Antiabortisti molestatori e disturbatori

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 09:54 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Aborto, Scelgono le donneMilli Virgilio, La Repubblica
10 giugno 2015

Innanzitutto, non chiamiamoli "i preganti". Non conferiamo noi dignità di sentimento religioso a manifestanti contro il diritto femminile di interrompere una gravidanza non desiderata. E men che meno a chi si propone di assumere iniziative legislative (promuovendo un referendum abrogativo)!

Le persone e la dignità
09 06 2015

Dal 1971, 177.000 donne e ragazze irlandesi o residenti in Irlanda sono state costrette a recarsi all’estero, soprattutto in Inghilterra e Galles, per abortire. Nel 2013 sono state 3679, più di 10 ogni giorno.

Questa singolare e drammatica migrazione è dovuta a una delle legislazioni più restrittive d’Europa (pari solo a quelle in vigore a Malta, Andorra, San Marino e in Polonia) e del mondo in tema d’interruzione di gravidanza, soprattutto a causa dell’emendamento che nel 1983 ha dato priorità costituzionale alla “protezione del feto”.

In un rapporto presentato martedì mattina a Dublino, Amnesty International ha ricordato che l’Irlanda consente l’aborto solo quando la vita della donna è a rischio (“effettivo e considerevole”, secondo la legge) e lo vieta in caso di stupro, di danno grave o fatale al feto o di rischio per la salute della donna. Da evidenziare, la distinzione tra “rischio per la salute” e “rischio per la vita”.

Chi ricorre a un aborto illegale, così come chi presta assistenza, rischia fino a 14 anni di carcere.

Il rapporto di Amnesty International contiene testimonianze di persone che hanno abortito all’estero, alcune delle quali hanno avuto un aborto spontaneo ma sono state costrette a tenere per settimane al loro interno un feto morto o senza speranze di vita, nella vana attesa di poter ricevere in patria le cure mediche necessarie.

Róisin, ad esempio, è stata obbligata a tenere al suo interno un feto morto da settimane, poiché i medici volevano essere assolutamente certi che non vi fosse battito cardiaco.

Lupe, costretta a tenere al suo interno un feto privo di battito cardiaco da 14 settimane, è dovuta tornare nel suo paese di origine, la Spagna, per ricevere un trattamento adeguato.

La priorità assegnata alla “protezione del feto” raggiunge livelli di crudeltà assoluti.

Lo scorso dicembre, una donna clinicamente morta è stata tenuta artificialmente in vita per 24 giorni, contro la volontà dei suoi familiari, a causa del battito cardiaco del feto che portava dentro di sé.

A Rebecca H., gravemente ammalata, è stato rifiutato un cesareo per il timore che danneggiasse il feto. È stata costretta a un periodo di doglie di 36 ore in quanto il compito dei medici era, a loro dire, quello di “occuparsi del bambino, che viene prima di tutto”.

Il dottor Peter Boylan, ostetrico, ginecologo ed ex direttore sanitario dell’Ospedale nazionale di maternità irlandese, ha descritto ad Amnesty International le strettoie legali ed etiche in cui il personale medico è costretto a muoversi:

“Sulla base della legge vigente, dobbiamo aspettare che la donna stia abbastanza male prima di poter intervenire. Fino a che punto deve essere prossima alla morte? A questa domanda non c’è risposta”.
La normativa irlandese, inoltre, considera autori di un reato (multa prevista: 4000 sterline) anche i medici e i consulenti che forniscono alle donne informazioni esaurienti sui trattamenti di cui hanno bisogno e su come avere un aborto legale.

Dunque, nell’Irlanda che ha voluto mostrarsi al mondo una nazione aperta e inclusiva in occasione del referendum sui matrimoni omosessuali, un’atmosfera di stigmatizzazione e paura circonda le donne che necessitano di abortire e il personale medico che le assiste e consiglia.

Da oggi, Amnesty International chiederà attraverso petizioni e mobilitazioni ai legislatori irlandesi di rivedere la normativa, cancellando l’emendamento costituzionale del 1983 sulla “protezione del feto”, ampliando i casi in cui sia possibile ricorrere a un aborto legale e sicuro e abrogando le disposizioni che impediscono di fornire consigli e consulenza medica alle donne.Dal 1971, 177.000 donne e ragazze irlandesi o residenti in Irlanda sono state costrette a recarsi all’estero, soprattutto in Inghilterra e Galles, per abortire. Nel 2013 sono state 3679, più di 10 ogni giorno.

Questa singolare e drammatica migrazione è dovuta a una delle legislazioni più restrittive d’Europa (pari solo a quelle in vigore a Malta, Andorra, San Marino e in Polonia) e del mondo in tema d’interruzione di gravidanza, soprattutto a causa dell’emendamento che nel 1983 ha dato priorità costituzionale alla “protezione del feto”.

In un rapporto presentato martedì mattina a Dublino, Amnesty International ha ricordato che l’Irlanda consente l’aborto solo quando la vita della donna è a rischio (“effettivo e considerevole”, secondo la legge) e lo vieta in caso di stupro, di danno grave o fatale al feto o di rischio per la salute della donna. Da evidenziare, la distinzione tra “rischio per la salute” e “rischio per la vita”.

Chi ricorre a un aborto illegale, così come chi presta assistenza, rischia fino a 14 anni di carcere.

Il rapporto di Amnesty International contiene testimonianze di persone che hanno abortito all’estero, alcune delle quali hanno avuto un aborto spontaneo ma sono state costrette a tenere per settimane al loro interno un feto morto o senza speranze di vita, nella vana attesa di poter ricevere in patria le cure mediche necessarie.

Róisin, ad esempio, è stata obbligata a tenere al suo interno un feto morto da settimane, poiché i medici volevano essere assolutamente certi che non vi fosse battito cardiaco.

Lupe, costretta a tenere al suo interno un feto privo di battito cardiaco da 14 settimane, è dovuta tornare nel suo paese di origine, la Spagna, per ricevere un trattamento adeguato.

La priorità assegnata alla “protezione del feto” raggiunge livelli di crudeltà assoluti.

Lo scorso dicembre, una donna clinicamente morta è stata tenuta artificialmente in vita per 24 giorni, contro la volontà dei suoi familiari, a causa del battito cardiaco del feto che portava dentro di sé.

A Rebecca H., gravemente ammalata, è stato rifiutato un cesareo per il timore che danneggiasse il feto. È stata costretta a un periodo di doglie di 36 ore in quanto il compito dei medici era, a loro dire, quello di “occuparsi del bambino, che viene prima di tutto”.

Il dottor Peter Boylan, ostetrico, ginecologo ed ex direttore sanitario dell’Ospedale nazionale di maternità irlandese, ha descritto ad Amnesty International le strettoie legali ed etiche in cui il personale medico è costretto a muoversi:

“Sulla base della legge vigente, dobbiamo aspettare che la donna stia abbastanza male prima di poter intervenire. Fino a che punto deve essere prossima alla morte? A questa domanda non c’è risposta”.
La normativa irlandese, inoltre, considera autori di un reato (multa prevista: 4000 sterline) anche i medici e i consulenti che forniscono alle donne informazioni esaurienti sui trattamenti di cui hanno bisogno e su come avere un aborto legale.

Dunque, nell’Irlanda che ha voluto mostrarsi al mondo una nazione aperta e inclusiva in occasione del referendum sui matrimoni omosessuali, un’atmosfera di stigmatizzazione e paura circonda le donne che necessitano di abortire e il personale medico che le assiste e consiglia.

Da oggi, Amnesty International chiederà attraverso petizioni e mobilitazioni ai legislatori irlandesi di rivedere la normativa, cancellando l’emendamento costituzionale del 1983 sulla “protezione del feto”, ampliando i casi in cui sia possibile ricorrere a un aborto legale e sicuro e abrogando le disposizioni che impediscono di fornire consigli e consulenza medica alle donne.

13 Giugno 2015: ritorno al medioevo

  • Martedì, 09 Giugno 2015 11:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Udi
09 06 2015

Ancora una volta la Legge 194 torna ad essere il bersaglio di attacchi di stampo integralista e misogino che hanno il solo obiettivo di alimentare comportamenti violenti.
Attraverso l’attacco a questa legge si intende minare la libertà e autodeterminazione delle donne, imporre una visione del mondo patriarcale, autoritaria, violenta e sostanzialmente razzista.

Intorno al Comitato "no 194", che intende organizzare il 13 giugno i suoi cortei e sit-in, si sono radunati forze politiche e gruppi xenofobi, razzisti, omofobi, sostenitori della razza bianca, della superiorità maschile, del contrasto alle pratiche contraccettive in nome di una rinnovata eugenetica di stampo nazifascista che vede le donne solo come fattrici.
Contro la libera responsabilità delle donne si ergono coloro che sbandierano la cultura della vita promuovendo e praticando gesti di morte, evocando condanne di piazza per ciò che appartiene all’intimità della coscienza individuale.

Riteniamo che tali manifestazioni debbano essere proibite in qualsiasi luogo perché incitano all’odio sociale attraverso enunciazioni provocatorie e il vilipendio delle leggi dello Stato.

Riteniamo che i Prefetti debbano intervenire perché le funebri litanie dei preganti contro la Legge 194 sono, di fatto, intimidazioni che hanno come bersaglio le donne e il personale medico non obiettore, oltre che una legge dello Stato.

In risposta alla richiesta di abrogare la legge 194 e di ritornare all'aborto clandestino, l'UDI ribadisce l'inammissibilità dell'obiezione selvaggia alla legge 194, così come viene attualmente praticata e sostiene l'esigenza di una sua severa regolamentazione affinché sia riconosciuta e rispettata la piena dignità delle donne.
Non difendono nessuna famiglia coloro che si ergono a giudici e pretendono di imporre la propria visione della vita, anche contro la legge, chiedendo di togliere alle donne la libertà di coscienza.

Chiediamo quindi a tutti i Prefetti di vietare tali manifestazioni in qualsiasi luogo e momento.

Chiediamo alle/ai parlamentari e a chiunque abbia funzioni pubbliche di operare, secondo il proprio mandato, affinché non sia permesso questo vergognoso attacco ai principi basilari della nostra Costituzione.


Il Coordinamento nazionale UDI - Unione Donne in Italia

 

--
UDI - Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.udinazionale.org

Abbatto i muri
29 05 2015

Mentre si celebrano le conquiste del diritto al matrimonio egualitario, ecco la tagliente analisi critica di Katha Pollitt su The Nation. Una prospettiva statunitense perfettamente valida anche per l’Italia.

L’originale qui. Traduzione di jinny dalloway (testo dal suo blog) e agnes nutter.

Perché i diritti riproduttivi perdono e i diritti omosessuali vincono? Il tentativo fatto dallo stato dell’Indiana di far passare l’opposizione al matrimonio omosessuale sotto le spoglie della libertà religiosa ha provocato un’immediata reazione critica in tutto il paese. Nel frattempo, però, la Corte Suprema ha permesso ai datori di lavoro, per motivi religiosi, di negare l’assicurazione medica che riguarda la contraccezione – non l’aborto, la contraccezione – alle lavoratrici. Ci sono nuove leggi che stanno costringendo le cliniche che praticano aborti a chiudere; e ciò che è più assurdo, a poco a poco in ogni stato [degli USA], si stanno facendo passare persino delle restrizioni pericolose dal punto di vista medico.

A parte i casi in cui i media riportano qualche affermazione delirante di un Todd Akin o di un Richard Mourdock [repubblicani anti-abortisti], dov’è lo sdegno dell’opinione pubblica nazionale? La maggior parte degli americani sono pro-choice [a favore dell’aborto legale], più o meno; solo una piccola minoranza vuole l’abolizione dell’aborto legale. Se si pensa, poi, che in media una donna su tre avrà avuto almeno un aborto prima di raggiungere la menopausa, e che la maggior parte di queste donne ha avuto genitori, partner, amiche/i – qualcun* – che le ha aiutate ad ottenerlo, la reazione tiepida di fronte all’attacco alle leggi sull’aborto in senso restrittivo deve includere molte persone che hanno beneficiato esse stesse della possibilità di un aborto sicuro e legale.

I media presentano il matrimonio egualitario e i diritti riproduttivi come questioni di una “guerra culturale”, come se in qualche modo esse camminassero insieme. Ma forse non sono tanto simili quanto pensiamo. Ecco alcune distinzioni:

Il matrimonio egualitario riguarda l’amore, il romanticismo, il coinvolgimento in una coppia, mettere su casa, farsi una famiglia. La gente ama! Ama! Ma il matrimonio egualitario significa anche legare l’amore ai valori della famiglia, allargare un’istituzione conservatrice che ha già perso molto del suo potere coercitivo sulla società e che per milioni di persone è diventata solo un’opzione. (Il matrimonio egualitario dunque segue la legge di Pollitt: le persone marginalizzate ottengono l’accesso quando qualcosa è diventato di minor valore, ecco perché oggi le donne possono essere critiche d’arte e le persone afroamericane vincono premi di poesia). Lungi dal costituire una minaccia al matrimonio, come sostengono gli oppositori religiosi, consentire alle persone omosessuali di sposarsi dà all’istituzione un aggiornamento di cui ha molto bisogno, e fa in modo che le persone LGBT non rappresentino una minaccia per lo status quo: anziché dei pedofili promiscui e insegnanti di ginnastica single, i gay e le lesbiche sono i vostri vicini che comprano i mobili da Ikea e fanno il barbecue in giardino.

I diritti riproduttivi [contraccezione, aborto] al contrario, riguardano il sesso – la libertà sessuale, l’opposto del matrimonio – in tutto il loro splendore caotico e incontrollato.

Sostituiscono l’immagine della donna casta, della madre che si sacrifica e che dipende dall’uomo con quella della donna indipendente, che ha rapporti sessuali e probabilmente nessuna voglia di sacrificarsi. Non importa che la contraccezione sia indispensabile per la vita moderna, che l’aborto preceda di migliaia di anni la rivoluzione sessuale, che un sacco di donne che abortiscono sono sposate o che la maggior parte (60%) di loro siano già madri. La contraccezione e l’aborto permettono alle donne – e, in misura minore, agli uomini – di fare sesso senza punizione, ovvero ciò che viene chiamato anche “responsabilità”. E la nostra cultura puritana risponde: “dovrai pagare per quel piacere, sgualdrina”.

Il matrimonio omosessuale è presentato come voluto dagli uomini. Le coppie lesbiche costituiscono la maggior parte dei matrimoni omosessuali, ma la stessa espressione “matrimonio gay” lo fa apparire come un tema di interesse maschile. Ciò lo rende una cosa di interesse per tutti, perché tutto ciò che è maschile è di interesse generale. Sebbene molte persone che hanno combattuto per il matrimonio omosessuale siano attiviste e avvocate lesbiche, gli uomini gay hanno parecchio potere sociale ed economico, e lo hanno usato in maniera efficace per far diventare la causa un fatto mainstream.

I diritti riproduttivi [la contraccezione, l’aborto], invece, hanno a che fare, inevitabilmente, con le donne. La misoginia diffusa ovunque significa che non solo quei diritti siano stigmatizzati – insieme alle donne che li esercitano – ma che gli uomini non li vedano poi come chissà quanto importanti, mentre le donne hanno un potere sociale limitato per promuoverli. E questo potere è messo facilmente in pericolo da un’identificazione troppo forte con qualunque cosa non sia la versione più blanda del femminismo. Non ci sono amministratrici delegate di grosse compagnie a versare milioni per i diritti riproduttivi o a minacciare di trasferire la propria azienda se uno stato smantella l’accesso all’aborto. E tranne poche eccezioni,anche le vip più famose si tengono ben alla larga dalla questione.

Il matrimonio egualitario interessa tutte le classi sociali. Chiunque può avere un* figl* LGBT, e ogni genitore di qualsiasi appartenenza politica vuole, com’è ovvio, che i/le propri/e figl* abbiano le stesse opportunità di tutt* gli/le altr*. Allo stesso modo, qualsiasi donna potrebbe trovarsi ad aver bisogno di abortire, ma forse non tutte se ne rendono conto. Se si punta solo a migliorare le pratiche di controllo delle nascite, ciò significa che le donne benestanti e istruite potranno controllare molto bene la propria fertilità con l’aiuto di un medico privato – certamente meglio delle donne che si affidano alle strutture pubbliche – e che potranno abortire se ne avranno bisogno. Sono le donne con reddito basso ad essere pesantemente danneggiate dalle restrizioni sull’aborto – e da quando in qua i loro problemi sono in cima alla lista di priorità delle classi medie e alte?

Il matrimonio egualitario non costa nulla alla società e non toglie potere a nessuno. Nessuno è stato in grado di sostenere in modo convincente che il matrimonio gay danneggi in qualche modo il matrimonio etero. Invece i diritti riproduttivi hanno un costo: si deve prevedere inevitabilmente un finanziamento pubblico. (“Se vuoi divertirti, divertiti, ma non chiedere a me di pagare il conto” ha dichiarato un legislatore del New Hapshire nel tentativo di tagliare i fondi sulla contraccezione). Inoltre, la contraccezione e l’aborto conferiscono potere alle donne e lo tolgono ad altre persone: i genitori, i datori di lavoro, il clero e gli uomini.

Col matrimonio egualitario nessuno ci perde. Ma molte persone, incluse quelle che si definiscono pro-choice, credono che con l’aborto qualcun* perda: l’embrione o il feto. Devi avere una considerazione altissima delle donne per stare dalla parte della donna incinta, con tutte le sue inevitabili complessità e manchevolezze, anziché dalla parte della potenzialità, così pura, del/la futur* bambin*.

Il matrimonio egualitario è una cosa meravigliosa, un importante diritto civile che conferisce dignità a un gruppo di persone che prima ne era escluso. Nel corso del tempo, esso potrà incidere in qualche modo sulle convenzioni di genere del matrimonio eterosessuale, ma non porterà alcun cambiamento fondamentale nella nostra organizzazione sociale ed economica. I diritti riproduttivi, invece, sono inevitabilmente collegati al più ampio progetto del femminismo, che ha già destabilizzato ogni ambito della vita, dalla camera da letto alla sala riunioni del consiglio di amministrazione. Che cosa potrebbero esigere le donne, che cosa potrebbero realizzare, come potrebbero scegliere di vivere, se ogni donna avesse figli solo quando, e se, li vuole? Dire chequesta sarebbe una “guerra culturale” è dire poco.

laglasnost

In Italia abortire è ancora un diritto a metà

Internazionale
22 05 2015

Nel 2014, negli Stati Uniti, 15 stati hanno emanato 26 nuove restrizioni alle leggi sull’interruzione di gravidanza. Si è calcolato che oltre la metà della popolazione femminile statunitense in età riproduttiva viva in stati che sono ostili o estremamente ostili al diritto d’aborto.

In Europa, a dicembre del 2013, il parlamento europeo ha bocciato la risoluzione Estrela, con cui si chiedeva un impegno concreto degli stati per il diritto all’aborto sicuro e legale ovunque nell’Unione. La risoluzione è stata respinta per soli sette voti. È stata decisiva l’astensione di sei deputati italiani del Partito Democratico: Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia.

In Italia, a Roma, il 17 novembre 2014, all’ingresso del “repartino” del policlinico Umberto I, in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, è stato affisso un foglio di carta: “Le prenotazioni sono temporaneamente sospese”. Il motivo della comunicazione era tanto semplice quanto emblematico: l’unico medico disposto a praticare gli aborti era andato in pensione, tutti gli altri ginecologi della struttura erano obiettori di coscienza.

Questo è il presente di un diritto: la sua negazione.

L’aborto non è una questione privata

Giugno 1973: a Padova, una donna, Gigliola Pierobon, subisce un processo con l’accusa di procurato aborto.
Nel 1973 in Italia erano ancora in vigore le norme del codice penale fascista del 1930, il codice Rocco, che definiva l’aborto reato “contro l’integrità e la sanità della stirpe”. Pena prevista: da uno a cinque anni di reclusione per le donne che si procuravano da sole l’aborto; da due a cinque anni per quelle che si sottoponevano all’interruzione e a chi la praticava, con una possibile riduzione della pena solo “se il fatto è commesso per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.

Gigliola Pierobon aveva abortito nel 1967, quando aveva 17 anni. Stesa su un tavolo da cucina, senza sedativi, le era stato introdotto un lungo ago di ferro nella vagina. L’operazione le aveva causato un’infezione, curata da sola, in silenzio.

Ma la Gigliola del 1967 non è la Gigliola del 1973, in quegli anni si è avvicinata al femminismo, non è più sola come sei anni prima, su quel tavolo. Appena riceve la notifica del rinvio a giudizio ne parla con le compagne.

Il processo Pierobon diventa un fatto politico, un fatto pubblico. Le femministe scendono in piazza con una grande manifestazione, invadono il tribunale e si autodenunciano.

Il 6 dicembre 1975 più di ventimila donne sfilano a Roma in favore dell’aborto “libero, gratuito e assistito”.

Una parte del movimento femminista sostiene che sia importante intervenire sulla materia attraverso una legge, altre ritengono che l’unica strada verso l’autodeterminazione sia quella della cancellazione del reato di aborto. Il legislatore riesce a scontentare entrambe, approvando, il 22 maggio 1978, la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Ventidue articoli, stringati, chiari, un testo di legge che possiamo capire tutti, leggendolo. Il suo intento è esplicito, già dal titolo: la legge 194 è, in prima istanza, una legge sulla salvaguardia della maternità, la disciplina dell’aborto arriva solo in seconda battuta. Molte femministe la definiscono una legge truffa, perché nega il diritto della donna di scegliere per se stessa.

Al contempo la legge scatena le ansie moralistiche e apocalittiche della società conservatrice e del mondo cattolico. Contraddizioni che si riflettono da subito e con chiarezza nella pratica, diventando ostacoli: obiezione; obbligo di indagare sui motivi che spingono ad abortire; nessun provvedimento nei confronti dei medici che si rifiutano di rilasciare il certificato di richiesta di interruzione della gravidanza.

Ostacoli che non bastano a chi non vuole una legge che renda l’aborto legale e pubblico. Nel 1981 si andrà al voto per il referendum abrogativo. La vittoria dei no all’abrogazione della legge sarà schiacciante.

Basta un poco di zucchero

Uno degli articoli della 194 prevede che ogni anno il ministero della salute presenti una relazione sull’attuazione della legge. Andamento del fenomeno, caratteristiche delle donne che fanno ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (ivg), modalità di svolgimento e perfino un monitoraggio ad hoc su ivg e obiezione di coscienza.

A leggere le parole della ministra Lorenzin, nella relazione presentata il 15 ottobre del 2014, parrebbe che l’Italia offra il migliore degli aborti possibili.

Innanzitutto si sottolinea più e più volte la riduzione del numero di ivg, che ha subìto un decremento del 4,2 per cento rispetto al 2012. Un risultato che il ministero ritiene molto positivo e che lega direttamente all’efficacia della prevenzione: “La riduzione dei tassi di abortività osservata recentemente anche tra le donne immigrate sembra indicare che tutti gli sforzi fatti in questi anni, specie dai consultori familiari, per aiutare a prevenire le gravidanze indesiderate e il ricorso all’ivg stiano dando i loro frutti anche nella popolazione immigrata”. Analisi che si perdono nel vuoto degli eternamente inattesi impegni dei nostri governi sul fronte dell’educazione sessuale e della promozione dei metodi contraccettivi.

E poco importa se il numero degli aborti clandestini è enorme ed è quantificato – ottimisticamente, poiché non ci sono dati certi, con una ricognizione ferma al 2005 – tra i 12mila e i 15mila casi per le italiane e tra i tremila e i cinquemila per le straniere. Indagare su un fenomeno che tutte le analisi reputano in crescita e che è cambiato enormemente grazie alla possibilità di ricorrere ai farmaci, anche acquistandoli online, sarebbe quantomeno doveroso.

“Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di ivg effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti aumentata rispetto a quella riscontrata nel 2011 ed è leggermente diminuita la percentuale di ivg effettuate oltre tre settimane di attesa, persistendo comunque una non trascurabile variabilità tra regioni”.

Il verbo diminuire e il segno percentuale sono lo zucchero a velo su un pandoro scaduto, in numeri significa che ben sedici donne su cento sono costrette ad aspettare più di tre settimane dal rilascio del certificato per effettuare l’interruzione di gravidanza, interruzione che è consentita entro i novanta giorni. Anche l’intervallo di 14 giorni diventa un tempo enorme, da questa prospettiva.

Nella relazione, la prima che riporta i dati di un monitoraggio sulle attività di ivg e obiezione di coscienza voluto da un tavolo tecnico attivato presso il ministero della salute a giugno del 2013, si arriva ad affermare che “il numero di non obiettori è congruo rispetto alle ivg effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le ivg”.

I dati dicono che “considerando 44 settimane lavorative in un anno, il numero di ivg per ogni ginecologo non obiettore, settimanalmente, va dalle 0,4 della Valle D’Aosta alle 4,2 del Lazio, con una media nazionale di 1,4 ivg a settimana”.

Un caso di inversione dell’onere della prova: si va a vedere quanto lavorano i non obiettori e si dice che va bene così. Il fatto che ci sia una percentuale altissima di medici obiettori non ostacola il servizio e non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre mansioni.

Dei numeri si possono fare letture mistificanti tanto quanto delle parole. In Italia il tasso di obiezione è del 69,6 per cento per i ginecologi, del 47,5 per cento per gli anestesisti e del 45 per cento per il personale medico. Sono percentuali altissime, inammissibili. È come se il 70 per cento degli edicolanti non vendesse quotidiani.

Percentuale di ginecologi che praticano l’obiezione di coscienza in Italia. Fonte: ministero della salute, 2013

Un ottimismo fuori luogo, una distorsione che contrasta con le testimonianze dei non obiettori e con le esperienze delle donne che hanno abortito. Gli alti tassi di obiezione – quello del Molise arriva al 90,3 per cento – legittimano il riferimento all’obiezione di struttura ossia la negazione del servizio, vietata dalla 194, e rendono di fatto la legge sempre più spesso inapplicabile.

Una situazione critica, quella italiana, sanzionata nel 2014 anche dal comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, che ha riconosciuto che a causa delle elevatissime percentuali di obiezione di coscienza l’Italia viola il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire.

Quella in cui viviamo è un’epoca reazionaria, ancor più che conservatrice. “Le politiche dell’utero, come la censura o la restrizione della libertà di manifestazione, sono un buon indicatore delle derive nazionaliste e totalitarie”, ha scritto Paul Preciado in un articolo su Libération (qui una mia traduzione).

I gruppi e i collettivi femministi sono stati e continuano a essere un argine resistente all’erosione del diritto di scelta, hanno condotto battaglie dure, allegre, colorate, fantasiose, radicali, fondamentali per un aborto libero e sicuro, per la salute sessuale, per i consultori laici e accessibili, per l’abolizione dell’obiezione alla legge 194.

Perché sì, la legge 194 è migliorabile. Ma dalla 194 non si può tornare indietro.

Valentina Greco

facebook