×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

la Repubblica
09 02 2015

Al Nord-ovest 33.500 euro di Pil per abitante, al Sud 17mila e 200. Bolzano in testa con 40mila euro. Il valore aggiunto più alto a Milano. Tra il 2011 e il 2013 solo in Lombardia e il Trentino Alto Adige performance occupazionali positive, in Calabria e Molise le cadute più ampie

MILANO - Un burrone separa le economie di Nord e Sud d'Italia. Non è certo una scoperta dell'ultima ora, ma gli ultimi dati disponibili sono spaventosi: nel 2013, secondo il Report Istat sui conti economici territoriali, il Pil per abitante è risultato risulta pari a 33,5 mila euro nel Nord-ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Il Mezzogiorno, con un livello di Pil pro capite di 17,2 mila euro, "presenta un differenziale negativo molto ampio. Il suo livello è inferiore del 45,8% a quello del Centro-Nord", quindi praticamente dimezzato.

Nel 2013, il Pil per abitante ha registrato una riduzione rispetto al 2011 in tutte le regioni italiane, con l'eccezione di Bolzano e della Campania. Risulta in testa Bolzano con un Pil per abitante di 39,8 mila euro, seguito da Valle d'Aosta e Lombardia (rispettivamente con 36,8 e 36,3 mila euro). Prima tra le regioni del Mezzogiorno è l'Abruzzo, che registra un livello paragonabile a quello delle regioni del Centro, con 23 mila euro. La spesa per consumi finali delle famiglie a prezzi correnti nel 2013 risulta pari a 18,3 mila euro per abitante nel Centro-Nord e a 12,5 mila euro nel Mezzogiorno.

I dati, per altro, arrivano mentre uno studio Svimez dice che negli anni di crisi 2007-2012 la caduta del potere d'acquisto delle famiglie italiane è stata di circa il 9%, pari a 1.664 euro per ogni cittadino, ma è stata più forte al Sud. A causa della mancanza di lavoro, ma anche di un sistema di welfare che penalizza il Mezzogiorno, nel periodo 2007-2012 la caduta dei redditi ha colpito soprattutto i giovani e il Sud: nelle famiglie con un capofamiglia under 35 e un tasso di occupazione inferiore al 50% (dove lavora cioè meno di una persona su due) i redditi sono scesi al Sud del 24,8%, mentre al Nord sono cresciuti dell'1,7%.

Tornando ai dati territoriali dell'Istat, Lazio e Sicilia sono le regioni più "terziarizzate", in termini di incidenza settoriale del valore aggiunto, mentre Basilicata ed Emilia Romagna sono quelle a maggiore propensione agricola e industriale. Nel 2012, Milano è la provincia con i più elevati livelli di valore aggiunto per abitante prodotto, pari a 46,6 mila euro; seguono Bolzano con 35,8 e Bologna con 34,4 mila euro. Le province con i più bassi livelli di valore aggiunto per abitante prodotto sono Medio Campidano e Agrigento, con circa 12 mila euro, e Barletta-Andria-Trani e Vibo Valentia con meno di 13 mila euro.

Il contributo dei servizi finanziari, immobiliari e professionali al valore aggiunto provinciale è prevalente nelle province di Milano, Roma e Trieste. Il contributo dell'industria primeggia in molte province del Nord-est e in particolare in quella di Modena. Tra il 2011 e il 2013 la Lombardia e il Trentino Alto Adige ottengono le uniche performance occupazionali positive, mentre Calabria e il Molise le cadute piu' ampie (-8% circa in termini di numero di occupati).

Per il 2015 l'Ocse condanna il nostro Paese alla stagnazione, prevedendo un aumento impercettibile del Pil (Prodotto interno lordo) dello 0,1%, mentre anche in questo caso S&P è più benevola, prospettando un margine positivo dello 0,7%. ...

La Repubblica
15 09 2014

L'Organizzazione parigina svela la debolezza del Vecchio continente. Anche l'S&P riduce le stime per l'economia tricolore, vista piatta a fine anno contro il +0,5% preventivato a giugno. Dubbi sull'intera Eurozona, promossa la Bce di Draghi

MILANO - Un doppio colpo di stime negative si abbatte sulle prospettive di ripresa dell'Italia, che d'altra parte viene da una serie di rilevazioni macroeconomiche che non lasciano ben sperare. Oggi ci pensano l'Ocse e l'agenzia di rating Standard & Poor's a mettere l'economia tricolore dietro la lavagna.

Le forbici drastiche dell'Ocse. Colpisce in particolare la durezza della revisione delle stime da parte dell'Organizzazione parigina. L'Ocse ha infatti drasticamente tagliato le stime di crescita, nel Rapporto economico intermedio diffuso oggi, prevedendo per il 2014 un calo del Pil della Penisola dello 0,4% contro il +0,5% indicato nell'outlook semestrale dello scorso maggio. Anche per il 2016 la revisione è netta: le stime puntano ora a +0,1% contro il +1,1% pronosticato la scorsa primavera.

Quelle a carico dell'economia italiana sono le revisioni più pesanti del rapporto (che è un aggiornamento tra gli outlook semestrali) e l'Italia risulta l'unico Paese in recessione tra i big. L'Ocse ha tagliato per altro le prospettive anche degli altri paesi G7. l Pil tedesco è atteso in crescita dell'1,5% sia quest'anno (dall'1,9% indicato a maggio), sia il prossimo (dal +2,1%). Per l'insieme dell'Eurozona la crescita attesa quest'anno è ridotta a +0,8% (da +1,2%) e a +1,1% (da +1,7% il prossimo).

Allarme Eurozona, bene gli Usa. "Mentre - si legge nel report dell'Ocse - la ripresa in alcune economie periferiche è incoraggiante, altri Paesi fronteggiano
ancora sfide strutturali e di bilancio, insieme al peso di un alto debito". Secondo l'Organizzazione, la crescita nell'area dell'euro sembra quindi nel breve termine dover rimanere "frenata". Al contrario la ripresa "è solida" negli Stati Uniti, si sta rafforzando in India ed è in linea in Giappone e Cina. Oltre alle cattive sorprese che potrebbero arrivare dalla bassa inflazione nell'Eurozona, a pesare sull'orizzonte globale ci sono i rischi geopolitici, aumentati negli ultimi mesi con i conflitti in Ucraina, Medio Oriente e con l'incertezza sull'esito del referendum sull'indipendenza della Scozia.

I dubbi anche di S&P. Come accennato, in precedenza anche l'agenzia di rating Standard & Poor's ha tagliato le stime di crescita del'Eurozona, prevedendo e l'economia italiana resterà al palo nel 2014, contro il +0,5% previsto a giugo. Al ribasso sono state riviste anche le stime di Francia (a +0,5% da +0,7%) e Olanda (a +0,8% da +1%), mentre sono rimaste invariate quelle di Germania (+1,8%), Spagna (+1,3%) e Belgio (+1,1%). "I deludenti risultati del secondo trimestre hanno gettato dubbi sulla sostenibilità della ripresa nella zona dell'euro", ha avvertito S&P, secondo cui "le condizioni economiche" dell'area "restano fragili". In particolare, hanno affermato gli analisti dell'agenzia di rating, "sono tre i fattori alla base di questi segnali di debolezza: la crescita degli scambi mondiali è stata abbastanza modesta finora quest'anno; gli investimenti delle aziende hanno mostrato solo piccoli segnali di ripresa; le sofferenze dell'Italia sono diventate più pronunciate".

In particolare, S&P continua a vedere il nostro Paese "bloccato nella recessione" e valuta che l'impatto del bonus da 80 euro voluto dal Governo Renzi sarà solo dello 0,1% contro lo 0,3% inizialmente previsto. Sui cattivi risultati dell'economia italiana pesano "il rallentamento dell'export" e "i ritardi nelle riforme strutturali avviate che hanno raffreddato la fiducia di aziende e investitori". "Il risultato - ha continuato l'agenzia - è che la crescita resta rallentata da una debole domanda interna" anche per via di retribuzioni quasi ferme.

Baluardo Draghi. Standard & Poor's ha promosso però le ultime decisioni della Bce. Le misure annunciate, si legge nel rapporto, "suggeriscono un approccio maggiormente proattivo che potrebbe alla fine tradursi in un programma completo di 'quantitative easing' e sostenere la crescita nel medio periodo". Per il momento, anche sulla scorta delle stime del mercato che si aspetta meno di 10 miliardi di dollari di acquisti di Abs al mese, il bilancio della Bce faticherà ad ampliarsi

Anche la mafia nel Pil? (Federico Varese, La Stampa)

la mafia che chiede il pizzoDopo tutto, sapere che una parte del reddito nazionale viene speso per servizi sessuali piuttosto che investito o risparmiato, dovrebbe produrre politiche economiche più coerenti con la realtà. Quello che sembra un semplice esercizio di stima produce invece risultati paradossali. ...

L' Istat presenta il Bes, l'indicatore del benessere

Huffington Post
11 03 2013

Il presidente Giovannini: "Un punto di partenza per realizzare un cambiamento culturale"

"Quello di oggi è solo il punto di partenza per realizzare un cambiamento culturale che, mi auguro, aiuterà a migliorare in concreto il benessere della generazione attuale e di quelle future". Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini presenta così il primo rapporto sul Benessere eco-sostenìbile in Italia.

A fianco del Pil, arriva così il Bes, il nuovo indice di 'benessere equo e sostenibile' coniato dall'istituto di statistica. Non un singolo indicatore ma un complesso, e pressoché unico al mondo, insieme di 134 parametri che descrivono i 12 ambiti - dall'istruzione, al lavoro, passando per le relazioni sociali e il paesaggio.

Secondo il presidente dell'Istat Giovannini, "per ciò che concerne la politica, le esperienze internazionali, quelle australiana e neozelandese, offrono importanti spunti per l'utilizzo del Bes". E fa un esempio che è anche una proposta: " Le relazioni tecniche di accompagnamento e le nuove leggi descrivano l'effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie".
Il rapporto Istat Cnel ha poi anche fatto una fotografia sul crescente disagio degli italiani, alle prese con un peggioramento delle condizioni economiche e sociali: in estrema sintesi gli italiani sono sempre meno felici.

Sempre più poveri. In Italia, tra il 2010 e il 2011, l'indicatore della 'grave deprivazione' sale dal 6,9% all'11,1%, ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno.

Occupazione, peggio di noi solo Ungheria e Grecia. Nel 2011 il tasso d'occupazione per la classe 20-64enni è sceso al 61,2%, dal 63% del 2008. Nell'Ue a 27 presentano un tasso ancora più basso dell'Italia solo l'Ungheria e la Grecia.

Potere d'acquisto delle famiglie. Cinque punti percentuali: di tanto si è ridotto, dal 2007 al 2011, il potere d'acquisto delle famiglie italiane. Una contrazione che, tuttavia, si è riflessa solo in parte sui consumi che in termini reali sono diminuiti solo dell'1,1%. Questo perchè, nei primi anni della crisi, le famiglie hanno intaccato il patrimonio e risparmiato meno nel tentativo di mantenere il proprio standard di vita.

Giovani: emergenza lavoro. L'italia è il paese europeo che, dopo la Spagna, presenta la più forte esclusione dal lavoro dei giovani e l'unico con bassissime opportunità di occupazione regolare. Solo poco più di tre giovani su dieci lavorano con un tasso di occupazione del 33,8% tra i 20-24enni. La quota dei Neet, ovvero dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che nè studiano nè lavorano, tra il 2009 e il 2011 è balzata dal 19,5% al 22,7%. Quasi un giovane su 4 dunque non è impegnato in percorsi formativi e non ha un posto.

Sfiducia nelle istituzioni. Sfiducia nei partiti, nel parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali, nel sistema giudiziario. Una sentimento trasversale che attraversa tutti i segmenti della popolazione, tutte le zone del paese. Il dato peggiore sul fronte della fiducia dei cittadini verso le istituzioni riguarda, infatti, i partiti politici: la fiducia media verso i partiti politici, su una scala da 0 a 10, è pari a 2,3; seguono parlamento (3,6), amministrazioni locali (4) e la giustizia (4,4).

facebook