuto la stessa telefonata da Ronald Reagan, che allora era alla Casa Bianca.

«Le cose sono cambiate molto, ma c’e’ ancora tanto lavoro da fare». Collins racconta che di recente un giocatore ha fatto commenti offensivi sul suo orientamento sessuale, ed è stato sanzionato con una multa di 75 mila dollari. Lo stesso atteggiamento che a parere dei due campioni dovrebbero avere anche il Comitato Olimpico Internazionale (Ioc) e la Fifa nella scelte delle sedi dove tenere giochi e campionati. Il riferimento è in particolare ai giochi invernali di Sochi, in Russia, Paese dove recentemente è stata adottata una legge che vieta la propaganda gay. Il Comitato Olimpico afferma di non avere l’autorità per intervenire e si dice convinto che non ci sarà alcuna discriminazione nei confronti degli atleti gay o lesbiche. Su questo è intervenuta l’ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, Susan Power, che ha definito la legge russa in materia «tanto offensiva quanto pericolosa». In una serie di eventi paralleli Powers ha incontrato decine Lgbt da tutto il mondo, mentre il segretario generale Onu, Ban Ki-moon, in un video messaggio da Johannesburg, ha sottolineato il contributo positivo che lo sport può fornire. «Lo sport attraversa frontiere e continenti, unisce persone con culture diverse. - ha spiegato - I campioni sono eroi per i loro fan, e quando scendono in campo contro i pregiudizi, sono eroi anche per le Nazioni Unite».

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