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Abbatto i muri
03 04 2015

Stati Uniti, luogo dal quale partono delegazioni armate di persone che vanno a insegnare ad altri popoli come si fa ad essere più civili. Purvi Patel è una donna che afferma di aver avuto un aborto spontaneo in Indiana ed e’ stata condannata a 20 anni di carcere con l’accusa di feticidio e negligenza/abbandono di persona a carico. Dopo aver avuto l’aborto spontaneo di un feto morto ha buttato il feto in un cassonetto (Patel abitava coi genitori religiosi conservatori che non approvavano il sesso prima del matrimonio). Secondo la polizia pare avesse ordinato online delle pillole per abortire. Però di queste pillole non c’erano tracce nel suo sangue, e lei è stata comunque accusata di essersi indotta volontariamente l’aborto. Il pezzo del The Guardian conclude dicendo che non ha molta importanza se si tratta di aborto spontaneo o no, perché la conclusione di questa condanna è che chi ha un utero non ha il diritto di controllarlo. L’utero è mio ma non lo gestisco io, questa la pretesa delle istituzioni.

Un altro articolo parla addirittura del fatto che la donna avrebbe rischiato di beccarsi 70 anni di galera. Per approfondire ulteriormente: Purvi Patel, una donna dell’Indiana dell’età di 33 anni, è stata arrestata dopo che lei si era rivolta al pronto soccorso per cercare assistenza per le gravi emorragie. Prima aveva negato di essere mai stata incinta, poi ha detto che aveva avuto un aborto spontaneo. Pare che la Patel fosse rimasta incinta in seguito alla sua relazione con un uomo sposato. Patel temeva il giudizio dei genitori di religione indù, molto conservatori. Nessuno si era accorto della sua gravidanza. La polizia avrebbe trovato un ordine online di farmaci che inducono l’aborto. Il patologo però non ha riscontrato alcuna traccia del farmaco nel feto e lo stesso dicono i medici che hanno soccorso la donna.

Le accuse, per le quali è stata giudicata colpevole, sono di trascuratezza/negligenza nei confronti di una “persona” non autosufficiente e di feticidio, omicidio di un “bambino” non ancora nato. Altre persone giudicano il procedimento arbitrario e la maniera in cui è stata trattata la donna in violazione dei diritti minimi garantiti dalla costituzione. La donna è stata interrogata in ospedale non in presenza di un avvocato, i periti non hanno potuto constatare l’età precisa del feto, l’accusa è stata mossa secondo un parere non supportato da prove scientifiche secondo il quale il feto sarebbe nato vivo e poi morto in seguito all’abbandono. Problema più grosso, secondo Lynn Paltrow, il direttore del gruppo di avvocati nazionali per le donne in gravidanza (NAPW), è il fatto che Patel è stato accusato di due reati diversi che si contraddicono a vicenda. Come si può prima uccidere un feto e poi trascurare un bambino già nato?

La legge dell’Indiana, sul feticidio, è quella che ha permesso alla polizia e ai giudici di portare avanti l’accusa di omicidio diretta a Patel, per quanto quella legge fosse stata inizialmente approvata per chi forniva metodi, farmaci o quant’altro fosse utile in un aborto illegale. Il caso di Patel però costituisce un grave precedente perché realizza il volere delle associazioni antiabortiste che vorrebbero leggi penalmente dure nei confronti delle donne che abortiscono. Quindi la sentenza chiarisce che non solo l’aborto è criminalizzato in America, ma le donne, oltre a chi favorisce l’aborto, possono essere arrestate, indagate, processate e mandate in prigione per 20 o più anni. Il problema che ora si pone riguarda moltissime donne abitanti in America. Sono 37 gli Stati U.s.a. che hanno approvato leggi contro l’omicidio fetale, o feticidio. Anche se queste leggi sono state scritte per consentire allo Stato di perseguire chi commette un crimine contro le donne incinte, tale da provocare la fine della gravidanza, il senso delle leggi può evidentemente essere esteso alle donne stesse.

Le leggi contro il feticidio, in particolare, in alcuni Stati furono promossi in nome della lotta contro la violenza sulle donne, ovvero per punire con una ulteriore e grave accusa, lo stupratore che fosse causa di un aborto, o il femminicida che causa anche la morte del feto, e via di questo passo. In realtà queste leggi colpiscono in primo luogo le donne stesse e sempre più donne sono accusate di aver provocato l’aborto quando il feto nasce morto o vivono aborti spontanei. Quelle donne sono poste sotto inchiesta al fine di scoprire se abbiano, o meno, fatto nulla per provocare la morte del feto durante la gravidanza. Vale dunque il perseguimento di una donna incinta che si ubriaca, che si droga, perfino quella che cade per le scale o che fa qualunque cosa possa provocare un danno al feto, fregandosene di quel che la donna stessa vive e ponendo la salute del feto sopra ogni cosa.

In Indiana, in particolare, Patel è la seconda donna perseguita per il reato di feticidio. Nel 2011 lo Stato ha sporto denuncia nei confronti di Bei Bei Shuai, una immigrata cinese che ha cercato di suicidarsi, mentre era incinta. Giacché Shaui sopravvisse, e il feto invece no, lei fu condannata per aver intenzionalmente prodotto un danno al feto, e fu messa in carcere per più di un anno. La notizia comunque provocò indignazione in tutto il paese. Più di 100.000 persone firmarono una petizione per chiedere la sua liberazione, sottolineando che il suo caso “stabiliva un pericoloso doppio stigma per le donne incinte che soffrono di problemi di salute mentale.” Nel senso che l’unico modo che i legali in quella nazione hanno per salvare dalla galera una donna che ha abortito è quello di farla ritenere mentalmente instabile e incapace di intendere e volere.

In molte sono preoccupate del fatto che siano in atto delle vere e proprie persecuzioni contro le donne incinte e la preoccupazione aumenta quando si vede che i primi due casi di condanna riguardano comunque donne non bianche, ma di altra etnia. Si teme che la legge che parla di “danno fetale” infine possa condizionare la vita delle persone, delle donne, più fragili e sovraesposte che vivono in Indiana.

Ci sono delle prove che confermano queste preoccupazioni. Secondo uno studio condotto da NAPW, che si è occupato dei procedimenti contro donne, in relazione alle loro gravidanze, quelle che hanno subito gravi accuse di feticidio tra il 1973 e il 2005 sono soprattutto donne di colore a basso reddito. Queste donne hanno più probabilità di essere denunciate alle autorità dal personale ospedaliero che abbia il sospetto di un danno arrecato al feto.

Vari gruppi stanno comunque protestando per quel che succede a Patel, perché se le donne che abortiscono pensano che andare in ospedale significhi finire in galera questo porterà ad ingigantire il fenomeno degli aborti clandestini con la conseguenza che le donne ricominceranno a morire in seguito ad un aborto. Sulle donne che abortiscono tra l’altro pesa il giudizio morale di benpensanti che, nel caso di Patel, per esempio, avrebbero testimoniato che lei non sarebbe stata sufficientemente triste dopo l’aborto e anzi trascorreva molto tempo al cellulare. Una vera megera, insomma. In un clima da santa inquisizione e caccia alle streghe bisogna subito condannarla al rogo. In definitiva l’opinione che i giudici hanno di lei in gran parte deriva dal fatto che lei non rispettava i canoni della brava madre. Essere vista come una “cattiva madre” ha certamente indotto il pm a chiedere per lei una pena altissima.

Questa vicenda ci ricorda non solo il fatto che l’orrore, nei confronti delle donne incinte o che vogliono abortire, non ha mai fine, ma che la tendenza, che colpisce anche l’Europa, è quella di riportare indietro le lancette dell’orologio e di invocare il diritto dello Stato al controllo del bambino e dunque a quello del corpo della madre che dovrà essere tenuta d’occhio, perché considerata irresponsabile, una bambina, in quanto donna, proprio come vorrebbero ci considerassero tutte quelle che in nome della lotta contro la violenza sulle donne esigono che ci si consegni a tutori paternalisti, a nuovi patriarchi, allo Stato, che non vuole altro che tornare a considerarci soggetti deboli, di fisico e di mente, dunque bisognose di un tutore che sceglierà per noi e così addio alla nostra libertà di scelta.

Aggiungo un po’ di link che parlano delle persecuzioni alle “cattive madri” e di quel che ha caratterizzato l’età dell’inquisizione, ovvero il tempo in cui venivano arrestate le donne che abortivano e le ostetriche le facevano abortire. Perché il vizio di considerare le donne solo macchine per fare figli, facendo di tutto per ottenere – per la loro stessa sicurezza, ovviamente – il controllo totale del loro corpo, non si perde proprio mai. Capito come?

laglasnost

Guerre ideologiche sulle pelle delle donne

AutodeterminazioneIl corpo delle donne è terreno di scontro. Lo è ovunque. Lo è quando sono oggetto di violenza, quando vengono maltrattate, stuprate e poi incolpate di essere le uniche responsabili. Lo è quando si parla di anticoncezionali, anzi soprattutto quando si parla di anticoncezionali. Lì il corpo della donna diventa elemento "biologico", carne morale o immorale, presa nel suo archetipo e mai davvero valutata nella sua complessità. La donna deve... La donna non può... La donna dev'essere in grado di... iniziano così sempre i commenti. 
Roberto Saviano, l'Espresso ...

Condannata a 20 anni per "feticidio"

La 27 Ora
02 04 2015

Testa china e sguardo basso. Parvi Patel, 33 anni, ha cercato di nascondere il viso dietro ai lunghi capelli neri lasciati sciolti. Nessun commento ai cronisti che l’aspettavano fuori dall’aula del tribunale di South Bend, in Indiana. La donna ha preferito continuare a camminare, con le mani ammanettate dietro la schiena e scortata dagli agenti della polizia penitenziaria. Patel è la prima donna negli Stati Uniti ad essere stata condannata a oltre vent’anni per feticidio e abbandono di minore. Accuse che la donna ha sempre respinto: “Ho avuto un aborto spontaneo, non sapevo cosa fare ero terrorizzata”.

Questo caso preoccupa le associazioni che si occupano di diritti delle donne e sta facendo discutere negli Stati Uniti attivisti ed esperti legali. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la macchina legislativa dello stato dell’Indiana, la quale non è la prima volta che mette sotto accusa una donna per ragioni simili.

Era il 13 luglio 2013 quando Patel è entrata al St Joseph Regionale Medical Center, ospedale di Mishiwaka, cittadina di 50mila persone. La donna sanguinava e, secondo Kelly McGuire, il ginecologo che l’ha visitata, aveva il cordone ombelicale che le penzolava tra le gambe.

La donna ha spiegato ai medici di aver scoperto di essere incinta tre giorni prima, dichiarazione poi confutata in aula. Quel pomeriggio ha cominciato ad avere dei dolori forti alla schiena e quando si è rifugiata nel bagno del ristorante dei genitori ha avuto un aborto spontaneo. Quando ha visto il feto senza vita, ha provato a rianimarlo, poi nel panico ha tagliato il cordone e l’ha buttato nel cassonetto dietro l’uscita secondaria del locale. McGuire ha subito informato la polizia e insieme sono andati a cercarlo. Il medico ha subito pronunciato la morte del feto.

Patel è stata prima accusata di abbandono di minore e quindi di feticidio. Secondo la ricostruzione della procura la donna ha comprato su internet delle pillole abortive illegali, perché terrorizzata dalla possibile reazione della famiglia. Ma negli esami del sangue non c’è traccia di questa droga. L’accusa si è basata su un sms che la donna avrebbe mandato a un’amica. Non è chiaro nemmeno di quante settimane la donna fosse incinta. Gli esperti chiamati in tribunale da entrambe parti non mai stati d’accordo e parlano di un feto tra le 23 e le 30 settimane.

Sono almeno 38 gli stati che hanno una legge sul feticidio, ma fino adesso è stata usata per violenza sulle donne incinta e aborti illegali.

In Indiana un’altra donna è stata accusata di feticidio. Bei Bei Shuai ha cercato di suicidarsi con veleno per topi e ha avuto un aborto alla 33esima settimana. La donna, di origini cinesi, si è sempre dichiarata innocente per questa accusa, mentre si è dichiarata colpevole per avventatezza. La donna ha patteggiato ed è stata in carcere 435 giorni prima di essere rilasciata su cauzione.

Dopo la sentenza di Patel, gli attivisti si sono detti preoccupati. Lynn Paltrow, direttore del National Advocates for Pregnant Women, ha spiegato in una nota che “la durata crudele di questa sentenza è la prova che leggi come quella sul feticidio e le altre misure promosse dalle organizzazioni contro l’aborto, puniscono le donne e non le proteggono”.

Sulla stessa linea Alexa Kolbi-Molinas, consulente legale dell’American Civil Liberties Union (ACLU). “Queste leggi prendono di mira le donne più vulnerabili”, ha detto a Vice.

Infatti molti medici medici in Indiana hanno paura che le donne delle comunità emarginate smettano di curarsi o di fidarsi dei medici.

“Se si scoraggiano le donne incinte ad andare ai controlli medici per paura di essere accusate di feticidio, non si stanno proteggendo i feti, ma li si mette in pericolo”, ha dichiarato David Orentlicher, medico ed ex rappresentante nel governo dell’Indiana.

Benedetta Argentieri

Pillola dei cinque giorni dopo, ricetta solo per le minorenni

  • Mercoledì, 01 Aprile 2015 12:17 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
01 04 2015

Per acquistare il farmaco contraccettivo EllaOne, la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo, non ci sarà più bisogno di presentare la ricetta della prescrizione medica né l’obbligo di eseguire il test di gravidanza. Mentre l’obbligo di ricetta resta per le minorenni, che dovranno farsi prescrivere il farmaco all’interno di consultori, ospedali o reparti di pronto soccorso.

A prendere la decisione finale è stata la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), intervenuta con l'approvazione di una disposizione che porta l’Italia più vicina a quanto previsto dall’Agenzia europea dei medicinali (Ema) e dalla Commissione Europea in materia di contraccezione. In particolare, la posizione dell’Aifa ricalca la scelta tedesca di mantenere l’obbligo di ricetta per le minorenni, assente in altri paesi europei. Il motivo sarebbe quello di “far ragionare le giovani su simili eventi ed evitare che questo contraccettivo d'emergenza venga utilizzato come una caramella dopo la discoteca” ha spiegato l’Aifa. Un dato che è stato interpretato dall’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED) come discriminatorio nei confronti delle più giovani, considerando le difficoltà dei consultori e l’alto tasso di obiezione presente in ospedali e reparti di pronto soccorso.

“La decisione dell’AIFA di consentire l’acquisto della pillola dei cinque giorni dopo senza prescrizione medica è un passo avanti importante” ha dichiarato Mario Piuatti, Presidente AIED. “Resta il dato oggettivo della discriminazione, tutta da capire, nei confronti delle minorenni, tuttavia il fatto che ora le donne possano avere libero accesso a questa contraccezione d’emergenza senza prescrizione e senza esibire un test di gravidanza è un dato che ci avvicina sempre più agli standard europei”.

Soddisfazione anche da parte dell'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (ONDA) "Il pronunciamento di AIFA consente alle donne italiane di avere gli stessi diritti delle europee, con la possibilità finalmente di accedere a questo presidio farmacologico senza ostacoli" dichiara la presidente Francesca Merzagora in una nota.

L’utilizzo della pillola dei cinque giorni dopo come farmaco d’emergenza non comporterebbe rischi importanti per la salute, spiega l’Aifa. Questa la motivazione principale della disposizione, che contraddice quanto affermava il recente parere del Consiglio Superiore di Sanità, favorevole alla prescrizione obbligatoria per tutte le donne.

Il farmaco funziona se assunto entro le 120 ore (5 giorni) successive al rapporto sessuale a rischio, e agisce prevenendo o ritardando l'ovulazione. Hra Pharma, azienda farmaceutica che lo produce, avrebbe già annunciato che farà una serie di test sull'uso ripetuto per richiedere il ritiro dell'obbligo di prescrizione per le minorenni.

Ma, entusiasmi delle case farmaceutiche a parte, resta il paradosso della pillola del giorno dopo. Per ottenere il contraccettivo che agisce nelle 24 ore successive al rapporto a rischio, infatti, in Italia serve ancora la ricetta. Eppure il farmaco dovrebbe essere più "leggero" rispetto al contraccettivo dei cinque giorni dopo. A quanto pare il corpo delle donne non sta così a cuore alle politiche per la salute.

Un'inchiesta sull'aborto

  • Martedì, 31 Marzo 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Eleonora Cirant ha creato il blog "Un'inchiesta sull'aborto" che pubblica un'inchiesta indipendente a puntate sull'aborto e sull'applicazione della legge 194 a Milano, in Lombardia e in Italia e si svolgerà svolge tra gennaio e dicembre 2015

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