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Per Qader Battimi, se oggi nel suo paese si cercasse solo la pace, se si puntasse soltanto a un compromesso tra i movimenti antigovernativi e il governo Karzaí, si otterrebbe forse un cessate il fuoco momentaneo ma rimarrebbero irrisolte - latenti e pericolose - le ragioni strutturali del conflitto. Tra queste, un posto di rilievo va assegnato all'eredità dei conflitti passati ...

Espulsioni a occhi chiusi

Internazionale
25 07 2013

La settimana scorsa, mentre in Italia si discuteva di espulsioni (cosa rara) verso il Kazakistan (più rara ancora), a Bruxelles si tornava a parlare di profughi afgani. Nell’estate del 2011 a decine avevano occupato il Polygone, l’ex sede di uno studio televisivo. Chiedevano di essere regolarizzati e alla fine le autorità avevano adottato la strategia più furba: avevano rilasciato dei permessi di soggiorno temporanei legati al lavoro, spegnendo così la protesta.

In quei mesi di occupazione avevo conosciuto Daniel Alliet, parroco engagé della chiesa del Béguinage, nel centro di Bruxelles. L’ho incontrato di nuovo pochi giorni fa, sempre tra decine di profughi, questa volta nella sua chiesa, dove era in corso una settimana di mobilitazione contro le espulsioni verso l’Afghanistan.

Da qualche tempo gira voce che il Belgio stia preparando la sua prima espulsione collettiva verso l’Afghanistan, sulla scia di quelle di cittadini congolesi e guineani, fatti confluire in un unico Cie prima di essere caricati su un volo militare (quando non si ha la fortuna di conoscere un dittatore che ti mette a disposizione un jet privato, bisogna pure ammortizzare i costi). Le autorità si sono affrettate a smentire la voce. “Le espulsioni di cittadini afgani avvengono in modo mirato e prudente”, hanno dichiarato alla stampa.

Dovrebbe essere una rassicurazione. Il ragionamento delle autorità belghe, e lo stesso vale nel resto dell’Unione europea, è il seguente: Kabul è sicura; noi rispediamo i richiedenti asilo respinti a Kabul; quindi i richiedenti asilo respinti non rischiano nulla. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, ricorda l’associazione Asilo in Europa, si è espressa in questo senso in una recente sentenza (H. e B. contro Regno Unito).

Il problema, nel caso dell’Afghanistan come di altri paesi, è che questo ragionamento non può essere contraddetto perché nessuno è incaricato di effettuare controlli post-espulsione. Appena un richiedente asilo respinto scende dall’aereo che lo ha riportato nel suo paese di origine, lo stato europeo cessa di avere qualunque responsabilità nei suoi confronti. Se dopo due giorni muore in un attentato non sono affari suoi, e comunque nessuno lo saprà. Mentre l’Unione europea continua a elaborare il suo sistema comune di asilo (“un passo avanti”, lo ha definito di recente il Consiglio italiano per i rifugiati, prima di elencare una serie di critiche), dal mondo della ricerca accademica e delle ong arrivano i primi tentativi di colmare questa lacuna.

Nel 2011, per esempio, l’ong britannica Justice First ha pubblicato il rapporto “Unsafe return. Refoulement of Congolese asylum seekers”. Il Farhamu refugee programme sta cercando di mettere in piedi un Post-deportation monitoring network (entrambe le iniziative sono citate in un articolo uscito nel 2012 sull’Oxford monitor of forced migration, che offre una buona sintesi della questione).

Tornando all’Afghanistan, di recente i ricercatori Liza Schuster e Nassim Majidi hanno pubblicato un articolo, “What happens post-deportation? The experience of deported Afghans”, frutto di anni di ricerche, viaggi e incontri con afgani espulsi dall’Iran e da paesi europei. Molti di loro provano, e spesso riescono, a emigrare di nuovo (dimostrando un coraggio passato sotto silenzio da questo lato delle frontiere) e questo, scrivono i due autori, “solleva dubbi su quanto siano giustificabili le politiche di espulsione, soprattutto verso paesi non sicuri come l’Afghanistan”.

È un segreto di Pulcinella: queste politiche hanno “uno scopo simbolico più che reale”. Nel caso dell’Afghanistan, concludono Schuster e Majidi, “forse il massimo che si possa sperare è una moratoria sulle espulsioni fino al 2015, per consentire al nuovo governo di assestarsi”.

Ma la novità più significativa è che gli stessi afgani hanno cominciato a raccontare le loro esperienze e quelle di altre persone espulse o minacciate di espulsione. È il caso di Abdul Ghafoor, autore di Kabul Blog, o di Tory, che nel 2012 era finito in un Cie britannico e insieme a un’amica aveva aperto un blog per raccontare la sua attesa e le sue paure. A Londra due giorni fa è andato in scena The Mazloom project, uno spettacolo ispirato alle storie di giovani afgani minacciati di espulsione dalla Gran Bretagna.

Leggendo di questi ragazzi penso ad Aman, che ho conosciuto al Polygone e che è riuscito quasi subito a trovare un lavoro, ottenendo poi il rinnovo del permesso di soggiorno. Ci siamo visti in autunno, nel bar dove ci tiene sempre a offrirmi un tè o un caffè. Aveva da poco affittato un monolocale non lontano da casa mia. Era felice perché il capo gli aveva concesso le ferie: avrebbe finalmente rivisto sua madre e l’Afghanistan, dopo anni.

Da gennaio il suo cellulare è staccato. Spero l’abbia perso, rotto, buttato per errore. Spero che l’abbiano lasciato partire e ritornare, e che abbia ripreso la sua vita brussellese, magari in compagnia di uno smartphone. Spero di incontrarlo di nuovo per le strade del quartiere.

Francesca Spinelli

Helmand's top female police officer shot dead

  • Giovedì, 04 Luglio 2013 09:07 ,
  • Pubblicato in Flash news
Telegraph
04 07 2013

The most senior female police office in Afghanistan’s Helmand province, a symbol of improving women’s rights as the Taliban were kept at bay, has been shot dead.

Lieutenant Islam Bibi, who had survived family criticism and death threats from her own brother, was gunned down as she left her home on Thursday morning.

Her long struggle to work outside the home was typical of many women in conservative, rural areas of Afghanistan.

Omar Zwaak, spokesman for the governor of Helmand, said Lt Bibi had been attacked as she rode on a motorbike alongside her son-in-law in Lashkar Gah, the provincial capital.
“She was seriously injured and died of injuries later in the emergency ward in hospital,” he added.

The 37-year-old mother of three had been a role model for other women. But like her 32 other female colleagues – less than half of one per cent of the provinces 7,000-strong police force – she faced a daily struggle, not just against extremists in the Taliban but against her own family.

In an interview with The Sunday Telegraph earlier this year, she said: “My brother, father and sisters were all against me. In fact my brother tried to kill me three times.

“He came to see me brandishing his pistol trying to order me not to do it, though he didn't actually open fire. The government eventually had to take his pistol away.”

Lt Bibi was a refugee in Iran when the Taliban overran Afghanistan in the 1990s. She returned in 2001, raising her family at home before joining the police nine years ago.

“Firstly I needed the money, but secondly I love my country,” she said in April. “I feel proud wearing the uniform and I want to try to make Afghanistan a better and stronger country.”

Improving women’s rights are an area frequently trumpeted by diplomats as they talk up gains made under President Hamid Karzai and his international backers.

However, as American and British forces rapidly withdraw, many believe progress could be reversed if conservative elements in the government come to the fore or if the Taliban regains influence.

Police in Helmand said it was too soon to speculate about who may have been behind the murder.

"Sono ingabbiata in questo angolo, pieno di malinconia e di dolore... le mie ali sono chiuse e non posso volare... sono una donna afghana e devo piangere". Per aver scritto e letto in pubblico questa poesia Nadia incontrò la morte. E la morte oggi continuano a trovare molte delle centinaia di donne che ogni anno si danno fuoco per sfuggire a una vita di abusi fisici e psicologici, di matrimoni forzati in giovanissima età con mariti violenti, poligami, drogati. ...

Il Corriere della Sera
19 06 2013

Le hanno colpite mentre tornavano dall’università. Una punizione, e un monito per le altre. Erano 45 le studentesse e insegnanti sul bus della Sardar Bahadur Khan University, centro studi femminile nella martoriata regione pachistana del Baluchistan. Quattordici sono morte nell’incendio del veicolo fatto saltare in aria dagli attentatori; le sopravvissute sono state inseguite in ospedale dove è continuata la mattanza a colpi di arma da fuoco e granate tra medici e pazienti. Il bilancio del sabato di sangue di Quetta è di 24 persone uccise.

Secondo le ultime ricostruzioni nel commando c’era anche una donna, unita ai compagni nell’odio settario contro la minoranza islamica sciita e nello sforzo di fermare la rivolta silenziosa di decine, centinaia, migliaia di donne che in Pakistan come in Afghanistan, in Asia come in Africa, si sottraggono attraverso lo studio e la conoscenza a una cultura radicata di sottomissione ed emarginazione.

Fa paura quest’inarrestabile emancipazione di massa, questo appropriarsi ostinato degli strumenti per prendere in mano la propria vita. Fa paura la forza repressa di 30 milioni di bambine e ragazze escluse da qualsiasi forma di scolarizzazione nel mondo. E fanno paura i bambini che vogliono diventare uomini indipendenti e liberi.

L’estremismo si oppone alla costruzione dell’identità, sfigura, demolisce, nega nomi e individualità.

Il 9 ottobre 2012 i talebani mirarono alla testa e al viso di un’altra studentessa pachistana che rientrava da scuola in autobus, Malala Yousafzai, 15 anni. Malala è sopravvissuta ed è diventata un simbolo. All’indomani della strage di Quetta è stata la prima firmataria di una nuova petizione online promossa dall’ex premier britannico Gordon Brown e rivolta ai leader del mondo per fermare l’emergenza istruzione. Dietro di lei, milioni di storie senza nome e il riflesso appannato di spettatori assuefatti ai grandi numeri di una guerra lontana.

Solo alcune delle giovani donne del bus dell’università sono state identificate subito dopo l’attacco. Si chiamavano Abida, Riyana, Sunam, Noorul, Shugafta, Sadaf, Atia.

La loro guerra non è anche nostra?

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